ALGERIA, la fabbrica del terrore

Algeria_(orthographic_projection).svgAqim, cioè Al Qaeda nel Maghreb Islamico, è il nuovo nemico d’Occidente. La sua presenza nel Sahara ha giustificato l’apertura del “secondo fronte” della guerra globale al terrorismo, quella che si combatte fra il Sahel – cioè la costa sud del deserto – e i più sviluppati territori nordafricani destabilizzati dalla primavera araba. Di Aqim si sa quel tanto che basta a scatenare un conflitto che rende tutti perplessi (tranne i francesi e Bersani), ma non l’essenziale: chi sono e, soprattutto, da dove vengono?

S’impone qui un passo indietro. Il governo in carica in Algeria, retto dal presidente Abdelaziz Bouteflika al potere da 12 anni, è stato l’unico dell’area a superare senza eccessivi patemi l’inferno delle rivolte “primaverili”. E non certo in virtù di un forte coefficiente liberal-democratico e nemmeno grazie ad una prospera situazione economica. Al contrario, proteste di ogni tipo sono divampate fra il 2010 e il 2011 e per le più disparate ragioni materiali e politiche. Semplicemente, è mancata la spallata finale, quell’aiutino “esterno” che trasforma i disordini in rivoluzione. Gli americani, insomma, non ci hanno messo del loro ed il governo ha tenuto.

Perché? Perché l’Algeria è riuscita in quel giochetto che, di solito, è appannaggio dei laboratori farmaceutici nei film hollywoodiani: ha creato il virus per poter vendere la cura. Fuor di metafora, il Dipartimento di informazione e sicurezza, cioè l’intelligence militare algerina, utilizzando tecniche di disinformazione apprese negli Ottanta dai sovietici del Kgb, ha favorito la nascita del Gruppo Islamico Armato (Gia) da cui germoglierà il Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc) che, in un secondo momento, assumerà il nome di Aqim. Dettaglio non trascurabile, mentre di notte i servizi tessevano la tela di Penelope del terrorismo, di giorno il governo combatteva il salafismo a spada tratta. La finalità è evidente: qualificarsi come unico argine al dilagare del terrore e garantire la propria incolumità con un raffinato ricatto: “Se il governo algerino cade, il terrorismo dilaga. Dunque, proteggeteci e finanziatici”. Fabbricato il virus, imposta la cura. Un colpo da maestro.

Da parte sua (e da par suo), l’Occidente ha pensato bene di stare al gioco e utilizzare questa operazione per riservarsi la possibilità, in un secondo momento, di intervenire nell’area. Spiega l’analista britannico Jeremy Keenan dell’Università di Londra: “L’apertura del cosiddetto secondo fronte, o fronte sahariano, nella guerra al terrorismo rientra nella strategia globale di Washington successiva all’11 settembre ed è stata perseguita mediante l’alleanza con il governo di Algeri, o meglio, con i suoi servizi di intelligence”. Peccato però che ora il quadro sia cambiato radicalmente. Obama dirige tutte le sue attenzioni alla Cina e non intende impantanare l’America in un’altra palude. Gli States si impegneranno per il minimo indispensabile. Chi porterà a termine l’ennesimo, diabolico pasticcio? L’Europa, naturalmente. I francesi sono già lì, l’Italia sta arrivando.

*Pubblicato su barbadillo.it

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