AMERICAN HORROR STORY

di Leonardo Petrocelli

Hillary Clinton sta male: lo sapevamo da mesi, nonostante lo sforzo dei media mainstream di oscurare la notizia, mettendo tappe qua e là. C’ha provato anche lei, twittando di essere rock solid steadiness, cioè solida come una roccia, dopo aver infilato l’improbabile trittico “allergia di stagione, colpo di sole, polmonite”. Bugie di cristallo, in frantumi dopo un attimo. Un pertinente avvertimento era giunto settimane fa dal sito Zero Hedge, poi ripreso da Maurizio Blondet, che evidenziava la presenza di un grosso omone, il dottor Oludotun Okunola, perennemente caracollante al fianco della candidata con in mano un iniettore di Diazepam (Valium), pronto all’evenienza. Per tacere del documentato ictus del 2013 sul quale calò subito un velo di ottimistico silenzio.

Di fatto, la Clinton non sostiene una conferenza stampa da oltre 270 giorni e i suoi comizi sono sempre intercalati da invalidanti e ripetuti attacchi di tosse. Il web, sulla faccenda, si è scatenato. C’è chi sostiene che soffra di gravi problemi neurologici, Parkinson in testa; c’è chi tira in ballo gli occhiali Fresnel a lenti doppie che la ex first lady indosserebbe per contenere i danni cerebrali dovuti ad un forte colpo alla testa, subito in seguito ad una brutta caduta; poi c’è l’evergreen della sifilide, contratta dall’allegro consorte, e la storia delle due-tre sosia che si alternerebbero nel sostituirla mentre lei agonizza in un letto, lontana dalle telecamere. Qualcuno, infine, non rinuncia a voler desumere la natura del suo male dalle smorfie deliranti in cui la Clinton si produce regolarmente, ma questo aspetto ci sentiremmo di minimizzarlo. Le fa anche Trump ed è un male già diagnosticato per cui non ci sono terapie: si tratta di demenza americana.

Ipotesi a parte, tutti però concordano su un punto: il problema per lei, anzi, per Loro, è serio. Ma ne siamo sicuri? Questa improvvisa esplosione mediatica che già sbatte la Clinton al tappeto non potrebbe giungere, infatti, in un momento più opportuno: in un recente sondaggio della Cnn/Orc (fatto uscire ad arte?), la democratica è tre punti dietro Trump e sulla sua testa sta per calare la bomba di Assange, quella definitiva, la bombshell di ottobre, la rivelazione delle rivelazioni che potrebbe affossarla una volta per tutte, se non proprio farle rischiare la galera. Insomma, la candidata che deve vincere, sta perdendo. E, allora, giunge propizia la possibilità di una pausa di riflessione, di uno spazio inatteso, nella convulsa campagna elettorale, per fermarsi un attimo e fare il punto della situazione. Il problema potrebbe trasformarsi in possibilità ed, almeno, allargare per un istante il ventaglio delle soluzioni.

La prima, più semplice, passata per la testa di molti, sarebbe quella di far fuori Trump e non solo in senso figurato: via l’anomalia, via il dolore. Qualcuno ci sta pensando, seriamente, e ha già intavolato il dibattito su come ci si dovrebbe comportare “se”. Ma perfino i pasticcioni del potere americano – quelli che hanno disseminato la scena dell’11 settembre di prove del complotto – sono stati sfiorati dal dubbio che l’operazione potrebbe trasformarsi in un autogol apocalittico.

E quindi ecco il Piano B, per quanto paradossale possa sembrare: anziché eliminare lui far fuori lei, cogliendo al balzo la palla della malattia e lasciandole un’uscita di scena dignitosa, da eroina vinta da un male oscuro, per sostituirla con qualcuno che potrebbe rianimare la partita e, magari, partecipare perfino a qualche conferenza stampa.

Contro questa tesi, tutta ancora da dimostrare, pesano però i nomi nella lista dei possibili candidati last minute, non propriamente dei giganti. Si spazia dal vicepresidente Joe Biden ai radicali (risate) Elizabeth Warren e Bernie Sanders, su cui torneremo, passando per John Kerry e perfino per la first lady Michelle Obama, la cui elezione ci condannerebbe ad essere mostruosamente appallati dalla retorica della prima-donna-nera-presidente. Speriamo di salvarci. In ogni caso, ci sembra di contemplare una versione squattrinata e molto kitsch di House of Cards con il rischio, per soprammercato, di un finale molto deludente. Qualora nessuno di tali affermati statisti dovesse risultare convincente, infatti, ci sarebbe la soluzione di ripiego: la Clinton che resiste fino alla fine, gettando il cuore (ad averlo…) oltre l’ostacolo, per passare poi la mano al suo vice, Timothy Michael Kaine, esperto senatore della Virginia, cattolico, sostenitore accanito del Ttip nonché amico di Alexander Soros, figlio di George. Da quelle parti, come si sa, non se ne salva uno.

alex-soros-hillary-clinton-tim-kaine

Alex Soros con Hillary e Tim Kaine

Ci siamo riservati di ventilare anche quest’ultima ipotesi – tutt’altro che peregrina – perché, nonostante la sua andatura da anatra zoppa e forse perdente, la Clinton è e rimane quasi insostituibile. A suo modo, lei è stata una fuoriclasse della politica americana, l’unica capace di superare la dicotomia bipolare dem-neocon per arrogare a sé tutti i desiderata del potere: da un lato quelli anti-russi, internazionalisti e finanziari dell’universo democratico, dall’altro quelli del nazionalismo territoriale israeliano dell’ala neoconservatrice. È la tempesta perfetta, la guerra dei (due) mondi contro il Mondo.

D’altronde, lo si capiva già dai generosi finanziatori della sua campagna elettorale, per oltre il 20% “innaffiata” dai sauditi. Da cui le dichiarazioni sul conflitto siriano (“la Casa Bianca può allentare la tensione che si è creata con Israele sull’Iran, solo facendo la cosa giusta in Siria”, cioè eliminare Assad) e sullo stesso Iran che lei, mesi fa, ha promesso di bombardare “entro i prossimi dieci anni” di fronte all’estasiato e plaudente pubblico del Dartmouth College nel New Hampshire. E memori del precedente libico saremmo tentati di prenderla sul serio. Soldi ben spesi, dunque, quelli di Riad che però non è l’unico generoso donatore. Completano la lista anche Kuwait, Qatar, Brunei, Oman e quella Norvegia che – fra centri studi olocaustici e premi Nobel per la Pace assegnati ai soliti immacolati (Obama, Ue, Opac) – si qualifica, ancora una volta, come una delle tante fogne a cielo aperto della vecchia Europa. Ci siamo dimenticati qualcuno? Sì, perché attraverso lo sgangherato Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, anche il governo italiota stacca annualmente alla Clinton Foundation un assegno compreso tra gli 89mila e i 222mila euro sotto forma di “sovvenzioni governative”. L’Italia finanzia la Clinton. Ovviamente con l’elargizione più sfigata della compagnia, migliore solo di quella della piccola Giamaica, ma tant’è, renzianamente, conta solo esserci.

Se questo è il versante geopolitico, non migliore è quello finanziario, irrorato dalla pecunia della Goldman Sachs dell’amico Lloyd Blankfein (accanto al quale la Clinton si è presentata spesso), dal solito Soros (padre) ed Haim e Cheryl Saban, le cui identità profonde sono lasciate alla vostra immaginazione. E poiché le disgrazie non vengono mai sole c’è poi un terzo filone da indagare che altro non è se non quella simpatica compagine che sta sempre dalla parte sbagliata: sindacati dei lavoratori, ambientalisti, femministe, gruppi LGBT+ (ora si scrive così, non chiedetemi perché) e quel che resta di Occupy. È il lascito del prode Bernie Sanders, scappato a godersi la pensione dopo l’endorsement a Hillary e dopo aver reso colto omaggio a Spengler e alla sua massima sulla sinistra che fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo (ma non è questo il caso). Ora, grazie a lui, nell’esercito della Clinton, l’un con l’altro abbracciati, figurano Wall Street e Occupy Wall Street, i sauditi oscurantisti e le femministe, la finanza e i sindacati, i guerrafondai con i cannoni e i pacifisti con i fiori da mettere nei cannoni, ma solo dopo che avranno sparato contro Assad, Putin e l’Iran. La tempesta perfetta, appunto, un capolavoro dell’orrore che, però, non riesce a stare in piedi per più di un’ora. Nonostante da quelle parti continuino a twittare di essere rock solid steadiness.

HANNO UN PROBLEMA ENORME. SI CHIAMA TRUMP

di Marcello D’Addabbo

Non sono riusciti a fermarlo. Il secondo Super Tuesday delle primarie americane ha come protagonista lui, l’odiato miliardario di New York Donald Trump, consacrando la sua aspirazione a diventare il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Trump si impone in Florida, Illinois, North Carolina e Missouri. Perde solo in Ohio, dove a vincere è il governatore repubblicano John Kasich. Marco Rubio, il candidato su cui il partito contava in funzione anti-Trump, umiliato nella sua Florida, si ritira. Sul campo democratico, anche Hillary Clinton porta a casa quattro Stati: Florida, Illinois, North Carolina e Ohio. Perde, di misura, in Missouri. Le primarie Usa nel campo repubblicano si stanno rivelando un vero spettacolo pirotecnico dove niente è come sembrava ai nastri di partenza e i giochi sono quantomai aperti. Tanto per cominciare il mancato decollo di Jeb Bush, “l’intelligente della famiglia” ovvero il candidato su cui puntavano ambienti del comparto sicurezza legati al padre, George H. W. Bush senior, Cia e industria degli armamenti in testa, è stato già il primo grande segnale. É rimasto legato al palo anche Marco Rubio, il cubano della Florida su cui puntava senza tanti misteri tutta la dirigenza del Partito Repubblicano in crisi di consensi, compresi i cosiddetti neo-con protagonisti dell’era Bush Junior e dell’offensiva post 11 settembre. Sarebbe dovuto emergere nella seconda fase, cioè ora, con il voto nella sua Florida popolata di esuli cubani reazionari arrabbiati. Ma con Rubio erano anche schierati i fratelli Koch delle Koch Industries, un gigante che spazia dalla chimica all’energia alla finanza alla grande distribuzione, che sovvenziona già centinaia di fondazioni, università, centri di ricerca e istituzioni culturali. I Koch hanno corrisposto già quasi 900 milioni di dollari ai candidati a loro graditi del Grand Old Party, e puntavano sulla resurrezione di Rubio, considerato un centrista moderato, nel secondo grande martedì. E invece niente. Ha vinto Trump con il 45,8% a fronte di un crollo di Rubio che giace al tappeto con il 27% e si ritira dalla partita. Un sorprendente schiaffo non solo all’establishment del partito e ai finanziatori dai ventruti forzieri ma soprattutto ai media americani ed europei che stanno cercando in ogni modo di soffocare sul nascere questo ciclone elettorale. I giornali di tutto il mondo sono davvero disperati perché, come ha scritto Maria Giovanna Maglie, il cafone, il clown, il gran villano, il disgustoso riccastro, l’uomo col riportone, quello che ha le mogli strafiche dell’Est, quello che pensa di alzare un muro col Messico, come se mezza Europa non lo stesse già facendo, sta a 621 delegati su 1237 e ha stravinto in Florida dove il partito repubblicano aveva speso 15 milioni di dollari in una campagna di fango, attacchi personali e cattiverie a valanga. Ma il modo in cui questi risultati vengono letti dai media denota una faziosità rivoltante. Viene messa in evidenza la singola e unica vittoria di un John Kasich nel suo Ohio, dove Trump è comunque secondo con un sorprendente 35,7% mentre vengono esaltate con toni trionfalistici le vittorie di Hillary Clinton la quale, al netto di una consolidata prevalenza su Sanders, ha 1094 delegati contro i 774 di quest’ultimo, sui 2338 che occorrono complessivamente per la maggioranza alla convention. Affermare che la Clinton “è inarrestabile” è da sostenitori più che giornalisti. Si tace volutamente l’elemento di novità di questa consultazione: Donald Trump è riuscito a riportare migliaia di persone al voto delle primarie in un partito che sembrava in fin di vita, mentre nel campo democratico la generale disaffezione degli iscritti, dopo gli ultimi anni di presidenza dell’ormai opaco e amletico Obama, è stata a stento scossa dalla polemica anti Wall Street dell’”anziano socialista che piace ai giovani”, Bernie Sanders. Apprezzabile l’onestà intellettuale di Federico Rampini, di certo non un simpatizzante di Trump, che ha twittato “in calo ovunque la partecipazione dei democratici, mentre alle primarie repubblicane cresce dal 30% fino al 97%”. Lucia Annunziata confessa come la linea editoriale dell’Huffington Post fosse stata finora quella di derubricare Trump a fenomeno da baraccone del mondo dello spettacolo, togliendolo dalla pagina politica, onde poi dover chiedere alle redazioni estere in conference call di cambiare linea dopo aver capito che questo atteggiamento snob in Usa non faceva che favorire il tycoon. Basta avere occhi non bendati da interessi di parte per vedere le code di auto alle consultazioni repubblicane, i comitati che sorgono ovunque spontaneamente nel paese e le migliaia di giovani sostenitori che affollano il web e i social network. Una realtà che cresce quanto più Trump alza i toni della polemica e maggiormente folli e politicamente scorrette appaiono le proposte da lui comiziate con virulenza.

trump controTutti attaccano il miliardario a cominciare da Obama che ha tenuto recentemente un sermone da pastore battista sui toni troppo volgari e preoccupanti della campagna, sul linguaggio e la violenza di un “certo candidato”, mettendo in guardia dal dividere una nazione che già sta dimostrando una rabbia inattesa, per poi affermare esplicitamente che con le sue uscite Trump non potrebbe ricoprire l’incarico di Presidente. Ma sono proprio quelle uscite a farlo vincere. Come lo faranno avanzare elettoralmente i moti di indignazione politically correct di Cameron e del primo ministro francese Valls o la petizione online per proibire a Donald Trump di entrare in UK, a seguito dei suoi commenti anti-Islam, che ha raccolto in Gran Bretagna più di 200mila firme. Un tripudio di indignazioni e strilli da educande che lo rendono sempre più simpatico al suo popolo, galvanizzato ancor più dai recenti episodi di contestazioni e scontri fisici verificatisi prima o durante i recenti comizi del candidato. Mentre migliaia di persone erano in attesa che iniziasse il suo discorso all’Università dell’Illinois, un gruppo di manifestanti è riuscito ad entrare nell’arena, e dopo un incontro con la polizia locale Trump è stato costretto a rimandare il rally. L’annuncio è stato accolto con grida di gioia dai contestatori. «Abbiamo fermato Trump! Abbiamo fermato Trump!», hanno gridato. Quindi, rivolti ai sostenitori del magnate hanno attaccato: «Razzisti, tornatevene a casa!». «Vogliamo Trump, vogliamo Trump», hanno replicato i fan del candidato del Grand Old Party. Il bilancio degli incidenti, secondo i media statunitensi, è stato di sei feriti e almeno cinque persone arrestate. Dalla città degli Obama, la protesta si è poi allargata a macchia d’olio in altri due degli stati dove si è votato martedì. A St. Louis, in Missouri, durante le contestazioni che hanno accompagnato un comizio di Trump la polizia ha arrestato 31 persone con l’accusa di disturbo della quiete pubblica, e una di aggressione di terzo grado. Il magnate per tutta risposta ha schernito chi interrompeva il suo discorso alla Peabody Opera House dicendo: «A loro è permesso di bloccarci orribilmente e noi dobbiamo essere molto pacati, loro possono spingere e picchiare, ma se noi gli rispondiamo è terribile, vero?». Poi ha aggiunto: «Tornate a casa da mamma» e «andate a cercarvi un lavoro». Un altro dibattito è stato invece cancellato a Cincinnati, in Ohio, sempre a causa di problemi relativi alla sicurezza.
Agitatori spontanei o prezzolati che siano, lo scopo di queste iniziative è impedire l’attività del candidato associando ad ogni sua uscita pubblica un’immagine di violenza che porti a spaventare l’elettore e a farlo desistere dal votare questo terribile mostro estremista. Ma i più livorosi avversari di Donald Trump si trovano nello stato maggiore del partito repubblicano che sta facendo di tutto per fermarne la corsa. Jeb Bush lo definisce senza mezzi termini un “pazzo”, il neocon Robert Kagan ha dichiarato che Trump “è il mostro di Frankenstein dei repubblicani, adesso abbastanza forte da distruggere il partito”, mentre Mitt Romney ha fatto capire che stanno spulciando le dichiarazioni fiscali del miliardario alla ricerca di un pretesto per mandarlo a casa, ovviamente.
E si fa largo l’ipotesi di una convention repubblicana che in mancanza di una maggioranza netta di delegati a favore di Trump possa usare l’arma della “brokered convention”, non tenendo conto delle primarie e designando un altro candidato alle presidenziali (si era pensato tra gli altri a Paul Ryan), di fatto invalidando la consultazione. Lo riporta il Wall Street Journal. Si tratterebbe di un caso che non si verifica da prima dell’invenzione della televisione a colori, quando internet era fantascienza. L’ipotesi è remota ma indicativa dello stato psicologico dei vertici del Gop. “Davvero – ha detto Newt Gingrich un vecchio esperto del partito repubblicano che sta sulla breccia da trent’anni – quattro gatti che stanno a Washington pensano di ignorare la scelta di milioni di elettori repubblicani e perdere così qualunque contatto con la nazione? Davvero, come teorizza il neocon Bill Kristol, scimmiottato da piccoli teocon del mondo, si possono prendere i risultati delle primarie e buttarli nell’immondizia? Con risultati come questi, e con l’umiliazione cocente toccata al pupillo Rubio, bruciato per sempre, pensano di orchestrare una convention farlocca? Basta con questa follia – avverte Gingrich – non li vedete i sondaggi che confermano la ribellione al partito, considerato un nemico?”. In un’intervista alla Cnn Trump si dice sicuro che raggiungerà l’obiettivo dei 1237 delegati per essere il candidato repubblicano prima della convention di luglio e avverte il partito repubblicano: “ci saranno scontri” se dovesse conquistare il numero dei delegati per ottenere la nomination e il partito dovesse nonostante ciò negarla.
Al di là di queste spacconerie tipiche del personaggio nell’asprezza di questo incredibile scontro c’è tutta la crisi dei vecchi partiti che avendo accompagnato la trasformazione sociale terribile avvenuta in Occidente da trent’anni a questa parte ora non comprendono più le esigenze della società che hanno contribuito a creare. La classe media bianca americana, che sempre si è sentita la maggioranza della nazione, è allo sbando, non solo economicamente, soprattutto culturalmente, nell’identità, e si rivolge a chi sembra incarnare la sua esasperazione. Ciò accade anche a sinistra dove il migliore interprete di questo sentimento è Sanders e non la Clinton, in quanto il primo cammina nel solco delle proteste del movimento “Occupy Wall Street” nate allo scoppio della crisi del 2007-2008. Ha scritto il NYTimes “se questi candidati (Trump e Sanders) hanno un’attrattiva è perché negli ultimi decenni le nostre élite politiche hanno deciso che la classe media bianca non ha alcun ruolo da giocare nel futuro multiculturale e globalizzato che immaginano, un futuro che credono di guidare. Questa stagione di primarie mostrerà se hanno ragione oppure no”. É esattamente ciò che accade in Europa dove i vecchi partiti hanno abbandonato i popoli per anni – classe media impoverita dalla crisi e operai posti in mobilità da fabbriche che vengono delocalizzate – per inseguire i progetti globali e multietnici della finanza mentre in televisione i politici di quei partiti, maggiordomi di banche e multinazionali, ora cercano di distrarre l’opinione pubblica con il giochetto di prestigio dei diritti civili e delle nozze gay. Il boomerang di questo immane tradimento sta tornando indietro alla classe politica in tutto l’Occidente. Tutto qui. Il populismo montante è l’autodifesa della nazione intesa come popolo. Dati gli elementi oggettivi di crisi del modello economico sociale creato in questi anni di globalizzazione questa autodifesa è destinata ad essere la cifra politica dei prossimi anni. Chi ne interpreta le istanze, come sta facendo Trump, è destinato ad avere consenso. Per questo a Roma Salvini sta mollando Berlusconi, che ora ha il ruolo di stampella politica e mediatica di Renzi. Salvini vuole porsi nella posizione dove si coglie il vento, cioè il più lontano possibile da Renzi e dal suo probabile tracollo.
Per lo stesso motivo il linguaggio della Clinton oggi è vecchio e non fa più presa su una parte consistente dell’elettorato americano che si sente tradito da Washington. Una moltitudine umana che Hillary preferirebbe non votasse ma che ormai ha trovato il proprio inarrestabile tribuno. Un tribuno che in tutti i suoi interventi parla alla gente della grande questione dello spostamento del lavoro americano verso i paesi emergenti, Cina in testa, dove migliaia di fabbriche statunitensi hanno piazzato i propri insediamenti produttivi cancellando in patria in pochi anni e alla velocità della luce, posti di lavoro, stipendi, ruoli sociali e identità in nome del profitto di pochi interessati cantori del libero scambio. Che propone barriere protezionistiche in difesa dell’economia nazionale e della classe media ma anche barriere fisiche per proteggere i lavoratori americani dalla concorrenza dell’”esercito industriale di riserva” costituito dai lavoratori ispanici, affamati nelle loro terre di origine da quelle stesse multinazionali che alla fine si avvantaggiano della loro migrazione. Tutto questo il miliardario con il riporto in testa lo sa bene perché si muove da sempre nel mondo del business ma, al contrario della Clinton pagata da George Soros e della Merkel pagata da Volkswagen e Deutsche Bank, lui può dirlo perché è pagato da sé stesso. Per questo è pericoloso.
I preoccupatissimi dirigenti repubblicani, crollati i loro beniamini Bush e Rubio, non potranno certo aggrapparsi al secondo arrivato Ted Cruz, altro paria impresentabile e forse molto peggiore di Trump. All’inizio della campagna Cruz, un “battista del Sud” cioè un protestante fondamentalista, aveva organizzato un paio di uscite pubbliche con un pastore che predicava la pena di morte per gli omosessuali, poi ha capito che era meglio lasciarlo a casa, come del resto suo padre, che definisce il figlio l’Unto del Signore. Celebre il video in cui Cruz cuoce fette di pancetta arrotolandole sulla canna di un mitragliatore automatico, sparando su una sagoma di cartone per riscaldare l’improbabile “forno a canna” (un uso in voga nei poligoni del Texas). E noi ci lamentiamo di Borghezio? Con un tipo così i repubblicani si vedranno forse costretti a scendere a patti con Trump, grande comunicatore, aggressivo nei dibattiti quanto serve – si è allenato nel suo talent “The Apprentice” ad interrompere ed umiliare l’interlocutore. Insomma una perfetta belva da Colosseo da scatenare contro la navigata tigre Hillary, la quale però vanta un Kissinger come consigliere. Il manifesto clou della campagna Clinton è un faccione di Trump colpito da un pugno, accompagnato dalla scritta “colpiscilo per bene”. Mettetevi comodi dunque, lo spettacolo “Elezioni Usa 2016” è appena cominciato…e stavolta promette di dare grandi soddisfazioni!

L’IMPERO ATLANTICO DELLA MENZOGNA. LA PAROLA AL PENTITO ULFKOTTE

3

di Marcello D’Addabbo

In Germania il caso Ulfkotte è ormai esploso in tutta la sua enormità. Nei talk show risuonano le parole del corrispondente esteri del più prestigioso quotidiano tedesco, “Frankfurter Allgemeine Zeitung” «per diciassette anni sono stato pagato dalla CIA, io e altri centinaia abbiamo lavorato per favorire la Casa Bianca». Questo è l’inquietante quadro descritto nel libro che Udo Ulfkotte ha da poco pubblicato in patria dal titolo eloquente: Giornalisti comprati. Il libro descrive il controllo dei media tedeschi, e occidentali in genere, attraverso una fitta rete di corruzione e di pressioni esercitate da parte degli americani mediante apparati di intelligence, ambasciate Usa, fondazioni, lobby e istituzioni atlantiste (sono citate tra le tante il Fondo Marshall, l’Atlantic Bridge e l’Istituto Aspen). Il fine di tale incessante attivismo operato nelle retrovie dei mass media, secondo le rivelazioni dell’autore, è quello di costruire una interpretazione degli accadimenti internazionali sempre unilaterale e compiacente verso Washington. Si racconta di programmi specifici per i giornalisti, disposti dalle ambasciate statunitensi in Germania e in Italia, nei quali è previsto un compenso che arriverebbe alla cifra di ventimila euro per scrivere articoli filostatunitensi. Ma non si tratta solo di dazioni in denaro, c’è l’altro mezzo di pressione, quello che solletica di più il narcisismo da cui i giornalisti sono maggiormente affetti, ovvero le gratifiche in campo professionale: premi, collaborazioni, incarichi, convegni nei mitologici e prestigiosi campus universitari americani, viaggi pagati, riconoscimenti pubblici di ogni genere, insomma una tentazione irresistibile. Il volto seducente del potere, cemento a presa rapida per costruire la casa sicura della narrazione mediatica ufficiale con l’aiuto di un esercito di professionisti mercenari dell’informazione a completa disposizione. «Prima di tutto» racconta «è necessario rendere autorevole il giornalista a libro paga, facendo riportare i suoi articoli, dandogli copertura internazionale e premiando i suoi libri. Molti premi letterari non sono altro che premi alla fedeltà propagandistica dell’autore che li pubblica, non molto differentemente dal premio “eroe del lavoro” nella ex Germania Est comunista». Ulfkotte ricorda esperienze personali, come quella, decisamente ridicola, dell’improvviso conferimento della cittadinanza onoraria dello stato americano dell’Oklahoma, in assenza di alcun legame apparente tra il suo lavoro e quel territorio. Poi, sullo sfondo di questa realtà patinata di favori e grandi alberghi, si muovono i servizi segreti e le pressioni quando serve non mancano: «Spesso vengono a trovarti in redazione, vogliono che scrivi un pezzo» rivela nel libro. In occasione della crisi libica del 2011, racconta di quando fu imbeccato da individui dei servizi tedeschi per annunciare sul suo giornale, quasi fosse un dato assodato, che Gheddafi era in possesso di armi chimiche pronte per essere usate contro il popolo inerme, ovviamente senza avere alcun riscontro da fonti verificate. Se invece si trasgredisce la linea filoatlantica le conseguenze sono altrettanto note, ovvero la perdita del lavoro, il triste isolamento professionale, fino alle minacce dirette e alle persecuzioni (lui stesso sostiene di aver subito sei perquisizioni nella sua abitazione con l’accusa di aver rivelato segreti di stato).
Ma perché mai un pezzo da novanta del giornalismo tedesco si esporrebbe in questo modo, ad un’età – cinquantacinque anni – che gli avrebbe consentito di proseguire la sua brillante carriera ancora per lungo tempo, facendo esplodere una simile bomba mediatica e mettendo sotto accusa l’intero sistema mediatico occidentale? Egli stesso ha risposto a questa domanda nel corso delle numerose interviste di questi giorni, parlando di una crisi di coscienza irreversibile, del suo non avere figli e del suo stato di salute precario (pare abbia già alle spalle tre infarti). Udo Ulfkotte, dopo una vita di squallidi compromessi con il potere a scapito della verità dell’informazione, vuole tornare a guardarsi di nuovo allo specchio per il tempo che gli resta da vivere. Sembra riemerso in lui quell’alto senso della vergogna tipico della coscienza morale tedesca, quell’amore germanico per la verità che desta di solito grande ammirazione. «Ho voluto scrivere questo libro perché tante persone che ci guardano hanno la sensazione che quello che vedono come una notizia non sia in realtà una notizia, ma pura propaganda e disinformazione. Ma non ne hanno le prove. Per questo motivo ho citato centinaia e centinaia di nomi di giornali tedeschi ed esteri, che producono propaganda e disinformazione, e ho fornito le prove di questo». E alcuni dei personaggi citati, come era ovvio, hanno reagito a cominciare da Günther Nonnenmacher, collega e coeditore della “Frankfurter Allgemeine”, che bolla le accuse di Ulfkotte come «astruse e ridicole» dichiarando che l’ex giornalista ha avuto «gravi problemi di salute in seguito ai quali soffrirebbe di sdoppiamento della personalità»(!). Un matto lucido a sufficienza, però, da analizzare le carriere di trecentoventuno personaggi, i loro percorsi e presenze segnate negli annuari delle organizzazioni che si occupano della manipolazione delle informazioni a vantaggio degli Stati Uniti (ma a quanto pare anche dell’Ue), organizzando incontri e agevolando carriere. Memorabile il racconto degli incontri sul lago di Garda tra questi mercenari della penna tedeschi ed italiani, radunati nella villa che fu la residenza del cancelliere tedesco Adenauer e gli agenti della CIA pronti a trasportarli su un battello diretto a Bellagio dove sono attesi dai membri della Fondazione Rockfeller.
È prevedibile che alla fine si cerchi di archiviare tutto ciò nello scaffale della solita letteratura cospirazionista, consueto alibi usato dal potere per emarginare, screditandoli, coloro che gli si oppongono. Ma Ulfkotte non parla di rettiliani bensì di persone note, cita grandi giornali e televisioni e indica con precisione gli argomenti che secondo la sua lunga esperienza professionale ha imparato ad evitare per non vedersi stroncare la carriera (come ad esempio scrivere pro Putin, Russia, Cina, Iran, Assad ecc…). Inoltre, sappiamo come la dominazione angloamericana sul continente europeo fin dal dopoguerra si è perpetuata attraverso la colonizzazione dell’immaginario collettivo e che in tale opera il dominio dell’informazione ha avuto una parte preponderante. Questo non ce l’ha insegnato certo Ulfkotte. Potremmo ricordare di sfuggita Arrigo Levi e Renato Mieli, (papà di Paolo ex direttore del “Corriere”) tornati in Italia nel 1945 sugli automezzi dei “liberatori” americani a insegnarci la democrazia. Venuto tra noi in uniforme USA, con i gradi di ufficiale, nei primi mesi di occupazione, Renato Mieli era un «capitano Smith» (o qualcosa del genere) a cui i giornalisti italiani dovevano rivolgersi per ottenere l’autorizzazione a lavorare e ad aprire giornali, insomma il responsabile dell’ epurazione morbida del giornalismo per conto degli Alleati.
Allora, parlava esclusivamente inglese. Subito dopo, fondò…l’ANSA.
Ancora qualche mese e molti di quei giornalisti che avevano chiesto l’autorizzazione a scrivere al capitano Smith si stupirono poi di ritrovarlo, sotto il nome di Renato Mieli, come direttore de “L’Unità”. L’organo del PCI diretto da un ufficiale americano?
Evidentemente l’OSS (futura CIA) aveva deciso che occorreva loro un controllore dentro quel partito. Cosa ancora più significativa, durante la guerra Mieli-padre aveva fatto parte dello staff anglo-americano del “Psychological Warfare Branch” (traducibile come “Divisione per la guerra psicologica”) che fu un organismo del governo militare anglo-americano incaricato della gestione dei mezzi di comunicazione (e perciò della propaganda) italiani: stampa, radio e cinema. Fu attivo nel periodo tra il 10 luglio 1943 (sbarco alleato in Sicilia) e il 31 dicembre 1945.  Ma per anni in Italia di questi episodi non si è voluto o potuto parlare.
A dimostrare il mutamento delle condizioni storiche è sufficiente il dato che in questi giorni il libro di Udo Ulfkotte in Germania è balzato al settimo posto nella lista dei bestseller nazionali , al tredicesimo in quella del settimanale “Der Spiegel” e al quinto nella lista top 100 di Amazon.
Il libro ha sollevato il coperchio su un gigantesco sistema di corruzione e pressione che pone un’ipoteca definitiva sull’ultimo dogma intoccabile del mondo occidentale, quello del pluralismo dell’informazione e della libertà di opinione. Con esso crolla miseramente anche il mito angloamericano e hollywoodiano dei “cronisti d’assalto” che con l’audacia di Davide contro Golia sfidano i massimi livelli del potere sollevando scandali e disarcionando potenti e capi di stato. Il mito dello scandalo Watergate, sollevato dai cronisti del “Washington Post”, Bob Woodward e Carl Bernstein, rappresentati nel celebre film da Robert Redford e Dustin Hoffman, che portò nell’agosto del 1974 alle dimissioni del feroce presidente repubblicano Nixon. Un mito che è stato esaltato in Italia fino alla nausea dalla sinistra buonista-veltroniana come prova del vigore della sana democrazia americana e del controllo efficace dei media sul potere. Qui risulta invece che è il potere americano a controllare l’informazione ed in modo piuttosto capillare.

Dal film

Dal film “Tutti gli uomini del presidente” (1976)

In Italia il silenzio assordante dei media mainstream sul caso Ulfkotte potrebbe indurre a facili e scontate conclusioni (dato che il giornalista del “Frankfurter” cita a più riprese la collusione di organi di informazione di casa nostra come “La Stampa”, “La Repubblica”, Rai ecc..). Resta il fatto che la nebbia qui da noi è stata squarciata soltanto dalle lodevoli eccezioni delle recensioni apparse sul blog di Beppe Grillo e sul Fatto Quotidiano. Tuttavia saremmo degli ingenui ad aspettarci che Travaglio e la Guzzanti inizino una campagna sulla “trattativa Cia-giornalisti”. La “tela di ragno” descritta dalla storica penna del Frankfurter, riguarda soprattutto i vertici del giornalismo ufficiale, ovvero coloro che, come lui stesso ha fatto nell’arco di ben diciassette anni, sono nella posizione di poter filtrare i messaggi che devono arrivare alla massa. Questa tela è diretta ad irretire non singoli individui ma intere società con l’evidente obbiettivo di manipolarle per garantire la continuità delle oligarchie finanziarie, politiche e militari di Stati Uniti e Ue e le loro decisioni criminali.  È una realtà i cui effetti sono visibili quotidianamente ogni volta che si ha la sfortuna di aprire un grande quotidiano o di ascoltare un telegiornale mainstream, sia che si occupi di crisi Ucraina o Isis, Libia o Corea del Nord, non fa differenza. Ci sono sempre i buoni e i cattivi, armi democratiche usate per il bene dell’umanità e dall’altra parte spietati dittatori sanguinari da abbattere per evitare che ci distruggano, anche se, come sempre, non hanno mai manifestato questo proposito in vita loro…
Come ha detto efficacemente lo scrittore Andrea Camilleri: «È grazie al sistema politico-economico instauratosi nel dopoguerra, con un notevole incremento a partire dagli anni ’70, che le nostre generazioni vengono ‘bombardate’ da ‘armi di convinzione di massa’, che similmente a quelle di distruzione di massa, non hanno portato libertà e democrazia, bensì assoggettamento mercantile ed ampliamento dell’impero della mente anglo-americano nel nostro Paese».
Ma il caso Ulfkotte potrebbe rappresentare il punto di non ritorno di una presa di coscienza collettiva.
Il Re è nudo.