IL PADRE DI TUTTI GLI SPIN DOCTOR: EDWARD BERNAYS

di Gaetano Sebastiani

Che la moderna comunicazione politica non sia il mero frutto dell’ars oratoria del leader di turno è ormai un fatto accertato e consolidato. Quello che suscita ancora curiosità è cercare di scoprire quale sia la figura, o meglio la “mente” che ispira gli atteggiamenti, i vezzi e – più importante di tutto – i discorsi dei politici. Sappiamo, ad esempio, che personaggi quali Berlusconi, o anche Renzi, hanno grandi doti comunicative. Ma, partendo dal presupposto che quanto espongono in pubblico non è totalmente farina del loro sacco, non ci è dato facilmente sapere chi sia il deus ex machina dei loro discorsi che, per quanto condivisibili o meno, possiedono comunque il potere di influenzare le masse.
Nell’impossibilità di svelare con precisione nomi e cognomi, ciò che almeno possiamo portare alla luce è la figura al centro di tutto questo processo, quella che una felice ed usatissima espressione anglosassone definisce “spin doctor”, letteralmente il dottore (inteso come esperto) dei colpi ad effetto (dicitura mutuata dal tennis). Lo spin doctor è, dunque, un esperto di comunicazione che, sfruttando e mescolando le sue conoscenze in questo campo, come in quello della psicologia delle masse, riesce a costruire specifiche strategie d’immagine e mediatiche tese ad orientare ed influenzare l’opinione pubblica su un determinato personaggio, molto spesso politico. Se pensate che questa figura nasca solo recentemente, per via dell’attuale e sempre più forte necessità non solo del mondo della politica, ma anche della pubblicità, dell’industria ed in generale dei mass media di condizionare e dirigere il pensiero delle folle siete fuori strada.
Il primo spin doctor che la storia possa registrare nasce, infatti, nel 1891 e risponde al nome di Edward Bernays. Noto più per la sua parentela con il celeberrimo Sigmund Freud (Edward ne è il nipote), Bernays è invece da annoverare tra i personaggi più influenti del XX secolo, proprio per essere stato il pioniere della manipolazione dell’opinione pubblica, grazie ad una efficacissima combinazione delle teorie del sociologo francese Gustave Le Bon (autore di Psicologia delle folle) e gli insegnamenti dello zio.
Nato a Vienna da una famiglia di origini ebraiche, si trasferisce in America poco dopo. Qui, per via di pressioni paterne, studia agricoltura ed ottiene la laurea nel 1912. Disinteressato a questo mondo, intraprende la carriera di giornalista dove ha subito modo di esprimere il suo talento di comunicatore ed influencer, diffondendo dalle colonne di una rivista medica un’opera teatrale che trattava di un argomento scabroso per l’epoca, la sifilide. Bernays affina ulteriormente le sue doti nel mondo dello spettacolo, occupandosi di pubblicizzare una compagnia di danzatori russi con metodi innovativi per l’epoca (opuscoli riguardanti il corpo di ballo, informazioni biografiche, foto, accordi commerciali con aziende americane per produrre gadget ispirati alla compagnia), prima di compiere il definitivo salto di qualità con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. A quell’epoca, il nostro aveva ottenuto una certa fama grazie alla sua capacità di creare un contatto diretto e condizionante sul pubblico presso cui si rivolgeva. Avendo compreso che l’ingresso nel conflitto aveva suscitato molte perplessità nell’opinione pubblica, il Presidente Wilson decide di istituire il Committee on Public Information con il fine di convincere i cittadini che l’ingresso in guerra è cosa giusta. Il comitato è composto da giornalisti, ministri, pubblicitari e naturalmente anche da Bernays. Il frutto di questo lavorio è la diffusione capillare di comunicati stampa, documenti propagandistici, film anti-tedeschi, immagini e poster tra cui il famosissimo “I want you” dello Zio Sam. L’isteria collettiva indotta nella popolazione provoca la costituzione di associazioni patriottiche “spontanee” ed un odio inusitato verso la Germania ed in generale verso i Paesi avversi all’Intesa.


L’idea fondamentale alla base della strategia comunicativa elaborata da Bernays e dal suo entourage è quella per cui l’America non entrava in guerra per ristabilire i vecchi imperi, ma per portare la democrazia in tutta l’Europa. Uno degli slogan più battuti era, infatti, “fare del mondo una democrazia più sicura”. Allora come oggi, sembra che nulla sia cambiato…
In ogni caso, la combinazione tra la vittoria sul campo ed il successo della propaganda organizzata dal Committee rendono Wilson un eroe, un liberatore del popolo e Bernays un efficace manipolatore delle coscienze, abile istigatore delle folle, capace di orientarne sentimenti e paure. Al termine del conflitto, egli si pone il problema di come applicare quanto appreso fino ad allora in un contesto post-bellico. Consapevole della trasformazione della società statunitense in un conglomerato di individui molto spesso ammassato nelle città e dunque più incline a soddisfare bisogni consumistici, Bernays decide di studiarne più in profondità esigenze ed aspettative, supportato anche dalla lettura dell’opera dello zio, Introduzione alla psicoanalisi. Evocare l’emozione irrazionale della gente diventa, quindi, il fulcro fondamentale della sua ricerca. La strada intrapresa dallo spin doctor non poteva che incrociare quella delle grandi corporation americane, arricchite dall’economia di guerra, ma adesso preoccupate di vedere invenduta la grande quantità di beni prodotta in un contesto di pace.
La parola chiave che muoveva i consumi dell’epoca era “necessità”. La grande massa dei consumatori acquistava solo sulla base di precise e semplici necessità legate al quotidiano e la pubblicità stessa rafforzava questo tipo di impostazione. Ma la sovraproduzione di beni delle grandi aziende non poteva più limitarsi a queste piccole esigenze. Ispirato dall’intuizione di un banchiere della Lehman Brothers, Paul Mazur, secondo cui bisognava trasformare “l’America da essere una cultura dei bisogni, ad essere una cultura dei desideri”, Bernays si mette al servizio delle imprese statunitensi per affascinare, influenzare ed infine condizionare i gusti e le scelte del popolo in fatto di acquisti.
Negli anni Venti, con l’innovativo appellativo di “consulente in relazioni pubbliche”, Edward comincia ad applicare tecniche di persuasione di massa al fine di creare un nuovo tipo umano: il consumatore. Per fare questo, utilizza non solo le classiche forme di sponsorizzazione attraverso giornali, riviste, inserzioni, ma sfrutta anche il potente mezzo cinematografico inserendo pubblicità occulte nei film e facendo indossare alle star di quel mondo vestiti, gioielli, prodotti di aziende per cui lui lavora. L’azione di Bernays è così efficace che la stampa dell’epoca è costretta ad ammettere che non solo i singoli individui, ma persino il sistema democratico del Paese ha subito un’evoluzione che prende il nome di “consumismo”, dato che il cittadino americano non ha più importanza in quanto tale, ma in quanto appunto consumatore.
La portata del lavoro di Bernays travalica ormai i meri confini del commercio, dell’industria e dell’influenza sugli acquisti ed abbraccia in tutto e per tutto la politica. Nel 1928, esce il suo libro più famoso: Propaganda. Qui viene esposta la sua particolare concezione di democrazia ed il complesso rapporto tra essa e le folle, come queste ultime possono essere orientate al fine di mantenere saldo lo status quo. Bernays vede di buon occhio la democrazia, ma nel contempo non ripone fiducia nel cosiddetto uomo della strada, incapace di elaborare opinioni corrette e dunque bisognoso di essere guidato dall’alto per evitare scelte politiche errate o sconvenienti. Egli è convinto, dunque, che una manipolazione consapevole ed intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse, svolge un ruolo importante in una società democratica: “Se vogliamo capire il meccanismo e le motivazioni della mente di gruppo, non è forse possibile controllare le masse secondo la nostra volontà, a loro insaputa? La recente pratica di propaganda ha dimostrato che è possibile, almeno fino a un certo punto ed entro certi limiti”.
Naturalmente, in una logica di controllo del potere – soprattutto di stampo politico – avere tra le mani questo strumento sociale significa automaticamente essere in possesso di una forza quasi invisibile capace di dominare un’intera nazione: “Coloro che hanno in mano questo meccanismo […] costituiscono […] il vero potere esecutivo del paese. Noi siamo dominati, la nostra mente plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. […] Sono loro che manovrano i fili…”.
Ad un solo anno dalla pubblicazione del suo testo fondamentale, Bernays ha modo di applicare le sue teorie ancora una volta con successo. Negli anni Venti il vizio del fumo, pur essendosi diffuso in maniera capillare tra i cittadini, è considerato tabù per le donne, soprattutto se viste fumare in pubblico. Per conquistare anche questa importante fetta di mercato, il presidente dell’American Tobacco Company, George Hill, si rivolge allo spin doctor. Dopo aver studiato il significato simbolico della sigaretta per l’universo femminile (sigaretta come pene, dunque potere maschile, quindi fumare equivale a sfidare il potere maschile), Bernays architetta un piano per dare seguito alle ambizioni di vendita del suo cliente. Durante la tradizionale parata di Pasqua a Broadway, un gruppo di femministe doveva nascondere sotto la gonna delle sigarette che ad un momento convenuto avrebbero dovuto accendere con fare plateale. Ovviamente, la stampa era stata allertata al fine di dare alla manifestazione un elevato grado di eco mediatica e scandalistica, visti i costumi dell’epoca. Inoltre, Bernays aveva specificato agli organi di informazione che quella a cui avrebbero assistito era la protesta delle “Torce della Libertà”. Espressione studiata sagacemente per evocare il simbolo americano per eccellenza, la statua della Libertà ed insieme identificare la battaglia di emancipazione femminista come lotta di liberazione e rivolta contro il potere maschile dominante.
Questo episodio dimostra quanto certe manifestazioni o movimenti “rivoluzionari”animati da gruppi che si professano “spontanei”, agenti dal basso, siano in realtà facilmente manipolati da quelle stesse élite contro cui pensano di battersi. La realtà odierna offre numerosi esempi di quanto veniamo dicendo: è una dinamica, quindi, che affonda le radici nel Novecento, ma evidentemente la storia non insegna nulla.
Negli anni della crisi di Wall Street e del New Deal, Bernays si schiera contro Roosevelt ed a favore delle grandi corporations che osteggiano la politica economica interventista del Presidente. Un maggiore controllo dello Stato sul mercato impedisce alle strategie comunicative elaborate dallo spin doctor di propagarsi liberamente. Per i grandi industriali l’unione tra democrazia americana e capitalismo sfrenato non deve essere messa in crisi. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale pone fine a questa diatriba a favore dei grandi interessi capitalistici e Bernays può continuare imperterrito la sua attività di PR presso la Philco, azienda di elettrodomestici, presso la quale promuove un nuovo modello di radio dalle alte prestazioni sonore.
Dopo la fine del conflitto, lo spin doctor acquisisce una fama nazionale indiscussa e con le sue potenti ed affinate conoscenze in materia di condizionamento delle masse collabora con i più alti gradi istituzionali della politica statunitense, come nel caso del rovesciamento del governo del Guatemala di Jacob Arbenz Guzman. Nel 1953, infatti, questo colonnello viene eletto primo ministro con un programma di restituzione al popolo di quasi tutte le piantagioni di banane possedute dalla compagnia americana “United Fruit Company” (l’attuale Chiquita Brands International). Di conseguenza, la potente corporation ingaggia Bernays per sbarazzarsi dello scomodo ufficiale. Pur essendo semplicemente un socialdemocratico senza alcun legame con la Russia, Guzman viene spacciato negli USA come comunista, aizzando negli americani la paura del pericolo sovietico alle porte di casa. Attraverso un organo di stampa creato ad hoc, fintamente indipendente, Bernays diffonde nel proprio Paese l’idea che il colonnello sia una semplice marionetta nelle mani dei comunisti, manovrata per attaccare da pochi passi gli Stati Uniti. Creato il clima psico-sociale adatto per un “regime change”, non rimane che rovesciare il governo di Guzman utilizzando elementi della CIA sotto copertura per creare ed armare un esercito di “ribelli”, con alla testa un ufficiale locale, tale Carlos Castillo Armas, per conferire all’operazione un carattere spontaneistico interno. Inutile dire che nel 1954, dopo solo un anno al potere, Guzman è costretto a lasciare il Guatemala e la “United Fruit Company” può ritornare a fare affari in uno stato non sovrano.
Confortato dal successo di questa operazione, all’apice della sua carriera Bernays formula il concetto di ”ignegneria del consenso”, concetto tutt’oggi utilizzato ed adattato da moltissimi esperti di comunicazione e manipolazione delle masse con l’odierna espressione “fabbrica del consenso”. Bernays muore all’età di 103 anni, nel 1995.
E’ molto facile intuire come l’eredità di questo ultracentenario ed infaticabile affabulatore di folle, sia sul piano prettamente politico sia su quello del condizionamento ed indirizzamento dei gusti e dei bisogni commerciali dei cittadini sia di grande attualità. I suoi discepoli, noti e meno conosciuti, che agiscano nell’ombra o si manifestino apertamente sotto gli occhi dell’opinione pubblica, prendono spunto a piene mani dalle opere e dalle attività del loro mentore, affinando ancor di più – se possibile – le tecniche di penetrazione mentale e delle coscienze. E nell’era di internet, quella che secondo gli entusiasti porterà gli individui ad un grado di consapevolezza mai raggiunto nel passato, si ha l’impressione, invece, che il “popolo bue” sia ancor più penetrabile e manipolabile. Forse, neanche Bernays si capaciterebbe dei “grandiosi” risultati ottenuti oggi dai suoi esperimenti di ingegneria sociale…

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BUONE NOTIZIE…SONO MORTALI.

di Marcello D’Addabbo

Lo scorso 20 marzo è deceduto David Rockefeller, 101 anni, anagraficamente l’ultimo capoclan di una dinastia che si è posta insieme a poche altre in Occidente ai vertici di tutto il potere possibile, finanziario e politico prima di tutto, militare culturale e sociale per diretta conseguenza. Stiamo parlando di uno del club degli imperatori, il famoso 1%, i padroni dell’universo li ha chiamati Giulietto Chiesa, l’élite che assume decisioni in ordine ai grandi eventi del nostro tempo, guerre comprese ovviamente, al fine di garantire la propria continuità sul trono. In 101 anni di vita David si è “limitato” a fondare la Commissione Trilaterale e il Gruppo Bilderberg, restando abilmente dietro le quinte insieme agli altri sodali “illuminati” nella sala di comando delle istituzioni pubbliche, mentre i Kissinger i Brzezinski e i Soros eseguivano. Qui si parla del potere vero e non di quello rappresentato dai maggiordomi politici, la cui transitorietà è stata pensata proprio da queste oligarchie per non trovare ostacoli nei governi eletti (cinque anni massimo di mandato e poi a casa, dovessero i meri custodi dei palazzi rivendicare più di ciò che il padrone concede loro!). Tali rapporti gerarchici si evincono in modo cristallino dagli scarni e felpati comunicati funebri emessi il triste giorno dalla grande stampa, Corriere e Repubblica in Italia, carichi del timor di dio. Per la morte di Rockefeller si riportava un elenco quasi bambinesco di tappe conseguite dall’ormai defunto nel mondo finanziario, posizione sociale, patrimonio calcolato, amicizie, il ruolo di guida nella sua Chase Manhattan Bank e l’immancabile attributo di “filantropo” di cui questi benefattori dell’umanità da sempre godono per i miliardi che scuciono – la liquidità non è un problema se ne controlli l’emissione da mezzo secolo – in opere di beneficienza esentasse, elargizioni finalizzate a controbilanciare l’orrore che da sempre li circonda. Un telegramma benevolo, insomma, di commiato da tutto il mainstream. Eccolo là il regime, se qualcuno per caso avesse perso l’abitudine di individuarne lo zampino. Era evidente allo stesso modo al tempo in cui la stampa italiana e i giornaloni parlavano dell’”Avvocato”, esaltandone in continuazione come un mantra lo stile, distraendo le plebi con il particolare dell’orologio sul polsino, e nascondendo i contorni di tresche con minorenni, cocaina, drenaggio di denaro mafioso nell’azienda di famiglia, abuso di contributi statali, enorme influenza sulle scelte dei governi e leggi compiacenti – circostanze che sarebbero state, all’opposto e in altri tempi, scandagliate e poste sotto un’impietosa pubblica lente d’ingrandimento in casa di Berlusconi, questo parvenu incontrollabile con ambizioni sovraniste a corrente alternata, cui andava precluso per sempre il potere. Non è un mistero che l’epilogo della parabola politica di Berlusconi sia coincisa con l’esaurirsi della pazienza nei suoi confronti da parte del ramo europeo di queste oligarchie, fino ai piani inferiori della catena di comando con i Soros e il nostro immarcescibile capo-condomino, Carlo De Benedetti con la sua legione di Mordor di giornalisti del Gruppo l’Espresso – Repubblica. La colpa principale di Berlusconi agli occhi dei banchieri illuminati, lo sappiamo, ha un nome: si chiama Vladimir Putin, l’arcinemico che vive costantemente sotto il loro attacco. Probabilmente anche l’eccessivo accanimento della magistratura contro il giornalista Augusto Minzolini nasce dal suo azzardo, in qualità di direttore del Tg1, di mandare in onda per lo speciale Tg1 in seconda serata un lungo e oggi introvabile documentario su Ezra Pound e la lotta contro l’usurocrazia bancaria, nel quale si citavano i Rothschild (stesso pedigree del defunto) e il modo in cui questi hanno strangolato i popoli con la manipolazione dei tassi di interesse. Si parlava delle banche d’affari americane e inglesi, della funzione spogliatrice delle medesime a danno dei governi democratici, ruolo operato, aggiungiamo noi, da agenti consapevoli di questi banchieri illuminati (Andreatta e Ciampi in Italia, ndr). Era troppo per Rai 1 dove, si sa, certi contenuti non erano mai stati divulgati. Per una notte quella rete somigliò ad un portale di controinformazione. Non devono avergliela perdonata, al Minzo.

Certo i tempi ormai sono cambiati, parlare di associazioni eversive come la Commissione Trilaterale ed il gruppo Bilderberg anni fa era considerato un delirio complottista mentre oggi non fa più scandalo. In parte ciò è dovuto all’infaticabile lavoro della controinformazione che ha rivelato alla massa, via web, la funzione storica delle grandi famiglie del capitalismo occidentale, riprendendo temi cari a Pound, Sombart ma anche Pareto e lo stesso Marx. C’è tanto di quel materiale sul web che ormai è impossibile nonché inutile chiudere improvvisamente la stalla – e i siti internet – al termine del dilagare della mandria di informazioni incontrollate per tutta la pianura informatizzata. Quanto il defunto David Rockefeller fosse a conoscenza del “pericolo internet” lo apprendiamo per bocca del suo cane da guardia Zbigniew Brzezinski, insieme al primo il fondatore materiale della Commissione Trilaterale e attentissimo osservatore degli eventi che possono ostacolare il Nuovo Ordine Mondiale immaginato dai Rockefeller. Anni fa questa vecchia volpe lanciò l’allarme parlando di un pericoloso (per loro) risveglio politico globale: “la popolazione del mondo sta sperimentando un risveglio politico senza precedenti per portata ed intensità, con il risultato che le politiche di populismo si stanno trasformando in politiche di potere. Per la prima volta nella storia quasi tutta l’umanità è politicamente attivata, politicamente consapevole e politicamente interattiva. L’attivismo globale sta generando un incremento tumultuoso in relazione agli aspetti culturali e alle opportunità economiche, in un mondo segnato dalle memorie della dominazione colonialista ed imperialista. I Popoli sono acutamente consapevoli dell’ingiustizia sociale ad un grado senza precedenti e spesso gonfi di risentimento in quanto percettori della loro insufficiente dignità politica”. Era il 2010 e il populismo non aveva ancora fatto sentire tutta la sua carica innovativa, ma Brzezinski, e dietro di lui Rockefeller, già ne vedevano chiaramente i presupposti. Sentivano la marea montante contro di loro e cercavano il modo di deviarla. Non è facile comprendere le mosse di quel mondo ma può darsi che l’elogio pubblico rivolto proprio a Rockefeller dal Presidente Mattarella in occasione dell’inaugurazione al Quirinale della sessione romana della Trilaterale in aprile 2016 non sia proprio un segno di forza, come ritengono alcuni attivisti del web. Se coloro i quali hanno sempre rifuggito notorietà e telecamere riunendosi solitamente in gran segreto, oggi, fatto inedito e inaudito, affidano l’apertura dei lavori del loro salotto al Presidente della Repubblica Italiana – hanno pensato in molti  – vuol dire che essi non hanno più nulla da temere dal popolo che massacrano e sfruttano. Eppure un’altra lettura potrebbe essere presa in considerazione, ovvero che la notorietà ormai, a causa di internet, non la si può più evitare –  dato che persino le librerie scoppiano di testi sui piani e partecipanti a queste riunioni (non più) occulte – tanto vale allora cavalcarla! Da qui l’inedita esposizione mediatica, mossa che ha anche la funzione di spiazzare le teorie del complotto togliendogli di mano l’arma della presunta, a questo punto, segretezza di Bilderberg e Trilateral. Nel primo decennio del secolo il Pentagono ha annunciato che la terza guerra mondiale si sarebbe combattuta su internet come guerra d’informazione. A seguito di questo proclama sono stati stanziati miliardi di dollari per la contro-propaganda in tutti i paesi occidentali e non, sguinzagliando migliaia di cosiddetti “troll” nei social network con profili falsi. Pagati per aggredire la controinformazione, facilmente individuabili per l’aggressività delle loro pretestuose polemiche e inefficaci a frenare la marea di internauti abituati a reagire scrivendo, diversamente dalla generazione che ha subito la passività cui ti costringe lo strumento televisivo. In queste rappresaglie si scorge la longa manus di quelli che per comodità di prosa e per ragioni storiche definiamo gli illuminati.

Ovviamente ciò che scandalizza non è che il governo dei popoli sia affidato ad oligarchie, consapevolezza che alberga in ogni persona mediamente alfabetizzata che non voti alle primarie del Pd, non legga La Repubblica e non abbia Augias, Gramellini e Severgnini come idoli. La storia, insegna Pareto, è “cimitero di aristocrazie” e ciò che continuiamo a definire democrazia è soltanto il “migliore involucro legittimante del grande capitale” per dirla con Marx, scelto appositamente proprio da costoro per farci distrarre in chiacchiere parlamentari mentre tali poteri non eletti spadroneggiano come pirati in acque imbelli. Come al tempo dei Medici, degli Sforza e dei da Montefeltro, questa gente che vive immersa nel potere acquisendo, pertanto, una percezione della realtà radicalmente diversa da quella dei governati, da sempre tiene particolarmente a curare ed alimentare la propria aura di onnipotenza, di eternità e di timore. Così, oltre alla censura che vige da sempre nella stampa ufficiale sui loro nomi (Mieli e altri direttori dei grandi giornali sembrano non aver mai “notato” la loro influenza pubblicamente), ci sono dall’altra parte i siti internet ultra-complottisti che vogliono convincerci che abbiamo a che fare con una razza aliena – lo sono in effetti ma in senso antropologico e culturale – la genia figlia di qualche covata di extraterrestri sopraggiunti ere geologiche fa…e via fantasticando. E’ la tesi fiabesca di David Icke sui famosi “rettiliani”, che si pone tra X Files e i romanzi di Wells. Di fatto per vent’anni questo individuo, la cui missione è sputtanare letteralmente ogni autorevolezza delle fonti non ufficiali di informazione, ha imperversato sul web dando forma ad ogni sorta di incubo umano in relazione al potere dei banchieri – dei quali alla fine risulta essere il miglior alleato. Grazie a lui migliaia di internauti, per lo più americani – le province Usa infatti sono da sempre credulonandia soprattutto se si parla di Ufo – hanno creduto nei superpoteri degli illuminati, tra i quali troneggiava ovviamente anche il vecchio Rockefeller, e nella sostanziale onnipotenza di questi sulle masse che condizionerebbero in base a non ben precisate “influenze psichiche”. Influenze che questa razza di semidei alieni travestiti da umani possiederebbero come dote naturale esercitata per mantenerci schiavi. Questi complottisti paranoici prezzolati sono i Piero della Francesca di questo tempo, che con meno talento dei loro predecessori costruiscono al pari dei primi immagini iconiche, oleografiche del potere.

Ora, si può anche ammettere che il Nuovo Ordine Mondiale immaginato dal Bilderberg venga realizzato a scapito delle masse e per farlo digerire ai governati questi super banchieri manipolino costantemente la coscienza collettiva, ma ciò è avvenuto, e dall’ultimo dopoguerra avviene costantemente, sul piano dell’influenza mediatica, della cultura, dello spettacolo e persino dell’arte contemporanea, ambiti sui quali l’influenza di una certa intelligence è scontata. Non c’è bisogno di scomodare lucertole dotate di poteri ipnotici. Chi lo fa è certamente in mala fede e desidera che tutta l’informazione libera venga associata a questo complottismo delirante e pertanto facilmente neutralizzata per conclamato deficit di lucidità mentale.. Una “reductio ad Ickeum” figlia della “reductio ad Hitlerum” che il sistema ha impeccabilmente applicato per inibire l’insorgere di ogni identitarismo (associandolo in quel caso ad un tentativo di ritorno al Terzo Reich). Inoltre postulando che gli Illuminati siano invincibili in quanto dotati di influenze superiori si deprime ogni velleità rivoluzionaria e ogni tentativo politico di contrasto alle decisioni del potere in carica sembra destinato al fallimento a meno che non ci si doti della kriptonite. Se poi si osservano con animo sgombro da pregiudizi le immagini che ritraggono in foto i dignitari di queste grandi famiglie del mondo finanziario occidentale è facile credere che siano rettiliani. Considerando ciò che normalmente si attribuisce alle reverende personalità di costoro cioè un insieme ininterrotto di cospirazioni, guerre, stragi, terrorismo, colpi di Stato, manovre politiche e strangolamenti monetari, viene ancora più facile credere che tali affamatori di popoli non abbiano origine terrestre.

Si delinea un enorme affresco nel quale realtà e oleografie apocalittiche si mescolano disorientando i cercatori di verità, inquinando le menti potenzialmente lucide di chi legittimamente, non fidandosi del mainstream, cerca di capire in quale diavolo di mondo ha avuto il destino di nascere, chi lo comanda e in nome di cosa. A costoro ci sentiamo di offrire un umile consiglio, poiché – complottismo o no – tutti sappiamo che Monsanto ed Exxon Mobil, tanto per citare un paio di colossi industriali-finanziari riconducibili alla micidiale stirpe della buonanima, sono state e sono tutt’ora delle macchine di sterminio per intere nazioni – si veda la storia recente di Africa e America Latina, costellata da colpi di mano paramilitari, guerre civili, pulizie etniche, povertà indotta da speculazioni – nonché strumento di enorme influenza su governi, leggi e istituzioni pubbliche occidentali. La buona notizia è che sono mortali e il consiglio è di prenderne atto. Le élite nascono e muoiono e costoro non sfuggono al triste destino che Esiodo poneva a carico degli uomini dell’Età del Ferro, con buona pace della mitologia hollywoodiana che li vuole iper-longevi in quanto già clonati e dotati di organi di ricambio per ogni evenienza – magari custoditi da medici compiacenti in qualche caveau di una fondazione scientifica da essi finanziata. Moriranno tutti invece, anche lo speculatore George Soros e Lord Jacob Rothschild (forse prima di Putin che quest’ultimo cerca da anni di fare fuori). Sono quasi tutti over 80, con eredi dissociati e cocainomani alla Lapo Elkann e nessuno in grado di continuarne l’opera, nel mondo creato dalle rivoluzioni finanziate e dirette dai loro antenati. Un mondo che oggi sotto tutti i punti di vista sta andando decisamente a rotoli. La macchina globale che hanno costruito è da tempo sfuggita al loro controllo, innescando l’ovvia reazione a catena di processi autodistruttivi che offre il suo osceno spettacolo già da qualche decennio. L’11 settembre ha rappresentato un geniale e criminale tentativo di rimettere il genio nella lampada e tornare a governare le dinamiche collettive mediante finte contrapposizioni che mobilitino masse al suono di un’ossessiva propaganda. Sappiamo che non tutti in quella fase concordavano con chi ha deciso la svolta all’interno dell’oligarchia criminale guidata, tra gli altri, anche da Rockefeller. Si è rivelata un clamoroso flop da milioni di morti, ritardando solo di pochi anni il declino americano. Oggi cercano di prendere il controllo dell’amministrazione Trump e l’impressione di goffaggine che stanno dando le piroette in cui la Casa Bianca si sta esercitando tradisce forse il vuoto lasciato anche dal vecchio Rockefeller, uno che aveva creato Pinochet e ci sapeva fare. Così come il ramo francese della dinastia di banchieri che governa più di altre in Europa (Rothschild) ha dovuto calare la carta Macron per impedire che il crollo dei partiti tradizionali – la caduta dell’involucro legittimante denuda il potere – porti al governo gli incontrollabili leader populisti. L’economia reale non produce più profitto, non viene distribuita più ricchezza come nei favolosi anni della cornucopia consumista e a pancia vuota – e senza la classe media a fare da filtro – la massa inizia ad insorgere e ad informarsi mentre questi ottuagenari geni della truffa iniziano anche loro a schiattare. Si sente ormai l’approssimarsi della fine di un ciclo e il vuoto lasciato dalla fine dell’”era dei Rockefeller” verrà riempito da quel risveglio mondiale che tanto essi temono.

AMERICAN HORROR STORY

di Leonardo Petrocelli

Hillary Clinton sta male: lo sapevamo da mesi, nonostante lo sforzo dei media mainstream di oscurare la notizia, mettendo tappe qua e là. C’ha provato anche lei, twittando di essere rock solid steadiness, cioè solida come una roccia, dopo aver infilato l’improbabile trittico “allergia di stagione, colpo di sole, polmonite”. Bugie di cristallo, in frantumi dopo un attimo. Un pertinente avvertimento era giunto settimane fa dal sito Zero Hedge, poi ripreso da Maurizio Blondet, che evidenziava la presenza di un grosso omone, il dottor Oludotun Okunola, perennemente caracollante al fianco della candidata con in mano un iniettore di Diazepam (Valium), pronto all’evenienza. Per tacere del documentato ictus del 2013 sul quale calò subito un velo di ottimistico silenzio.

Di fatto, la Clinton non sostiene una conferenza stampa da oltre 270 giorni e i suoi comizi sono sempre intercalati da invalidanti e ripetuti attacchi di tosse. Il web, sulla faccenda, si è scatenato. C’è chi sostiene che soffra di gravi problemi neurologici, Parkinson in testa; c’è chi tira in ballo gli occhiali Fresnel a lenti doppie che la ex first lady indosserebbe per contenere i danni cerebrali dovuti ad un forte colpo alla testa, subito in seguito ad una brutta caduta; poi c’è l’evergreen della sifilide, contratta dall’allegro consorte, e la storia delle due-tre sosia che si alternerebbero nel sostituirla mentre lei agonizza in un letto, lontana dalle telecamere. Qualcuno, infine, non rinuncia a voler desumere la natura del suo male dalle smorfie deliranti in cui la Clinton si produce regolarmente, ma questo aspetto ci sentiremmo di minimizzarlo. Le fa anche Trump ed è un male già diagnosticato per cui non ci sono terapie: si tratta di demenza americana.

Ipotesi a parte, tutti però concordano su un punto: il problema per lei, anzi, per Loro, è serio. Ma ne siamo sicuri? Questa improvvisa esplosione mediatica che già sbatte la Clinton al tappeto non potrebbe giungere, infatti, in un momento più opportuno: in un recente sondaggio della Cnn/Orc (fatto uscire ad arte?), la democratica è tre punti dietro Trump e sulla sua testa sta per calare la bomba di Assange, quella definitiva, la bombshell di ottobre, la rivelazione delle rivelazioni che potrebbe affossarla una volta per tutte, se non proprio farle rischiare la galera. Insomma, la candidata che deve vincere, sta perdendo. E, allora, giunge propizia la possibilità di una pausa di riflessione, di uno spazio inatteso, nella convulsa campagna elettorale, per fermarsi un attimo e fare il punto della situazione. Il problema potrebbe trasformarsi in possibilità ed, almeno, allargare per un istante il ventaglio delle soluzioni.

La prima, più semplice, passata per la testa di molti, sarebbe quella di far fuori Trump e non solo in senso figurato: via l’anomalia, via il dolore. Qualcuno ci sta pensando, seriamente, e ha già intavolato il dibattito su come ci si dovrebbe comportare “se”. Ma perfino i pasticcioni del potere americano – quelli che hanno disseminato la scena dell’11 settembre di prove del complotto – sono stati sfiorati dal dubbio che l’operazione potrebbe trasformarsi in un autogol apocalittico.

E quindi ecco il Piano B, per quanto paradossale possa sembrare: anziché eliminare lui far fuori lei, cogliendo al balzo la palla della malattia e lasciandole un’uscita di scena dignitosa, da eroina vinta da un male oscuro, per sostituirla con qualcuno che potrebbe rianimare la partita e, magari, partecipare perfino a qualche conferenza stampa.

Contro questa tesi, tutta ancora da dimostrare, pesano però i nomi nella lista dei possibili candidati last minute, non propriamente dei giganti. Si spazia dal vicepresidente Joe Biden ai radicali (risate) Elizabeth Warren e Bernie Sanders, su cui torneremo, passando per John Kerry e perfino per la first lady Michelle Obama, la cui elezione ci condannerebbe ad essere mostruosamente appallati dalla retorica della prima-donna-nera-presidente. Speriamo di salvarci. In ogni caso, ci sembra di contemplare una versione squattrinata e molto kitsch di House of Cards con il rischio, per soprammercato, di un finale molto deludente. Qualora nessuno di tali affermati statisti dovesse risultare convincente, infatti, ci sarebbe la soluzione di ripiego: la Clinton che resiste fino alla fine, gettando il cuore (ad averlo…) oltre l’ostacolo, per passare poi la mano al suo vice, Timothy Michael Kaine, esperto senatore della Virginia, cattolico, sostenitore accanito del Ttip nonché amico di Alexander Soros, figlio di George. Da quelle parti, come si sa, non se ne salva uno.

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Alex Soros con Hillary e Tim Kaine

Ci siamo riservati di ventilare anche quest’ultima ipotesi – tutt’altro che peregrina – perché, nonostante la sua andatura da anatra zoppa e forse perdente, la Clinton è e rimane quasi insostituibile. A suo modo, lei è stata una fuoriclasse della politica americana, l’unica capace di superare la dicotomia bipolare dem-neocon per arrogare a sé tutti i desiderata del potere: da un lato quelli anti-russi, internazionalisti e finanziari dell’universo democratico, dall’altro quelli del nazionalismo territoriale israeliano dell’ala neoconservatrice. È la tempesta perfetta, la guerra dei (due) mondi contro il Mondo.

D’altronde, lo si capiva già dai generosi finanziatori della sua campagna elettorale, per oltre il 20% “innaffiata” dai sauditi. Da cui le dichiarazioni sul conflitto siriano (“la Casa Bianca può allentare la tensione che si è creata con Israele sull’Iran, solo facendo la cosa giusta in Siria”, cioè eliminare Assad) e sullo stesso Iran che lei, mesi fa, ha promesso di bombardare “entro i prossimi dieci anni” di fronte all’estasiato e plaudente pubblico del Dartmouth College nel New Hampshire. E memori del precedente libico saremmo tentati di prenderla sul serio. Soldi ben spesi, dunque, quelli di Riad che però non è l’unico generoso donatore. Completano la lista anche Kuwait, Qatar, Brunei, Oman e quella Norvegia che – fra centri studi olocaustici e premi Nobel per la Pace assegnati ai soliti immacolati (Obama, Ue, Opac) – si qualifica, ancora una volta, come una delle tante fogne a cielo aperto della vecchia Europa. Ci siamo dimenticati qualcuno? Sì, perché attraverso lo sgangherato Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, anche il governo italiota stacca annualmente alla Clinton Foundation un assegno compreso tra gli 89mila e i 222mila euro sotto forma di “sovvenzioni governative”. L’Italia finanzia la Clinton. Ovviamente con l’elargizione più sfigata della compagnia, migliore solo di quella della piccola Giamaica, ma tant’è, renzianamente, conta solo esserci.

Se questo è il versante geopolitico, non migliore è quello finanziario, irrorato dalla pecunia della Goldman Sachs dell’amico Lloyd Blankfein (accanto al quale la Clinton si è presentata spesso), dal solito Soros (padre) ed Haim e Cheryl Saban, le cui identità profonde sono lasciate alla vostra immaginazione. E poiché le disgrazie non vengono mai sole c’è poi un terzo filone da indagare che altro non è se non quella simpatica compagine che sta sempre dalla parte sbagliata: sindacati dei lavoratori, ambientalisti, femministe, gruppi LGBT+ (ora si scrive così, non chiedetemi perché) e quel che resta di Occupy. È il lascito del prode Bernie Sanders, scappato a godersi la pensione dopo l’endorsement a Hillary e dopo aver reso colto omaggio a Spengler e alla sua massima sulla sinistra che fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo (ma non è questo il caso). Ora, grazie a lui, nell’esercito della Clinton, l’un con l’altro abbracciati, figurano Wall Street e Occupy Wall Street, i sauditi oscurantisti e le femministe, la finanza e i sindacati, i guerrafondai con i cannoni e i pacifisti con i fiori da mettere nei cannoni, ma solo dopo che avranno sparato contro Assad, Putin e l’Iran. La tempesta perfetta, appunto, un capolavoro dell’orrore che, però, non riesce a stare in piedi per più di un’ora. Nonostante da quelle parti continuino a twittare di essere rock solid steadiness.