BUONE NOTIZIE…SONO MORTALI.

di Marcello D’Addabbo

Lo scorso 20 marzo è deceduto David Rockefeller, 101 anni, anagraficamente l’ultimo capoclan di una dinastia che si è posta insieme a poche altre in Occidente ai vertici di tutto il potere possibile, finanziario e politico prima di tutto, militare culturale e sociale per diretta conseguenza. Stiamo parlando di uno del club degli imperatori, il famoso 1%, i padroni dell’universo li ha chiamati Giulietto Chiesa, l’élite che assume decisioni in ordine ai grandi eventi del nostro tempo, guerre comprese ovviamente, al fine di garantire la propria continuità sul trono. In 101 anni di vita David si è “limitato” a fondare la Commissione Trilaterale e il Gruppo Bilderberg, restando abilmente dietro le quinte insieme agli altri sodali “illuminati” nella sala di comando delle istituzioni pubbliche, mentre i Kissinger i Brzezinski e i Soros eseguivano. Qui si parla del potere vero e non di quello rappresentato dai maggiordomi politici, la cui transitorietà è stata pensata proprio da queste oligarchie per non trovare ostacoli nei governi eletti (cinque anni massimo di mandato e poi a casa, dovessero i meri custodi dei palazzi rivendicare più di ciò che il padrone concede loro!). Tali rapporti gerarchici si evincono in modo cristallino dagli scarni e felpati comunicati funebri emessi il triste giorno dalla grande stampa, Corriere e Repubblica in Italia, carichi del timor di dio. Per la morte di Rockefeller si riportava un elenco quasi bambinesco di tappe conseguite dall’ormai defunto nel mondo finanziario, posizione sociale, patrimonio calcolato, amicizie, il ruolo di guida nella sua Chase Manhattan Bank e l’immancabile attributo di “filantropo” di cui questi benefattori dell’umanità da sempre godono per i miliardi che scuciono – la liquidità non è un problema se ne controlli l’emissione da mezzo secolo – in opere di beneficienza esentasse, elargizioni finalizzate a controbilanciare l’orrore che da sempre li circonda. Un telegramma benevolo, insomma, di commiato da tutto il mainstream. Eccolo là il regime, se qualcuno per caso avesse perso l’abitudine di individuarne lo zampino. Era evidente allo stesso modo al tempo in cui la stampa italiana e i giornaloni parlavano dell’”Avvocato”, esaltandone in continuazione come un mantra lo stile, distraendo le plebi con il particolare dell’orologio sul polsino, e nascondendo i contorni di tresche con minorenni, cocaina, drenaggio di denaro mafioso nell’azienda di famiglia, abuso di contributi statali, enorme influenza sulle scelte dei governi e leggi compiacenti – circostanze che sarebbero state, all’opposto e in altri tempi, scandagliate e poste sotto un’impietosa pubblica lente d’ingrandimento in casa di Berlusconi, questo parvenu incontrollabile con ambizioni sovraniste a corrente alternata, cui andava precluso per sempre il potere. Non è un mistero che l’epilogo della parabola politica di Berlusconi sia coincisa con l’esaurirsi della pazienza nei suoi confronti da parte del ramo europeo di queste oligarchie, fino ai piani inferiori della catena di comando con i Soros e il nostro immarcescibile capo-condomino, Carlo De Benedetti con la sua legione di Mordor di giornalisti del Gruppo l’Espresso – Repubblica. La colpa principale di Berlusconi agli occhi dei banchieri illuminati, lo sappiamo, ha un nome: si chiama Vladimir Putin, l’arcinemico che vive costantemente sotto il loro attacco. Probabilmente anche l’eccessivo accanimento della magistratura contro il giornalista Augusto Minzolini nasce dal suo azzardo, in qualità di direttore del Tg1, di mandare in onda per lo speciale Tg1 in seconda serata un lungo e oggi introvabile documentario su Ezra Pound e la lotta contro l’usurocrazia bancaria, nel quale si citavano i Rothschild (stesso pedigree del defunto) e il modo in cui questi hanno strangolato i popoli con la manipolazione dei tassi di interesse. Si parlava delle banche d’affari americane e inglesi, della funzione spogliatrice delle medesime a danno dei governi democratici, ruolo operato, aggiungiamo noi, da agenti consapevoli di questi banchieri illuminati (Andreatta e Ciampi in Italia, ndr). Era troppo per Rai 1 dove, si sa, certi contenuti non erano mai stati divulgati. Per una notte quella rete somigliò ad un portale di controinformazione. Non devono avergliela perdonata, al Minzo.

Certo i tempi ormai sono cambiati, parlare di associazioni eversive come la Commissione Trilaterale ed il gruppo Bilderberg anni fa era considerato un delirio complottista mentre oggi non fa più scandalo. In parte ciò è dovuto all’infaticabile lavoro della controinformazione che ha rivelato alla massa, via web, la funzione storica delle grandi famiglie del capitalismo occidentale, riprendendo temi cari a Pound, Sombart ma anche Pareto e lo stesso Marx. C’è tanto di quel materiale sul web che ormai è impossibile nonché inutile chiudere improvvisamente la stalla – e i siti internet – al termine del dilagare della mandria di informazioni incontrollate per tutta la pianura informatizzata. Quanto il defunto David Rockefeller fosse a conoscenza del “pericolo internet” lo apprendiamo per bocca del suo cane da guardia Zbigniew Brzezinski, insieme al primo il fondatore materiale della Commissione Trilaterale e attentissimo osservatore degli eventi che possono ostacolare il Nuovo Ordine Mondiale immaginato dai Rockefeller. Anni fa questa vecchia volpe lanciò l’allarme parlando di un pericoloso (per loro) risveglio politico globale: “la popolazione del mondo sta sperimentando un risveglio politico senza precedenti per portata ed intensità, con il risultato che le politiche di populismo si stanno trasformando in politiche di potere. Per la prima volta nella storia quasi tutta l’umanità è politicamente attivata, politicamente consapevole e politicamente interattiva. L’attivismo globale sta generando un incremento tumultuoso in relazione agli aspetti culturali e alle opportunità economiche, in un mondo segnato dalle memorie della dominazione colonialista ed imperialista. I Popoli sono acutamente consapevoli dell’ingiustizia sociale ad un grado senza precedenti e spesso gonfi di risentimento in quanto percettori della loro insufficiente dignità politica”. Era il 2010 e il populismo non aveva ancora fatto sentire tutta la sua carica innovativa, ma Brzezinski, e dietro di lui Rockefeller, già ne vedevano chiaramente i presupposti. Sentivano la marea montante contro di loro e cercavano il modo di deviarla. Non è facile comprendere le mosse di quel mondo ma può darsi che l’elogio pubblico rivolto proprio a Rockefeller dal Presidente Mattarella in occasione dell’inaugurazione al Quirinale della sessione romana della Trilaterale in aprile 2016 non sia proprio un segno di forza, come ritengono alcuni attivisti del web. Se coloro i quali hanno sempre rifuggito notorietà e telecamere riunendosi solitamente in gran segreto, oggi, fatto inedito e inaudito, affidano l’apertura dei lavori del loro salotto al Presidente della Repubblica Italiana – hanno pensato in molti  – vuol dire che essi non hanno più nulla da temere dal popolo che massacrano e sfruttano. Eppure un’altra lettura potrebbe essere presa in considerazione, ovvero che la notorietà ormai, a causa di internet, non la si può più evitare –  dato che persino le librerie scoppiano di testi sui piani e partecipanti a queste riunioni (non più) occulte – tanto vale allora cavalcarla! Da qui l’inedita esposizione mediatica, mossa che ha anche la funzione di spiazzare le teorie del complotto togliendogli di mano l’arma della presunta, a questo punto, segretezza di Bilderberg e Trilateral. Nel primo decennio del secolo il Pentagono ha annunciato che la terza guerra mondiale si sarebbe combattuta su internet come guerra d’informazione. A seguito di questo proclama sono stati stanziati miliardi di dollari per la contro-propaganda in tutti i paesi occidentali e non, sguinzagliando migliaia di cosiddetti “troll” nei social network con profili falsi. Pagati per aggredire la controinformazione, facilmente individuabili per l’aggressività delle loro pretestuose polemiche e inefficaci a frenare la marea di internauti abituati a reagire scrivendo, diversamente dalla generazione che ha subito la passività cui ti costringe lo strumento televisivo. In queste rappresaglie si scorge la longa manus di quelli che per comodità di prosa e per ragioni storiche definiamo gli illuminati.

Ovviamente ciò che scandalizza non è che il governo dei popoli sia affidato ad oligarchie, consapevolezza che alberga in ogni persona mediamente alfabetizzata che non voti alle primarie del Pd, non legga La Repubblica e non abbia Augias, Gramellini e Severgnini come idoli. La storia, insegna Pareto, è “cimitero di aristocrazie” e ciò che continuiamo a definire democrazia è soltanto il “migliore involucro legittimante del grande capitale” per dirla con Marx, scelto appositamente proprio da costoro per farci distrarre in chiacchiere parlamentari mentre tali poteri non eletti spadroneggiano come pirati in acque imbelli. Come al tempo dei Medici, degli Sforza e dei da Montefeltro, questa gente che vive immersa nel potere acquisendo, pertanto, una percezione della realtà radicalmente diversa da quella dei governati, da sempre tiene particolarmente a curare ed alimentare la propria aura di onnipotenza, di eternità e di timore. Così, oltre alla censura che vige da sempre nella stampa ufficiale sui loro nomi (Mieli e altri direttori dei grandi giornali sembrano non aver mai “notato” la loro influenza pubblicamente), ci sono dall’altra parte i siti internet ultra-complottisti che vogliono convincerci che abbiamo a che fare con una razza aliena – lo sono in effetti ma in senso antropologico e culturale – la genia figlia di qualche covata di extraterrestri sopraggiunti ere geologiche fa…e via fantasticando. E’ la tesi fiabesca di David Icke sui famosi “rettiliani”, che si pone tra X Files e i romanzi di Wells. Di fatto per vent’anni questo individuo, la cui missione è sputtanare letteralmente ogni autorevolezza delle fonti non ufficiali di informazione, ha imperversato sul web dando forma ad ogni sorta di incubo umano in relazione al potere dei banchieri – dei quali alla fine risulta essere il miglior alleato. Grazie a lui migliaia di internauti, per lo più americani – le province Usa infatti sono da sempre credulonandia soprattutto se si parla di Ufo – hanno creduto nei superpoteri degli illuminati, tra i quali troneggiava ovviamente anche il vecchio Rockefeller, e nella sostanziale onnipotenza di questi sulle masse che condizionerebbero in base a non ben precisate “influenze psichiche”. Influenze che questa razza di semidei alieni travestiti da umani possiederebbero come dote naturale esercitata per mantenerci schiavi. Questi complottisti paranoici prezzolati sono i Piero della Francesca di questo tempo, che con meno talento dei loro predecessori costruiscono al pari dei primi immagini iconiche, oleografiche del potere.

Ora, si può anche ammettere che il Nuovo Ordine Mondiale immaginato dal Bilderberg venga realizzato a scapito delle masse e per farlo digerire ai governati questi super banchieri manipolino costantemente la coscienza collettiva, ma ciò è avvenuto, e dall’ultimo dopoguerra avviene costantemente, sul piano dell’influenza mediatica, della cultura, dello spettacolo e persino dell’arte contemporanea, ambiti sui quali l’influenza di una certa intelligence è scontata. Non c’è bisogno di scomodare lucertole dotate di poteri ipnotici. Chi lo fa è certamente in mala fede e desidera che tutta l’informazione libera venga associata a questo complottismo delirante e pertanto facilmente neutralizzata per conclamato deficit di lucidità mentale.. Una “reductio ad Ickeum” figlia della “reductio ad Hitlerum” che il sistema ha impeccabilmente applicato per inibire l’insorgere di ogni identitarismo (associandolo in quel caso ad un tentativo di ritorno al Terzo Reich). Inoltre postulando che gli Illuminati siano invincibili in quanto dotati di influenze superiori si deprime ogni velleità rivoluzionaria e ogni tentativo politico di contrasto alle decisioni del potere in carica sembra destinato al fallimento a meno che non ci si doti della kriptonite. Se poi si osservano con animo sgombro da pregiudizi le immagini che ritraggono in foto i dignitari di queste grandi famiglie del mondo finanziario occidentale è facile credere che siano rettiliani. Considerando ciò che normalmente si attribuisce alle reverende personalità di costoro cioè un insieme ininterrotto di cospirazioni, guerre, stragi, terrorismo, colpi di Stato, manovre politiche e strangolamenti monetari, viene ancora più facile credere che tali affamatori di popoli non abbiano origine terrestre.

Si delinea un enorme affresco nel quale realtà e oleografie apocalittiche si mescolano disorientando i cercatori di verità, inquinando le menti potenzialmente lucide di chi legittimamente, non fidandosi del mainstream, cerca di capire in quale diavolo di mondo ha avuto il destino di nascere, chi lo comanda e in nome di cosa. A costoro ci sentiamo di offrire un umile consiglio, poiché – complottismo o no – tutti sappiamo che Monsanto ed Exxon Mobil, tanto per citare un paio di colossi industriali-finanziari riconducibili alla micidiale stirpe della buonanima, sono state e sono tutt’ora delle macchine di sterminio per intere nazioni – si veda la storia recente di Africa e America Latina, costellata da colpi di mano paramilitari, guerre civili, pulizie etniche, povertà indotta da speculazioni – nonché strumento di enorme influenza su governi, leggi e istituzioni pubbliche occidentali. La buona notizia è che sono mortali e il consiglio è di prenderne atto. Le élite nascono e muoiono e costoro non sfuggono al triste destino che Esiodo poneva a carico degli uomini dell’Età del Ferro, con buona pace della mitologia hollywoodiana che li vuole iper-longevi in quanto già clonati e dotati di organi di ricambio per ogni evenienza – magari custoditi da medici compiacenti in qualche caveau di una fondazione scientifica da essi finanziata. Moriranno tutti invece, anche lo speculatore George Soros e Lord Jacob Rothschild (forse prima di Putin che quest’ultimo cerca da anni di fare fuori). Sono quasi tutti over 80, con eredi dissociati e cocainomani alla Lapo Elkann e nessuno in grado di continuarne l’opera, nel mondo creato dalle rivoluzioni finanziate e dirette dai loro antenati. Un mondo che oggi sotto tutti i punti di vista sta andando decisamente a rotoli. La macchina globale che hanno costruito è da tempo sfuggita al loro controllo, innescando l’ovvia reazione a catena di processi autodistruttivi che offre il suo osceno spettacolo già da qualche decennio. L’11 settembre ha rappresentato un geniale e criminale tentativo di rimettere il genio nella lampada e tornare a governare le dinamiche collettive mediante finte contrapposizioni che mobilitino masse al suono di un’ossessiva propaganda. Sappiamo che non tutti in quella fase concordavano con chi ha deciso la svolta all’interno dell’oligarchia criminale guidata, tra gli altri, anche da Rockefeller. Si è rivelata un clamoroso flop da milioni di morti, ritardando solo di pochi anni il declino americano. Oggi cercano di prendere il controllo dell’amministrazione Trump e l’impressione di goffaggine che stanno dando le piroette in cui la Casa Bianca si sta esercitando tradisce forse il vuoto lasciato anche dal vecchio Rockefeller, uno che aveva creato Pinochet e ci sapeva fare. Così come il ramo francese della dinastia di banchieri che governa più di altre in Europa (Rothschild) ha dovuto calare la carta Macron per impedire che il crollo dei partiti tradizionali – la caduta dell’involucro legittimante denuda il potere – porti al governo gli incontrollabili leader populisti. L’economia reale non produce più profitto, non viene distribuita più ricchezza come nei favolosi anni della cornucopia consumista e a pancia vuota – e senza la classe media a fare da filtro – la massa inizia ad insorgere e ad informarsi mentre questi ottuagenari geni della truffa iniziano anche loro a schiattare. Si sente ormai l’approssimarsi della fine di un ciclo e il vuoto lasciato dalla fine dell’”era dei Rockefeller” verrà riempito da quel risveglio mondiale che tanto essi temono.

AMERICAN HORROR STORY

di Leonardo Petrocelli

Hillary Clinton sta male: lo sapevamo da mesi, nonostante lo sforzo dei media mainstream di oscurare la notizia, mettendo tappe qua e là. C’ha provato anche lei, twittando di essere rock solid steadiness, cioè solida come una roccia, dopo aver infilato l’improbabile trittico “allergia di stagione, colpo di sole, polmonite”. Bugie di cristallo, in frantumi dopo un attimo. Un pertinente avvertimento era giunto settimane fa dal sito Zero Hedge, poi ripreso da Maurizio Blondet, che evidenziava la presenza di un grosso omone, il dottor Oludotun Okunola, perennemente caracollante al fianco della candidata con in mano un iniettore di Diazepam (Valium), pronto all’evenienza. Per tacere del documentato ictus del 2013 sul quale calò subito un velo di ottimistico silenzio.

Di fatto, la Clinton non sostiene una conferenza stampa da oltre 270 giorni e i suoi comizi sono sempre intercalati da invalidanti e ripetuti attacchi di tosse. Il web, sulla faccenda, si è scatenato. C’è chi sostiene che soffra di gravi problemi neurologici, Parkinson in testa; c’è chi tira in ballo gli occhiali Fresnel a lenti doppie che la ex first lady indosserebbe per contenere i danni cerebrali dovuti ad un forte colpo alla testa, subito in seguito ad una brutta caduta; poi c’è l’evergreen della sifilide, contratta dall’allegro consorte, e la storia delle due-tre sosia che si alternerebbero nel sostituirla mentre lei agonizza in un letto, lontana dalle telecamere. Qualcuno, infine, non rinuncia a voler desumere la natura del suo male dalle smorfie deliranti in cui la Clinton si produce regolarmente, ma questo aspetto ci sentiremmo di minimizzarlo. Le fa anche Trump ed è un male già diagnosticato per cui non ci sono terapie: si tratta di demenza americana.

Ipotesi a parte, tutti però concordano su un punto: il problema per lei, anzi, per Loro, è serio. Ma ne siamo sicuri? Questa improvvisa esplosione mediatica che già sbatte la Clinton al tappeto non potrebbe giungere, infatti, in un momento più opportuno: in un recente sondaggio della Cnn/Orc (fatto uscire ad arte?), la democratica è tre punti dietro Trump e sulla sua testa sta per calare la bomba di Assange, quella definitiva, la bombshell di ottobre, la rivelazione delle rivelazioni che potrebbe affossarla una volta per tutte, se non proprio farle rischiare la galera. Insomma, la candidata che deve vincere, sta perdendo. E, allora, giunge propizia la possibilità di una pausa di riflessione, di uno spazio inatteso, nella convulsa campagna elettorale, per fermarsi un attimo e fare il punto della situazione. Il problema potrebbe trasformarsi in possibilità ed, almeno, allargare per un istante il ventaglio delle soluzioni.

La prima, più semplice, passata per la testa di molti, sarebbe quella di far fuori Trump e non solo in senso figurato: via l’anomalia, via il dolore. Qualcuno ci sta pensando, seriamente, e ha già intavolato il dibattito su come ci si dovrebbe comportare “se”. Ma perfino i pasticcioni del potere americano – quelli che hanno disseminato la scena dell’11 settembre di prove del complotto – sono stati sfiorati dal dubbio che l’operazione potrebbe trasformarsi in un autogol apocalittico.

E quindi ecco il Piano B, per quanto paradossale possa sembrare: anziché eliminare lui far fuori lei, cogliendo al balzo la palla della malattia e lasciandole un’uscita di scena dignitosa, da eroina vinta da un male oscuro, per sostituirla con qualcuno che potrebbe rianimare la partita e, magari, partecipare perfino a qualche conferenza stampa.

Contro questa tesi, tutta ancora da dimostrare, pesano però i nomi nella lista dei possibili candidati last minute, non propriamente dei giganti. Si spazia dal vicepresidente Joe Biden ai radicali (risate) Elizabeth Warren e Bernie Sanders, su cui torneremo, passando per John Kerry e perfino per la first lady Michelle Obama, la cui elezione ci condannerebbe ad essere mostruosamente appallati dalla retorica della prima-donna-nera-presidente. Speriamo di salvarci. In ogni caso, ci sembra di contemplare una versione squattrinata e molto kitsch di House of Cards con il rischio, per soprammercato, di un finale molto deludente. Qualora nessuno di tali affermati statisti dovesse risultare convincente, infatti, ci sarebbe la soluzione di ripiego: la Clinton che resiste fino alla fine, gettando il cuore (ad averlo…) oltre l’ostacolo, per passare poi la mano al suo vice, Timothy Michael Kaine, esperto senatore della Virginia, cattolico, sostenitore accanito del Ttip nonché amico di Alexander Soros, figlio di George. Da quelle parti, come si sa, non se ne salva uno.

alex-soros-hillary-clinton-tim-kaine

Alex Soros con Hillary e Tim Kaine

Ci siamo riservati di ventilare anche quest’ultima ipotesi – tutt’altro che peregrina – perché, nonostante la sua andatura da anatra zoppa e forse perdente, la Clinton è e rimane quasi insostituibile. A suo modo, lei è stata una fuoriclasse della politica americana, l’unica capace di superare la dicotomia bipolare dem-neocon per arrogare a sé tutti i desiderata del potere: da un lato quelli anti-russi, internazionalisti e finanziari dell’universo democratico, dall’altro quelli del nazionalismo territoriale israeliano dell’ala neoconservatrice. È la tempesta perfetta, la guerra dei (due) mondi contro il Mondo.

D’altronde, lo si capiva già dai generosi finanziatori della sua campagna elettorale, per oltre il 20% “innaffiata” dai sauditi. Da cui le dichiarazioni sul conflitto siriano (“la Casa Bianca può allentare la tensione che si è creata con Israele sull’Iran, solo facendo la cosa giusta in Siria”, cioè eliminare Assad) e sullo stesso Iran che lei, mesi fa, ha promesso di bombardare “entro i prossimi dieci anni” di fronte all’estasiato e plaudente pubblico del Dartmouth College nel New Hampshire. E memori del precedente libico saremmo tentati di prenderla sul serio. Soldi ben spesi, dunque, quelli di Riad che però non è l’unico generoso donatore. Completano la lista anche Kuwait, Qatar, Brunei, Oman e quella Norvegia che – fra centri studi olocaustici e premi Nobel per la Pace assegnati ai soliti immacolati (Obama, Ue, Opac) – si qualifica, ancora una volta, come una delle tante fogne a cielo aperto della vecchia Europa. Ci siamo dimenticati qualcuno? Sì, perché attraverso lo sgangherato Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, anche il governo italiota stacca annualmente alla Clinton Foundation un assegno compreso tra gli 89mila e i 222mila euro sotto forma di “sovvenzioni governative”. L’Italia finanzia la Clinton. Ovviamente con l’elargizione più sfigata della compagnia, migliore solo di quella della piccola Giamaica, ma tant’è, renzianamente, conta solo esserci.

Se questo è il versante geopolitico, non migliore è quello finanziario, irrorato dalla pecunia della Goldman Sachs dell’amico Lloyd Blankfein (accanto al quale la Clinton si è presentata spesso), dal solito Soros (padre) ed Haim e Cheryl Saban, le cui identità profonde sono lasciate alla vostra immaginazione. E poiché le disgrazie non vengono mai sole c’è poi un terzo filone da indagare che altro non è se non quella simpatica compagine che sta sempre dalla parte sbagliata: sindacati dei lavoratori, ambientalisti, femministe, gruppi LGBT+ (ora si scrive così, non chiedetemi perché) e quel che resta di Occupy. È il lascito del prode Bernie Sanders, scappato a godersi la pensione dopo l’endorsement a Hillary e dopo aver reso colto omaggio a Spengler e alla sua massima sulla sinistra che fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo (ma non è questo il caso). Ora, grazie a lui, nell’esercito della Clinton, l’un con l’altro abbracciati, figurano Wall Street e Occupy Wall Street, i sauditi oscurantisti e le femministe, la finanza e i sindacati, i guerrafondai con i cannoni e i pacifisti con i fiori da mettere nei cannoni, ma solo dopo che avranno sparato contro Assad, Putin e l’Iran. La tempesta perfetta, appunto, un capolavoro dell’orrore che, però, non riesce a stare in piedi per più di un’ora. Nonostante da quelle parti continuino a twittare di essere rock solid steadiness.

HANNO UN PROBLEMA ENORME. SI CHIAMA TRUMP

di Marcello D’Addabbo

Non sono riusciti a fermarlo. Il secondo Super Tuesday delle primarie americane ha come protagonista lui, l’odiato miliardario di New York Donald Trump, consacrando la sua aspirazione a diventare il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Trump si impone in Florida, Illinois, North Carolina e Missouri. Perde solo in Ohio, dove a vincere è il governatore repubblicano John Kasich. Marco Rubio, il candidato su cui il partito contava in funzione anti-Trump, umiliato nella sua Florida, si ritira. Sul campo democratico, anche Hillary Clinton porta a casa quattro Stati: Florida, Illinois, North Carolina e Ohio. Perde, di misura, in Missouri. Le primarie Usa nel campo repubblicano si stanno rivelando un vero spettacolo pirotecnico dove niente è come sembrava ai nastri di partenza e i giochi sono quantomai aperti. Tanto per cominciare il mancato decollo di Jeb Bush, “l’intelligente della famiglia” ovvero il candidato su cui puntavano ambienti del comparto sicurezza legati al padre, George H. W. Bush senior, Cia e industria degli armamenti in testa, è stato già il primo grande segnale. É rimasto legato al palo anche Marco Rubio, il cubano della Florida su cui puntava senza tanti misteri tutta la dirigenza del Partito Repubblicano in crisi di consensi, compresi i cosiddetti neo-con protagonisti dell’era Bush Junior e dell’offensiva post 11 settembre. Sarebbe dovuto emergere nella seconda fase, cioè ora, con il voto nella sua Florida popolata di esuli cubani reazionari arrabbiati. Ma con Rubio erano anche schierati i fratelli Koch delle Koch Industries, un gigante che spazia dalla chimica all’energia alla finanza alla grande distribuzione, che sovvenziona già centinaia di fondazioni, università, centri di ricerca e istituzioni culturali. I Koch hanno corrisposto già quasi 900 milioni di dollari ai candidati a loro graditi del Grand Old Party, e puntavano sulla resurrezione di Rubio, considerato un centrista moderato, nel secondo grande martedì. E invece niente. Ha vinto Trump con il 45,8% a fronte di un crollo di Rubio che giace al tappeto con il 27% e si ritira dalla partita. Un sorprendente schiaffo non solo all’establishment del partito e ai finanziatori dai ventruti forzieri ma soprattutto ai media americani ed europei che stanno cercando in ogni modo di soffocare sul nascere questo ciclone elettorale. I giornali di tutto il mondo sono davvero disperati perché, come ha scritto Maria Giovanna Maglie, il cafone, il clown, il gran villano, il disgustoso riccastro, l’uomo col riportone, quello che ha le mogli strafiche dell’Est, quello che pensa di alzare un muro col Messico, come se mezza Europa non lo stesse già facendo, sta a 621 delegati su 1237 e ha stravinto in Florida dove il partito repubblicano aveva speso 15 milioni di dollari in una campagna di fango, attacchi personali e cattiverie a valanga. Ma il modo in cui questi risultati vengono letti dai media denota una faziosità rivoltante. Viene messa in evidenza la singola e unica vittoria di un John Kasich nel suo Ohio, dove Trump è comunque secondo con un sorprendente 35,7% mentre vengono esaltate con toni trionfalistici le vittorie di Hillary Clinton la quale, al netto di una consolidata prevalenza su Sanders, ha 1094 delegati contro i 774 di quest’ultimo, sui 2338 che occorrono complessivamente per la maggioranza alla convention. Affermare che la Clinton “è inarrestabile” è da sostenitori più che giornalisti. Si tace volutamente l’elemento di novità di questa consultazione: Donald Trump è riuscito a riportare migliaia di persone al voto delle primarie in un partito che sembrava in fin di vita, mentre nel campo democratico la generale disaffezione degli iscritti, dopo gli ultimi anni di presidenza dell’ormai opaco e amletico Obama, è stata a stento scossa dalla polemica anti Wall Street dell’”anziano socialista che piace ai giovani”, Bernie Sanders. Apprezzabile l’onestà intellettuale di Federico Rampini, di certo non un simpatizzante di Trump, che ha twittato “in calo ovunque la partecipazione dei democratici, mentre alle primarie repubblicane cresce dal 30% fino al 97%”. Lucia Annunziata confessa come la linea editoriale dell’Huffington Post fosse stata finora quella di derubricare Trump a fenomeno da baraccone del mondo dello spettacolo, togliendolo dalla pagina politica, onde poi dover chiedere alle redazioni estere in conference call di cambiare linea dopo aver capito che questo atteggiamento snob in Usa non faceva che favorire il tycoon. Basta avere occhi non bendati da interessi di parte per vedere le code di auto alle consultazioni repubblicane, i comitati che sorgono ovunque spontaneamente nel paese e le migliaia di giovani sostenitori che affollano il web e i social network. Una realtà che cresce quanto più Trump alza i toni della polemica e maggiormente folli e politicamente scorrette appaiono le proposte da lui comiziate con virulenza.

trump controTutti attaccano il miliardario a cominciare da Obama che ha tenuto recentemente un sermone da pastore battista sui toni troppo volgari e preoccupanti della campagna, sul linguaggio e la violenza di un “certo candidato”, mettendo in guardia dal dividere una nazione che già sta dimostrando una rabbia inattesa, per poi affermare esplicitamente che con le sue uscite Trump non potrebbe ricoprire l’incarico di Presidente. Ma sono proprio quelle uscite a farlo vincere. Come lo faranno avanzare elettoralmente i moti di indignazione politically correct di Cameron e del primo ministro francese Valls o la petizione online per proibire a Donald Trump di entrare in UK, a seguito dei suoi commenti anti-Islam, che ha raccolto in Gran Bretagna più di 200mila firme. Un tripudio di indignazioni e strilli da educande che lo rendono sempre più simpatico al suo popolo, galvanizzato ancor più dai recenti episodi di contestazioni e scontri fisici verificatisi prima o durante i recenti comizi del candidato. Mentre migliaia di persone erano in attesa che iniziasse il suo discorso all’Università dell’Illinois, un gruppo di manifestanti è riuscito ad entrare nell’arena, e dopo un incontro con la polizia locale Trump è stato costretto a rimandare il rally. L’annuncio è stato accolto con grida di gioia dai contestatori. «Abbiamo fermato Trump! Abbiamo fermato Trump!», hanno gridato. Quindi, rivolti ai sostenitori del magnate hanno attaccato: «Razzisti, tornatevene a casa!». «Vogliamo Trump, vogliamo Trump», hanno replicato i fan del candidato del Grand Old Party. Il bilancio degli incidenti, secondo i media statunitensi, è stato di sei feriti e almeno cinque persone arrestate. Dalla città degli Obama, la protesta si è poi allargata a macchia d’olio in altri due degli stati dove si è votato martedì. A St. Louis, in Missouri, durante le contestazioni che hanno accompagnato un comizio di Trump la polizia ha arrestato 31 persone con l’accusa di disturbo della quiete pubblica, e una di aggressione di terzo grado. Il magnate per tutta risposta ha schernito chi interrompeva il suo discorso alla Peabody Opera House dicendo: «A loro è permesso di bloccarci orribilmente e noi dobbiamo essere molto pacati, loro possono spingere e picchiare, ma se noi gli rispondiamo è terribile, vero?». Poi ha aggiunto: «Tornate a casa da mamma» e «andate a cercarvi un lavoro». Un altro dibattito è stato invece cancellato a Cincinnati, in Ohio, sempre a causa di problemi relativi alla sicurezza.
Agitatori spontanei o prezzolati che siano, lo scopo di queste iniziative è impedire l’attività del candidato associando ad ogni sua uscita pubblica un’immagine di violenza che porti a spaventare l’elettore e a farlo desistere dal votare questo terribile mostro estremista. Ma i più livorosi avversari di Donald Trump si trovano nello stato maggiore del partito repubblicano che sta facendo di tutto per fermarne la corsa. Jeb Bush lo definisce senza mezzi termini un “pazzo”, il neocon Robert Kagan ha dichiarato che Trump “è il mostro di Frankenstein dei repubblicani, adesso abbastanza forte da distruggere il partito”, mentre Mitt Romney ha fatto capire che stanno spulciando le dichiarazioni fiscali del miliardario alla ricerca di un pretesto per mandarlo a casa, ovviamente.
E si fa largo l’ipotesi di una convention repubblicana che in mancanza di una maggioranza netta di delegati a favore di Trump possa usare l’arma della “brokered convention”, non tenendo conto delle primarie e designando un altro candidato alle presidenziali (si era pensato tra gli altri a Paul Ryan), di fatto invalidando la consultazione. Lo riporta il Wall Street Journal. Si tratterebbe di un caso che non si verifica da prima dell’invenzione della televisione a colori, quando internet era fantascienza. L’ipotesi è remota ma indicativa dello stato psicologico dei vertici del Gop. “Davvero – ha detto Newt Gingrich un vecchio esperto del partito repubblicano che sta sulla breccia da trent’anni – quattro gatti che stanno a Washington pensano di ignorare la scelta di milioni di elettori repubblicani e perdere così qualunque contatto con la nazione? Davvero, come teorizza il neocon Bill Kristol, scimmiottato da piccoli teocon del mondo, si possono prendere i risultati delle primarie e buttarli nell’immondizia? Con risultati come questi, e con l’umiliazione cocente toccata al pupillo Rubio, bruciato per sempre, pensano di orchestrare una convention farlocca? Basta con questa follia – avverte Gingrich – non li vedete i sondaggi che confermano la ribellione al partito, considerato un nemico?”. In un’intervista alla Cnn Trump si dice sicuro che raggiungerà l’obiettivo dei 1237 delegati per essere il candidato repubblicano prima della convention di luglio e avverte il partito repubblicano: “ci saranno scontri” se dovesse conquistare il numero dei delegati per ottenere la nomination e il partito dovesse nonostante ciò negarla.
Al di là di queste spacconerie tipiche del personaggio nell’asprezza di questo incredibile scontro c’è tutta la crisi dei vecchi partiti che avendo accompagnato la trasformazione sociale terribile avvenuta in Occidente da trent’anni a questa parte ora non comprendono più le esigenze della società che hanno contribuito a creare. La classe media bianca americana, che sempre si è sentita la maggioranza della nazione, è allo sbando, non solo economicamente, soprattutto culturalmente, nell’identità, e si rivolge a chi sembra incarnare la sua esasperazione. Ciò accade anche a sinistra dove il migliore interprete di questo sentimento è Sanders e non la Clinton, in quanto il primo cammina nel solco delle proteste del movimento “Occupy Wall Street” nate allo scoppio della crisi del 2007-2008. Ha scritto il NYTimes “se questi candidati (Trump e Sanders) hanno un’attrattiva è perché negli ultimi decenni le nostre élite politiche hanno deciso che la classe media bianca non ha alcun ruolo da giocare nel futuro multiculturale e globalizzato che immaginano, un futuro che credono di guidare. Questa stagione di primarie mostrerà se hanno ragione oppure no”. É esattamente ciò che accade in Europa dove i vecchi partiti hanno abbandonato i popoli per anni – classe media impoverita dalla crisi e operai posti in mobilità da fabbriche che vengono delocalizzate – per inseguire i progetti globali e multietnici della finanza mentre in televisione i politici di quei partiti, maggiordomi di banche e multinazionali, ora cercano di distrarre l’opinione pubblica con il giochetto di prestigio dei diritti civili e delle nozze gay. Il boomerang di questo immane tradimento sta tornando indietro alla classe politica in tutto l’Occidente. Tutto qui. Il populismo montante è l’autodifesa della nazione intesa come popolo. Dati gli elementi oggettivi di crisi del modello economico sociale creato in questi anni di globalizzazione questa autodifesa è destinata ad essere la cifra politica dei prossimi anni. Chi ne interpreta le istanze, come sta facendo Trump, è destinato ad avere consenso. Per questo a Roma Salvini sta mollando Berlusconi, che ora ha il ruolo di stampella politica e mediatica di Renzi. Salvini vuole porsi nella posizione dove si coglie il vento, cioè il più lontano possibile da Renzi e dal suo probabile tracollo.
Per lo stesso motivo il linguaggio della Clinton oggi è vecchio e non fa più presa su una parte consistente dell’elettorato americano che si sente tradito da Washington. Una moltitudine umana che Hillary preferirebbe non votasse ma che ormai ha trovato il proprio inarrestabile tribuno. Un tribuno che in tutti i suoi interventi parla alla gente della grande questione dello spostamento del lavoro americano verso i paesi emergenti, Cina in testa, dove migliaia di fabbriche statunitensi hanno piazzato i propri insediamenti produttivi cancellando in patria in pochi anni e alla velocità della luce, posti di lavoro, stipendi, ruoli sociali e identità in nome del profitto di pochi interessati cantori del libero scambio. Che propone barriere protezionistiche in difesa dell’economia nazionale e della classe media ma anche barriere fisiche per proteggere i lavoratori americani dalla concorrenza dell’”esercito industriale di riserva” costituito dai lavoratori ispanici, affamati nelle loro terre di origine da quelle stesse multinazionali che alla fine si avvantaggiano della loro migrazione. Tutto questo il miliardario con il riporto in testa lo sa bene perché si muove da sempre nel mondo del business ma, al contrario della Clinton pagata da George Soros e della Merkel pagata da Volkswagen e Deutsche Bank, lui può dirlo perché è pagato da sé stesso. Per questo è pericoloso.
I preoccupatissimi dirigenti repubblicani, crollati i loro beniamini Bush e Rubio, non potranno certo aggrapparsi al secondo arrivato Ted Cruz, altro paria impresentabile e forse molto peggiore di Trump. All’inizio della campagna Cruz, un “battista del Sud” cioè un protestante fondamentalista, aveva organizzato un paio di uscite pubbliche con un pastore che predicava la pena di morte per gli omosessuali, poi ha capito che era meglio lasciarlo a casa, come del resto suo padre, che definisce il figlio l’Unto del Signore. Celebre il video in cui Cruz cuoce fette di pancetta arrotolandole sulla canna di un mitragliatore automatico, sparando su una sagoma di cartone per riscaldare l’improbabile “forno a canna” (un uso in voga nei poligoni del Texas). E noi ci lamentiamo di Borghezio? Con un tipo così i repubblicani si vedranno forse costretti a scendere a patti con Trump, grande comunicatore, aggressivo nei dibattiti quanto serve – si è allenato nel suo talent “The Apprentice” ad interrompere ed umiliare l’interlocutore. Insomma una perfetta belva da Colosseo da scatenare contro la navigata tigre Hillary, la quale però vanta un Kissinger come consigliere. Il manifesto clou della campagna Clinton è un faccione di Trump colpito da un pugno, accompagnato dalla scritta “colpiscilo per bene”. Mettetevi comodi dunque, lo spettacolo “Elezioni Usa 2016” è appena cominciato…e stavolta promette di dare grandi soddisfazioni!