SIAMO ALLE SOLITE…

 

di Marcello D’Addabbo

Volevamo stupirvi con effetti speciali, invece…siamo alle solite. Purtroppo. Mentre scriviamo Luigi Di Maio è in Usa, in realtà è lì già da qualche giorno il che ci permette di analizzare le circostanze di questa ennesima sodomia coloniale italiota. Certo, direte voi, il rito del “viaggetto a Washington” del possibile futuro titolare di Palazzo Chigi è un rito consolidato dal ’47 (lo inaugurò De Gasperi con il famoso cappotto prestato dall’amico Dc Attilio Piccioni), e proseguito con una sequela di trasvolate che vanno da Occhetto e Fini – i pericoli rossi e neri che andavano sventati – fino a Napolitano, quest’ultimo quasi uno stalliere della Casa Bianca. Ma se quelle visite potevano destare un certo imbarazzo a democristiani, comunisti e postfascisti degli anni ’90, Di Maio, al contrario, in Usa ci è andato con il piglio di uno scolaretto entusiasta con lo zainetto pieno di compitini da far vedere al maestro. Lo stile è sempre quello da primino della classe perfettamente sbarbato e non cambierà mai – è Di Maio che ci volete fare mica uno statista – ma ciò che rileva è il contenuto delle dichiarazioni e incontri sin qui trapelati. Già nelle riunioni preliminari traspare l’intento della gita scolastica: «Basta con questa storia della Russia e che siamo alla mercé di Putin – ha dichiarato – non sta in piedi e ci fa solo del male». Segue una cena con l’ambasciatore Armando Varricchio (quello nella foto-ricordo), accompagnato dal capo della comunicazione Rocco Casalino e dal consigliere politico Vincenzo Spadafora, a cui si deve molto della ribalta internazionale del candidato premier del M5S. E si passa al piatto forte del viaggio: oltre un’ora di colloquio con Conrad Tribble, vice assistente segretario di Stato per l’Europa occidentale (il nostro cane da guardia insomma), meeting del quale trapelano stralci e indiscrezioni che lasciano ben poco spazio alla fantasia. La prima precisazione è sulla Nato: «Non vogliamo uscire», tuona Di Maio. A settembre aveva quantomeno detto no all’innalzamento al 2% del Pil come contributo italiano all’Alleanza Atlantica (come richiesto da Trump). Ora sembra aver cambiato idea: «Non diciamo no ma abbiamo perplessità che si utilizzino 14 miliardi in più solo in armamenti. Spendiamoli in intelligence e tecnologie…». Della serie cambiamo la voce di spesa e il gioco è fatto. Stessa solfa sulla missione afgana dove Di Maio sembrava per un istante folgorato da un impeto craxiano…quasi una folata dello spirito di Sigonella: «Se andremo al governo ritireremo il contingente!!». E qui non facciamo in tempo a fargli la ola, che siamo subito raggelati dall’immediato e immancabile “ma”…«Ma confermiamo la nostra partecipazione alle missioni di pace(!!)». Cioè, basta cambiare la ragiona sociale, il “brand” della missione, e il M5S si rimangia l’impegno del ritiro dei contingenti militari italiani all’estero, voluti lì dagli Usa. Sarebbe stato più serio sostenere di credere fermamente nell’opportunità delle guerre Usa, come in passato fecero Oriana Fallaci, la Bonino e Ferrara che nascondersi ignobilmente dietro regole di ingaggio, cornici internazionali e presunti umanitarismi. Forse un personaggio mediamente scolarizzato che colloca senza tentennamenti Augusto Pinochet in Venezuela non sa che dall’intervento in Vietnam gli Usa non hanno mai più definito “guerra” una loro missione militare. Gli interventi americani sono sempre umanitari, operazioni anti terrorismo o sostegno alle opposizioni democratiche, se si cerca un pretesto semantico per mantenere i soldatini italiani in Afghanistan non c’è che l’imbarazzo della scelta, la sinistra italiana di lotta e di governo può dargli lezioni. Poi si giunge alla questione elettorale: «Ma se non fate alleanze come pensate di governare?», chiede l’interlocutore americano, arcigno e diffidente. E qui viene tradito un altro dogma del movimento – zero alleati. «Se non avremo la maggioranza assoluta – risponde allusivo – ci assumeremo la responsabilità di non lasciare il Paese nel caos». Già si vede all’orizzonte la faccia compiaciuta di Bersani nell’inedita e insperata veste di garante degli equilibri atlantici in un governo 2018 zeppo di tecnici con il movimento di Grillo posto sotto tutela, fuori dai ministeri chiave ad occuparsi solo di pale eoliche, startup, auto elettriche e cantieri da aprire con Renzo Piano. Con tanti prati verdi a circondare la bandiera americana. La proposta di eliminare le sanzioni contro Mosca è stata nel frattempo derubricata a mera questione commerciale per favorire l’export italiano e il ragazzo di Pomigliano nella medesima sessione di incontri ha anche ribadito che non desidera un’Italia fuori dall’Ue ma solo rivedere i trattati europei (con il permesso della Merkel magari?).

Insomma il quadro è completo, la cornice anche. Le contraddizioni interne al movimento però sono tutt’altro che risolte. Di Maio di fatto è l’atlantista del gruppo ma sa benissimo che tra i grillini a giocare con la sponda russa sono stati in diversi. Alessandro Di Battista, il senatore Vito Petrocelli e soprattutto Manlio Di Stefano, responsabile Esteri del movimento, di fatto oggi esautorato, un sovranista che parla chiaro. Il viaggio di Di Maio manda anche in soffitta le dichiarazioni amichevoli sul Venezuela di Maduro della senatrice Ornella Bertorotta e dello stesso Di Battista. Una svolta che però non convince molto la Casa Bianca, tanto che gli spifferi della Sala Ovale riportano come l’establishment della politica estera di Washington veda un’Italia meglio servita (per servire) da un governo di centrosinistra o centrodestra, piuttosto che dal Movimento 5 Stelle. E’ Charles Kupchan a rivelare l’indiscrezione, globalista incaricato già da Obama di elaborare piani di contrasto al populismo, soprattutto europeo. Nell’amministrazione Trump, poi, dopo i risultati delle elezioni in Sicilia si è solidificata la corrente che spera nel ritorno a Palazzo Chigi della coalizione guidata da Silvio Berlusconi. Forse neanche sotto Bush Berlusconi ha avuto a Washington una sponda così. Deve essere frustrante per Di Maio aver fatto per giorni il “Balilla” della causa americana per essere poi surclassato da Berlusconi. «M5S – spiega Kupchan – rappresenta un partito allineato con il sentimento populista, potenzialmente pericoloso per il processo di integrazione europea, e dannoso per la solidarietà transatlantica». In realtà, purtroppo per molti elettori grillini, Kupchan e i suoi amici globalisti non hanno nulla da temere da uno come Di Maio. Ma in rete le reazioni della base grillina non mancano e proprio sotto il racconto di viaggio pubblicato dal Balilla-yankee sul blog di Grillo, si leggono commenti molto eloquenti nei quali si ricorda a Di Maio che gli Usa rappresentano quasi tutto il contrario di ciò che viene praticato dal movimento: liberismo sfrenato, guerrafondai, tra i primi tre paesi più inquinanti del mondo, colonialisti etc etc. “Non siamo filorussi – scrive un iscritto – ma, dovremmo esserlo!”. “Forse – caro Di Maio – non ha presente chiaramente il ruolo fondamentale che sta avendo la RUSSIA in questo periodo storico, unico vero argine al totalitarismo liberale partorito e finanziato dalle lobbies americane”. Non sono pochi i commenti di questo tenore, contro il processo di evidente democristianizzazione del movimento. Ma la normalizzazione va avanti e alcuni giornali segnalano un fatto curioso, soprattutto per le tempistiche: da diversi giorni e con regolarità inquietante stanno sparendo, dai siti della rete pro M5S (a volte siti ufficiali della Casaleggio, altre volte siti non ufficiali simpatizzanti) pagine, post, video che hanno rappresentato contenuti fondamentali della propaganda pro Putin, o no vax, apparsa nel mondo grillino nel biennio cruciale 2015-2017. Risulta inaccessibile, da “La Fucina”, un link storico sul volo MH17 della Malaysia airline che si schiantò in Ucraina il 17 luglio 2014, che rivelava coinvolgimenti ucraini in quella tragedia. Altro esempio, un video apologetico di Putin titolato «vogliono incatenare l’orso russo», accompagnato da un testo di Manlio Di Stefano, reca da settimane il messaggio: «Error loading player: No playable sources found». Si trattava di un video de La Cosa (la tv ufficiale del blog di Grillo). Sono solo alcune delle decine di segnalazioni che stanno insospettendo la base grillina e i social network, convinti che su questa mirata e occulta depurazione del web grillino vi sia la mano di Casaleggio e del suo clan di esperti informatici. Sarebbe interessante vedere i tessitori della rete restare impigliati tra le maglie della creatura che essi stessi hanno creato, nell’atto di volerla censurare. Una rete che potrebbe essere molto più vivace e reattiva di quanto questi guru del web avevano previsto. Gli effetti speciali potremmo forse vederli soltanto qui nel web, per la politica del movimento, al contrario, stiamo assistendo a riti istituzionali che si ripetono seguendo un copione consolidato negli anni. Siamo alle solite. Purtroppo.

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LA LORO SUPERIORITA’ (IM)MORALE

di Gaetano Sebastiani

Ve ne sarete accorti, da qualche settimana un intero mondo sta crollando. Un mondo basato sull’illusione, sull’ipocrisia, sul moralismo a corrente alternata. Parliamo chiaramente dello scandalo di Hollywood e di quella cricca di produttori, attori, star, legati a doppio filo all’area politica lib-dem e radical chic. Insomma, l’esercito dei giusti che da una vita – e soprattutto durante l’ultima campagna presidenziale – diffonde “i nostri valori” da palchi luccicanti, che ad ogni filippica ridefinisce le coppie dicotomiche giusto/sbagliato, buono/cattivo. Il tutto fatto sempre con la spocchia di chi si ritiene incontestabilmente, umanamente, moralmente superiore. E’ bastato, invece, sollevare solo un pochino il velo patinato dello star system per sentire il puzzo insopportabile della degenerazione, della falsità e dell’omertà, del mercimonio della propria dignità.
Prendete Weinstein, ad esempio. Prima che questo sex-gate lo travolgesse era considerato un genio, un grande uomo, il miglior produttore di Hollywood. Attestati provenienti soprattutto dalle tante attrici femministe, impegnate, anti-Trump perchè sessista e maschilista. Le stesse che si sono fatte trattare da prostitute per i propri fini arrivistici, salvo poi tentare di rifarsi una verginità morale quando ormai era troppo tardi.
Weinstein, elemento non secondario, è stato anche tra i principali finanziatori dell’ultima campagna elettorale della Clinton e da sempre sostenitore della dinastia dem. Amico di Bill, l’ex-Presidente porcellone, coinvolto nel poco pubblicizzato caso del “Lolita Express”, l’aereo privato del finanziere ebreo Jeffrey Epstein che trasportava l’élite del potere politico, mediatico, economico nei Caraibi per gite di piacere molto poco “politically correct” (si parla di pedofilia). E indovnate chi accompagnava l’illustre ex-POTUS in questi viaggi goderecci? Una delle ultime “vittime” del troiaio hollywoodiano: Kevin Spacey.
Il noto personaggio è stato recentemente accusato di aver molestato, con differenti gradi di intensità, alcuni ragazzini, spesso aspiranti attori. Il protagonista della serie House of Cards, per tutta risposta, ne ha approfittato per dichiarare pubblicamente la propria omosessualità, utilizzando la propria tendenza come una sorta di scudo per evitare una persecuzione morale e sociale, prima ancora che legale. E perchè mai avrebbe dovuto comportarsi diversamente? Nel mondo dorato di Hollywood la propaganda gender fa si che gli LGBT entrino di diritto a far parte di una specie iper-protetta, scevra da ogni critica (anche sugli eccessi goliardici al limite della legalità), pena la squalifica come retrogrado, omofobo, fascista. Come vedete, tutto si tiene, tutto è collegato: dal cinema, passando per la politica, fino alla sfera dei main stream media, i quali con affanno tentano di mettere a tacere i “vizietti” dei propri beniamini.Ma se pensate che l’appetito incoercibile di Weinstein, sia la cifra essenziale di Hollywood, vi sbagliate di grosso. Il vero buco nero dell’apparato cinematografico americano è da ricercarsi altrove, più in basso di quanto già questo scandalo non ci abbia portati. E’ il caso legato all’attore Charlie Sheen, recentemente accusato di aver sodomizzato, anni addietro, Corey Haim, all’epoca tredicenne, durante le riprese del film “Lucas“. Testimone di questo terribile episodio è Corey Feldman – ex-star dei Goonies e amico di Haim – anch’egli vittima di abusi sessuali. Da anni, Feldman tenta di gettare un po’ di luce sul giro di pedofili che domina Los Angeles, scontrandosi con il muro di omertà dello star system, potendo contare al massimo su una solidarietà di facciata.
Nel suo libro Coreyography, afferma senza troppi giri di parole che “il problema numero 1 di Hollywood era, è e sarà la pedofilia”.
Prima che il sex-gate diventasse di dominio pubblico, Feldman non era riuscito, nonostante la gravità delle sue rivelazioni, a stimolare la reazione degli investigatori. Ora che il bubbone è esploso, sembra che finalmente il dipartimento di polizia di Los Angeles abbia trovato il coraggio di indagare. Ma non vi illudete: l’azione del dipartimento della omicidi (competente anche per i crimini sessuali) potrà solo lambire questo arcipelago di degrado umano. Forse individuerà qualche pezzo meno grosso da poter esibire alla pubblica gogna, ma non potrà superare un certo livello. La combinazione élite di potere e pedofilia conduce verso mondi oscuri ed inaccessibili, anche per chi ha strumenti investigativi…
Insomma, la macchina da guerra della propaganda a stelle e strisce sembra si sia inceppata. Hollywood ed il suo immane megafono, da sempre al servizio del potere dominante, sta rivelando la sua reale natura. Il mezzo privilegiato per la proiezione verso l’esterno del sogno americano è in realtà posseduto da incubi inconfessabili, da vizi, da personalità marce. E’ un processo degenerativo che corrompe da dentro tutto un apparato mediatico, complice di una precisa sfera politica che pretende di porsi su un livello umano e valoriale superiore rispetto agli avversari.
Gli scricchiolii di Hollywood, o di una sua parte consistente, potrebbero rivelare o anticipare il crollo definitivo dell’egemonia americana nel mondo e conseguentemente la sua fine politica. Se l’essenza di questo Paese risiede nella proiezione della propria immagine artefatta verso l’esterno, cosa rimane se il principale strumento di creazione di quella illusione si rompe?

IL PADRE DI TUTTI GLI SPIN DOCTOR: EDWARD BERNAYS

di Gaetano Sebastiani

Che la moderna comunicazione politica non sia il mero frutto dell’ars oratoria del leader di turno è ormai un fatto accertato e consolidato. Quello che suscita ancora curiosità è cercare di scoprire quale sia la figura, o meglio la “mente” che ispira gli atteggiamenti, i vezzi e – più importante di tutto – i discorsi dei politici. Sappiamo, ad esempio, che personaggi quali Berlusconi, o anche Renzi, hanno grandi doti comunicative. Ma, partendo dal presupposto che quanto espongono in pubblico non è totalmente farina del loro sacco, non ci è dato facilmente sapere chi sia il deus ex machina dei loro discorsi che, per quanto condivisibili o meno, possiedono comunque il potere di influenzare le masse.
Nell’impossibilità di svelare con precisione nomi e cognomi, ciò che almeno possiamo portare alla luce è la figura al centro di tutto questo processo, quella che una felice ed usatissima espressione anglosassone definisce “spin doctor”, letteralmente il dottore (inteso come esperto) dei colpi ad effetto (dicitura mutuata dal tennis). Lo spin doctor è, dunque, un esperto di comunicazione che, sfruttando e mescolando le sue conoscenze in questo campo, come in quello della psicologia delle masse, riesce a costruire specifiche strategie d’immagine e mediatiche tese ad orientare ed influenzare l’opinione pubblica su un determinato personaggio, molto spesso politico. Se pensate che questa figura nasca solo recentemente, per via dell’attuale e sempre più forte necessità non solo del mondo della politica, ma anche della pubblicità, dell’industria ed in generale dei mass media di condizionare e dirigere il pensiero delle folle siete fuori strada.
Il primo spin doctor che la storia possa registrare nasce, infatti, nel 1891 e risponde al nome di Edward Bernays. Noto più per la sua parentela con il celeberrimo Sigmund Freud (Edward ne è il nipote), Bernays è invece da annoverare tra i personaggi più influenti del XX secolo, proprio per essere stato il pioniere della manipolazione dell’opinione pubblica, grazie ad una efficacissima combinazione delle teorie del sociologo francese Gustave Le Bon (autore di Psicologia delle folle) e gli insegnamenti dello zio.
Nato a Vienna da una famiglia di origini ebraiche, si trasferisce in America poco dopo. Qui, per via di pressioni paterne, studia agricoltura ed ottiene la laurea nel 1912. Disinteressato a questo mondo, intraprende la carriera di giornalista dove ha subito modo di esprimere il suo talento di comunicatore ed influencer, diffondendo dalle colonne di una rivista medica un’opera teatrale che trattava di un argomento scabroso per l’epoca, la sifilide. Bernays affina ulteriormente le sue doti nel mondo dello spettacolo, occupandosi di pubblicizzare una compagnia di danzatori russi con metodi innovativi per l’epoca (opuscoli riguardanti il corpo di ballo, informazioni biografiche, foto, accordi commerciali con aziende americane per produrre gadget ispirati alla compagnia), prima di compiere il definitivo salto di qualità con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. A quell’epoca, il nostro aveva ottenuto una certa fama grazie alla sua capacità di creare un contatto diretto e condizionante sul pubblico presso cui si rivolgeva. Avendo compreso che l’ingresso nel conflitto aveva suscitato molte perplessità nell’opinione pubblica, il Presidente Wilson decide di istituire il Committee on Public Information con il fine di convincere i cittadini che l’ingresso in guerra è cosa giusta. Il comitato è composto da giornalisti, ministri, pubblicitari e naturalmente anche da Bernays. Il frutto di questo lavorio è la diffusione capillare di comunicati stampa, documenti propagandistici, film anti-tedeschi, immagini e poster tra cui il famosissimo “I want you” dello Zio Sam. L’isteria collettiva indotta nella popolazione provoca la costituzione di associazioni patriottiche “spontanee” ed un odio inusitato verso la Germania ed in generale verso i Paesi avversi all’Intesa.


L’idea fondamentale alla base della strategia comunicativa elaborata da Bernays e dal suo entourage è quella per cui l’America non entrava in guerra per ristabilire i vecchi imperi, ma per portare la democrazia in tutta l’Europa. Uno degli slogan più battuti era, infatti, “fare del mondo una democrazia più sicura”. Allora come oggi, sembra che nulla sia cambiato…
In ogni caso, la combinazione tra la vittoria sul campo ed il successo della propaganda organizzata dal Committee rendono Wilson un eroe, un liberatore del popolo e Bernays un efficace manipolatore delle coscienze, abile istigatore delle folle, capace di orientarne sentimenti e paure. Al termine del conflitto, egli si pone il problema di come applicare quanto appreso fino ad allora in un contesto post-bellico. Consapevole della trasformazione della società statunitense in un conglomerato di individui molto spesso ammassato nelle città e dunque più incline a soddisfare bisogni consumistici, Bernays decide di studiarne più in profondità esigenze ed aspettative, supportato anche dalla lettura dell’opera dello zio, Introduzione alla psicoanalisi. Evocare l’emozione irrazionale della gente diventa, quindi, il fulcro fondamentale della sua ricerca. La strada intrapresa dallo spin doctor non poteva che incrociare quella delle grandi corporation americane, arricchite dall’economia di guerra, ma adesso preoccupate di vedere invenduta la grande quantità di beni prodotta in un contesto di pace.
La parola chiave che muoveva i consumi dell’epoca era “necessità”. La grande massa dei consumatori acquistava solo sulla base di precise e semplici necessità legate al quotidiano e la pubblicità stessa rafforzava questo tipo di impostazione. Ma la sovraproduzione di beni delle grandi aziende non poteva più limitarsi a queste piccole esigenze. Ispirato dall’intuizione di un banchiere della Lehman Brothers, Paul Mazur, secondo cui bisognava trasformare “l’America da essere una cultura dei bisogni, ad essere una cultura dei desideri”, Bernays si mette al servizio delle imprese statunitensi per affascinare, influenzare ed infine condizionare i gusti e le scelte del popolo in fatto di acquisti.
Negli anni Venti, con l’innovativo appellativo di “consulente in relazioni pubbliche”, Edward comincia ad applicare tecniche di persuasione di massa al fine di creare un nuovo tipo umano: il consumatore. Per fare questo, utilizza non solo le classiche forme di sponsorizzazione attraverso giornali, riviste, inserzioni, ma sfrutta anche il potente mezzo cinematografico inserendo pubblicità occulte nei film e facendo indossare alle star di quel mondo vestiti, gioielli, prodotti di aziende per cui lui lavora. L’azione di Bernays è così efficace che la stampa dell’epoca è costretta ad ammettere che non solo i singoli individui, ma persino il sistema democratico del Paese ha subito un’evoluzione che prende il nome di “consumismo”, dato che il cittadino americano non ha più importanza in quanto tale, ma in quanto appunto consumatore.
La portata del lavoro di Bernays travalica ormai i meri confini del commercio, dell’industria e dell’influenza sugli acquisti ed abbraccia in tutto e per tutto la politica. Nel 1928, esce il suo libro più famoso: Propaganda. Qui viene esposta la sua particolare concezione di democrazia ed il complesso rapporto tra essa e le folle, come queste ultime possono essere orientate al fine di mantenere saldo lo status quo. Bernays vede di buon occhio la democrazia, ma nel contempo non ripone fiducia nel cosiddetto uomo della strada, incapace di elaborare opinioni corrette e dunque bisognoso di essere guidato dall’alto per evitare scelte politiche errate o sconvenienti. Egli è convinto, dunque, che una manipolazione consapevole ed intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse, svolge un ruolo importante in una società democratica: “Se vogliamo capire il meccanismo e le motivazioni della mente di gruppo, non è forse possibile controllare le masse secondo la nostra volontà, a loro insaputa? La recente pratica di propaganda ha dimostrato che è possibile, almeno fino a un certo punto ed entro certi limiti”.
Naturalmente, in una logica di controllo del potere – soprattutto di stampo politico – avere tra le mani questo strumento sociale significa automaticamente essere in possesso di una forza quasi invisibile capace di dominare un’intera nazione: “Coloro che hanno in mano questo meccanismo […] costituiscono […] il vero potere esecutivo del paese. Noi siamo dominati, la nostra mente plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. […] Sono loro che manovrano i fili…”.
Ad un solo anno dalla pubblicazione del suo testo fondamentale, Bernays ha modo di applicare le sue teorie ancora una volta con successo. Negli anni Venti il vizio del fumo, pur essendosi diffuso in maniera capillare tra i cittadini, è considerato tabù per le donne, soprattutto se viste fumare in pubblico. Per conquistare anche questa importante fetta di mercato, il presidente dell’American Tobacco Company, George Hill, si rivolge allo spin doctor. Dopo aver studiato il significato simbolico della sigaretta per l’universo femminile (sigaretta come pene, dunque potere maschile, quindi fumare equivale a sfidare il potere maschile), Bernays architetta un piano per dare seguito alle ambizioni di vendita del suo cliente. Durante la tradizionale parata di Pasqua a Broadway, un gruppo di femministe doveva nascondere sotto la gonna delle sigarette che ad un momento convenuto avrebbero dovuto accendere con fare plateale. Ovviamente, la stampa era stata allertata al fine di dare alla manifestazione un elevato grado di eco mediatica e scandalistica, visti i costumi dell’epoca. Inoltre, Bernays aveva specificato agli organi di informazione che quella a cui avrebbero assistito era la protesta delle “Torce della Libertà”. Espressione studiata sagacemente per evocare il simbolo americano per eccellenza, la statua della Libertà ed insieme identificare la battaglia di emancipazione femminista come lotta di liberazione e rivolta contro il potere maschile dominante.
Questo episodio dimostra quanto certe manifestazioni o movimenti “rivoluzionari”animati da gruppi che si professano “spontanei”, agenti dal basso, siano in realtà facilmente manipolati da quelle stesse élite contro cui pensano di battersi. La realtà odierna offre numerosi esempi di quanto veniamo dicendo: è una dinamica, quindi, che affonda le radici nel Novecento, ma evidentemente la storia non insegna nulla.
Negli anni della crisi di Wall Street e del New Deal, Bernays si schiera contro Roosevelt ed a favore delle grandi corporations che osteggiano la politica economica interventista del Presidente. Un maggiore controllo dello Stato sul mercato impedisce alle strategie comunicative elaborate dallo spin doctor di propagarsi liberamente. Per i grandi industriali l’unione tra democrazia americana e capitalismo sfrenato non deve essere messa in crisi. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale pone fine a questa diatriba a favore dei grandi interessi capitalistici e Bernays può continuare imperterrito la sua attività di PR presso la Philco, azienda di elettrodomestici, presso la quale promuove un nuovo modello di radio dalle alte prestazioni sonore.
Dopo la fine del conflitto, lo spin doctor acquisisce una fama nazionale indiscussa e con le sue potenti ed affinate conoscenze in materia di condizionamento delle masse collabora con i più alti gradi istituzionali della politica statunitense, come nel caso del rovesciamento del governo del Guatemala di Jacob Arbenz Guzman. Nel 1953, infatti, questo colonnello viene eletto primo ministro con un programma di restituzione al popolo di quasi tutte le piantagioni di banane possedute dalla compagnia americana “United Fruit Company” (l’attuale Chiquita Brands International). Di conseguenza, la potente corporation ingaggia Bernays per sbarazzarsi dello scomodo ufficiale. Pur essendo semplicemente un socialdemocratico senza alcun legame con la Russia, Guzman viene spacciato negli USA come comunista, aizzando negli americani la paura del pericolo sovietico alle porte di casa. Attraverso un organo di stampa creato ad hoc, fintamente indipendente, Bernays diffonde nel proprio Paese l’idea che il colonnello sia una semplice marionetta nelle mani dei comunisti, manovrata per attaccare da pochi passi gli Stati Uniti. Creato il clima psico-sociale adatto per un “regime change”, non rimane che rovesciare il governo di Guzman utilizzando elementi della CIA sotto copertura per creare ed armare un esercito di “ribelli”, con alla testa un ufficiale locale, tale Carlos Castillo Armas, per conferire all’operazione un carattere spontaneistico interno. Inutile dire che nel 1954, dopo solo un anno al potere, Guzman è costretto a lasciare il Guatemala e la “United Fruit Company” può ritornare a fare affari in uno stato non sovrano.
Confortato dal successo di questa operazione, all’apice della sua carriera Bernays formula il concetto di ”ignegneria del consenso”, concetto tutt’oggi utilizzato ed adattato da moltissimi esperti di comunicazione e manipolazione delle masse con l’odierna espressione “fabbrica del consenso”. Bernays muore all’età di 103 anni, nel 1995.
E’ molto facile intuire come l’eredità di questo ultracentenario ed infaticabile affabulatore di folle, sia sul piano prettamente politico sia su quello del condizionamento ed indirizzamento dei gusti e dei bisogni commerciali dei cittadini sia di grande attualità. I suoi discepoli, noti e meno conosciuti, che agiscano nell’ombra o si manifestino apertamente sotto gli occhi dell’opinione pubblica, prendono spunto a piene mani dalle opere e dalle attività del loro mentore, affinando ancor di più – se possibile – le tecniche di penetrazione mentale e delle coscienze. E nell’era di internet, quella che secondo gli entusiasti porterà gli individui ad un grado di consapevolezza mai raggiunto nel passato, si ha l’impressione, invece, che il “popolo bue” sia ancor più penetrabile e manipolabile. Forse, neanche Bernays si capaciterebbe dei “grandiosi” risultati ottenuti oggi dai suoi esperimenti di ingegneria sociale…