SIAMO ALLE SOLITE…

 

di Marcello D’Addabbo

Volevamo stupirvi con effetti speciali, invece…siamo alle solite. Purtroppo. Mentre scriviamo Luigi Di Maio è in Usa, in realtà è lì già da qualche giorno il che ci permette di analizzare le circostanze di questa ennesima sodomia coloniale italiota. Certo, direte voi, il rito del “viaggetto a Washington” del possibile futuro titolare di Palazzo Chigi è un rito consolidato dal ’47 (lo inaugurò De Gasperi con il famoso cappotto prestato dall’amico Dc Attilio Piccioni), e proseguito con una sequela di trasvolate che vanno da Occhetto e Fini – i pericoli rossi e neri che andavano sventati – fino a Napolitano, quest’ultimo quasi uno stalliere della Casa Bianca. Ma se quelle visite potevano destare un certo imbarazzo a democristiani, comunisti e postfascisti degli anni ’90, Di Maio, al contrario, in Usa ci è andato con il piglio di uno scolaretto entusiasta con lo zainetto pieno di compitini da far vedere al maestro. Lo stile è sempre quello da primino della classe perfettamente sbarbato e non cambierà mai – è Di Maio che ci volete fare mica uno statista – ma ciò che rileva è il contenuto delle dichiarazioni e incontri sin qui trapelati. Già nelle riunioni preliminari traspare l’intento della gita scolastica: «Basta con questa storia della Russia e che siamo alla mercé di Putin – ha dichiarato – non sta in piedi e ci fa solo del male». Segue una cena con l’ambasciatore Armando Varricchio (quello nella foto-ricordo), accompagnato dal capo della comunicazione Rocco Casalino e dal consigliere politico Vincenzo Spadafora, a cui si deve molto della ribalta internazionale del candidato premier del M5S. E si passa al piatto forte del viaggio: oltre un’ora di colloquio con Conrad Tribble, vice assistente segretario di Stato per l’Europa occidentale (il nostro cane da guardia insomma), meeting del quale trapelano stralci e indiscrezioni che lasciano ben poco spazio alla fantasia. La prima precisazione è sulla Nato: «Non vogliamo uscire», tuona Di Maio. A settembre aveva quantomeno detto no all’innalzamento al 2% del Pil come contributo italiano all’Alleanza Atlantica (come richiesto da Trump). Ora sembra aver cambiato idea: «Non diciamo no ma abbiamo perplessità che si utilizzino 14 miliardi in più solo in armamenti. Spendiamoli in intelligence e tecnologie…». Della serie cambiamo la voce di spesa e il gioco è fatto. Stessa solfa sulla missione afgana dove Di Maio sembrava per un istante folgorato da un impeto craxiano…quasi una folata dello spirito di Sigonella: «Se andremo al governo ritireremo il contingente!!». E qui non facciamo in tempo a fargli la ola, che siamo subito raggelati dall’immediato e immancabile “ma”…«Ma confermiamo la nostra partecipazione alle missioni di pace(!!)». Cioè, basta cambiare la ragiona sociale, il “brand” della missione, e il M5S si rimangia l’impegno del ritiro dei contingenti militari italiani all’estero, voluti lì dagli Usa. Sarebbe stato più serio sostenere di credere fermamente nell’opportunità delle guerre Usa, come in passato fecero Oriana Fallaci, la Bonino e Ferrara che nascondersi ignobilmente dietro regole di ingaggio, cornici internazionali e presunti umanitarismi. Forse un personaggio mediamente scolarizzato che colloca senza tentennamenti Augusto Pinochet in Venezuela non sa che dall’intervento in Vietnam gli Usa non hanno mai più definito “guerra” una loro missione militare. Gli interventi americani sono sempre umanitari, operazioni anti terrorismo o sostegno alle opposizioni democratiche, se si cerca un pretesto semantico per mantenere i soldatini italiani in Afghanistan non c’è che l’imbarazzo della scelta, la sinistra italiana di lotta e di governo può dargli lezioni. Poi si giunge alla questione elettorale: «Ma se non fate alleanze come pensate di governare?», chiede l’interlocutore americano, arcigno e diffidente. E qui viene tradito un altro dogma del movimento – zero alleati. «Se non avremo la maggioranza assoluta – risponde allusivo – ci assumeremo la responsabilità di non lasciare il Paese nel caos». Già si vede all’orizzonte la faccia compiaciuta di Bersani nell’inedita e insperata veste di garante degli equilibri atlantici in un governo 2018 zeppo di tecnici con il movimento di Grillo posto sotto tutela, fuori dai ministeri chiave ad occuparsi solo di pale eoliche, startup, auto elettriche e cantieri da aprire con Renzo Piano. Con tanti prati verdi a circondare la bandiera americana. La proposta di eliminare le sanzioni contro Mosca è stata nel frattempo derubricata a mera questione commerciale per favorire l’export italiano e il ragazzo di Pomigliano nella medesima sessione di incontri ha anche ribadito che non desidera un’Italia fuori dall’Ue ma solo rivedere i trattati europei (con il permesso della Merkel magari?).

Insomma il quadro è completo, la cornice anche. Le contraddizioni interne al movimento però sono tutt’altro che risolte. Di Maio di fatto è l’atlantista del gruppo ma sa benissimo che tra i grillini a giocare con la sponda russa sono stati in diversi. Alessandro Di Battista, il senatore Vito Petrocelli e soprattutto Manlio Di Stefano, responsabile Esteri del movimento, di fatto oggi esautorato, un sovranista che parla chiaro. Il viaggio di Di Maio manda anche in soffitta le dichiarazioni amichevoli sul Venezuela di Maduro della senatrice Ornella Bertorotta e dello stesso Di Battista. Una svolta che però non convince molto la Casa Bianca, tanto che gli spifferi della Sala Ovale riportano come l’establishment della politica estera di Washington veda un’Italia meglio servita (per servire) da un governo di centrosinistra o centrodestra, piuttosto che dal Movimento 5 Stelle. E’ Charles Kupchan a rivelare l’indiscrezione, globalista incaricato già da Obama di elaborare piani di contrasto al populismo, soprattutto europeo. Nell’amministrazione Trump, poi, dopo i risultati delle elezioni in Sicilia si è solidificata la corrente che spera nel ritorno a Palazzo Chigi della coalizione guidata da Silvio Berlusconi. Forse neanche sotto Bush Berlusconi ha avuto a Washington una sponda così. Deve essere frustrante per Di Maio aver fatto per giorni il “Balilla” della causa americana per essere poi surclassato da Berlusconi. «M5S – spiega Kupchan – rappresenta un partito allineato con il sentimento populista, potenzialmente pericoloso per il processo di integrazione europea, e dannoso per la solidarietà transatlantica». In realtà, purtroppo per molti elettori grillini, Kupchan e i suoi amici globalisti non hanno nulla da temere da uno come Di Maio. Ma in rete le reazioni della base grillina non mancano e proprio sotto il racconto di viaggio pubblicato dal Balilla-yankee sul blog di Grillo, si leggono commenti molto eloquenti nei quali si ricorda a Di Maio che gli Usa rappresentano quasi tutto il contrario di ciò che viene praticato dal movimento: liberismo sfrenato, guerrafondai, tra i primi tre paesi più inquinanti del mondo, colonialisti etc etc. “Non siamo filorussi – scrive un iscritto – ma, dovremmo esserlo!”. “Forse – caro Di Maio – non ha presente chiaramente il ruolo fondamentale che sta avendo la RUSSIA in questo periodo storico, unico vero argine al totalitarismo liberale partorito e finanziato dalle lobbies americane”. Non sono pochi i commenti di questo tenore, contro il processo di evidente democristianizzazione del movimento. Ma la normalizzazione va avanti e alcuni giornali segnalano un fatto curioso, soprattutto per le tempistiche: da diversi giorni e con regolarità inquietante stanno sparendo, dai siti della rete pro M5S (a volte siti ufficiali della Casaleggio, altre volte siti non ufficiali simpatizzanti) pagine, post, video che hanno rappresentato contenuti fondamentali della propaganda pro Putin, o no vax, apparsa nel mondo grillino nel biennio cruciale 2015-2017. Risulta inaccessibile, da “La Fucina”, un link storico sul volo MH17 della Malaysia airline che si schiantò in Ucraina il 17 luglio 2014, che rivelava coinvolgimenti ucraini in quella tragedia. Altro esempio, un video apologetico di Putin titolato «vogliono incatenare l’orso russo», accompagnato da un testo di Manlio Di Stefano, reca da settimane il messaggio: «Error loading player: No playable sources found». Si trattava di un video de La Cosa (la tv ufficiale del blog di Grillo). Sono solo alcune delle decine di segnalazioni che stanno insospettendo la base grillina e i social network, convinti che su questa mirata e occulta depurazione del web grillino vi sia la mano di Casaleggio e del suo clan di esperti informatici. Sarebbe interessante vedere i tessitori della rete restare impigliati tra le maglie della creatura che essi stessi hanno creato, nell’atto di volerla censurare. Una rete che potrebbe essere molto più vivace e reattiva di quanto questi guru del web avevano previsto. Gli effetti speciali potremmo forse vederli soltanto qui nel web, per la politica del movimento, al contrario, stiamo assistendo a riti istituzionali che si ripetono seguendo un copione consolidato negli anni. Siamo alle solite. Purtroppo.

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TIRA ARIA DI SOCIAL-FOBIA

di Marcello D’Addabbo

Non la smettono. Non vogliono accettare di essere contestati. Politici, gente delle istituzioni, opinion makers dei talk show televisivi “generalisti”, un agguerrito convento di moralisti sceso in campo per contrastare gli “haters”, gli odiatori di professione. Ne abbiam già discusso quando a tirare la cima di rapa erano gli Andrea Scanzi (omen nomen), i Marco Travaglio – “sono ormai incapace, confessa, di gestire la mia pagina Facebook” e dulcis in fundo…Enrico Mentana, l’odiatore di odiatori per eccellenza, che tuttavia ha almeno la faccia di (far)rispondere colpo su colpo a tutti i post ostili che riceve. Ma la vicenda sembra non avere fine, perennemente rinnovata da chi non accetta di coniugare la propria fichissima notorietà pubblica con qualche vaffanculo ben assestato dal lettore di turno. Di recente Myrta Merlino, conduttrice di “L’Aria che tira” su La7 ha ingaggiato nel suo spazio pomeridiano una campagna contro l’odio sui social. Prima ospitata inaugurale di questo splendido sceneggiato tv, ovviamente, riservata “honoris causa” a Laura Boldrini – poteva mancare il bersaglio universale di tutti gli haters d’Italia? – beatificata martire di questi nuovi unni del web…i soliti sessisti ignoranti e vigliacchi. Insomma, la vecchia storia dei leoni da tastiera che si nascondono nell’anonimato di un nickname per scagliare impunemente tonnellate di improperi. “Bisogna reagire! Devono assumersi le loro responsabilità nei tribunali, vogliamo i nomi!” – strilla la vippaglia politicoide dei sinistrorsi che non hanno fatto in tempo a rifluire dai cortei del ’68 – dove intonavano “vietato vietare” – per invocare la più dura repressione da scatenare contro chiunque li contesti, ora che in parlamento e nei ministeri ci sono finalmente loro. Insomma siamo alle solite, dalla rivoluzione al regime il passo è durato quanto il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. 

La nuova stagione televisiva del programma della Merlino vede al centro di ogni puntata(!) la campagna di sensibilizzazione sul problema della violenza verbale e dell’offesa gratuita sui social – una campagna virale con il patetico hashtag #odiolodio e l’impegno a inviare i propri giornalisti a “cercare gli haters”. Laura Boldrini, che in agosto ha fatto sapere che denuncerà chi la fa oggetto di “quotidiane sconcezze, minacce e messaggi violenti”, quasi tutti a sfondo sessuale, ovviamente è la madrina dell’iniziativa. E qui urge una riflessione: possibile che non si rendano conto di quanto siano diventati comici?? E’ una reazione a dir poco divertente, tutta da ridere, da zitelle isteriche, bizzoche moraliste della parrocchia di un paesello, che denota tutta l’impotenza dell’insultato/a di turno a contrastare l’attacco ricevuto. Certo, molto più conveniente puntare l’indice sulla volgarità e gratuità dell’insulto della rete che porsi, mettendosi in discussione, la più semplice delle domande…PERCHE’? Perché sono tanto odiati e insultati dalla rete? Troppo arduo indagare sulla natura di questa rabbia smisurata, forse ancora più autentica proprio quando è priva di argomentazioni, pura nella sua violenza, marinettianamente igienica, futurista e un po’ alla Fight Club, che scaturisce, inutile nasconderlo, dal profondo senso della giustizia umana, da quell’armonia negata e sfregiata ogni giorno da queste insulse comparse del dibattito pubblico, da questa gente pagata per calmierare con i talk show la schiuma rabbiosa del popolo che altri, più in alto di questi figuranti, intanto saccheggiano e umiliano senza sosta e ritegno. Già perché basterebbe possedere un minimo di residuale intuito per la lettura degli eventi per comprendere la natura di certi moti popolari, anche quando si esprimono – come oggi – attraverso il web. La natura dell’intimo legame retributivo che unisce i torti subiti con la rabbia che inevitabilmente ne scaturisce, talvolta persino ad insaputa dell’agente, il rabbioso di turno, che apparentemente non è che un semplice teppista verbale privo di bon ton. Insomma saper leggere tra le righe e gettare lo sguardo nel profondo “maelstrom” della coscienza collettiva, è una facoltà che queste comparse da avanspettacolo dimostrano di non possedere nel dna.  

Esiste un istinto nel popolo, autentico e primordiale, che gli consente di percepire la differenza di massima tra verità e menzogna. E’ quell’istinto che fece votare in massa gli italiani per Berlusconi proprio quando era maggiormente aggredito, per via giudiziaria, da poteri anti-italiani e manine straniere – Eni/Gazprom aveva fatto perdere la pazienza agli stessi che fecero fuori Enrico Mattei. Quel senso di giustizia che si trasforma in rabbia non appena la giustizia è negata. Metti una Boldrini, nel ruolo di portavoce dell’agenzia mondialista UNHRC già agitava una campagna contro i respingimenti degli immigrati operati dall’allora ministro Maroni (il migliore responsabile degli Interni fino ad ora), e oggi continua a sviolinare il verbo Onu-sorosiano dell’”accogliamoli tutti” in un Paese uscito da dieci anni di devastazione economica (peggio del 29’) dove il 60% dei giovani del Sud è privo di lavoro e prospettive, senza contare i nostri emigrati che sono già all’estero e quelli che continuano a fuggire – migranti economici italiani, no!? Per comprendere la rabbia contro la Boldrini bisogna far parlare quei fiumi di ragazzi (e adulti) che si mettono in coda per accedere ai concorsi pubblici nazionali presso i padiglioni della Fiera di Roma. Un rito collettivo che accomuna sogni, disperazioni, aspettative e frustrazioni di migliaia di italiani che non hanno ancora preso il fatidico biglietto aereo verso i dorati regni della meritocrazia germanica ed anglosassone. Quelli che non hanno ancora deciso “di andarsene” e ne pagano le conseguenze. Per 800 posti di Cancelliere nei Tribunali italiani si sono iscritti online in 25 mila. Per un centinaio di posti da infermiere a Genova si sono presentati in 12 mila. Ma la signora della Camera è comunque intenta a menarci mezza Africa nel cortile di casa. E’ una rabbia, quindi, appena proporzionata a ciò che si subisce tutti i giorni e che in linea di principio non avrebbe bisogno di essere accompagnata da argomentazioni e chiacchiere da salotto. La Boldrini non è presa di mira in quanto donna come si sente spesso ridicolmente affermare (lo era la signora Nilde Iotti nei tanti anni di presidenza della Camera per caso??), ma in quanto capolavoro di doppiezza e insensibilità, un mostro di falsità finto-moralista al servizio dei piani alti del potere, quelli interessati a oliare di retorica il processo della “grande sostituzione” voluta dalle multinazionali e banche per abbassare il costo del lavoro, come spiega ormai da mesi l’instancabile Diego Fusaro. Una retorica che viene, oltretutto, somministrata alle plebi democratiche da gente che di solito si sposta in auto e aerei di Stato, scortata da buttafuori di Stato, che manda i propri figli nelle università private e conduce uno stile di vita lontano anni luce da quegli immigrati che in televisione e nelle compiaciute apparizioni ai convegni universitari pontifica di voler accogliere fraternamente. Da qui nasce il grido populista “ospitateli a casa vostra”, falsamente scambiato per irrazionale xenofobia. Il popolo comprende queste dinamiche più di quanto non credano lorsignori. E di conseguenza ruggisce. E loro cosa fanno? Reprimono! Perché non sopportano sentire rimbombare le urla della gente nel vuoto pneumatico delle loro non risposte. Pertanto, era ovvio, la marea oggi monta e tanto Renzi quanto Berlusconi devono vedersela rispettivamente con Grillo e Salvini che si ingrossano elettoralmente come baobab nel deserto. Già perché questi due hanno semplicemente capito che la marea montante della furia popolare non va contrastata ma al contrario compresa e interpretata, utilizzata eventualmente come vettore di cambiamenti epocali nel cuore dell’Occidente, se mai ne saranno capaci. Quando un corpo reagisce vuol dire che è ancora vivo e non accetta di decomporsi. Se questa realtà di disagio profondo che cova, viene negata e repressa mediante la promulgazione di leggi che sanciscono reati d’opinione o mediante l’attività di polizia postale finalizzata a chiudere decine di pagine Facebook agli ordini di questa casta di “infastiditi” è il segno che un sistema è al collasso. Cosa potranno ancora imputare a Putin adesso? Di essere un dittatore? Un Duce? Esiste la legge Fiano in Russia? Le opinioni lì sono perseguite fino ai gesti e ai simboli grafici riportati sui gadget? A chi appartengono i canali di informazione in Occidente? Come mai è presa tanto di mira proprio la rete, e il web dei social network, dove esiste un padrone – certo…mica crediamo alla fata turchina qui – ma non ci sono direttori prezzolati che ti dicono cosa puoi o non puoi scrivere? La libertà di opinione come espediente costituzionale creato con il presupposto di controllare i principali giornali e televisioni, screditando poi moralmente tutto ciò che si colloca fuori da quei circuiti patinati quanto blindati, ai piani inferiori, nella fogna del populismo e dove cova la “pancia del Paese” – ennesimo “ghetto semantico” ideato del regime dei media – ormai non funziona più. Si sono invertite le proporzioni numeriche. E la repressione in rete, tanto invocata in questi giorni, non farà che muovere la brace ardente e attizzare il fuoco. A quel punto, con buona pace della signora Merlino, sarà un’altra…l’aria che tira.

…LUI E’ TORNATO!

di Marcello D’Addabbo

Non lo vedete anche voi all’orizzonte?? Con la forza ineluttabile del destino si fa largo tra i popoli lo spettro – pelato – di colui che fece tornare l’Impero sui colli fatali di Roma! E’ questa, dunque, l’ultima trovata della liberaldemocrazia morente…già ammaccata dai durissimi colpi di Brexit, elezione di Trump, dalla crescita del Front National – divenuto terza forza di Francia dopo l’inconsistente “Un Marche” e la destra divisa e confusa dei Républicains, – poi ancora dai trionfi di Orban, dalla crescita di Hofer in Austria e dal plauso collettivo rivolto da milioni di internauti occidentali via web a quell’altra temibile “testa calva” che si affaccia, a riconfermare l’archetipo, non più tra i colli romani ma tra le guglie colorate e non meno fatali del Cremlino, dove la terza Roma riaccende il faro che fu della prima. Sorgono duci, dunque, ma proprio per questo e in gran fretta tutti i pupi di questo presepe populista vanno immediatamente ricondotti nella memoria atavica generazionale all’archetipo originario di colui che per primo generò l’idea e trascinò gli eventi, l’utile male assoluto personificato, fucilato e appeso a testa in giù ad un distributore di benzina nel 1945 e tuttavia ancora in grado di rinsaldare gli animi degli ormai svogliati antifascisti della penisola da arruolare, dopo visita medica geriatrica, per una nuova crociata democratica.
Non si è mai parlato tanto di Mussolini come in quei momenti della storia degli ultimi settant’anni in cui il potere che lo aveva distrutto e gettato nel Tartaro della damnatio memoriae si è sentito, infine, traballare. E’ stata sempre questa la litania intonata dall’oligarchia che governa politica, banche, giornali e tv dalla fine della seconda guerra mondiale e dal camerierato politicante che umilmente la serve. Disse brillantemente Marcello Veneziani durante i giorni convulsi e lontani degli attacchi contro il “cavaliere nero” sceso in campo nel ‘94 in veste di sdoganatore di gagliardetti, “quando l’attuale classe politica si sente minacciata nella propria esistenza da una vampata di protesta popolare, adotta una vecchia soluzione: rompere il vetro e tirare fuori il fascismo!”. Esecutori materiali dell’impresa: i giornalisti. Quelli del mainstream ovviamente. E il piano oggigiorno si sta realizzando a tappe forzate, data la rapidità dell’ascesa populista in Occidente e soprattutto l’aggravarsi della crisi sociale che ne alimenta i successi elettorali.
In principio sono piovute inchieste e sondaggi su giornaloni e tv generaliste circa il pericolo rappresentato dalla recente affezione popolare per “l’uomo forte”. Ti piace l’uomo forte? Lo vorresti oggi un nuovo Mussolini che ti risolve i problemi? Che caccia immigrati e restituisce moneta e dignità al popolo? Bene, preso atto del plebiscito favorevole, siamo nei guai! Questi popolani non imparano mai dalla storia! Ci saranno guerre, pestilenze, persecuzioni e invasioni di cavallette…perché l’uomo forte verrà, dopo aver sedotto la pancia della società in crisi con la sua astuta demagogia, e una volta al potere sarà fuori controllo, pronto a trascinarci tutti nella rovina! Sono allucinazioni che nascono in stanze piccole ma sono destinate alla massa, specialmente a quelli che si sono formati leggendo l’Amaca di Michele Serra e che non hanno mai letto ciò che scrivevano a fine ottocento Mosca, Michels e Pareto – oggi ripresi brillantemente da Luciano Canfora – sulle leggi eterne che regolano il potere. Quelli, insomma, che si sono bevuti il mito della democrazia. Principale destinatario del richiamino del vaccino democratico contro il pericolo del populismo autoritario è soprattutto l’elettorato di sinistra (deluso dal blairismo filocapitalista, dai D’Alema che hanno imboccato la “terza via” bombardando con Clinton la ex Iugoslavia – paese ancora socialista – delusi dai co.co.co. di Treu e dai voucher di Poletti). Un elettorato che conserva, a quanto pare, quasi intatto il proprio retroterra ideologico: l’antifascismo militante. E’ quella la potenziale prima fila del servizio d’ordine del regime liberal-democratico, una moltitudine carica di retorica da riattizzare facendo credere che i crucchi sono di nuovo alle porte travestiti da Trump, Le Pen e Salvini, ma con gli scarponi chiodati e l’elmo del Kaiser ben nascosti nell’armadio, per tornare tutti di nuovo ad imbracciare il fucile cantando bella ciao e non passa lo straniero! Si certo…ma per difendere i forzieri della BCE stavolta! Per questo motivo già mesi addietro la Tv pubblica era scesa in campo con un’intera puntata di Agorà dedicata, ancora una volta, “all’uomo forte”(!) e Paolo Mieli, ospite non casuale in questi frangenti, manifestava i suoi brividi di paura dinanzi ai ragazzi intervistati per strada dalla Rai che inneggiavano al ritorno del Duce. 

Ma ad attizzare ancor più le paure ai piani più alti ci ha pensato il recente sondaggio condotto dal blog “Scenari Economici”, un alfiere della controinformazione, che ha posto il 4 e 5 luglio ad un campione di migliaia di italiani la domanda: “Se in Italia ci fosse un Colpo di Stato Militare a “termine”, della durata massima di 18 mesi, per ripristinare democrazia, attuazione di Costituzione e interesse nazionale, come ti schiereresti?”. Nonostante i buoni propositi attribuiti al fantomatico “governo in divisa” fossero quelli di un ritorno ad una libertà semplicemente più ordinata lasciando intonse democrazia e Costituzione repubblicana dopo un temporaneo “giro di vite”, il risultato del sondaggio ha fatto provare un brivido di terrore dietro la schiena ai buoni democratici nostrani, servi dell’oligarchia finanziaria – quelli che lavorano alacremente allo scopo di reiterare ad infinitum la palude democratica nella quale sprofonda l’Italia. Un risultato esplosivo che si commenta da solo:

VOTI TOTALI – 4.791 (non proprio una manciata di persone)

RISPOSTA A) SCENDEREI IN PIAZZA E MI OPPORREI, ANCHE IN MODO VIOLENTO NR 411 PARI AL 8,6%

RISPOSTA B) STAREI A CASA E VALUTEREI L’OPERATO DEL NUOVO GOVERNO NR  973 VOTI PARI AL 20,3%

RISPOSTA C) APPOGGEREI IN MODO ATTIVO L’OPERATO DEL GOVERNO MILITARE NR  3.402 VOTI PARI AL  71,1%.

Per giorni se n’è parlato sui media, data la notorietà e indiscussa autorevolezza del blog, fondato dall’economista Prof. Antonio Maria Rinaldi. Radio 24 ha invitato a quel punto i radioascoltatori a commentare lo sconcertante risultato per Melog cronache quotidiane – rassicurante trasmissione mattutina del giornalista Gianluca Nicoletti, ricevendo un’altra conferma di ciò che pensa la gente in ordine alla partecipazione attiva ad una eventuale Junta militare, anzi diremmo addirittura entusiastica se l’onorevole Fiano non ci facesse subito gettare in carcere con l’aiuto di qualche P.M. compiacente. Insomma i radioascoltatori la pensavano come i partecipanti al sondaggio. Orrore, la gente desidera l’ordine! Gli italiani salirebbero sui carri armati che sfilano per le vie di Roma incitando i soldati invece di farsi schiacciare dai cingolati, come gli studenti di piazza Tienanmen, protestando in difesa delle libertà democratiche rappresentate…dalla Boldrini che vola su aerei di Stato, da Renzi che vende l’Italia alla Merkel per 80 euro e da Alfano che spalanca le porte agli immigrati mentre tutta l’Europa è intenta a chiuderle. Ecco perché è assolutamente necessario far credere a tutti che “un Mussolini” stia per tornare in un’altra forma.
Infine, piatto forte del piccolo clima da caccia alle streghe la recente, goffissima, proposta di legge del già citato deputato Emanuele Fiano, atta ad introdurre il reato di “propaganda del regime fascista”. Siamo davvero al colmo del ridicolo, un regime che ha cessato di fatto la propria esistenza istituzionale nel lontano settembre del 43’ – o aprile ’45 se si considera l’esperienza della RSI – ma che di fatto proprio questa legge avrebbe l’effetto di riattualizzare indicando come minaccia attuale e reale al di là del tempo e della storia, una “propaganda” riferita al medesimo. E in che modo i finissimi promotori del disegno di legge vedono attuarsi oggi una tale minaccia?? Attraverso la diffusione dei soliti pericolosissimi gadget nei circuiti degli ambienti politici identitari! Fossi un sincero antifascista mi allarmerei nell’assistere allo spettacolo di questa continua e isterica evocazione legislativa di spettri in bianco e nero, di questa scomposta e fanatica furia iconoclasta contro le immaginette del Duce, i portachiavi a forma di M, il Sangiovese etichettato a Predappio con le effigie orlate di aquile e saluti romani, e altra inoffensiva paccottiglia nostalgica. Dunque dobbiamo prendere atto che le disposizioni transitorie della Costituzione, la già esistente Legge Scelba sul reato di apologia del fascismo e la legge Mancino sulle discriminazioni razziali non proteggono più in modo sufficiente il sistema democratico dagli assalti di…portachiavi, fermacarte, penne e fazzoletti neri. E, ciliegina sulla torta, a nemico pubblico viene additato – da La Repubblica – un personaggio da avanspettacolo che gestisce a Chioggia una spiaggia zeppa di richiami nostalgici e slogan del Ventennio. Fosse soltanto l’isteria mestruale di Fiano e del quotidiano di De Benedetti a generare queste patologie psichiatrico-legislative e relativo clima paranoide ossessivo, non avremmo nulla di cui riflettere. Ma sul sig. Scarpa, titolare del lido veneto, la Digos ha indagato, la Procura della Repubblica di Venezia ne ha inserito il nominativo in un fascicolo aperto ad hoc ed il Prefetto di Venezia Carlo Boffi ha emesso un’ordinanza “per l’immediata rimozione di ogni riferimento al fascismo contenuto in cartelli, manifesti e scritte” presenti all’interno dello stabilimento balneare. Insomma si direbbe che si sono mosse le istituzioni. Con le attuali leggi, che condanno principalmente i tentativi di ricostruzione del partito fascista, il proprietario del lido probabilmente non verrebbe condannato. Se invece venisse approvata la proposta di legge in discussione, rischierebbe da sei mesi a due anni di carcere. Fin troppo facile costatare come una tale anticipazione della tutela giuridica, che individua in gesti e slogan gli elementi oggettivi del reato introducendo di fatto un delitto d’opinione, vada a negare le premesse concettuali di libertà che costituirebbero le fondamenta della Costituzione repubblicana in nome delle quali si agisce e ci si dichiara antifascisti.
Come chiarito in premessa, il presente è un evidentissimo tentativo di smorzare i toni montanti del dibattito pubblico e annichilire la marea impetuosa del sovranismo in Europa. Una campagna di terrorismo verso l’immaginario collettivo che torna utile un po’ a tutti: i politici che hanno governato fino ad ora possono far dimenticare i disastri causati dalla loro ignominia morale e dalla fideistica adesione alla religione suicida dell’euro. Il PD, oggi il partito-stato che ha sostituito la DC dopo la fine della guerra fredda, che porta il peso dell’accusa maggiore, può far dimenticare ogni nefandezza compiuta in nome della permanenza al potere – appalti truccati, corruzione, patti territoriali con la camorra, affiliazione acritica all’eurocrazia, sudditanza verso la Merkel, idolatria di Obama, tifo da stadio per BCE, Draghi e il suo miracoloso (!) quantitative easing (se non era per Lui dove saremmo finiti?!!) e compagnia delirando. Proprio quando gli effetti della cura somministrata al popolo da lorsignori sono tanto visibili da non poter essere nascosti – disoccupazione, depressione diffusa tra chi cerca e non trova lavoro, reddito disponibile e consumi crollati, seggi elettorali deserti, sfiducia nei mass media e nelle istituzioni – ecco che arriva il colpo di spugna! Contrordine compagni, tutto archiviato…i fasci sono alle porte non c’è tempo da perdere! Si torma alla purezza ideologica e ai partigiani sulle montagne. Non passa lo straniero, chi ha dato ha dato scurdammoce o’ passato! E sono anche arci convinti che il trucco di “attenti al fascio” usato per salvarsi in zona Cesarini funzioni ancora. Invece stavolta si sbagliano. Non funzionerà e sarà un boomerang, come già si preannuncia con tutta evidenza. Basta una rapida visuale d’insieme sulla realtà contemporanea per comprenderne lo zeitgeist: il terrorismo favolistico sciorinato nella campagna referendaria inglese sugli effetti della Brexit ne ha determinato invece il trionfo, la campagna demonizzante contro Trump ne ha moltiplicato il consenso, le inchieste della magistratura francese contro la Le Pen ne hanno sancito l’ingresso in Parlamento e anni di isteria anti-Putin ne hanno consolidato l’immagine di statista imperturbabile e lungimirante, tanto odiato dal potere oligarchico quanto stimato dai popoli occidentali. Un disastro, insomma. Perché continuano allora? Di nuovo Mussolini adesso…riesumato da Predappio?? Severgnini, Zucconi, Fazio, Augias, Michele Serra, Paolo Mieli, Botteri ma la lista potrebbe allungarsi a dismisura, non hanno più armi per contrastare l’onda di sollevazione popolare che monta impetuosa in conseguenza al collasso dell’economia reale combinato con l’inettitudine di maggiordomi politici del calibro di Hollande e Renzi. E’ un’onda che viaggia dritta verso i loro padroni, Soros & c., pronta pertanto a travolgere, prima di questi ultimi, le prime file di mercenari del coro mediatico che ne sostiene la narrazione pubblica. Dunque il nutrito “soviet benpensante” preme sul nemico esistenziale – il popolo – con questi mezzi perché, con buona pace di coloro che li ritengono “persone intelligenti” e “colte”, sono invece degli sprovveduti e di mezzi non ne possiedono altri. Negli anni 70’ questa propaganda poteva attecchire e di fatto ha dato a questo ciarpame umano da mangiare. Troppo facile vittoria era allora agire da aguzzini con il vento in poppa della storia. Oggi la situazione è capovolta, dopo un giro di boa della realtà gli stessi agitatori di ieri si sono trovati controvento e possono urlare quanto vogliono, attenti al Duce! Il Duce non c’è, per ora. Riposa a Predappio. Tuttavia fossi in loro la smetterei di continuare ad evocarne il ritorno. Prima o poi…