SAPESSE, CONTESSA….

di Leonardo Petrocelli

E alla fine s’è scissa la scissione. Michele Emiliano resta nel partito, a contendere il trono a Renzi e all’altro scialbo trio d’oppositori (Orlando, Damiano e don Cuperlo), mentre la combriccola dei Bersani, D’Alema, Rossi e Speranza infila la porta e saluta. Almeno così pare perché in questo grottesco teatrino delle ombre, capace di ammorbare e paralizzare l’Italia per settimane, nulla sembra certo, a parte la cialtronaggine dei personaggi in scena.

Ora, Maurizio Blondet l’ha buttata sul potere e sottopotere, sulla volontà degli scalcagnati protagonisti della commedia di rubare spazi e poltrone secondo convenienza. Un riposizionamento dei lupi intorno all’orso morente eppure desideroso di tenere per sé la carcassa del cervo. L’analisi istintiva della casalinga di Voghera, insomma, nobilitata a traccia dominante perché, a questo punto, il Pd non pare meritare nulla di diverso. Vero, sicuramente, ma noi preferiamo entrare nella camera degli orrori scegliendo un’altra porta d’ingresso, non meno banale. Cioè quella delle vendette personali. Prendete il discorso di Veltroni, ad esempio, tornato a parlare dopo anni. Il suo endorsement a Renzi, che pure l’aveva rottamato, era in realtà un sassolino tolto dalla scarpa e tirato contro D’Alema e i dalemiani. Anche il congresso lampo, che tanto vespaio ha suscitato, nasce per lo stesso motivo cioè dal tosco desiderio di far pagare alla minoranza dem la campagna referendaria per il No. La qual cosa, si sa, è a sua volta una vendetta per la rottamazione feroce di qualche tempo prima. La vendetta della vendetta della vendetta. Niente di più, niente di meno, nell’ovvia considerazione che questa faida personalissima sia stata terreno fertile per l’incistarsi di egoismi, calcoli cinici, trattative e mercimoni vari.

Ma se la vita quotidiana è una rappresentazione, come sosteneva Goffman, il dato più interessante rimane quello della narrazione politica. Del modo, in sostanza, in cui la minoranza ha venduto la faccenda al pubblico. Niente personalismi, per carità, e niente corse per un posto al sole, ci mancherebbe. A dettare la spaccatura, sostiene D’Alema, sarebbe stato quel “solco politico e culturale profondissimo” che dividerebbe inesorabilmente i renziani e la minoranza dem. Una guerra dei mondi, dunque, fra due visioni inconciliabili della politica e della sinistra. Davvero? Renzi lo conosciamo tutti. Ma conosciamo anche gli altri, ahinoi fin troppo bene. E non ci stancheremo mai, sarà la ventesima volta, di mettere in fila tutti i loro successi accumulati negli anni passati: le privatizzazioni selvagge, la guerra in Jugoslavia, la riforma Berlinguer, che segnò l’inizio della distruzione dell’università italiana, e quella, scellerata, del Titolo V della Costituzione che invece ha affossato la sanità e reso ingestibili i rapporti fra la periferia ed il centro. E poi, ancora, l’ingresso nell’euro e la sua difesa ad oltranza, le cessioni di sovranità, Ciampi e Napolitano al Quirinale, il sostegno appassionato a tutti i governi tecnici e bancari che si sono avvicendai sulla scena, a cominciare da quello di Monti che Bersani cercò di tenere in piedi fino all’ultimo secondo. E come dimenticare il Pacchetto Treu (2001) che introdusse per la prima volta in Italia il precariato aprendo la strada all’estinzione dei diritti sociali? In ultimo, e non paia un paradosso, fra i frutti avvelenati ci mettiamo pure il renzismo che, comunque la si voglia vedere, è una fisiologica evoluzione di quelle premesse. Perché le mele, si sa, non cadono mai lontano dall’albero.

Ciò detto, eccolo qua, il “solco profondissimo”. È la Bicamerale contro il Nazareno, il Pacchetto Treu contro il Job’s Act, la riforma del Titolo V contro la Riforma Boschi, Napolitano contro Mattarella. D’Alema contro Renzi. Il primo atto contro il terzo atto (di mezzo c’è Berlusconi) della medesima tragicommedia. Trovate le differenze, se ci riuscite. Noi non ne siamo capaci. Certo, la minoranza ha sempre agito con maggiore garbo e con l’appoggio di tutto il culturame schierato a promozione e tutela della macelleria sociale in atto (come è solito dire Bagnai, molto acutamente, il sangue non si vede sul grembiule rosso). Ma la copertura è fragile ed è saltata da anni. La verità è che non esiste nessuna differenza politica sostanziale fra i contendenti in campo poiché tutti si muovono, per dirla con Weber, nella “gabbia d’acciaio” dell’ordine dominante. Al massimo, se una differenza c’è, è appunto sul piano della rappresentazione: mentre procede alla mattanza, Renzi non ci ammorba con la retorica degli ultimi e delle disuguaglianze. Lo fa e basta. Diversamente da quegli altri che hanno fatto lo stesso e di peggio, ma sulle note di Bandiera Rossa e pretendendo sempre per sé il marchio di sodali degli ultimi.

Insomma, la commedia è totale. E non esistono innocenti, nemmeno in basso. Perché l’altra tragedia di questa sinistra è quella di essere fomentata da un elettorato sconcertante, dalla spaventosa ignoranza politica, che continua a credere alla favola del “solco profondissimo” e all’idea che il mondo si cambi con un ritocco qua e là, con una riforma della scuola e una loi travail scritta meglio. Ma quella, a darla per buona, è la lucidatura delle maniglie di un Titanic che affonda inesorabilmente. E la sinistra con lui, in Italia come in Europa, dove i progressisti di tutte le fogge annaspano sotto i colpi del sovranismo, come quel Macron mandato dai Rothschild a blindare la Francia e già in difficoltà dopo poche settimane di campagna elettorale contro una Le Pen in grande spolvero. Ovunque i dem muoiono e, dal cilindro, come ovvio, non sanno far altro che tirar fuori Martin Schulz, il kapò dell’Europa, giusto per darsi il colpo di grazia e confermare il teorema. D’altronde, l’immagine della direzione del Pd pronta a celebrarsi tra i flash dei fotografi, mentre fuori dal Nazareno, a pochi passi, infuria la rivolta dei tassisti, è la rappresentazione plastica dello scollamento fra dramma sociale e farsa politica. Il Paese reale contro il Palazzo Reale. “Sapesse, contessa, cosa succede qui fuori…”.

tassisti

PS: Ed Emiliano? Curioso personaggio, Michelone. Sprovvisto della cattiveria di un Renzi, della perfidia strategica di un D’Alema e della vermiforme untuosità di un Veltroni, questo capopopolo casinista è stato incapace di reggere il gioco collettivo senza far sorgere un verminaio di sospetti. Ipotesi uno: lui e Renzi si sarebbero accordati sottobanco, come insinua il Corsera di oggi. Ipotesi due: Emiliano sarebbe d’accordo con la minoranza scissionista che lo avrebbe invitato a rimanere nel partito per poi propiziare, al momento opportuno, un ritorno dei fuggiaschi in grande stile (“il nostro è solo un arrivederci”, hanno chiosato sibillini). In realtà, le due ipotesi ci convincono poco. Emiliano non è, né politicamente né antropologicamente, uno della minoranza. Quando gli hanno chiesto di intonare Bandiera Rossa, il nostro ha fatto un balzo e ha replicato: “Ma no, io posso cantare al massimo Buonanotte Fiorellino!”. Direi che non ci siamo. Tra l’altro, senza la sua impetuosa ed efficace verve populista, il neonato movimento scissionista – che pare assumerà il nome fulminante di “Nuova Sinistra-Diritti e Lavoro” – si ritrova a guida Bersani-Rossi-Speranza. Cioè si ritrova il sex appeal di una cassa da morto. Dunque, è possibile che Emiliano abbia fatto tutto da solo, condannando i suoi compagni di rivolta alla morte politica per procurata noia e condannando, contemporaneamente, il renzismo a sciogliersi in un’altra probabile legislatura pestilenziale. A quel punto, rimarrebbe lui, dominus della situazione, a capeggiar la ditta con esiti assolutamente impossibili da pronosticare. Fantapolitica, certo. Nonché un invito a comprare i pop-corn e a mettervi comodi. Ci sarà da divertirsi. Ammesso che qualcuno abbia ancora voglia di ridere.

RISIKO ITALIA. UN VIAGGIO NEL FUTURO PROSSIMO

di Gaetano Sebastiani

Ora che il governo fotocopia ha ottenuto la fiducia ridimensionata delle camere e la volontà popolare è stata nuovamente accantonata in un ripostiglio, è tempo di ragionare sui possibili scenari futuri delle forze politiche in campo. Il risultato del referendum ed il conseguente avvento dell’esecutivo degli incoerenti, infatti, impone ai principali protagonisti del teatrino italico di elaborare nuove strategie e chissà, stravolgere gli assetti fino ad ora conosciuti affinchè…nulla cambi! Sebbene non si possieda una sfera di cristallo, possiamo comunque concederci un divertissement, una sorta di gioco delle previsioni.
L’area politica che più potrebbe subire sconvolgimenti dopo gli accadimenti del 4 dicembre è la sinistra. La minoranza PD ha salutato il trionfo del No come il più potente deterrente al renzismo. I padroni della “ditta”, i vari Bersani, D’Alema, Speranza e compagnia (non molto) rottamata sperano di riprendere il controllo del partito, magari facendo un pò di maquillage e proponendo come volto “nuovo” della sinistra moderata il governatore della Toscana, Enrico Rossi. Il quale non perde occasione, da quando Renzi si è dimesso, per sottolineare la distanza dal suo segretario e ribadire la necessità di tornare a radici più popolari e sociali. Ma, ormai, il verbo del rignanese è ben radicato nel partito. Già dopo l’esito delle urne si è assistito a scene da notte dei lunghi coltelli tra sostenitori della minoranza e renzisti. Come questo strappo possa ricucirsi è davvero difficile dirlo e forse, neanche l’imminente congresso potrà sanare le ferite. In più, l’arroganza di Renzi non ha conosciuto posa neanche a seguito della vittoria del No. Il discorso post referendario è stato l’ennesimo spot pubblicitario del suo esecutivo e dimentico – ovviamente! – delle promesse di lasciare finanche l’agone politico in caso di sconfitta, il pinocchio fiorentino ha dichiarato di voler dare un seguito concreto a quel 40% di consensi, ricominciando “da capo” (notare il fine gioco di parole).
Se queste sono le premesse non è azzardato ipotizzare che il congresso del PD più che un chiarimento, divenga uno spietato redde rationem – come solo da quelle parti si può vedere – e che, come ventilato anche da Massimo Cacciari, avvenga una scissione dalla quale nascano due nuove entità: una sinistra dem che guarda ai vari Fassina, D’Attorre, Pisapia et similia da un lato, ed una formazione di stretta osservanza renziana dall’altra. La prima creerebbe un partito ancorato alle battaglie tradizionalmente “rosse”: il lavoro, i diritti sociali e civili, l’integrazione, l’uguaglianza, etc… Insomma il solito repertorio per ringalluzzire gli animi dei nostalgici della sinistra “vera”. Naturalmente, come già anticipato più volte dall’ex sindaco di Milano, questa formazione dovrebbe dialogare con l’eventuale costola di “centro” nascente dalla scissione (quanto di “rosso” rimarrebbe da questa relazione, è una bella gatta da pelare…). E qui, entra in scena la seconda formazione di cui sopra. Quest’ultima diverrebbe il tanto agognato “partito della nazione”, capace di raccogliere tutti gli elementi che dalla Leopolda ad oggi sono rimasti folgorati sulla via dell’ex premier. I numeri elettorali per portare a termine questa operazione ci sono tutti. Una buona fetta dei sostenitori del Si possono essere sicuramente considerati allo stesso tempo sostenitori di Renzi inteso come leader politico, a prescindere dalla sua permanenza o meno nel PD.
L’eventuale partito della nazione otterrebbe, inoltre, il sostegno di tutta l’area moderata dem (o di quelli che semplicemente sognano ancora di rottamare la vecchia guardia), dei verdiniani, dei centristi come Casini o Alfano che ormai di “destra” ha solo il termine sul logo del partito, ma anche di quella indecifrata fetta di Forza Italia che sia in parlamento, sia nel Paese, vede più o meno segretamente in Renzi la versione turbo e giovanile del Berlusconi che fu. Ma affinchè questo avvenga, è necessaria una condizione fondamentale: e cioè che l’ex Cavaliere non ottenga l’agibilità politica da Strasburgo.
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, infatti, potrebbe avere un impatto forse più pesante dell’esito referendario, origine di tutto il nostro gioco. Perchè, se il verdetto dovesse confermare l’esclusione del Silvio nazionale dalla partita, l’ipotesi di un partito renziano che fagocita una fetta dell’elettorato forzista orfano del suo leader più amato diventa molto probabile. Se immaginiamo Berlusconi come baluardo nominale tra centro destra e Renzi, rimosso quel baluardo il rignanese non avrebbe più ostacoli dinanzi a sè per sfondare verso destra (come era nei suoi progetti durante la campagna referendaria e come poi si è verificato per una parte dei votanti di Forza Italia).
Inoltre, la rimozione dell’ex Cav dalla scena metterebbe in moto uno sconvolgimento politico anche sul versante destro dello schieramento partitico. E probabilmente porrebbe fine all’anomalia tutta italiana di non avere, a dispetto di quasi tutti i principali Paesi europei, una formazione schiettamente sovranista sulla scia dei vari Front National, FPO, AFD, etc… Rimanendo unica personalità di rilievo di quest’area, Salvini non avrebbe più la necessità di sfidare Berlusconi sul terreno della leadership imbastendo inutili primarie. Soprattutto, non dovrebbe più edulcorare le proprie posizioni più interessanti (uscita dall’euro, messa in discussione della permanenza dell’Italia in Europa, immigrazione, legge Fornero, etc…) per tirare dalla propria parte i moderati. Senza Berlusconi, Forza Italia si scioglierebbe come neve al sole ed agli elettori (così come ai parlamentari) non rimarrebbe che scegliere tra Renzi, o rimanere fedeli all’area accettando uno scostamento a destra del programma politico.
Libero dal “centrismo”, il sovranismo di destra in Italia potrebbe avere finalmente una propria rappresentanza partitica coerente. Salvini dovrebbe “solo” dare al Carroccio un respiro più sinceramente nazionale (l’opzione della Lega dei popoli potrebbe costituire un buon viatico), integrare Fratelli d’Italia – magari spiegando alla Meloni che la fedeltà alla Nato è roba fuori dalla Storia – e partire lancia in resta alla conquista dei tanti indecisi/astenuti cronici che di votare l’establishment non ne vogliono più sapere.
Il nostro gioco delle ipotesi non potrebbe terminare senza considerare il M5S. Il quadro da noi disegnato, infatti, prevede la presenza di quattro schieramenti elettoralmente rilevanti: una generica sinistra di stampo sociale, un partito renzista in costante dialogo con quella formazione, una lista di destra con connotazioni sovraniste ed infine i pentastellati. I quali escono dallo scontro referendario ulteriormente rafforzati e destinati ad essere sempre più suffragati quanto più il governo Gentiloni rimane in carica. Il M5S è l’unica forza che dagli eventi del 4 dicembre trarrà ulteriore stabilità e compattezza, a differenza di tutte le altre. Ma questa immunità avrà valenza temporale limitata, poichè se da un lato costituisce un grande vantaggio in vista delle prossime elezioni, dall’altro aumenta il livello delle aspettative dei cittadini delusi ed adirati per lo status quo.
La conseguenza di tutto questo è che, se una previsione deve essere esplicitata, un eventuale primo esecutivo grillino non solo potrebbe essere l’ultimo, ma contemporaneamente potrebbe segnare la fine di questo movimento. Se i pentastellati, infatti, non si doteranno velocemente di una squadra di governo competente; con obbiettivi di reale cambiamento rispetto alle politiche finora vigenti; in altri termini, se tradiranno quella supposta ventata di novità che pretendono di rappresentare rispetto sia alle vicende nazionali che a quelle internazionali, potrebbero implodere nel giro di pochissimi mesi. E per loro non varrà la seconda (e spesso anche la terza) chance che normalmente il distratto elettorato italiano concede agli altri amministratori. Quale senso avrebbe la permanenza di una forza che fa della palingenesi del sistema la sua ragion d’essere, quando questo cambiamento radicale dovesse essere tradito? Sotto i colpi congiunti dei media e delle forze politiche avverse, il M5S potrebbe liquefarsi in mille rivoli tra oltranzisti della prima ora e moderati, tra anti e filo europeisti, tra innamorati dell’occidentalismo e simpatizzanti di Putin. In quel caso, altre ipotesi potrebbero sorgere. Un nuovo quadro politico potrebbe disegnarsi. E forse, potremmo ritrovarci a scrivere un nuovo “Risiko Italia”.

IL CONSAPEVOLE NO

di Marcello D’Addabbo


A poche ore dal voto e in piena sbornia mediatica referendaria La Daga intende dire la sua. Sgombriamo subito il campo da equivoci: la repubblichetta italiana nata istituzionalmente il 2 giugno ‘46 da un referendum probabilmente truccato – quasi 11 milioni di voti alla monarchia contro i quasi 13 milioni repubblicani non sarebbero stati comunque una gran legittimazione di partenza – non è uno stato sovrano. Si tratta di una colonia occupata militarmente da truppe straniere a cui è stato attribuito un margine risibile flessibile e volutamente ingannevole di autodeterminazione politica. Questo inganno nella sua forma cartacea si chiama Costituzione del 1948. Quando si perde una guerra e si viene occupati dalle truppe di una potenza straniera si perde la sovranità per un periodo di tempo la cui durata può essere più o meno lunga a seconda delle contingenze storiche ma mai brevissima. La modernità non fa eccezione a questa dura logica di guerra ed è inutile continuare a fingere di credere che l’occupante diventi un alleato alla pari, rispettoso della propria sfera di influenza nazionale. Di solito è difficile che una patria riprenda in mano il filo conduttore del proprio destino senza che il popolo si sporchi prima le mani di sangue in nuove trincee o nelle piazze con una rivoluzione. Dura lex ma la storia insegna e a meno che l’occupante non schiatti da solo non ci sono eccezioni. In barba a questa semplice realtà da paginetta del sussidiario delle elementari assistiamo dal ’48 alla soporifera retorica di un paese liberato, democratizzato, di una grande potenza economica autodeterminatasi per mezzo delle esaltate libertà costituzionali del dopoguerra. Il martellamento su laicità, stato sociale, lavoro, pace, eguaglianza ed associazionismo ha trasformato milioni di italiani in studenti, eterni minorenni, di un corso di rieducazione civica di massa durato quasi settant’anni. Per farlo sono partiti gonfiando il mito della liberazione “autoctona” compiuta al suono di “Bella ciao”, quasi che il canto partigiano potesse coprire il frastuono dei B29 che i nostri nonni ricordano molto più nitidamente del primo. E infatti la verità era ed è un’altra. Da quel dì dello sbarco delle truppe stellate è in vigore una “costituzione invisibile” sussurrante all’orecchio della coscienza ogni minuto della nostra vita che la sovranità appartiene al Pentagono che sposta da Washington i nostri soldati dove gli fa più comodo secondo la logica del Risiko in corso, alla Banca Centrale Europea che stabilisce arbitrariamente i tassi di interesse cui devono adeguarsi banche private e correntisti, la fluttuazione della moneta, le misure di austerity, il fiscal compact, il pareggio di bilancio  – quest’ultimo, beffa nella beffa, lo hanno addirittura inserito nella tanto decantata sacra carta coloniale. Quella che tutto il mondo invidiava a Benigni prima della folgorazione di quest’ultimo sulla via di Rignano sull’Arno. Già…il pareggio di bilancio, sembra quasi lo abbiano inserito affinché anche i più illusi ingenuotti capissero a cosa si riduce la libertà del popolo italiano.

Dinanzi a tanto oggettivo e crudo realismo ci chiediamo che senso possa avere dedicare un secondo della propria giornata ad ascoltare anche soltanto una percentuale infinitesima di tutte queste inutilità sul numero dei parlamentari, sul Cnel da abolire, sull’elettività del Senato e il titolo quinto. Tutte questioni sacrosante se non avessimo appena inviato soldati al confine con la Federazione Russa senza un dibattito di ugual portata, un passaggio parlamentare, un coinvolgimento anche minimo della popolazione e del suo vaglio a questa come ad altre scelte fondamentali. Pochi giornalisti hanno posto domande in merito a questa gravissima provocazione militare contro una nazione, quella sì degna di chiamarsi tale, armata fino ai denti e mai ostile verso di noi. Chi li ha inviati quei soldati? Perché e in nome di cosa? E, soprattutto, per conto di chi? Ma l’elenco delle iniziative dinanzi alle quali il popolo italiano è stato sistematicamente bypassato è tristemente nutrito. Sanzioni contro Siria, Iran e Russia imposte, guerra in Libia imposta, euro imposto, regole commerciali europee imposte, fiscal compact imposto, pareggio di bilancio imposto, vincoli alla spesa pubblica imposti, bail-in bancario imposto, il tutto mentre le tv cantano libertà, democrazia, e oggi, luce in fondo al tunnel…abolizione del Cnel, numero dei parlamentari e modifica del titolo quinto. Il più colossale insulto all’intelligenza di un popolo che si sia mai visto a memoria d’uomo. In queste ore assistiamo ad interminabili quanto insopportabili dibattiti sulla scelta tra due costituzioni che non saranno comunque mai in vigore! Almeno finché non cambierà il quadro internazionale o Trump non deciderà di fare le valigie e sloggiare le truppe di stanza nella penisola o mollare progressivamente la Nato. In mancanza di ciò parlare di costituzioni e governabilità è un flatus vocis. Più poteri al premier e legge elettorale che garantisca la governabilità per fare cosa? Se si volesse, ad esempio, uscire dall’euro lo si potrebbe decidere con o senza “doppia lettura delle leggi tra Camera e Senato”. Una simile decisione, affermano da sempre alcuni tra i maggiori economisti del mondo, porterebbe alle tanto citate tasche degli italiani vantaggi infinitamente maggiori dell’abolizione del Cnel o della riduzione del numero dei senatori. Quello a cui assistiamo da settimane nel dibattito pubblico italiano è il trionfo dell’antimateria e attenzione a maneggiarla perché si rischia di scomparire! Ma in qualche misura tocca purtroppo di doversene occupare…ne siamo intossicati ormai a causa dello zelo mediatico del premier e dal circo montato su tv e giornali al servizio della sopravvivenza politica del Governo.


Quindi, al fine di evitare con cura l’insostenibile leggerezza del non-essere ovvero di finire intrappolati in questa gigantesca bolla di sapone che galleggia metri sopra la realtà, si offre la seguente soluzione. Come premessa un tranquillo, imperturbabile e ghignante ME NE FREGO! Per tutto quanto chiarito innanzi sarebbe giustificabile un sovrano distacco da istituzioni ridotte a vuoti simulacri di interessi collocabili fuori dai confini nazionali, cui fanno eco FT, NYT, The Economist e fondazioni bilderberghiane varie. Fatta tale premessa l’opzione sostenuta dalla Daga è quella di recarsi alle urne domenica 4 dicembre ma essa richiede una riflessione sul contingente, una piccola planata su quella che Nietzsche definiva le mosche al mercato. Non si tratta di votare NO turandosi montanellianamente il naso, scelta che presupporrebbe una sostanziale adesione al quadro istituzionale repubblicano conservando il solito moderato disprezzo per le opzioni politiche in campo, da cui la scelta del meno peggio (ragionano ancora così moltissimi italiani). Premesso, quindi, che questo appuntamento tutto è tranne che un referendum sulla costituzione di uno stato sovrano, l’opzione NO se assunta in modo appropriato deve avere il solo senso di un ulteriore colpo dato all’ordine mondiale occidentale. Quello che parla per bocca di JP Morgan cui fa eco da giorni Romano Prodi, per intenderci. Al di là del mucchio di frattaglie partitico-ideologiche che si batte per il NO, da Berlusconi, Grillo, Salvini, Meloni, alla minoranza dem, l’ANPI e i costituzionalisti, il proiettile referendario può essere certamente utile a provocare un sisma nell’edificio crepato dell’attuale maggioranza di governo voluta da Giorgio Napolitano – il Grande Architetto delle Larghe Intese che di quegli assetti è il supremo garante condominiale. Già perché Matteo Renzi preso singolarmente non è propriamente un essere reale, se lo osservi per più di un minuto hai sempre l’impressione di vederlo scomparire e tu di dimenticare il suo nome un secondo dopo, ma è certamente l’ultima carta giocata dal mondialismo per questo paese in risposta alla crisi della politica e dei partiti. Giova ricordare che nel 2013 il sistema stava mostrando segnali di crisi evidenti. Grillo, dopo aver radunato a Roma in Piazza S. Giovanni 800 mila persone per la chiusura della campagna elettorale otteneva il 25,56% dei voti (sfiorando gli 8 milioni e settecentomila voti) diventando il primo partito del paese al grido di “tutti a casa”. A quel punto ciò che è restato della classe politica degli ultimi venti anni si è coalizzato facendo appello al grande vecchio del Quirinale per trovare una soluzione che permettesse loro di prendere tempo confidando di logorare i 5 stelle, mediaticamente, sulle lunghe distanze. Ora, Grillo e i Cinque Stelle hanno soltanto il valore di un sintomo, che in Usa si chiama Trump, in Francia Le Pen, in Uk Brexit, in Austria Hofer e potremmo continuare abbracciando il pianeta intero fino alle Filippine di Duterte. Un risveglio collettivo della rabbia di cui gente come Zbigniew Brzezinski (fondatore della Trilaterale) ha perfettamente coscienza. Trasversale, popolare e ancora informe si muove sulla placca continentale tra gli oceani sconquassando il sistema occidentale con la forza dei recenti terremoti – si direbbe in suggestiva coerenza con questi ultimi – e viaggia attraversando città e campagne, fabbriche dismesse e periferie, uomini donne maggioranze minoranze (i neri hanno votato Trump, i detrattori devono farsene una ragione). Una quantità sufficientemente grande di persone sembra aver ingerito la pillola rossa di Matrix, quella che permette di emanciparsi dall’immaginario artificiale indotto dall’esterno e guardare la realtà con i propri veri occhi. Quella che non ti consente di tornare indietro. A questo risveglio collettivo una vittoria del NO darebbe ragione. Pertanto va sostenuto.


Quanto agli scenari post vittoria del NO, sembra abbastanza probabile la conclusione della parabola politica del premier. Magari non subito ma Renzi non accetterà, come ha detto, di galleggiare in mezzo agli Alfano, Verdini e minoranze dem di spettri spiriticamente resuscitati, quelli che pensava di aver rottamato. Non è certo il ritorno di questi portatori di peste che si vuole agevolare, ipotesi da incubo che al contrario oggi sta portando alcuni sulla sponda del SI. Tuttavia loro non torneranno comunque perché si è rotto ormai qualcosa nella connessione emotiva tra la politica e i votanti, le tasche della gente continuano a svuotarsi senza fine a seguito della crisi e, in una nave che affonda, non ti affezioni agli ufficiali che si intrattenevano in sala da ballo quando si doveva stare al timone e virare con decisione. Renzi ha giocato finora su questo sentimento che la sua eventuale caduta non estingue e che probabilmente porterà al governo il Movimento Cinque Stelle. In tutto il mondo i popoli appena votano sfasciano ciò che c’era prima e indicano chiaramente chi afferma di rappresentarli, sia esso un fenomeno da avanspettacolo come Grillo o un leader con il peso di una Le Pen. Non importa per ora. Importa che la scossa ci sia anche da noi come nel resto del mondo e per averla, l’unica soluzione è un consapevole NO.