MONSIEUR DI MAION

di Leonardo Petrocelli

Ormai è ufficiale. Dopo la figuraccia con l’Alde il M5S ci riprova, tentando l’ingresso nel gruppo Europe En Marche (ENM) che il presidente francese, Emmanuel Macron, intende costruire a Strasburgo dopo la tornata continentale del 2019. Quella che all’inizio era solo un’indiscrezione del quotidiano “Il Foglio” è stata poi ripresa da “Repubblica” e dal “Corsera” con interviste ai diretti interessati, soprattutto di sponda francese.  Shahin Vallé, ex consigliere di Macron, in questa fase deputato a seguire la strategia europea del presidente, ha aperto al dialogo domandandosi, retoricamente, “perché no?”. Un’ammissione talmente esplicita che ENM è stata poi costretta a smentire ufficialmente l’esistenza di un carteggio. Smentita, però, ritirata poche ore dopo.

 Insomma, la trattativa c’è. E il nodo è tutto politico: cosa c’entra Macron  – potrebbe chiedersi qualcuno – il rampollo delle elités, “programmato” nel laboratorio della Banca Rothschild ed eletto sulle note dell’Inno alla gioia, con le velleità antisistema dei grillini? C’entra molto, in realtà. Perché il presidente francese  – per usare le categorie del politologo Marco Revelli – è il classico esempio di quel populismo “dentro e contro”, alla Renzi per intenderci, che sembra ormai essere la cifra del nuovo M5S targato Di Maio. “Dentro” perché organico al sistema, “contro” perché aggressivo (e populista) su alcuni temi periferici: la moralizzazione della politica, il taglio dei costi della casta, il ringiovanimento della classe dirigente, l’efficientismo del sistema Paese (e del sistema Europa), lo scompaginamento del blocco dei partiti tradizionali e il rifiuto di collocarsi sull’asse destra-sinistra (il M5S con lo schema “né…né”, En Marche con lo schema “sia…sia”). Questo è ciò che li unisce e non è poco. Ma avete notato? Sono tutti elementi sovrastrutturali. Manca la sostanza, la “ciccia” politica.  Per la serie: hai moralizzato, tagliato, ringiovanito, scardinato. Benissimo, ma per fare cosa? I soviet? La battaglia del grano? La flat tax? E qui le strade si dividono: Macron è un liberale, un europeista fanatico, un privatizzatore convinto, uno votato dall’elettorato urbano, colto e benestante delle grandi città. I grillini prendono invece voti al Sud, fra i disoccupati, hanno un’inclinazione statalista (reddito di cittadinanza) e, spesso, pur tra mille giravolte, hanno ammiccato all’euroscetticismo. Indovinate un po’ chi dei due si adeguerà? L’ingresso del M5S in Europe En Marche segnerà la definitiva svolta grillina. Macron vorrà delle garanzie per non imbarcarsi una grana. Anche perché c’è anche Renzi che vorrebbe entrare nel gruppo e, come ovvio, ha molte più garanzie da offrire. Dunque, i pentastellati dovranno dimostrare di non esser da meno e mettere sul piatto una professione di fede da brividi.

Ma il punto non è ancora questo, è un altro. Il nodo sconcertante è nella “forchetta” dei comportamenti possibili. Qualora fosse accettato nel gruppo, il M5S diverrebbe più sistemico del sistema. Qualora invece ne fosse respinto e, magari, finisse in minoranza anche in Italia a causa di qualche governissimo del Presidente, ecco che – sbattuto da tutti all’opposizione – tornerebbe a incattivirsi e a parlare di rivoluzione e uscita dall’euro. Così è da pazzi, però. Non c’è nulla di fermo né di chiaro. Come gira il vento, così girano loro.  A parte le solite scemenze sui tagli, sui vitalizi e su Fico che va in autobus alla Camera. Certo, il popolino è contento di tanto zelo – perché vede, in qualche modo, risarcite le proprie frustrazioni – ma chi mangia due spaghetti di politica sa bene che il problema non è quello. “Onestà, onestà”. Ma l’onestà, da sola, non fa la rivoluzione, fa il compitino.  Un compitino irrilevante, oltretutto, perché se avessimo un mezzo Putin che accompagna i figli a scuola con venti auto blu, nessuno – tra i normali – avrebbe nulla di cui lamentarsi. Il populismo “dentro e contro”, quello che battaglia sulle scemenze mentre tiene saldo il sistema,  è la più grande fregatura politica degli ultimi vent’anni. Gli italiani ci sono cascati con Renzi e ricascati con Di Maio. Anzi, Di Maiòn. E, c’è da scommetterci, ci ricascheranno ancora.

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I DIRITTI INDIVIDUALI E LA TRIBALIZZAZIONE DELLA SOCIETA’

di Gaetano Sebastiani

Uno dei tratti caratteristici dell’epoca moderna è la frammentazione della società in tante piccole micro-comunità, ognuna caratterizzata da specificità a volte così inconciliabili tra loro da renderle reciprocamente estranee ed ostili. Questo processo di tribalizzazione attraversa in lungo ed in largo, senza limiti d’età o confini culturali, tutte le società occidentali ed è, a nostro avviso, la fase ultima di disintegrazione del corpo sociale, inteso come comunità oltre che di persone, anche di destino che eredita e proietta nel futuro la propria identità ed i propri connotati specifici.
Tutto questo è avvenuto nel momento in cui l’Occidente, obbedendo ad una logica emancipatoria senza confini etici o morali, ha deciso di declinare il progresso nell’ottica di una espansione infinita del diritto individuale, a discapito di quello sociale. Ogni esigenza, tendenza, volontà edonistica afferente la sfera più intima e privata dell’essere umano deve essere elevata a diritto universalmente riconosciuto.
Se questa è la base teorica di un tale approccio libertario (se non proprio libertino), allora la conseguenza pratica non può che essere la parcellizzazione del corpo sociale in tanti, minuscoli lembi caratterizzati da istanze emancipatorie le più disparate, perchè ad ognuna di esse è stata conferita legittimità ad ottenere riconoscimento. Di qui la nascita di varie tribù, ognuna reclamante il proprio posto nel mondo, ognuna radicalmente diversa dall’altra per la matrice così specifica del proprio essere.
Ed ecco, quindi, sorgere il mondo LGBT ed altre entità concernenti la sfera sessuale come gli ecosessualisti, i pansessualisti, ultime frontiere delle stravaganze moderniste. Se guardiamo la sfera alimentare, possiamo ammirare altre micro-realtà, come i vegetariani, i vegani, i fruttariani ed i crudisti. Persino l’amore per gli animali, che mai hanno chiesto una rappresentanza umana, ha tra i suoi militanti elementi estremi e parossistici. Ma altre realtà potrebbero essere citate. Questi esempi sono accomunati da una caratteristica importante: elevano un sentimento, una tendenza interiore, privata, afferente una sfera propriamente intima, quale può essere il sesso o la semplice scelta di un particolare regime alimentare, a battaglia sociale ed infine politica. La conseguenza di tutto questo è un processo di disintegrazione dei legami interni ad una data civiltà che, a lungo andare, renderà impossibile la convivenza tra i componenti di una specifica comunità (sempre che questo termine possa avere ancora valenza al giorno d’oggi). Al netto dell’accettazione, forzata o convinta, di determinate istanze da parte di una fetta della popolazione, l’esito di questo iter probabilmente porterà conseguenze deleterie, perchè questa espansione a cerchi concentrici impatterà sempre più “identità”, o tribù, che finiranno per collidere tra di loro, stritolando anche quel pezzo di società che ha conservato il senso del vivere comune. Chi ha occhi per vedere, scorgerà in tutto questo un esperimento di ingegneria sociale ben studiato, architettato e pedissequamente messo in pratica. Non è casuale che buona parte delle associazioni riconducibili alle micro-comunità prima citate, siano foraggiate da “filantropi” sempre pronti a finanziare le più singolari esigenze di riscatto. Il fine è chiaramente dividere, sezionare, parcellizzare una società per controllarla meglio.
Per quanto ci appaiano evidenti i segnali di disgregazione, ad oggi forse siamo solo agli inizi di questo processo. Se partiamo dal presupposto che il senso del limite (anche giuridico) verso l’espansione dei diritti individuali non incontra più alcun ostacolo, allora la domanda che ci si dovrebbe porre è: cosa succede ad una società dove chiunque – anche chi oggi riteniamo moralmente squalificabile – può reclamare il proprio riconoscimento ed il proprio posto nel mondo?
Ai posteri atomizzati l’ardua sentenza…

ECO, ULFKOTTE E LA POST-REALTA’

di Leonardo Petrocelli

Non serviva il primo anniversario della morte di Umberto Eco per gettare nuova benzina sul fuoco della post-verità o della post-realtà, per usare un’espressione di meno recente conio. Ma il tema, già caldo di per sé, è comunque debitore verso i molti spunti, sempre più didascalici, offerti dal semiologo alessandrino nella sua lunga opera narrativa, costellata di bugiardi impenitenti, come il Baudolino dell’omonimo romanzo, e falsari professionisti, come il Simonini de Il cimitero di Praga. Tessere di un mosaico che si legano in una teoria unica: bugie e menzogne finiscono per produrre effetti concreti nella vita reale che da esse risulta, dunque, modificata. Sarebbe questa la post-realtà, il frutto maledetto di una inesistente mistificazione.

Ora, tale asettico ragionamento che, forse, tutti sarebbero pronti a sottoscrivere, si salda fatalmente con un altro, meno sobrio e più colorato. Perché, oltre che un austero semiologo, Eco è stato anche il grande accusatore degli “imbecilli della rete”, dei fabbricanti di complotti (“Credere a un complotto è un poco come credere che si guarisca per miracolo”, scrisse nel misconosciuto saggio La sindrome del complotto), nonché la zelante sentinella ossessionata dall’apparizione, dietro ogni porta, di fascismi ed Ur-fascismi, come li chiamava lui, pronti a capovolgere l’ordine costituito.

Non risulta strano, dunque, che il ragionamento di cui Eco fu pioniere e che, ultimamente, molti hanno masticato e risputato, suoni oggi più o meno così: gli imbecilli della rete intasano le autostrade della comunicazione globale con bugie, menzogne, falsificazioni e complotti di ogni sorta. Alcuni, dalle terre piatte ai rettiliani, muoiono in una risata. Altri, invece, producono effetti post-reali notevoli e spesso proprio a favore di quei “populismi” cui le rete, semplificatrice e violenta per vocazione, si apparenterebbe naturalmente.

Ma è davvero così? A ben pensarci la più clamorosa e conclamata bugia prodotta negli ultimi anni è stata quella della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Una sciocchezza clamorosa, una menzogna laida e funzionale, costata migliaia di vite umane e un caos geopolitico senza ritorno. Ma non fu un “imbecille della rete” a partorirla. Anzi, la rete tentò disperatamente, secondo i mezzi dell’epoca, di contrastare quella che fu, senza dubbio, una bugia di Stato. O una bugia dell’establishment, se preferite, lo stesso che poi ha continuato serenamente a mentire negli anni successivi, occultando la presenza attiva dei nazisti di Pravy Sektor nella magnificata rivolta ucraina o tacendo sulla vera natura dei “ribelli moderati” (Al Nusra cioè Al Qaeda) appoggiati dall’Occidente in Siria. Anche in quel caso, fu la rete con fotografie, interviste e video a cercare di riequilibrare la situazione.

Ci sarebbe qui da ripescare la storia del giornalista tedesco Udo Ulfkotte, redattore della “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, non proprio un foglio di quartiere, che nel suo saggio Gekaufte Journalisten (Kopp Verlag, 2014)  – cioè Giornalisti Compratiammise di aver scritto per anni sotto dettatura americana e descrisse, fra le altre cose, il ruolo dei giornali europei nella preparazione mediatica delle guerre al terrorismo (“Avevo alle spalle le agenzie di intelligence che hanno in parte scritto gli articoli che i giornali pubblicavano a mio nome”,  dichiarò in una celebre intervista rilasciata al blog di Beppe Grillo). In Germania scoppiò un putiferio, come logico, ma fuori se n’è saputo poco o nulla. E nemmeno la recente scomparsa del giornalista, festeggiata da tanti colleghi con un brindisi gioioso (“finalmente, finalmente”), è servita a riportare la faccenda al centro delle cronache.

Così va il mondo, a quanto pare. E se la geopolitica è il terreno accidentato per eccellenza, dalle parti dei mercati non si respira un’aria migliore. Perché di annunci apocalittici ne abbiamo sentiti tanti, in questi mesi, e sistematicamente tutti sono stati smentiti dai fatti. A cominciare da quell’Inghilterra che, appena dopo l’annuncio del voto referendario sulla Brexit, avrebbe dovuto sbriciolarsi tra il Mare del Nord e la Manica. Ed invece è ancora lì, intonsa, ed anzi se la passa meglio di prima.

Insomma, a voler incoronare il bugiardo del Terzo Millennio, dati alla mano, questi sarebbe proprio il Potere, variamente inteso. Il che, naturalmente, non scagiona la rete per le tante castronerie e semplificazioni divulgate quotidianamente, ma alimenta l’idea che la violenta offensiva contro le fake news sia in realtà, banalmente, una molto meno nobile crociata contro il dissenso. Per soprammercato, una crociata in cui, dalla stanza dei bottoni, si accusa l’avversario del momento – sia esso il populismo mediatico, la controinformazione o la saggistica complottista – di macchiarsi di un crimine, la menzogna sistematica, di cui è proprio l’establishment ad esser maestro. Jung non avrebbe avuto dubbi: è il Potere che proietta sugli altri l’ombra di sé.

*Pubblicato su “La Gazzetta del Mezzogiorno”