ANATOMIA DI UN GLOBALISTA: PETER SUTHERLAND.

di Gaetano Sebastiani

La vulgata dominante vuole che il fenomeno migratorio sia un evento inevitabile, quasi naturale. Come il capitalismo, o la sua conseguenza più estrema, la globalizzazione, sembra che il processo di sradicamento sia una sorta di spontanea evoluzione dello spirito umano, discendente da un innato istinto a liberarsi da catene intollerabili ed anti umane. Ma appena si indaga un pò più a fondo, si scopre che tutta questa spontaneità, questa “naturalezza”, in realtà è un complesso feticcio ideologico e come ogni ideologia ha un autore che costruisce e propaga ad arte questa weltanschauung.
Nel caso specifico dell’immigrazione, sono vari i personaggi impegnati nel progetto di rendere questo pianeta un unico, gigantesco melting-pot senza identità, attraverso lo spostamento massivo di esseri umani. Sono sempre più all’ordine del giorno le indagini su personalità quali George Soros, fino a qualche anno fa misconosciuto ai più ed oggi giustamente sotto i riflettori per le sue peculiari attività “filantropiche”. Ma ve ne sono altre, meno esposte mediaticamente e con ruoli chiave nell’ambito delle istituzioni internazionali che meritano attenzione, non fosse altro per avere la reale contezza di chi governa questi processi “inevitabili” e soprattutto qual è l’ideologia che li muove. Esempio illustrissimo di quanto veniamo dicendo è sicuramente Peter Sutherland, Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni.
Nato a Dublino nel 1946, Sutherland si laurea in legge nella facoltà della sua città. Dopo un breve periodo da avvocato, negli anni Settanta entra in politica nelle fila del Fine Gael (un partito moderato di centro-destra, diremmo oggi) fallendo l’accesso al parlamento nazionale alle elezioni del 1973. Nonostante l’insuccesso, ricopre ruoli sempre più strategici nel partito e nel 1981 ottiene addirittura l’incarico di Attorney General dal governo irlandese.
Da questo momento in poi, la carriera politica di Sutherland compie balzi da gigante, soprattutto in ambito europeo e poi internazionale. Nel 1985, infatti, diventa Commissario europeo per la Concorrenza, gli affari sociali e l’istruzione. L’attenzione verso quest’ultima tematica lo porta ad essere, de facto, uno degli esecutori del celeberrimo Progetto Erasmus, tanto caro ai giovani “millennials”.
La dimensione europea è però troppo stretta per una personalità così impegnata nella costruzione di una visione globale dei rapporti umani e politici. Nel 1993, Sutherland viene nominato direttore generale del GATT, l’antesignano dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, di cui curò anche il passaggio all’attuale dicitura e riorganizzazione di competenze. Tra i “meritevoli” impegni nel WTO, ricordiamo la conclusione di negoziati tra UE e USA sul commercio di prodotti agricoli, una sorta di TTIP in scala ridotta (ma da qualche parte si doveva pur cominciare…).
Dopo la presidenza alla British Petroleum ed incarichi non esecutivi nei board di Royal Bank of Scotland e Goldman Sachs, il Nostro entra finalmente nei circoli pensanti del globalismo oltranzista. Diventa, infatti, membro del comitato direttivo del gruppo Bilderberg e successivamente presiede la sezione europea della Commissione Trilaterale dal 2001 al 2010. Insomma, un cursus honorum degno di ogni benefattore della propria patria e dell’umanità intera, come i vari Draghi, Monti, Barroso e tanti tanti altri… Intanto, nel 2006, ottiene l’incarico di Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni, ruolo che tutt’ora ricopre con innegabili “successi” e con uno zelo propagandistico da fare invidia al più invasato dei mondialisti.
Attraverso articoli facilmente reperibili in rete (vedi il sito della BBC, o anche Breitbart.com), è possibile apprezzare alcune delle idee che muovono il pensiero di Sutherland. L’UE, ad esempio, dovrebbe “fare del suo meglio per minare l’omogeneità dei suoi Stati membri”, poichè la prosperità futura del nostro continente dipende dalla sua capacità di diventare quanto più possibile multiculturale. L’ossessione per il “multiculturalismo” è un tratto tipico dei globalisti che sfocia spesso in un malcelato disprezzo per tutti coloro i quali si oppongono, o semplicemente contestano questa visione. Non ne è esente neanche Sutherland, per il quale la dimensione multiculturale è un dovere per l’Europa di domani, “nonostante la difficoltà di spiegare questo principio ai suoi cittadini”. E’ chiaro? Se anche vi opponete, se anche non apprezzate l’importanza e la ricchezza culturale che orde di immigrati disperati possano apportare al nostro continente così bisognoso, ci penseranno i bravi e filantropi paladini come Sutherland ad introiettarvi questi concetti fino a farveli finalmente capire ed accettare, visto che siete dei trogloditi, bigotti, retrogradi e magari anche omofobi e fascisti (che non guasta mai). Quello che tutte queste categorie non riescono ancora a vedere e che “democraticamente” i soloni della mondializzazione cercano sapientemente di insegnarci è che l’immigrazione è “una dinamica cruciale per la crescita economica”, dice ancora l’avvocato irlandese. Da questo punto di vista, l’Europa dovrebbe smettere di puntare solo sui migranti “highly skilled” e porre fine alle restrizioni verso quelli “low skilled”, perchè “tutti gli individui devono avere libertà di scelta” su dove vivere e lavorare. Opporsi a questi principi significa per Sutherland tradire i valori fondanti dell’Europa come l’uguaglianza, i diritti fondamentali degli esseri umani, la libertà di commercio, insomma tutta la poltiglia che gli autoctoni sono costretti ad ingurgitare quotidianamente e che sta portando allo sfascio (finalmente) tutta l’impalcatura europoide.
Ovviamente, come ogni globalista che si rispetti, secondo Sutherland la responsabilità del disfacimento non è minimamente attribuibile all’attuale sistema di potere: ciò che sta minando le basi di questo progetto così illuminato è il montante populismo. E qui, senza infingimenti particolari, il Rappresentante speciale toglie la maschera e ci espone la sua (e di tanti altri) strategia per frenare l’avanzata del nemico. I media devono essere responsabilizzati nella lotta al populismo “riportando i fatti [circa l’immigrazione] in maniera positiva”. Da cui si deduce che il sistema informativo non deve avere un occhio critico verso gli eventi – ed in particolare verso questo fenomeno -, quindi deve rinunciare alla propria essenza (cosa appurata ormai da tempo) e attivarsi come macchina di propagazione di una visione parziale predeterminata che i cittadini devono accettare come realtà incontestabile.
Dovrebbe essere chiaro ora quali siano i centri istituzionali e di potere da cui provengono le strategie comunicative e mediatiche in genere circa questo fenomeno. Dalle storie strappa-lacrime raccontate dai tg all’omissione di notizie cruciali quali il coinvolgimento di importanti ONG nella spola di esseri umani tra le sponde del Mediterraneo alle direttive imposte dai piani alti alle forze dell’ordine di non diffondere notizie circa le violenze degli immigrati sul nostro suolo (vedi il caso degli stupri in Germania durante il Capodanno), tutta questa sovrastruttura propagandistica serve un progetto ben preciso, pianificato da menti e personaggi (semi)sconosciuti.
Non potremmo chiudere questa disamina su Sutherland senza riportare una sua significativa citazione, non a caso in bella mostra sulla sua scheda di presentazione sul sito dell’ONU: “nessun’altra forza – non il commercio, nè il flusso di capitali – ha il potenziale di trasformare le vite in maniera sostenibile e positiva come l’immigrazione fa”.
Come fate a non notare anche voi quanto sostenibili e positive stiano diventando le vostre vite, grazie all’applicazione di queste geniali visioni?

IL SOVRANISMO QUALE VETTORE DI UN NUOVO ASSETTO EUROPEO

di Gaetano Sebastiani

Se c’è un concetto politico che negli ultimi anni ha pian piano acquisito sempre più peso nel dibattito pubblico quello è sicuramente il sovranismo. Nell’epoca in cui “la fine della storia” avrebbe dovuto consegnarci ad un mondo puramente teleologico, ecco che questa idea (lungi ancora dal divenire una ideologia compiuta e coerente) si presenta in tutta la sua fresca vitalità per smentire i cantori dell’andamento unidirezionale ed omologante dei processi politici.
I più critici considerano il sovranismo la maschera di un volto sulfureo che volge lo sguardo ad episodi storici novecenteschi da relegare nell’oblio del passato. Certamente, si possono rintracciare legami con tempi trascorsi. Ma quelli a cui i detrattori fanno riferimento servono solo a demonizzarne l’essenza, come se questa operazione da sola potesse arrestarne la diffusione. Le radici del sovranismo, a nostro avviso, vanno sì collocate nel passato, ma non in quello recente. È nel 1648, con gli accordi di Westfalia, che il nucleo moderno di questa idea vede la luce. Devastata da un conflitto trentennale, l’Europa dell’epoca pose fine ad una guerra fratricida stabilendo, tra gli altri principi, quello di mantenere l’equilibrio delle potenze ridisegnate secondo gli esiti post-bellici e soprattutto, il rispetto assoluto delle sovranità nazionali. Nasceva “la ragion di Stato” e, insieme ad essa, il principio della non-ingerenza che, con alterne fortune, avrebbe ispirato la politica continentale dei secoli successivi fino al ‘900, quando le forze internazionaliste avrebbero occupato definitivamente il palcoscenico per avviare la globalizzazione che tutti noi conosciamo.
Tracciare questo sintetico excursus serve per ricordare che l’idea di sovranità è qualcosa di fortemente connaturato all’identità europea. I sostenitori del mondialismo che, con la puzza sotto il naso, collocano fuori dal tempo la reazione a questo processo – quasi fosse una barbarie – dovrebbero rifare i conti con il passato ancora pulsante del nostro continente. Oggi, il sovranismo è soprattutto una funzione. È l’argine contro le spinte globalizzatrici ed omologanti del divenire moderno. È il tentativo di recuperare quelle porzioni di potere nazionale maldestramente sacrificate sull’altare di entità extra-statali che svuotano di senso il naturale vivere comunitario. Per certi versi, il sovranismo è la versione più evoluta del nazionalismo novecentesco, in quanto conscio delle sfide dei tempi correnti, poichè se da un lato attribuisce alla ragion di Stato il peso che tale principio merita, dall’altro vede negli altri Stati non più un rivale da aggredire, ma un supporto per costruire una struttura geopolitica multipolare, che metta definitivamente in crisi e superi l’attuale modello a trazione occidentale.
Per quanto paradossale possa sembrare – poichè in antitesi con gli esiti più parossistici del succitato nazionalismo del “secolo breve” -, il sovranismo è, ad ora, il principale portabandiera della pace e della stabilità globali. Nei governanti che si ispirano a tale modello, infatti, non vi è alcun interesse nel sovvertire gli ordinamenti “altri”, nè imporre il proprio sistema di valori con assurde guerre “umanitarie”. Tutto quello che si richiede è il reciproco rispetto della sovranità ed una comune condivisione di tale prospettiva in ottica internazionale.
Le dichiarazioni del presidente Putin, in occasione dell’ottavo meeting dei paesi BRICS tenutosi il 15 e 16 ottobre scorsi a Goa, si muovono proprio in questa direzione. Durante l’incontro, volontariamente e colpevolmente ignorato dai media di regime, il leader russo ha ribadito la comune preferenza dei Cinque circa una risoluzione politico-diplomatica dei principali conflitti internazionali, rigettando qualsiasi forma di violazione della sovranità degli altri Stati. L’esatto opposto delle forze mondializzatrici. Interventisti infarciti di filantropia ipocrita e a fasi alterne (vedi la retorica sui diritti umani), sorretti da una ideologia feroce volta ad occidentalizzare e “democraticizzare” a tutti i costi il resto del globo, impegnati a raggiungere la pace tramite missili telecomandati da remoto, questi agenti patogeni schierati per il cancro chiamato New World Order stanno gettando nel caos più completo interi popoli, provocando una destabilizzazione del quadro geopolitico internazionale impressionante.
Sarebbe troppo facile individuare nei soli USA gli artefici di questo processo fintamente irreversibile. Di certo, la centrale degli sconquassi degli ultimi vent’anni si può collocare oltre oceano, ma è anche grazie al meccanico collaborazionismo dell’Europa che gli effetti di queste scosse stanno producendo i maggiori danni. Esattamente perchè la patria del principio sovrano – il nostro continente, appunto – ha rinunciato a seguire la propria, autonoma via nel solco di quella visione. Si è lasciata lentamente ed inesorabilmente divorare dal verme del servilismo e della dipendenza nel nome di una fedeltà occidentale che non lascia spazio alla libertà d’azione.
La conseguenza fondamentale di un tale approccio miope è la perdita di vista del ruolo ordinatore e stabilizzatore per il mondo intero di un’Europa finalmente sovrana. Se gli Stati nazionali indossassero gli occhiali della storia presente scorgerebbero i limiti del globalismo e la fine desolante a cui sono destinati i loro rispettivi popoli. È proprio casuale questo clima di costante escalation a cui assistiamo ormai quotidianamente? I venti di guerra che spirano dall’estremo occidente (perché è lì che non si accettano assetti diversi da quelli fino ad ora conosciuti) non sono il frutto di un sistema mondializzante ormai sclerotico?
Se oggi, dunque, è facilmente possibile individuare gli elementi eversivi, è altrettanto agevole indicare le giuste contromisure per porre rimedio al disordine. Il sovranismo può costituire il reale vettore per un nuovo assetto europeo (e conseguentemente mondiale). Un’impalcatura agile e funzionale dove gli Stati nazionali continentali riprendono la loro dignità ed operano in comune nel reciproco rispetto delle proprie esistenze. Rinunciano a porzioni di sovranità solo in vista di un progetto confederale finalizzato ad ottenere maggiore peso specifico nella sfide globali e non per soddisfare sogni distopici di unioni al sapore di soviet. Si liberano degli agenti internazionalisti in tutte le loro forme: Nato, ONG guidate da oscuri magnati, istituzioni finanziarie e politiche votate al depauperamento delle identità storiche, culturali ed economiche. Creano alleanze strategiche con paesi contigui (vedi la Russia) che possono offrire migliori prospettive di prosperità, non solo dal punto di vista economico.
Per conseguire tutto questo senza traumi non necessari serve uno scatto di coscienza, un moto interno di indipendenza e libertà. Chissà che un primo balzo in questa direzione non arrivi prossimamente, proprio da quel paese che con ogni energia ha corroso il principio altrui di sovranità…

TURCHIA: CONTRACCOLPI DI STATO

di Marcello D’Addabbo

L’operazione “Valkiria” in salsa turca è fallita. Il Sultano-dittatore ha vinto, per il momento. Purtroppo non è ancora dato sapere se ci sia stato davvero un colpo di stato o sia andato in onda un film da premio oscar per la regia di Recep Tayyip Erdogan come alcuni sostengono. Per il momento si lavora su indizi e il primo è certamente l’inedita e incredibile rapidità con la quale il tentativo di presa del potere dei militari è fallito e la seraficità mostrata dal Presidente turco quando si è appellato al popolo in conferenza stampa dall’aeroporto di Istanbul, dopo aver messo in giro artatamente la notizia di una sua richiesta d’asilo all’estero, fuga con ripensamento e rapido rientro, previa inversione a “u” dell’aeromobile (Antonio Ferrari del “Corriere” sostiene che il Presidente fosse in realtà “in vacanza, a Marmara. È salito sull’aereo diretto ad Ankara, poi ha preferito dirigersi a Istanbul, avendo saputo che c’erano migliaia di persone ad attenderlo, assonnate ma festanti”).

Questa epopea liofilizzata, mandata in onda a velocità Twitter, consumata in poche ore attraverso appelli via smartphone ripresi goffamente dalla tv, come si conviene allo spirito del tempo della manipolazione satellitare e delle “rivoluzioni-social”, sa ovviamente di fasullo. Una commedia ben orchestrata per disorientare i turchi e gli spettatori , perché di questo si tratta, di tutto il mondo. Carpire il consenso del popolo, mostrarsi in difficoltà in difesa delle istituzioni democratiche – le quali ovviamente non hanno mai corso il benché minimo pericolo da quando lui è al potere (!) – al fine di giustificare la successiva maxi purga in corso in queste ore. Il pugno di ferro di Erdogan non si è solo abbattuto sui militari golpisti (o supposti tali: ovvero non sotto il suo diretto controllo), ma anche sui giudici con l’arresto di oltre 2700 magistrati.

Il vero colpo di stato alla fine lo ha realizzato lui, Erdogan. Ovviamente la famiglia Erdogan è corrotta (siamo in Turchia) e per questo era finita da tempo nel mirino della magistratura ma va ricordato come proprio quest’ultima in altri paesi (ad esempio il Brasile di recente ma potremmo anche citare l’Italia del ’92) è stata ed è uno strumento politico probabilmente manovrato da servizi esteri (qualcuno per caso sta pensando alla CIA?). Una ripresa del controllo militare e giudiziario ripulendoli da ogni influenza straniera, dunque, con il pretesto del golpe. Ma anche avvio di un regime che da pseudo autoritario si fa assolutista. La storia insegna che è la minaccia della guerra civile a dare a Cesare il pretesto per la dittatura. Ma il pretesto del golpe non poteva essere costruito completamente a tavolino, per quanto Erdogan conoscesse il progetto, il modo di sventarlo senza troppi problemi e, forse, avesse mantenuto i contatti con alcuni graduati golpisti ben addentrati.

Di fatto un’azione dell’esercito c’è stata , la tv di Stato occupata in stile golpe anni ’70, comunicati annuncianti alla nazione la presa del potere e il varo in breve tempo di una nuova Costituzione nonché future elezioni libere (come in Egitto si immagina). Il ponte del Bosforo era bloccato sul serio, i carri armati stavano sfilando nelle città, bloccati i social media, cannoneggiato sia il palazzo dell’intelligence che il parlamento, occupata la sede dello Stato Maggiore. Scontri armati ce ne sono stati tutta la notte lasciando sul terreno almeno 200 morti accertati. Certo ci sono delle stranezze, ad esempio molti soldati semplici turchi arrestati per il colpo di stato hanno detto che era stato raccontato loro che si trattava di una esercitazione (siamo alle solite), che non sapevano nulla del colpo e non vogliono farne parte, ma ai livelli più alti ci sono i segni di un’azione coordinata e coerente anche se fallita miseramente. La presenza di malumori crescenti in quello che resta dell’ala ultralaica e nazionalista del potere militare turco, erede dei generali kemalisti, “Giovani Turchi” filo occidentali, era attestata da tempo. Tuttavia quella componente, la “Gladio turca” cioè il gruppo “Ergenekon” sotto inchiesta nell’omonimo processo intentato qualche anno fa dal nuovo regime, sembra essere entrata in azione proprio all’indomani dell’ennesimo voltafaccia del Sultano ai danni dell’Occidente.

In Turchia tutti ricordano le riunioni dei generali turchi al Pentagono al fine di regolare i conti con Erdogan durante il suo primo mandato , quando assumeva pose da vendicatore del mondo islamico contro Occidente ed entità sionista, novello protettore dei palestinesi e federatore di Fratelli Musulmani, in protesta contro Israele anche a seguito dell’incidente della Mavi Marmara verificatosi il 31 maggio 2010. Poi il secondo Erdogan, anti russo nemico giurato della Repubblica Islamica iraniana, finanziatore dell’Isis, di nuovo amico di Israele e degli emiri sponsor del jihadismo anti-Assad piaceva di più all’Occidente , tanto da affidargli la missione di gestire i flussi di immigrati con tanto di elargizione miliardaria dall’Ue ed intese idilliache con la Merkel. I governi europei e Bruxelles facevano a gara a tirarselo nell’Ue il Sultano, almeno fino a pochi giorni fa. Già perché l’ultima svolta di Erdogan, questo camaleonte, non deve essere piaciuta molto alle cancellerie occidentali, alla Nato e Ue ancora meno.

Già, perché ora la Turchia dice di volere la pace con Bashar al-Assad, la distensione con l’Iran e con la Russia, cui il presidente turco ha rivolto le dovute e tardive scuse per l’abbattimento dello Sukoi sui cieli siriani (a questa svolta nelle relazioni è seguito immediatamente l’attentato all’aeroporto di Istanbul). Erdogan ha chiesto, quindi, un incontro con Putin che servirà a ribadire l’impegno turco al transito del Turkish Stream. Il sindaco di Ankara ha dichiarato che il jet russo fu abbattuto da persone leali al governo ombra e da un seguace del prelato radicale Fethullah Gulen “… per distruggere le relazioni della Turchia con la Russia”. Dichiarazioni che vanno in una direzione ben precisa. Altri indizi molto eloquenti si possono trovare nell’altro campo, dove all’inizio del colpo di stato i media occidentali e tutti i cosiddetti esperti ed analisti militari erano evidentemente favorevoli all’operazione in atto. La Casa Bianca era silenziosa. Il sostegno al governo di Erdogan mediante un suo post su Twitter, è arrivato solo dopo che è diventato ovvio il fallimento del colpo di stato. Washington è un amico piuttosto freddino, si direbbe. Dopo il fallimento del colpo di stato, Donald Tusk se n’è uscito, visibilmente arrabbiato, dichiarando che ora la Unione Europea cambierà le sue relazioni con la Turchia (sic!). Poi sul sito della UE, lo stesso Tusk ha espresso sostegno ad Erdogan “democraticamente eletto”, che classe da statisti!

Ma ciò che colpisce maggiormente è la furiosa presa di posizione turca nei confronti degli Usa. Sono state rivolte accuse precise di sostegno ai mandanti del golpe, indicando in Fethullah Gulen il grande manovratore della congiura, del quale il primo ministro Binali Yildirum ha chiesto l’immediata estradizione. A prescindere dal reale coinvolgimento di questo potente ex amico storico nonché finanziatore originario del premier turco, ciò che sorprende di più sono i toni accesi utilizzati dai turchi. Ma non è tutto, nel pomeriggio seguito al golpe l’attività alla base militare Nato di Incirlik, da cui sarebbero dovuti partire gli attacchi all’Isis è stata sospesa. Il turco ha chiuso lo spazio aereo ai velivoli militari consentendo solo il rientro dei jet in missione.

I funzionari americani si sono poi messi al lavoro con quelli turchi per una ripresa delle attività – ha detto Peter Cook, portavoce del Pentagono. La sospensione è stata motivata con la chiusura dello spazio aereo sull’area, decisa dalle autorità turche dopo il colpo di stato mancato ma in realtà l’intera base di Incirlik al momento è di fatto inutilizzabile e le autorità turche hanno tagliato persino l’energia elettrica (affronto inaudito) come confermato dallo stesso consolato Usa di Adana, capoluogo della regione a 12 chilometri dalla base aerea.

Ankara ha disposto una sorta di stato d’assedio alla base statunitense, vietando tutti i movimenti in entrata e in uscita, anche se Washington cerca di non esasperare i toni. Fonti americane hanno precisato che si sta cercando di ottenere spiegazioni dal governo di Ankara ma l’Eucom, il Comando delle forze USA in Europa, ha posto in stato di massima allerta difensiva tutte le forze Usa di stanza in Turchia. Lo hanno riferito in via riservata fonti del Pentagono, secondo cui l’allarme è stato innalzato al livello ‘Delta’, il più elevato tra quelli previsti, che coincide in genere con un attacco in corso o comunque ritenuto imminente. Il provvedimento non riguarda però l’allarme terroristico ma il rischio di scontri con le forze turche, a conferma del livello di tensioni che si registrano tra due alleati storici e membri della NATO. Vi sono 2.200 militari e civili dipendenti del Pentagono in Turchia, 1.500 dei quali in servizio presso la base aerea di Incirlik, nell’Anatolia meridionale – la stessa base si dice ospiti la presenza di quasi 100 testate atomiche sotto controllo americano. L’ordine prevede l’adozione delle misure protettive estreme, con conseguente sospensione di tutte le attività non essenziali e il potenziamento delle postazioni difensive. La tensione non riguarda solo le forze americane poiché a Incirlik sono presenti aerei e militari di altri Paesi della Coalizione contro lo Stato Islamico: Germania, Gran Bretagna e Arabia Saudita.

La sensazione generale, tirando le somme di tutti questi elementi, è che la Turchia sia la prossima nazione, dopo la Gran Bretagna, a volersi sfilare dal blocco delle potenze occidentali, a volersi avvicinare ai Brics in qualità di potenza emergente e senza dover chiedere il permesso a qualcuno dietro minaccia di rovesciamento in stile ucraino. Il perseguimento di questa strada porta di solito alla preparazione di una rivoluzione colorata sul proprio territorio, al finanziamento estero di chiunque rompa le scatole in patria, dalle Pussy Riot ai neonazisti ucraini ai terroristi wahabiti, al crollo della moneta a seguito di speculazioni “sorosiane”, a sanzioni Onu ed ulteriore embargo mediatico. Ma questa volta non sarà facile per lorsignori, la Turchia non è un qualsiasi stato latinoamericano o est europeo, ha un esercito potentissimo, il secondo della Nato, addestrato a combattere sul campo in guerre vere come quasi nessuno nel mondo ormai, dunque è forse l’unico paese della Nato in grado di potere realmente mandare al diavolo l’alleanza e gli Stati Uniti. Quanto sta accadendo in Turchia ha una rilevanza geopolitica epocale, oltre ad essere il segno del progressivo disfacimento politico e istituzionale dell’Occidente.