DALLE MACERIE RISORGE L’IDENTITA’

di Gaetano Sebastiani

Non scriveremo del dolore. Non ci sperticheremo in frasi di comprensione e solidarietà umana, come troppo facilmente si legge e sente qua e là. Immedesimarsi con tanta faciloneria e superficialità nella catastrofe dei terremotati del Centro Italia richiederebbe uno sforzo empatico che nessuno, tranne chi sta vivendo questa tragedia, è in grado di produrre. Piuttosto, quello che ci piace evidenziare è lo spirito di attaccamento dei nostri connazionali a quelle terre, a quei monti, a quelle campagne, a quei paesaggi dall’aspetto antico che affondano le radici nel mito dell’identità italica e portano fiera testimonianza del sacro.

La ferma volontà di restare è l’espressione, per certi versi inconsapevole, del magico legame tra sangue e suolo. Un legame indissolubile, che si inscrive negli accessi remoti ed insieme attuali dell’archetipo. E’ la vittoria dell’essere sul divenire. Dell’identità sull’omologazione. Tutti elementi che la civiltà moderna ha voluto relegare in un cantuccio inaccessibile ai più.

Eppure, ci dicono che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che dovremmo essere orgogliosi di aver costruito una società “libera” ed “aperta”, dove la circolazione delle merci e delle persone risponde ad una naturale ed endogena volontà dell’essere umano di potersi spostare liberamente e recidere senza remore le proprie radici per impiantarle ovunque nel mondo. Perchè il vero uomo, quello ultimo, è un cittadino globale. Indifferente al principio di patria, di legame con le proprie origini.

Bene, cari signori globalisti e mondialisti: andate a spiegare la vostra visione agli abitanti di Norcia, di Amatrice e di tutti gli altri piccoli gioielli dell’Appenino italico. Andate in quei luoghi ed applicate le vostre teorie. Quale occasione migliore? Non è rimasto nulla (o quasi) di materiale che possa consentire a quelle genti di proseguire la propria vita in maniera dignitosa. Non hanno più case, non hanno più lavoro. L’unica cosa che possiedono da quando tutto questo ha avuto inizio è la paura. La paura che possa succedere ancora e ancora. Che quella terra così speciale possa inghiottire anche il loro amore per il suolo patrio (e la cosa vi riempirebbe di gioia, vero?), insieme agli ultimi resti delle macerie. Andate lì e persuadeteli delle vostre convinzioni.

Se questo è il migliore dei mondi possibili (con tutto il corollario dei suoi “valori” moderni), allora avrete sicuramente un posto dove accoglierli. Avrete sicuramente un futuro da garantirgli, ovunque nel vasto recinto del belante umanitarismo che è il vostro pianeta…

Nonostante queste premesse, se anche aveste il coraggio di presentarvi lì con tutte le migliori promesse possibili, crediamo che la risposta sarebbe la più nobile manifestazione di opposizione ed avversione al mondialismo. Sarebbe un “no” costruttivo, la più elevata forma di rifiuto, perchè insieme ad esso si espliciterebbe la volontà di affermarsi come popolo, cioè come entità che si distingue ed identifica dagli altri non solo attraverso il fattore umano, ma anche grazie al legame ad un dato, specifico territorio.

Il terremoto del Centro Italia non ha fatto tremare solo la terra. E’ stato un sisma capace di smuovere le coscienze ed aprire faglie verso dimensioni arcaiche dell’essere. Ci ha ricordato con tutta la violenza di cui la natura può essere capace il valore della relazione solidale con il prossimo (quello vero), dell’identità, del destino comune tra uomo e terra natale. E’ la dimostrazione che la costruzione culturale di certa propaganda vale zero di fronte ai reali bisogni umani. Insomma, è un ceffone ideale agli alfieri della cittadinanza globale.

Sappiamo perfettamente che queste considerazioni per gli abitanti delle zone terremotate non conferiscono alcun conforto. Ma, almeno, dalla tragedia possiamo ricavare un grande messaggio di ritorno all’essenziale. L’ammirazione è l’unica, possibile solidarietà che si può esprimere a chi vive una sofferenza così lontana dal nostro vivere quotidiano.

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