LA RESA

Papa-Benedetto-XVI-e1360627864352Diciamolo chiaramente. Il Pontificato di Benedetto XVI era già finito da anni, stroncato da una graduale quanto evidentissima resa a quelle forze avverse che, inizialmente, l’erede di Pietro si era affaticato a combattere. La sua stanchezza, quell’essere privo di “energie sufficienti per continuare la missione”, è da attribuirsi innanzitutto a questo: al logoramento di un Papa costantemente “sotto attacco” e mai sostenuto dalla masse sciocche della modernità liquida, ancora innamorate della Chiesa progressista e istrionica di Wojtyla. Un passaggio tragico, l’ennesimo consumatosi in un comunità religiosa allo sbando più totale, di cui non sarà inutile ripercorrere le tappe.

Il Ratzinger degli inizi aveva imbroccato un sentiero definito, metastorico, concepito per regalare a quel che resta della Chiesa un ruolo attivo e coerente nell’arena globale. Sono da leggersi in questa chiave le splendide encicliche contro i pericoli del delirio finanziario, il ripristino della messa in latino, la crociata contro il relativismo e il darwinismo, l’apertura al mondo ortodosso (la parte “politicamente” più sana della cristianità) in vista di una futura riunificazione e, nonostante qualche scivolone imprudente, la mano tesa al mondo islamico, arcinemico d’Occidente. Fra tutte le missioni diplomatiche, risalta il ricordo dello storico viaggio nella Turchia del primo ministro Tayyip Erdogan quando quest’ultimo esibiva ancora una certa lucidità e declinava la propria vena ottomana senza genuflessioni atlantiche.

Insomma, Benedetto XVI sembrava aver chiara l’idea che per il Cristianesimo fosse giunta l’ora di superare il complesso di dipendenza dal mondo moderno, quella tentazione irresistibile di benedirlo, approvarlo, coccolarlo e inseguirlo in tutte le sue derive. Vivere i tempi doveva significare, nel pensiero del Pontefice, combatterne i nemici materiali e offrire una sponda altra, diversa dalla morale comune. Non sopravvivere, ma combattere. In un meraviglioso paradosso, il teologo reazionario si adoperava per scavalcare nei fatti il pensiero post-marxista e i suoi sodali: la sinistra parlamentare che incassa lodi dalla Goldman Sachs e dall’establishment americano, l’intellettuale salottiero che vuole “più Europa” e il giovane alternativo con la foto di Steve Jobs sul comodino.

Naturalmente, più gli intenti si facevano chiari più la morsa dei poteri avversi – che sempre si auto-difendono con destrezza – si stringeva. Il primo asso calato sul tavolo è stata la presunta adesione, in qualche forma, del giovane Ratzinger al nazismo. Un avvertimento, perché il peggio doveva ancora venire: dagli Stati Uniti (non casualmente) giunge nel 2008 lo tsunami dei preti pedofili ed è una mazzata senza ritorno. Le fucilate successive, dalle inchieste sullo Ior al caso Vatileaks, combinate a strani sommovimenti interni al potere ecclesiastico, completano il quadro. Benedetto XVI è costretto ad arretrare e il suo papato involve tragicamente. Scompare la dimensione anticapitalista ed, anzi, con i capitalisti si inizia ad andare a nozze: il Papa incontra Monti, gli sorride, gli telefona, mentre la base rumoreggia inutilmente per l’endorsement al “professore massone”. Si cerca di recuperare puntando tutto sull’attacco frontale alle unioni omosessuali ma anche questa non è una terra di nessuno. A presidiarla c’è l’intellighenzia borghese e laicista con tutta la sua potenza di fuoco. Piovono fischi e manca la forza per reggerli.

É la fine: come ultimo atto Benedetto XVI si umilia armeggiando penosamente su Twitter, simbolica quanto definitiva resa ai tempi tristi che osò combattere, e stacca la spina ad un pontificato titanico ormai ridotto a larva, lasciando che il nero sipario cali sullo sguardo gentile del gigante sconfitto.

*Pubblicato su barbadillo.it

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