BUONE NOTIZIE…SONO MORTALI.

di Marcello D’Addabbo

Lo scorso 20 marzo è deceduto David Rockefeller, 101 anni, anagraficamente l’ultimo capoclan di una dinastia che si è posta insieme a poche altre in Occidente ai vertici di tutto il potere possibile, finanziario e politico prima di tutto, militare culturale e sociale per diretta conseguenza. Stiamo parlando di uno del club degli imperatori, il famoso 1%, i padroni dell’universo li ha chiamati Giulietto Chiesa, l’élite che assume decisioni in ordine ai grandi eventi del nostro tempo, guerre comprese ovviamente, al fine di garantire la propria continuità sul trono. In 101 anni di vita David si è “limitato” a fondare la Commissione Trilaterale e il Gruppo Bilderberg, restando abilmente dietro le quinte insieme agli altri sodali “illuminati” nella sala di comando delle istituzioni pubbliche, mentre i Kissinger i Brzezinski e i Soros eseguivano. Qui si parla del potere vero e non di quello rappresentato dai maggiordomi politici, la cui transitorietà è stata pensata proprio da queste oligarchie per non trovare ostacoli nei governi eletti (cinque anni massimo di mandato e poi a casa, dovessero i meri custodi dei palazzi rivendicare più di ciò che il padrone concede loro!). Tali rapporti gerarchici si evincono in modo cristallino dagli scarni e felpati comunicati funebri emessi il triste giorno dalla grande stampa, Corriere e Repubblica in Italia, carichi del timor di dio. Per la morte di Rockefeller si riportava un elenco quasi bambinesco di tappe conseguite dall’ormai defunto nel mondo finanziario, posizione sociale, patrimonio calcolato, amicizie, il ruolo di guida nella sua Chase Manhattan Bank e l’immancabile attributo di “filantropo” di cui questi benefattori dell’umanità da sempre godono per i miliardi che scuciono – la liquidità non è un problema se ne controlli l’emissione da mezzo secolo – in opere di beneficienza esentasse, elargizioni finalizzate a controbilanciare l’orrore che da sempre li circonda. Un telegramma benevolo, insomma, di commiato da tutto il mainstream. Eccolo là il regime, se qualcuno per caso avesse perso l’abitudine di individuarne lo zampino. Era evidente allo stesso modo al tempo in cui la stampa italiana e i giornaloni parlavano dell’”Avvocato”, esaltandone in continuazione come un mantra lo stile, distraendo le plebi con il particolare dell’orologio sul polsino, e nascondendo i contorni di tresche con minorenni, cocaina, drenaggio di denaro mafioso nell’azienda di famiglia, abuso di contributi statali, enorme influenza sulle scelte dei governi e leggi compiacenti – circostanze che sarebbero state, all’opposto e in altri tempi, scandagliate e poste sotto un’impietosa pubblica lente d’ingrandimento in casa di Berlusconi, questo parvenu incontrollabile con ambizioni sovraniste a corrente alternata, cui andava precluso per sempre il potere. Non è un mistero che l’epilogo della parabola politica di Berlusconi sia coincisa con l’esaurirsi della pazienza nei suoi confronti da parte del ramo europeo di queste oligarchie, fino ai piani inferiori della catena di comando con i Soros e il nostro immarcescibile capo-condomino, Carlo De Benedetti con la sua legione di Mordor di giornalisti del Gruppo l’Espresso – Repubblica. La colpa principale di Berlusconi agli occhi dei banchieri illuminati, lo sappiamo, ha un nome: si chiama Vladimir Putin, l’arcinemico che vive costantemente sotto il loro attacco. Probabilmente anche l’eccessivo accanimento della magistratura contro il giornalista Augusto Minzolini nasce dal suo azzardo, in qualità di direttore del Tg1, di mandare in onda per lo speciale Tg1 in seconda serata un lungo e oggi introvabile documentario su Ezra Pound e la lotta contro l’usurocrazia bancaria, nel quale si citavano i Rothschild (stesso pedigree del defunto) e il modo in cui questi hanno strangolato i popoli con la manipolazione dei tassi di interesse. Si parlava delle banche d’affari americane e inglesi, della funzione spogliatrice delle medesime a danno dei governi democratici, ruolo operato, aggiungiamo noi, da agenti consapevoli di questi banchieri illuminati (Andreatta e Ciampi in Italia, ndr). Era troppo per Rai 1 dove, si sa, certi contenuti non erano mai stati divulgati. Per una notte quella rete somigliò ad un portale di controinformazione. Non devono avergliela perdonata, al Minzo.

Certo i tempi ormai sono cambiati, parlare di associazioni eversive come la Commissione Trilaterale ed il gruppo Bilderberg anni fa era considerato un delirio complottista mentre oggi non fa più scandalo. In parte ciò è dovuto all’infaticabile lavoro della controinformazione che ha rivelato alla massa, via web, la funzione storica delle grandi famiglie del capitalismo occidentale, riprendendo temi cari a Pound, Sombart ma anche Pareto e lo stesso Marx. C’è tanto di quel materiale sul web che ormai è impossibile nonché inutile chiudere improvvisamente la stalla – e i siti internet – al termine del dilagare della mandria di informazioni incontrollate per tutta la pianura informatizzata. Quanto il defunto David Rockefeller fosse a conoscenza del “pericolo internet” lo apprendiamo per bocca del suo cane da guardia Zbigniew Brzezinski, insieme al primo il fondatore materiale della Commissione Trilaterale e attentissimo osservatore degli eventi che possono ostacolare il Nuovo Ordine Mondiale immaginato dai Rockefeller. Anni fa questa vecchia volpe lanciò l’allarme parlando di un pericoloso (per loro) risveglio politico globale: “la popolazione del mondo sta sperimentando un risveglio politico senza precedenti per portata ed intensità, con il risultato che le politiche di populismo si stanno trasformando in politiche di potere. Per la prima volta nella storia quasi tutta l’umanità è politicamente attivata, politicamente consapevole e politicamente interattiva. L’attivismo globale sta generando un incremento tumultuoso in relazione agli aspetti culturali e alle opportunità economiche, in un mondo segnato dalle memorie della dominazione colonialista ed imperialista. I Popoli sono acutamente consapevoli dell’ingiustizia sociale ad un grado senza precedenti e spesso gonfi di risentimento in quanto percettori della loro insufficiente dignità politica”. Era il 2010 e il populismo non aveva ancora fatto sentire tutta la sua carica innovativa, ma Brzezinski, e dietro di lui Rockefeller, già ne vedevano chiaramente i presupposti. Sentivano la marea montante contro di loro e cercavano il modo di deviarla. Non è facile comprendere le mosse di quel mondo ma può darsi che l’elogio pubblico rivolto proprio a Rockefeller dal Presidente Mattarella in occasione dell’inaugurazione al Quirinale della sessione romana della Trilaterale in aprile 2016 non sia proprio un segno di forza, come ritengono alcuni attivisti del web. Se coloro i quali hanno sempre rifuggito notorietà e telecamere riunendosi solitamente in gran segreto, oggi, fatto inedito e inaudito, affidano l’apertura dei lavori del loro salotto al Presidente della Repubblica Italiana – hanno pensato in molti  – vuol dire che essi non hanno più nulla da temere dal popolo che massacrano e sfruttano. Eppure un’altra lettura potrebbe essere presa in considerazione, ovvero che la notorietà ormai, a causa di internet, non la si può più evitare –  dato che persino le librerie scoppiano di testi sui piani e partecipanti a queste riunioni (non più) occulte – tanto vale allora cavalcarla! Da qui l’inedita esposizione mediatica, mossa che ha anche la funzione di spiazzare le teorie del complotto togliendogli di mano l’arma della presunta, a questo punto, segretezza di Bilderberg e Trilateral. Nel primo decennio del secolo il Pentagono ha annunciato che la terza guerra mondiale si sarebbe combattuta su internet come guerra d’informazione. A seguito di questo proclama sono stati stanziati miliardi di dollari per la contro-propaganda in tutti i paesi occidentali e non, sguinzagliando migliaia di cosiddetti “troll” nei social network con profili falsi. Pagati per aggredire la controinformazione, facilmente individuabili per l’aggressività delle loro pretestuose polemiche e inefficaci a frenare la marea di internauti abituati a reagire scrivendo, diversamente dalla generazione che ha subito la passività cui ti costringe lo strumento televisivo. In queste rappresaglie si scorge la longa manus di quelli che per comodità di prosa e per ragioni storiche definiamo gli illuminati.

Ovviamente ciò che scandalizza non è che il governo dei popoli sia affidato ad oligarchie, consapevolezza che alberga in ogni persona mediamente alfabetizzata che non voti alle primarie del Pd, non legga La Repubblica e non abbia Augias, Gramellini e Severgnini come idoli. La storia, insegna Pareto, è “cimitero di aristocrazie” e ciò che continuiamo a definire democrazia è soltanto il “migliore involucro legittimante del grande capitale” per dirla con Marx, scelto appositamente proprio da costoro per farci distrarre in chiacchiere parlamentari mentre tali poteri non eletti spadroneggiano come pirati in acque imbelli. Come al tempo dei Medici, degli Sforza e dei da Montefeltro, questa gente che vive immersa nel potere acquisendo, pertanto, una percezione della realtà radicalmente diversa da quella dei governati, da sempre tiene particolarmente a curare ed alimentare la propria aura di onnipotenza, di eternità e di timore. Così, oltre alla censura che vige da sempre nella stampa ufficiale sui loro nomi (Mieli e altri direttori dei grandi giornali sembrano non aver mai “notato” la loro influenza pubblicamente), ci sono dall’altra parte i siti internet ultra-complottisti che vogliono convincerci che abbiamo a che fare con una razza aliena – lo sono in effetti ma in senso antropologico e culturale – la genia figlia di qualche covata di extraterrestri sopraggiunti ere geologiche fa…e via fantasticando. E’ la tesi fiabesca di David Icke sui famosi “rettiliani”, che si pone tra X Files e i romanzi di Wells. Di fatto per vent’anni questo individuo, la cui missione è sputtanare letteralmente ogni autorevolezza delle fonti non ufficiali di informazione, ha imperversato sul web dando forma ad ogni sorta di incubo umano in relazione al potere dei banchieri – dei quali alla fine risulta essere il miglior alleato. Grazie a lui migliaia di internauti, per lo più americani – le province Usa infatti sono da sempre credulonandia soprattutto se si parla di Ufo – hanno creduto nei superpoteri degli illuminati, tra i quali troneggiava ovviamente anche il vecchio Rockefeller, e nella sostanziale onnipotenza di questi sulle masse che condizionerebbero in base a non ben precisate “influenze psichiche”. Influenze che questa razza di semidei alieni travestiti da umani possiederebbero come dote naturale esercitata per mantenerci schiavi. Questi complottisti paranoici prezzolati sono i Piero della Francesca di questo tempo, che con meno talento dei loro predecessori costruiscono al pari dei primi immagini iconiche, oleografiche del potere.

Ora, si può anche ammettere che il Nuovo Ordine Mondiale immaginato dal Bilderberg venga realizzato a scapito delle masse e per farlo digerire ai governati questi super banchieri manipolino costantemente la coscienza collettiva, ma ciò è avvenuto, e dall’ultimo dopoguerra avviene costantemente, sul piano dell’influenza mediatica, della cultura, dello spettacolo e persino dell’arte contemporanea, ambiti sui quali l’influenza di una certa intelligence è scontata. Non c’è bisogno di scomodare lucertole dotate di poteri ipnotici. Chi lo fa è certamente in mala fede e desidera che tutta l’informazione libera venga associata a questo complottismo delirante e pertanto facilmente neutralizzata per conclamato deficit di lucidità mentale.. Una “reductio ad Ickeum” figlia della “reductio ad Hitlerum” che il sistema ha impeccabilmente applicato per inibire l’insorgere di ogni identitarismo (associandolo in quel caso ad un tentativo di ritorno al Terzo Reich). Inoltre postulando che gli Illuminati siano invincibili in quanto dotati di influenze superiori si deprime ogni velleità rivoluzionaria e ogni tentativo politico di contrasto alle decisioni del potere in carica sembra destinato al fallimento a meno che non ci si doti della kriptonite. Se poi si osservano con animo sgombro da pregiudizi le immagini che ritraggono in foto i dignitari di queste grandi famiglie del mondo finanziario occidentale è facile credere che siano rettiliani. Considerando ciò che normalmente si attribuisce alle reverende personalità di costoro cioè un insieme ininterrotto di cospirazioni, guerre, stragi, terrorismo, colpi di Stato, manovre politiche e strangolamenti monetari, viene ancora più facile credere che tali affamatori di popoli non abbiano origine terrestre.

Si delinea un enorme affresco nel quale realtà e oleografie apocalittiche si mescolano disorientando i cercatori di verità, inquinando le menti potenzialmente lucide di chi legittimamente, non fidandosi del mainstream, cerca di capire in quale diavolo di mondo ha avuto il destino di nascere, chi lo comanda e in nome di cosa. A costoro ci sentiamo di offrire un umile consiglio, poiché – complottismo o no – tutti sappiamo che Monsanto ed Exxon Mobil, tanto per citare un paio di colossi industriali-finanziari riconducibili alla micidiale stirpe della buonanima, sono state e sono tutt’ora delle macchine di sterminio per intere nazioni – si veda la storia recente di Africa e America Latina, costellata da colpi di mano paramilitari, guerre civili, pulizie etniche, povertà indotta da speculazioni – nonché strumento di enorme influenza su governi, leggi e istituzioni pubbliche occidentali. La buona notizia è che sono mortali e il consiglio è di prenderne atto. Le élite nascono e muoiono e costoro non sfuggono al triste destino che Esiodo poneva a carico degli uomini dell’Età del Ferro, con buona pace della mitologia hollywoodiana che li vuole iper-longevi in quanto già clonati e dotati di organi di ricambio per ogni evenienza – magari custoditi da medici compiacenti in qualche caveau di una fondazione scientifica da essi finanziata. Moriranno tutti invece, anche lo speculatore George Soros e Lord Jacob Rothschild (forse prima di Putin che quest’ultimo cerca da anni di fare fuori). Sono quasi tutti over 80, con eredi dissociati e cocainomani alla Lapo Elkann e nessuno in grado di continuarne l’opera, nel mondo creato dalle rivoluzioni finanziate e dirette dai loro antenati. Un mondo che oggi sotto tutti i punti di vista sta andando decisamente a rotoli. La macchina globale che hanno costruito è da tempo sfuggita al loro controllo, innescando l’ovvia reazione a catena di processi autodistruttivi che offre il suo osceno spettacolo già da qualche decennio. L’11 settembre ha rappresentato un geniale e criminale tentativo di rimettere il genio nella lampada e tornare a governare le dinamiche collettive mediante finte contrapposizioni che mobilitino masse al suono di un’ossessiva propaganda. Sappiamo che non tutti in quella fase concordavano con chi ha deciso la svolta all’interno dell’oligarchia criminale guidata, tra gli altri, anche da Rockefeller. Si è rivelata un clamoroso flop da milioni di morti, ritardando solo di pochi anni il declino americano. Oggi cercano di prendere il controllo dell’amministrazione Trump e l’impressione di goffaggine che stanno dando le piroette in cui la Casa Bianca si sta esercitando tradisce forse il vuoto lasciato anche dal vecchio Rockefeller, uno che aveva creato Pinochet e ci sapeva fare. Così come il ramo francese della dinastia di banchieri che governa più di altre in Europa (Rothschild) ha dovuto calare la carta Macron per impedire che il crollo dei partiti tradizionali – la caduta dell’involucro legittimante denuda il potere – porti al governo gli incontrollabili leader populisti. L’economia reale non produce più profitto, non viene distribuita più ricchezza come nei favolosi anni della cornucopia consumista e a pancia vuota – e senza la classe media a fare da filtro – la massa inizia ad insorgere e ad informarsi mentre questi ottuagenari geni della truffa iniziano anche loro a schiattare. Si sente ormai l’approssimarsi della fine di un ciclo e il vuoto lasciato dalla fine dell’”era dei Rockefeller” verrà riempito da quel risveglio mondiale che tanto essi temono.

ANATOMIA DI UN GLOBALISTA: PETER SUTHERLAND.

di Gaetano Sebastiani

La vulgata dominante vuole che il fenomeno migratorio sia un evento inevitabile, quasi naturale. Come il capitalismo, o la sua conseguenza più estrema, la globalizzazione, sembra che il processo di sradicamento sia una sorta di spontanea evoluzione dello spirito umano, discendente da un innato istinto a liberarsi da catene intollerabili ed anti umane. Ma appena si indaga un pò più a fondo, si scopre che tutta questa spontaneità, questa “naturalezza”, in realtà è un complesso feticcio ideologico e come ogni ideologia ha un autore che costruisce e propaga ad arte questa weltanschauung.
Nel caso specifico dell’immigrazione, sono vari i personaggi impegnati nel progetto di rendere questo pianeta un unico, gigantesco melting-pot senza identità, attraverso lo spostamento massivo di esseri umani. Sono sempre più all’ordine del giorno le indagini su personalità quali George Soros, fino a qualche anno fa misconosciuto ai più ed oggi giustamente sotto i riflettori per le sue peculiari attività “filantropiche”. Ma ve ne sono altre, meno esposte mediaticamente e con ruoli chiave nell’ambito delle istituzioni internazionali che meritano attenzione, non fosse altro per avere la reale contezza di chi governa questi processi “inevitabili” e soprattutto qual è l’ideologia che li muove. Esempio illustrissimo di quanto veniamo dicendo è sicuramente Peter Sutherland, Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni.
Nato a Dublino nel 1946, Sutherland si laurea in legge nella facoltà della sua città. Dopo un breve periodo da avvocato, negli anni Settanta entra in politica nelle fila del Fine Gael (un partito moderato di centro-destra, diremmo oggi) fallendo l’accesso al parlamento nazionale alle elezioni del 1973. Nonostante l’insuccesso, ricopre ruoli sempre più strategici nel partito e nel 1981 ottiene addirittura l’incarico di Attorney General dal governo irlandese.
Da questo momento in poi, la carriera politica di Sutherland compie balzi da gigante, soprattutto in ambito europeo e poi internazionale. Nel 1985, infatti, diventa Commissario europeo per la Concorrenza, gli affari sociali e l’istruzione. L’attenzione verso quest’ultima tematica lo porta ad essere, de facto, uno degli esecutori del celeberrimo Progetto Erasmus, tanto caro ai giovani “millennials”.
La dimensione europea è però troppo stretta per una personalità così impegnata nella costruzione di una visione globale dei rapporti umani e politici. Nel 1993, Sutherland viene nominato direttore generale del GATT, l’antesignano dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, di cui curò anche il passaggio all’attuale dicitura e riorganizzazione di competenze. Tra i “meritevoli” impegni nel WTO, ricordiamo la conclusione di negoziati tra UE e USA sul commercio di prodotti agricoli, una sorta di TTIP in scala ridotta (ma da qualche parte si doveva pur cominciare…).
Dopo la presidenza alla British Petroleum ed incarichi non esecutivi nei board di Royal Bank of Scotland e Goldman Sachs, il Nostro entra finalmente nei circoli pensanti del globalismo oltranzista. Diventa, infatti, membro del comitato direttivo del gruppo Bilderberg e successivamente presiede la sezione europea della Commissione Trilaterale dal 2001 al 2010. Insomma, un cursus honorum degno di ogni benefattore della propria patria e dell’umanità intera, come i vari Draghi, Monti, Barroso e tanti tanti altri… Intanto, nel 2006, ottiene l’incarico di Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni, ruolo che tutt’ora ricopre con innegabili “successi” e con uno zelo propagandistico da fare invidia al più invasato dei mondialisti.
Attraverso articoli facilmente reperibili in rete (vedi il sito della BBC, o anche Breitbart.com), è possibile apprezzare alcune delle idee che muovono il pensiero di Sutherland. L’UE, ad esempio, dovrebbe “fare del suo meglio per minare l’omogeneità dei suoi Stati membri”, poichè la prosperità futura del nostro continente dipende dalla sua capacità di diventare quanto più possibile multiculturale. L’ossessione per il “multiculturalismo” è un tratto tipico dei globalisti che sfocia spesso in un malcelato disprezzo per tutti coloro i quali si oppongono, o semplicemente contestano questa visione. Non ne è esente neanche Sutherland, per il quale la dimensione multiculturale è un dovere per l’Europa di domani, “nonostante la difficoltà di spiegare questo principio ai suoi cittadini”. E’ chiaro? Se anche vi opponete, se anche non apprezzate l’importanza e la ricchezza culturale che orde di immigrati disperati possano apportare al nostro continente così bisognoso, ci penseranno i bravi e filantropi paladini come Sutherland ad introiettarvi questi concetti fino a farveli finalmente capire ed accettare, visto che siete dei trogloditi, bigotti, retrogradi e magari anche omofobi e fascisti (che non guasta mai). Quello che tutte queste categorie non riescono ancora a vedere e che “democraticamente” i soloni della mondializzazione cercano sapientemente di insegnarci è che l’immigrazione è “una dinamica cruciale per la crescita economica”, dice ancora l’avvocato irlandese. Da questo punto di vista, l’Europa dovrebbe smettere di puntare solo sui migranti “highly skilled” e porre fine alle restrizioni verso quelli “low skilled”, perchè “tutti gli individui devono avere libertà di scelta” su dove vivere e lavorare. Opporsi a questi principi significa per Sutherland tradire i valori fondanti dell’Europa come l’uguaglianza, i diritti fondamentali degli esseri umani, la libertà di commercio, insomma tutta la poltiglia che gli autoctoni sono costretti ad ingurgitare quotidianamente e che sta portando allo sfascio (finalmente) tutta l’impalcatura europoide.
Ovviamente, come ogni globalista che si rispetti, secondo Sutherland la responsabilità del disfacimento non è minimamente attribuibile all’attuale sistema di potere: ciò che sta minando le basi di questo progetto così illuminato è il montante populismo. E qui, senza infingimenti particolari, il Rappresentante speciale toglie la maschera e ci espone la sua (e di tanti altri) strategia per frenare l’avanzata del nemico. I media devono essere responsabilizzati nella lotta al populismo “riportando i fatti [circa l’immigrazione] in maniera positiva”. Da cui si deduce che il sistema informativo non deve avere un occhio critico verso gli eventi – ed in particolare verso questo fenomeno -, quindi deve rinunciare alla propria essenza (cosa appurata ormai da tempo) e attivarsi come macchina di propagazione di una visione parziale predeterminata che i cittadini devono accettare come realtà incontestabile.
Dovrebbe essere chiaro ora quali siano i centri istituzionali e di potere da cui provengono le strategie comunicative e mediatiche in genere circa questo fenomeno. Dalle storie strappa-lacrime raccontate dai tg all’omissione di notizie cruciali quali il coinvolgimento di importanti ONG nella spola di esseri umani tra le sponde del Mediterraneo alle direttive imposte dai piani alti alle forze dell’ordine di non diffondere notizie circa le violenze degli immigrati sul nostro suolo (vedi il caso degli stupri in Germania durante il Capodanno), tutta questa sovrastruttura propagandistica serve un progetto ben preciso, pianificato da menti e personaggi (semi)sconosciuti.
Non potremmo chiudere questa disamina su Sutherland senza riportare una sua significativa citazione, non a caso in bella mostra sulla sua scheda di presentazione sul sito dell’ONU: “nessun’altra forza – non il commercio, nè il flusso di capitali – ha il potenziale di trasformare le vite in maniera sostenibile e positiva come l’immigrazione fa”.
Come fate a non notare anche voi quanto sostenibili e positive stiano diventando le vostre vite, grazie all’applicazione di queste geniali visioni?

IL SOVRANISMO QUALE VETTORE DI UN NUOVO ASSETTO EUROPEO

di Gaetano Sebastiani

Se c’è un concetto politico che negli ultimi anni ha pian piano acquisito sempre più peso nel dibattito pubblico quello è sicuramente il sovranismo. Nell’epoca in cui “la fine della storia” avrebbe dovuto consegnarci ad un mondo puramente teleologico, ecco che questa idea (lungi ancora dal divenire una ideologia compiuta e coerente) si presenta in tutta la sua fresca vitalità per smentire i cantori dell’andamento unidirezionale ed omologante dei processi politici.
I più critici considerano il sovranismo la maschera di un volto sulfureo che volge lo sguardo ad episodi storici novecenteschi da relegare nell’oblio del passato. Certamente, si possono rintracciare legami con tempi trascorsi. Ma quelli a cui i detrattori fanno riferimento servono solo a demonizzarne l’essenza, come se questa operazione da sola potesse arrestarne la diffusione. Le radici del sovranismo, a nostro avviso, vanno sì collocate nel passato, ma non in quello recente. È nel 1648, con gli accordi di Westfalia, che il nucleo moderno di questa idea vede la luce. Devastata da un conflitto trentennale, l’Europa dell’epoca pose fine ad una guerra fratricida stabilendo, tra gli altri principi, quello di mantenere l’equilibrio delle potenze ridisegnate secondo gli esiti post-bellici e soprattutto, il rispetto assoluto delle sovranità nazionali. Nasceva “la ragion di Stato” e, insieme ad essa, il principio della non-ingerenza che, con alterne fortune, avrebbe ispirato la politica continentale dei secoli successivi fino al ‘900, quando le forze internazionaliste avrebbero occupato definitivamente il palcoscenico per avviare la globalizzazione che tutti noi conosciamo.
Tracciare questo sintetico excursus serve per ricordare che l’idea di sovranità è qualcosa di fortemente connaturato all’identità europea. I sostenitori del mondialismo che, con la puzza sotto il naso, collocano fuori dal tempo la reazione a questo processo – quasi fosse una barbarie – dovrebbero rifare i conti con il passato ancora pulsante del nostro continente. Oggi, il sovranismo è soprattutto una funzione. È l’argine contro le spinte globalizzatrici ed omologanti del divenire moderno. È il tentativo di recuperare quelle porzioni di potere nazionale maldestramente sacrificate sull’altare di entità extra-statali che svuotano di senso il naturale vivere comunitario. Per certi versi, il sovranismo è la versione più evoluta del nazionalismo novecentesco, in quanto conscio delle sfide dei tempi correnti, poichè se da un lato attribuisce alla ragion di Stato il peso che tale principio merita, dall’altro vede negli altri Stati non più un rivale da aggredire, ma un supporto per costruire una struttura geopolitica multipolare, che metta definitivamente in crisi e superi l’attuale modello a trazione occidentale.
Per quanto paradossale possa sembrare – poichè in antitesi con gli esiti più parossistici del succitato nazionalismo del “secolo breve” -, il sovranismo è, ad ora, il principale portabandiera della pace e della stabilità globali. Nei governanti che si ispirano a tale modello, infatti, non vi è alcun interesse nel sovvertire gli ordinamenti “altri”, nè imporre il proprio sistema di valori con assurde guerre “umanitarie”. Tutto quello che si richiede è il reciproco rispetto della sovranità ed una comune condivisione di tale prospettiva in ottica internazionale.
Le dichiarazioni del presidente Putin, in occasione dell’ottavo meeting dei paesi BRICS tenutosi il 15 e 16 ottobre scorsi a Goa, si muovono proprio in questa direzione. Durante l’incontro, volontariamente e colpevolmente ignorato dai media di regime, il leader russo ha ribadito la comune preferenza dei Cinque circa una risoluzione politico-diplomatica dei principali conflitti internazionali, rigettando qualsiasi forma di violazione della sovranità degli altri Stati. L’esatto opposto delle forze mondializzatrici. Interventisti infarciti di filantropia ipocrita e a fasi alterne (vedi la retorica sui diritti umani), sorretti da una ideologia feroce volta ad occidentalizzare e “democraticizzare” a tutti i costi il resto del globo, impegnati a raggiungere la pace tramite missili telecomandati da remoto, questi agenti patogeni schierati per il cancro chiamato New World Order stanno gettando nel caos più completo interi popoli, provocando una destabilizzazione del quadro geopolitico internazionale impressionante.
Sarebbe troppo facile individuare nei soli USA gli artefici di questo processo fintamente irreversibile. Di certo, la centrale degli sconquassi degli ultimi vent’anni si può collocare oltre oceano, ma è anche grazie al meccanico collaborazionismo dell’Europa che gli effetti di queste scosse stanno producendo i maggiori danni. Esattamente perchè la patria del principio sovrano – il nostro continente, appunto – ha rinunciato a seguire la propria, autonoma via nel solco di quella visione. Si è lasciata lentamente ed inesorabilmente divorare dal verme del servilismo e della dipendenza nel nome di una fedeltà occidentale che non lascia spazio alla libertà d’azione.
La conseguenza fondamentale di un tale approccio miope è la perdita di vista del ruolo ordinatore e stabilizzatore per il mondo intero di un’Europa finalmente sovrana. Se gli Stati nazionali indossassero gli occhiali della storia presente scorgerebbero i limiti del globalismo e la fine desolante a cui sono destinati i loro rispettivi popoli. È proprio casuale questo clima di costante escalation a cui assistiamo ormai quotidianamente? I venti di guerra che spirano dall’estremo occidente (perché è lì che non si accettano assetti diversi da quelli fino ad ora conosciuti) non sono il frutto di un sistema mondializzante ormai sclerotico?
Se oggi, dunque, è facilmente possibile individuare gli elementi eversivi, è altrettanto agevole indicare le giuste contromisure per porre rimedio al disordine. Il sovranismo può costituire il reale vettore per un nuovo assetto europeo (e conseguentemente mondiale). Un’impalcatura agile e funzionale dove gli Stati nazionali continentali riprendono la loro dignità ed operano in comune nel reciproco rispetto delle proprie esistenze. Rinunciano a porzioni di sovranità solo in vista di un progetto confederale finalizzato ad ottenere maggiore peso specifico nella sfide globali e non per soddisfare sogni distopici di unioni al sapore di soviet. Si liberano degli agenti internazionalisti in tutte le loro forme: Nato, ONG guidate da oscuri magnati, istituzioni finanziarie e politiche votate al depauperamento delle identità storiche, culturali ed economiche. Creano alleanze strategiche con paesi contigui (vedi la Russia) che possono offrire migliori prospettive di prosperità, non solo dal punto di vista economico.
Per conseguire tutto questo senza traumi non necessari serve uno scatto di coscienza, un moto interno di indipendenza e libertà. Chissà che un primo balzo in questa direzione non arrivi prossimamente, proprio da quel paese che con ogni energia ha corroso il principio altrui di sovranità…