IL CASO KARAN. Morire dalla parte sbagliata per dare un senso alla vita

karanBurak Karan, origini turche e natali in Germania, era un centrocampista difensivo di discreto valore con un passato nelle nazionali giovanili tedesche. Poteva vivere di calcio, senza magari arrivare ai livelli dell’amico Boateng, ma disegnando comunque una carriera dignitosa con tutto l’implicito codazzo di benefit annessi e connessi: donne, macchine, soldi. E invece Burak ha preso a navigare in rete cercando, sempre più fanaticamente, notizie sull’evoluzione dei combattimenti siriani al confine con la “sua” Turchia e lì si è recato, con folta barba jihadista, per partecipare alla guerra santa in svolgimento. E sempre lì ha trovato la morte, lo scorso ottobre, sotto le bombe sganciate dall’esercito di Assad.

Questa è la notizia in tutta la sua scarna essenzialità e, a dire il vero, sembra costruita apposta per un bel titolo giornalistico ad affetto. Ammettiamolo pure. Se Burak non fosse stato un calciatore, non se lo sarebbe filato nessuno. Esattamente come nessuno si fila tutti i ragazzi tedeschi, francesi ed anche “italiani” – o almeno qui residenti -, che partono dalle locali comunità salafite per andare in Siria ad ingrossare le fila dei ribelli fondamentalisti sunniti. Un dato che non dovrebbe sorprendere perché la pesca in Occidente non richiede particolari sforzi d’ingegno. Cosa vedono questi ragazzi intorno a loro? La paccottiglia agonizzante della civiltà dei consumi, il Papa che paga l’albergo, la politica destituita di ogni senso e funzione, gli orizzonti culturali chiusi dietro l’uscio di un reality show. E così, un giorno come un altro, nel silenzio di una moschea, per strada o nel dotto cicalare di un corridoio universitario, qualcuno ti intercetta, si accosta e dice: “Vuoi dare un senso alla tua vita e fare qualcosa di veramente grande? Vieni a combattere in Siria, sul fronte dei ribelli”. Naturalmente, il Lucignolo barbuto omette di specificare che la guerra in oggetto è caldeggiata da americani e israeliani e che ci si troverà a morire sullo stesso fronte del Grande Satana. Le forze dell’Islam sano sono da tutt’altra parte. Ma queste cose è meglio non dirle, perché il cortocircuito sarebbe un po’ troppo complesso da spiegare. Basta una illustrazione bigotta e scarna, da breviario maoista, sulla divina opportunità di questa guerriglia fondamentalista permanente e si parte. Verso la morte e oltre.

Quando poi la morte arriva davvero, come nel caso di Burak, la retromarcia è totale: “Era lì per attività umanitarie”, è stato detto. Ma il suono di queste parole ha ormai la stessa stanca monotonia di una vecchia tarantella che non fa ballare più nessuno. E ci riporta alla mente, proprio in riferimento a diritti umani et similia, la magra figura dell’organizzazione “Medici senza frontiere” (MSF) – Premio Nobel per la Pace nel 1999 – e del suo co-fondatore Jacques Beres, tornato in Francia dopo due settimane trascorse in Siria, ove si era precipitato per portare clandestinamente soccorso al fronte ribelle. Immaginandolo (ancora) composto da studenti, donne, operai, intellettuali. E invece si è ritrovato a dover curare, in buona parte, i fondamentalisti di Al Qaeda: “È qualcosa di davvero strano da vedere” ha dichiarato, pensoso, rilasciando una intervista alla Reuters nel settembre 2012.

Un curioso sgomento, il suo, dato che il Guardian, già due mesi prima (luglio 2012), aveva messo in guardia il mondo su quanto stava accadendo. Sarebbe stato sufficiente perdere qualche istante ad informarsi, invece di partire in quarta con il sole in fronte e la verità in tasca, a rischio di divenire un collaborazionista dei terroristi più efferati (si è addirittura parlato di una “interferenza criminale” di MSF). Dispiace, ma ignorantia non excusat. Al massimo, e con grande fatica, possiamo comprendere Burak Karan in virtù di quel vuoto spaventoso che fa sbandare ogni giorno la sua generazione. Gli altri no.

*Pubblicato su barbadillo.it

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