SANGIULIANO: “VI RACCONTIAMO IL REICH DI ANGELA…KASNER”

È la quarta potenza mondiale dopo Stati Uniti, Cina e Giappone. Riposa appena sotto il podio in termini di Pil nominale, è quinta per potere d’acquisto dei suoi cittadini, si classifica seconda per mole di esportazioni e importazioni. E, soprattutto, controlla un’area economica che si espande dall’Olanda alla Croazia, dai Paesi Baltici all’Austria. Coloro che credevano, anni or sono, di aver “normalizzato” la Germania e posto fine all’intramontabile “questione tedesca” si saranno ben presto resi conto di aver sbagliato i calcoli. Perché, ormai, il gigante che, tra vincoli economici, politiche di rigore, violazioni della sovranità e feroci pressioni, ha egemonizzato l’Europa possiede tutti i crismi di un Reich del Terzo Millennio.

A dirlo per prima è stata il Premio Pulitzer Anne Applebaum, che, in un editoriale apparso sul Washington Post, non esitò ad usare l’evocativa formula “Fourth Reich”, ripresa dai giornalisti Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del Tg1, per intitolare la loro ultima fatica a quattro mani: Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l’Europa (Mondadori, euro 17 pp.128).

Credits: Silvia Morara

Credits: Silvia Morara

Sangiuliano, perché parlare di Quarto Reich?

“È un’espressione brutale e provocatoria ma utile a sintetizzare l’attuale contesto geopolitico. La Germania ha creato un impero nel cuore dell’Europa e marginalizzato i paesi mediterranei. Di fatto, ciò che ai tedeschi non è riuscito con le divisioni corazzate nel secolo scorso, lo ha realizzato oggi Angela Merkel con le armi dell’economia. Ci tengo a precisare che il nostro non è un libro anti-tedesco, ma prende semplicemente atto di una realtà argomentabile dal punto di vista storico ed economico”

E allora partiamo da qui. In che misura la Germania si è giovata dei processi economici e politici europei?

“Se non fosse apparso l’euro il marco si sarebbe rivalutato del 40%, mortificando l’export tedesco a tutto vantaggio di nazioni come l’Italia. Non solo, ma è stato proprio il progetto di una unione europea, con tanto di moneta unica, a rendere politicamente possibile ed economicamente praticabile la riunificazione della Germania, un’opzione cui erano contrari sia la Thatcher sia Mitterand. Berlino si è giovata più di chiunque altro della nascita dell’UE ed ha trasformato, nel tempo, il vantaggio acquisito in egemonia. Basti pensare a quanto è successo con il Fondo Salva Stati: versando 53 miliardi, cioè cinque volte la Tasi, l’Italia, che non ha mai soldi per i suoi cittadini, ha contribuito a salvare le banche tedesche sull’orlo del baratro a causa dei crediti greci e dei rapporti con gli istituti spagnoli”.

C’è poi il problema delle violazioni di sovranità, fra cui la celebre telefonata della Merkel a Napolitano, nel 2011, per discutere delle sorti di Berlusconi…

“Si è trattato di un contatto quantomeno irrituale. Non credo che la memoria storica europea contempli il ricordo della chiamata di un premier italiano al Presidente della Repubblica Federale Tedesca, di cui, per inciso, in molti ignorano persino il nome, per chiedere lumi su questioni di politica interna. In questi atteggiamenti si rivede quella volontà di potenza che, da Fichte a Nietzsche, ha caratterizzato la Germania quale nazione incline ad autopensarsi come entità superiore e dunque legittimata ad osare più di altri”

Le invasioni di campo sembrano avere l’Italia come bersaglio prediletto. Per quale motivo?

“La Germania ha sempre provato grande fastidio per la nostra capacità di eccellere nel settore manifatturiero, ad esempio chimico o meccanico, e di essere quindi un temibile competitor nelle esportazioni. Da qui, la necessità di privare l’Italia della sovranità economica e di ingabbiarla in uno schema europeo che, di fatto, la mortifica ”

Dagli stati alle persone. Chi è Angela Merkel?

“La sua storia sembra lineare, ma, in realtà, non lo è affatto. Innanzitutto, lei si chiama Angela Kasner. Merkel è il cognome del primo marito, misteriosamente scomparso. E poi, oltre al ruolo assunto nelle organizzazioni comuniste della Germania Est, desta grande interesse la sua storia familiare: in un momento in cui tutti i tedeschi cercavano di transitare dalla zona Est a quella Ovest, da cui la costruzione del famoso Muro, i Kasner, su input del padre di Angela, un pastore luterano ex nazista, compirono inspiegabilmente il percorso contrario”.

Torniamo alla questione europea. L’ultima parte del libro è dedicato alla “nuova resistenza”, cioè ai partiti e ai movimenti che contrastano dichiaratamente lo strapotere tedesco e tecnocratico e che, di solito, vengono etichettati come “populisti”…

“Non mi piace l’accezione negativa che ha assunto questo termine. In realtà esso nasce in Russia con Dostoevskij che, in omaggio alle idee di Puskin, redasse un elogio del populismo individuando l’interpretazione corretta della parola: è populista colui che si fa carico delle ragioni del popolo. Per cui, ritengo che i politici italiani debbano essere un po’ meno euro-entusiasti e abituarsi, un po’ di più, a tenere la schiena dritta di fronte alla volontà egemonica altrui”.

Ma questa egemonia in quale progetto di lungo periodo può tradursi?

“La nostra epoca vede un progressivo spostamento della ricchezza da Occidente verso Oriente. Di fronte a tale cambio di asse e all’apparire delle nuove potenze, la Germania ha scelto semplicemente di sbarrare le proprie porte e arroccarsi, ben protetta, nel cuore di un’Europa tedesca. Il suo, è un impero di tipo economico. Non casualmente, in politica estera, la Germania esibisce un basso profilo e raramente partecipa alle missioni internazionali a meno che non sia direttamente minacciata la sua sicurezza”

*Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno

Ps. A integrazione dei tanti spunti offerti dall’intervista, consentiteci una riflessione ulteriore sul processo di unificazione della Germania dopo la caduta del Muro. Perché esso, di là da ogni considerazione politica sull’opportunità di riassemblare il gigante mutilato, ha preso corpo attraverso uno schema a noi ormai tristimente noto. E di cui è bene, innanzitutto, rilevare gli effetti postumi: se la Germania Ovest è decollata, la parte Est si è trovata, fin da subito, proiettata in un incubo: de-industrializzazione selvaggia, milioni di posti di lavoro persi, emigrazione forzatata di massa. Una emorragia di lacrime e sangue mai totalmente finita, dovuta a due fattori principali.

Il primo si lega alla constatazione paradossale che, in fondo, l’eredità lasciata dalla Ddr non era poi così malvagia: le imprese c’erano ed anche valide, ma obbedivano a un modello obsoleto e necessitavano, urgentemente, di una congrua ristrutturazione di tipo dirigista. Si trattava di creare una holding pubblica simile all’Iri, denominata Treuhananstalt, allo scopo di accompagnare le industrie dell’Est nell’oceano della competizione capitalista. Era l’unica cosa sensata da fare ed esattamente quella che proposero (e realizzarono) prima Alfred Herrausen, presidente della Deustche Bank e “vero patriota”, secondo la definizione di Helmut Kohl, e poi l’uomo che, qualche tempo dopo, lo stesso Kohl scelse per sostituire Herrausen, cioé Detlev Rohwedder, alias il “Mattei tedesco”. La facciamo breve: entrambi, prima l’uno poi l’altro, furono trucidati dalla Rote Armee Fraktion, un gruppo di terroristi rossi. E la Treuhananstalt passò immediatamente sotto la gestione di Birgit Breuel, figlia di un banchiere della Trilateral, prontissima a capovolgere la missione dell’ente e a svendere le imprese poste sotto la sua tutela alle multinazionali euro-americane, come da precedente indicazione di Fondo Monetario e Banca Mondiale. Inutile dire che le benemerite multinazionali, piuttosto che impegnarsi nella ricostruzione, chiusero le aziende per venderne le singole parti e realizzare un ampio profitto. E poi probabilmente inviarono un biglietto di ringraziamento ai terroristi comunisti per il solito, preziosissimo contributo che ci richiama alla mente, ancora una volta, l’immortale massima di Spengler: “La sinistra fa sempre il gioco del grande capitale. A volte perfino senza saperlo”.

L’altro elemento che merita di essere rilevato riguarda la politica monetaria, in ordine cronologico il primo settore d’intervento nel processo di unificazione. Invece di armonizzare innanzitutto la produzione, riequilibrare il dislivello, concertare una politica nazionale economica e sociale di lungo periodo, si decise infatti di iniziare dalla disastrosa imposizione di una moneta comune, più precisamente dall’ingiunzione alla Germania Est di adottare il marco, moneta tarata sulle esigenze della parte Ovest. Non vi ricorda nulla? Nel suo interessante volume Anschluss. L’annessione (Imprimatur) l’economista Vladimiro Giacché spiega: “La storia dell’unione tedesca è una storia che parla direttamente al nostro presente. L’unione monetaria ha accelerato i tempi dell’unione politica, ma al prezzo del collasso economico dell’ex Germania Est. Allo stesso modo la moneta unica europea, introdotta in assenza di una sufficiente convergenza tra le economie e di una politica economica comune, è tutt’altro che estranea alla crisi che sta investendo i paesi cosiddetti ‘periferici’ dell’Unione Europea”.  La sorte toccata alla ex Ddr è dunque la stessa patita, anni dopo, dal Club Med cioé dai paesi del Sud Europa costretti ad adottare una moneta insostenibile in servile obbedienza alla volontà di chi l’aveva concepita sulle proprie, singolari esigenze. Benvenuti nell’incanto del Quarto Reich, alias l’Impero del Bottegaio. La bottega è la loro, ovviamente.

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