USA: GENDARME GLOBALE O PINOCCHIO INTERNAZIONALE?

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Immaginiamo che anche oggi i tromboni della propaganda di regime vorranno suonare la solita solfa circa gli eventi dell’11/9, il turning point supremo nella storia della civiltà occidentale. Immaginiamo anche che poco spazio (magari per fini denigratori) verrà dato a versioni “alternative” – leggasi “complottiste” – di quel fatidico giorno di ormai tredici anni fa.
Eppure, questo lasso di tempo ha permesso, a chi non ha mai voluto accontentarsi delle lacunose verità ufficiali, di capire meglio sulla base di quali spinte si muova la politica internazionale americana. Ed allargando un po’ lo sguardo, sarà facile notare come sulla maggior parte degli snodi epocali della storia statunitense aleggi sempre l’ombra della menzogna. L’11/9, infatti, costituisce una delle tante tappe della vita degli USA inficiata, se non da vere e proprie falsità, quanto meno da zone oscure non trascurabili.
Tanto per cominciare e solo di sfuggita, ricordiamo che la nascita dello stato americano è stata macchiata dalla distruzione di una delle civiltà spiritualmente più ricche e profonde – quella degli indiani pellerossa – aggravata da un battage mediatico fuorviante che, attraverso il genere western (soprattutto fino agli anni sessanta), ha dipinto l’uomo bianco come il legittimo conquistatore di lande selvagge. Dall’altra parte solo aggressori e retrogradi, refrattari alla “civilizzazione”.

Senza soffermarci troppo sul passato remoto, gli eventi che hanno segnato l’ingresso prepotente e definitivo dello zio Sam nei destini della comunità internazionale, sollevano più che un dubbio. L’attacco a Pearl Harbor nel 1941, dipinto all’epoca dal presidente Roosvelt come il “Day of Infamy” e propagandato dal governo come un’operazione totalmente inaspettata, rivela qualche ombra circa la reale impreparazione americana all’offensiva. A questo riguardo, le accuse di dietrologia o complottismo perdono molta forza se si considera che persino nei manuali universitari viene prospettata la possibilità che il governo americano fosse informato delle intenzioni nipponiche, ben prima dell’assalto. Inoltre, la reazione stranamente pacata e serena di Roosvelt alla notizia dell’attacco (confermata da un suo assistente, Jonathan Daniels) lascia senz’altro basiti. Di fatto, Pearl Harbor creò l’humus emotivo ideale per smuovere un’opinione pubblica alquanto fredda circa una guerra fuori dai confini nazionali ed ufficializzò l’interventismo americano nel resto del mondo. Trovare somiglianze tra questi avvenimenti ed altri più recenti è davvero un gioco molto semplice…
E che dire della ricostruzione ufficiale sulla morte del presidente J. F. Kennedy? Sono noti ai più i “buchi” della Commissione Warren sulla tragedia di Dallas, sia sulla dinamica dell’assassinio, sia sul reale movente dell’omicida, Lee Harvey Oswald. Tralasciando i dettagli prettamente tecnici, come il mistero della “pallottola magica”, o della reale posizione del tiratore (o dei tiratori?), è evidente che, anche in questo evento epocale, le bugie più o meno conclamate abbiano coperto trame e lotte di potere intestine. Tra le tante ipotizzate sul caso JFK, è bene ricordare quella che accomuna il leader democratico ad altri sei presidenti americani del passato, deceduti anch’essi di morte violenta: la lotta per il ripristino della sovranità monetaria. Con il decreto presidenziale 11110, infatti, Kennedy tolse alla Federal Reserve (banca privata) il potere di emettere e prestare moneta al governo e lo restituì al dipartimento del Tesoro, ponendo fine così alla spirale del debito. Ovviamente, subito dopo la nomina del vice Johnson alla presidenza, le monete stampate dal governo furono tolte dalla circolazione e gli effetti del decreto 11110 smisero di produrre effetti “sgraditi”.
Lo schema delle menzogne stars & stripes può essere applicato anche a casi più recenti, con tecniche di attuazione sempre più raffinate e con strumenti di distrazione di massa potentissimi, quali la retorica sui “diritti umani”. La guerra nella ex Jugoslavia, ad esempio, venduta ai media internazionali come una campagna necessaria per eliminare il presidente Milosevic, reo di pulizia etnica in Kosovo, nasconde risvolti geopolitici non indifferenti anche per le attuali vicende internazionali. Osservatori dell’OCSE, come il giudice trentino Giovanni Kessler, dichiararono che in Kosovo non era stato perpetrato nessun genocidio, nel contempo i media americani (l’Associated Press, in particolare) parlava di atti di cannibalismo dell’esercito serbo! In realtà, il bombardamento dei Balcani era strumentale alla strategia della “cintura verde”, finalizzata sia al contenimento dell’area slavo-ortodossa e quindi della Russia, sia al controllo delle vie del petrolio.
Stessa metodologia per un altro caso recente: la fine del regime di Gheddafi. Anche qui, poco prima del conflitto, grande dispiegamento dei mezzi di comunicazione su stragi di ribelli libici ed ipotetiche fosse comuni. Preparato il terreno emotivo globale con un antipasto sui “diritti umani”, la guerra è ben servita e la massa ingoia qualsiasi falsità. Eppure, fino a qualche mese prima, Gheddafi godeva di buone entrature in Europa: Francia e Italia avevano accolto in pompa magna l’ospite africano, soprattutto per siglare partnership commerciali di rilievo. Il grave errore del colonnello è stato quello di progettare una moneta unica africana, il “dinaro oro”, legata al valore dell’oro e non a quello della moneta cartacea. Questo avrebbe reso economicamente più forti ed indipendenti i paesi del continente nero, svalutando contemporaneamente sia l’euro ma soprattutto il dollaro che è il conio di riferimento mondiale per le transazioni sulle risorse energetiche, come il petrolio.
Nella lista delle falsità americane avremmo potuto citare altri eventi importanti passati o più recenti, come le reali motivazioni dell’ingresso USA nella prima guerra mondiale (il caso sporco della nave Lusitania); l’intervento a Panama del 1989 per eliminare il presidente Noriega; la guerra all’Iraq del 2003 con la storia delle armi di distruzione di massa mai trovate, etc…
Riteniamo, però, che gli elementi finora esposti siano sufficienti per capire che nonostante ci siano innumerevoli zone d’ombra, abbiamo gli strumenti per illuminare le vicende del passato, come quelle odierne, con una prospettiva differente. Sotto questa stessa luce vanno letti i fatti in Ucraina, nuovo calderone di inesattezze ed invenzioni atte a giustificare un conflitto che per ora sembra solo rinviato, anche grazie alle abilità strategiche di Putin.
L’immagine degli Stati Uniti come gendarme globale invincibile ed affidabile si sta pian piano sgretolando e sta lasciando spazio ad un’altra meno rassicurante e forse un po’ ridicola di Pinocchio internazionale. È arrivata l’ora di smettere di credere a certe storie e trarre le dovute conseguenze.

*A cura di Gaetano Sebastiani

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