LA VOLONTÀ DI (IM)POTENZA

di Gaetano Sebastiani

La vittoria di Netanyahu alle recenti elezioni politiche in Israele certifica che il supposto carattere di specialità degli ebrei non ha molto fondamento se slogan come “con me al potere, mai due Stati” determina pesantemente l’esito delle urne. Sotto questo aspetto, vediamo quanto sottile sia la differerenza tra il “popolo eletto” e certo elettorato del Vecchio Continente, labile come foglia al vento, in balìa di promesse ed elargizioni che alcun peso specifico hanno nella realtà delle cose.
Il livello di condizionamento manifestato in questa tornata elettorale è uno dei più importanti segnali di debolezza di un intero corpo sociale, che ha scelto più o meno scientemente di condannarsi alla reiterazione di modelli di affermazione del potere vetusti ed alla lunga controproducenti, quasi autolesionistici.
Dovrebbe essere chiaro ai più che mostrare i muscoli, emettere spavalde sentenze e produrre discorsi roboanti autoinvitandosi in consessi acriticamente plaudenti ed ammiccanti più che una manifestazione di potenza è il singulto finale di un organismo allo stremo delle forze. E Netanyahu, attraverso una campagna elettorale tutta incentrata sui temi della sicurezza, della paura verso l’altro da sé (come un demone la cui presenza viene evocata ora in Palestina, ora in Iran, a seconda delle esigenze di propaganda), rivela una tara interiore estensibile a buona parte della collettività ebraica, soprattutto quella che vive, abita, colonizza dove non dovrebbe.
La sindrome dell’accerchiamento è tratto tipico di tutta una politica israeliana che ha avuto la sua palese cratofania con Ariel Sharon – con il suo malcelato progetto “Eretz Israel” – e prosegue imperterrita oggi, con le nuove colonie (invise persino agli americani), con la silente conquista di Gerusalemme e con l’auspicato e sbandierato ritorno degli ebrei dall’Europa, sapientemente aizzati dal senso di insicurezza degli ultimi attentati.
E non ci si illuda che le recenti dichiarazioni di Obama possano mettere un freno a questa strategia. Il dissenso espresso dall'”anatra zoppa” non fermerà una politica che è ben radicata nello spirito israeliano. Nonostante la ruggine attuale (creatasi, in verità, solo tra una parte del potere americano e “Bibi”), il rapporto tra il deep state USA ed Israele è più saldo che mai, soprattutto alla luce di una futura vittoria repubblicana alla Casa Bianca, i cui prodromi si sono manifestati con i risultati delle ultime elezioni midterm.
Il braciere che alimenta il fuoco della politica israeliana trova una delle sue sedi principali in questa intesa meccanica. Ma sono fiamme sempre più basse, che perdono vigore di fronte al fumo della retorica e del machismo fine a sé stesso.
Eppure un esempio di forza differente, questa sì virile, perché silenziosa e mai vittimistica, gli ebrei ce l’hanno a pochi passi. La troverebbero proprio lì, nella Striscia di Gaza, tra la gente che subisce angherie quotidiane nell’indifferenza della cosiddetta “comunità” internazionale, nella sproporzione dei mezzi di lotta tra Tsahal ed i detenuti di quella che a ragione si può definire prigione a cielo aperto, nella povertà materiale e spirituale aggravata da politiche folli e predatorie. Ecco, in questa silente e discreta resistenza scorgiamo la vera potenza di un popolo.
Chi è costretto a ostentare per affermarsi ha già mostrato tutta la propria debolezza.

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