VERITÀ E RETORICA NELLA PACE DI LOSANNA

di Marcello D’Addabbo

Si è da poco concluso il vertice di Losanna tra i paesi del “5+1” (Consiglio di Sicurezza Onu + Germania) e l’Iran. Diciotto mesi di trattative e otto giorni di faticose mediazioni per trovare un’intesa sul nucleare iraniano. Ancora nulla di scritto, il testo che segnerà la ritrovata “pax nucleare” sarà messo nero su bianco per il 30 giugno, data entro la quale dovranno essere definiti i dettagli del trattato. Per il momento l’unica bozza dell’accordo consiste in un elenco di impegni, reso noto dal Dipartimento di Stato americano, che la Repubblica Islamica dovrebbe eseguire a puntino per vedersi di nuovo accolta nel mondo civile dalle grandi potenze occidentali: riduzione dei due terzi delle centrifughe finalizzate alla preparazione dell’uranio, dalle attuali diciannovemila a seimila circa, impegno a non costruire nuovi stabilimenti adibiti all’arricchimento dell’uranio, conversione dello stabilimento sotterraneo di Fordow (diverrà una sorta di innocuo CNR persiano simile a quello italiano del Gran Sasso), mantenimento della sola centrale di arricchimento a Natanz, sottoposta però alle verifiche degli occhiuti ispettori dell’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). Il reattore ad acqua pesante di Arak sarà modificato e il plutonio prodotto trasferito all’estero: “Le potenze mondiali aiuteranno l’Iran a costruire un nuovo reattore ad Arak”, hanno dichiarato i negoziatori. Lo scopo di tali adempimenti è l’allungamento del breakout time, nel gergo degli esperti il tempo necessario per produrre abbastanza uranio arricchito per una bomba atomica. Le nazioni del sestetto vogliono limitare il programma di arricchimento dell’uranio dell’Iran in modo che il breakout time sia di almeno un anno, ritenendo sufficiente questo lasso di tempo per conoscere le intenzioni di Teheran e distruggere prontamente ogni infrastruttura. La durata dell’accordo dovrebbe essere di dieci anni ma con possibile proroga fino ai venticinque. In definitiva l’Iran ridurrebbe del 66% il proprio programma nucleare.
Ma in cambio di cosa? Questo punto nei giorni successivi al vertice di Losanna è diventato materia da sofisti e la divaricazione tra le varie tesi e interpretazioni in campo ha raggiunto una comicità che non ha precedenti in una negoziazione tra i governi di grandi potenze. La mediatrice eurocratica Federica Mogherini ha tuonato trionfale «prevista revoca di tutte le sanzioni!». Il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif è stato accolto al suo rientro per le strade di Teheran dai festanti “studenti verdi”, da sempre smaniosi di liberarsi dall’isolamento commerciale in cui li ha costretti la teocrazia sciita per essere liberi di fare anche loro shopping in centro tra vetrine di Tiffany e caffè di Starbucks, convinti di dirigersi ormai a vele spiegate verso il sogno liberal-capitalista. Ma il sogno è durato poco. A steccare il coro di urletti delle aspiranti gossip girls di Teheran ci hanno pensato Obama e Kerry, che hanno precisato come le sanzioni non saranno rimosse ma progressivamente sospese in relazione all’avanzamento dei lavori previsti nell’accordo, che potranno essere realizzati nell’arco di dieci anni. Gli adempimenti sono enormi, richiedono anni e l’impianto delle sanzioni è pesantissimo: l’Istituto di Studi Pubblici Internazionali (ISPI) ci ricorda come nell’arco di oltre trent’anni, cioè a partire dal famoso sequestro dei diplomatici americani a Teheran nel novembre del ’79, si siano stratificate sanzioni progressive contro l’Iran da parte di Stati Uniti, Onu e Ue. É un romanzo a puntate che comincia con le iniziali restrizioni americane finalizzate esclusivamente all’isolamento politico e al blocco degli armamenti (anni ’80) e si arriva al più recente soffocamento economico operato in gran parte dei settori del commercio e delle transazioni finanziarie attraverso ben quattro risoluzioni dell’Onu (2006-2010) legate strettamente alla questione nucleare. Un reset improvviso erga omnes sarebbe impraticabile. Le magliettine di Abercrombie dovranno attendere.
Ma chi sta forzando la narrazione mediatica sull’intesa di Losanna e da giorni dichiara solo ciò che gli fa comodo per un proprio tornaconto politico? La gara dei Pinocchio è all’ultimo sangue ed è ben motivata: la Mogherini, millantando con enfasi retorica presunti quanto inesistenti risultati del vertice, cerca di scrollarsi di dosso l’immagine di pettinatrice di bambole che ormai la accompagna in ogni consesso internazionale; Zarif deve portare a casa un risultato che lo affranchi dalle accuse di sudditanza nei confronti dell’occidente mosse in patria dai conservatori; Obama deve sventolare dinanzi al Congresso, ormai tana dei neocon, lo scalpo dell’atomica iraniana, soprattutto dopo il teatrale delirio di isteria antiraniana sapientemente comiziato da Netanyahu proprio in quel consesso, tra ovazioni e tifo da curva interista.
Ma al di là di questo gioco pirandelliano delle parti, la trattativa sul nucleare iraniano è la pedina di un altro gioco in cui si muovono palesi interessi geopolitici. L’inserimento della Germania nel sestetto di Losanna, unica nazione priva della qualifica di membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, non è casuale. L’eventuale riapertura dell’Iran ai mercati europei rappresenta uno sbocco commerciale troppo allettante. Si punta su una nazione di 80 milioni di individui dei quali il 65% ha meno di trent’anni, il 22% meno di quindici, che mantiene un tasso di crescita demografica dell’1% annuo ed è una tra le popolazioni più scolarizzate del medio oriente. Un bacino di giovani consumatori e al contempo un’immensa riserva di gas e petrolio da indirizzare verso l’Europa, in grado di concorrere sul mercato dei combustibili dei paesi arabi che fanno cartello all’interno dell’Opec. Pertanto l’Europa a guida tedesca non ha meno interessi dell’Iran a cancellare le sanzioni nel più breve tempo possibile.
Dall’altra parte si consuma la lotta tra l’amministrazione Obama con il suo disegno strategico anti-asiatico contro il temibile asse tra neocon repubblicani e Netanyahu. Tel Aviv sa perfettamente che ancor più delle testate atomiche potrebbe nuocergli l’emersione di una futura “Germania del medio oriente”, in posizione dominante e sostitutiva rispetto all’ammuffito regno saudita, che al contrario dell’Iran è inginocchiato alla politica israeliana. La voce della Repubblica Islamica è già troppo influente nell’area (Iraq, Yemen, Siria, Libano ecc…) perché lo stato sionista tolleri un suo netto sdoganamento diplomatico. Obama la pensa diversamente, vorrebbe prendere in contropiede il grande nemico asiatico russo-cinese aprendo a Teheran, (come cerca di fare anche con l’Avana) per strappargli pezzi consistenti dalla sua sfera di influenza. Si chiuderebbe un fronte per aprirne di nuovi, ovviamente, che siano più vicini al confine del nemico. Finora la trattativa sul nucleare iraniano ha registrato la maggiore divaricazione tra amministrazione democratica americana e governo israeliano, aprendo una falla interna problematica anche a Washington ed evidenziando crepe persino all’interno dello stesso partito democratico. Il Segretario di Stato americano John Kerry ha, pertanto, dovuto presentare ai media l’intesa accentuando al massimo l’aspetto dell’inibitoria sulle armi nucleari che essa comporta, quasi omettendo o minimizzando al massimo le pur minime concessioni offerte alla controparte con l’eventuale sospensione delle sanzioni. Bisognava lanciare un osso consistente al cane rabbioso della lobby neocon che sembra aver preso preventivamente possesso della Casa Bianca, certa di futuri trionfi alle presidenziali del 2016 dove già immagina di schierare l’ennesimo cercopiteco della famiglia Bush. Inoltre, Obama si preoccupa di far digerire al Congresso un’intesa dalla quale risulti essere il vincitore assoluto dei negoziati sull’odiato persiano per evitare che l’accordo definitivo venga bocciato dalla maggioranza repubblicana filoisraeliana.
Lontano da questa guerra di fazioni (ma soltanto da questa) la Russia si è impegnata al raggiungimento dell’intesa per conservare il profilo di garante del diritto internazionale già acquisito in occasione dell’accordo sullo stoccaggio delle armi chimiche siriane di Assad, mossa geniale che aveva scongiurato l’intervento occidentale in quel paese. I cinesi osservano silenziosi. Un Iran emergente nell’area risulterebbe vantaggioso per loro se mantenuto nei ranghi della Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO). Ciascuno dei soggetti direttamente o indirettamente coinvolti sta giocando una partita complessa e pericolosa che influirà sul futuro di tutto il Medio Oriente, del caos settario che lo avvolge attualmente o di un nuovo ordine a venire. Se l’accordo abbozzato a Losanna andrà in porto ci saranno in futuro inevitabili cambiamenti anche nella società iraniana. Non è detto che si tratti di un progresso dato che, grazie all’agognata normalizzazione dei rapporti tra Iran e Occidente, in cambio dell’atomica quei poveri iraniani si troveranno improvvisamente in mano l’iPhone, con buona pace della borghesia festante di Teheran.

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