LA TRANSILVANIA ASPETTA ROMA. COME TUTTA L’EUROPA

di Leonardo Petrocelli

Ci sono alcune categorie professionali cui – in sporadici casi – si finisce per conferire un’aura quasi filosofica, da profondi conoscitori di luoghi e animi umani. Sono i meccanici che “aggiustano” i clienti maldestri con la stessa perizia con cui trattano le macchine. I baristi, vittime designate, quasi hollywoodiane, degli sfoghi piagnucolosi di mariti traditi e manager naufragati in un bicchiere di whisky. E poi ci sono i tassisti, ob torto collo costretti a misurarsi con l’immondezzaio dell’umanità postmoderna che sale e scende dalle loro vetture, ma spesso generosi di racconti e riflessioni dispensati gratuitamente a beneficio degli sciatti avventori. E allora capita di incontrarne uno, uno dei migliori probabilmente, Valentin, nel luogo più impensabile: a Brașov in Romania. E di farsi scarrozzare da lui per quasi cinquecento chilometri in giro per una delle regioni più affascinanti d’Europa: la Transilvania.
All’inizio l’auspicio è che stia zitto un secondo, che la smetta di sciorinare parole nel suo inglese stentato. Fuori dal finestrino, infatti, si anima un mondo di leggende, castelli, foreste immacolate, nebbie sinistre e calessi che invadono le strade. Sì avete letto bene, calessi. Non è raro infatti che dei carretti guidati da cavalli irrompano sui sentieri di montagna (ma anche sulle statali) imponendo alle macchine di mettersi in coda, in una sorta di spaesamento da viaggio nel tempo fuori programma. A condurli sono i contadini della zona o, più spesso, i rom che, come la vulgata insegna, qui non mancano. Vivono in campagna, prevalentemente, sconfinando con le loro baracche nei campi di qualche povero vecchio e portando al pascolo i loro destrieri denutriti e macilenti. Naturalmente, abbondano anche nelle città e nei piccoli borghi. Qualcuno si sforza di lavorare, si arrangia vendendo le more sui sentieri battuti dai turisti, ma la maggior parte si trascina e mendica come da tradizione, esibendo bambini poi lasciati esausti sui marciapiedi delle strade per l’intera notte.
“I nostri governi, in passato – esordisce Valentin -, sono stati gentili con loro, accogliendoli e sopportandoli. Il risultato è che qui si sono accampati in massa, creando la comunità più numerosa del continente e ora tutta l’Europa pensa che i rom siano rumeni, anche in virtù di quella assonanza tra le parole. Che poi, rom non significa nulla, è un termine che serve solo ad alimentare gli equivoci. Qui li chiamiamo come abbiamo sempre fatto: gypsies o țsigani. E rimangono quelli di sempre, imprevedibili e spesso pericolosi”. L’aria che tira è chiara: i rumeni non amano gli zingari. E lo potete capire dai cartelli che fioccano in ogni dove, dalle stazioni alle fiere di paese:

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Rincuora sapere che, da qualche parte in Europa, il buonismo boldriniano non è ancora dogma di Stato. E tuttavia, proprio in virtù di quanto letto e udito, è facile per un italiano incunearsi nella reprimenda e ricordare all’interlocutore le allegre scorribande peninsulari non solo dei rom, ma di tanti rumeni doc giunti nel Belpaese con intenti devastatori. La replica non si fa attendere: “I rumeni sono brava gente. Il peggio lo spediamo a voi, non c’è dubbio. Piuttosto, si sentono cose terribili sui migranti in Italia, su quell’isola…come si chiama? Lampedusa! Ecco, se dovessi venire al mare da voi, sapreste indicarmi un luogo senza migranti?”.
L’invasione migratoria lo colpisce moltissimo, quasi lo sconvolge. D’altronde, a voler nobilitare il discorso, la sua è una prospettiva squisitamente difensiva e la ragione non è un mistero: la Transilvania è una terra chiusa, cinta da montagne, abituata alla strenua difesa del territorio. Ma anche palcoscenico di un lungo scontro identitario. “I rapporti con l’Ungheria sono complicati – spiega improvvisamente – perché la Transilvania è una terra contesa”. Effettivamente, questa prospera regione, che un tempo appartenne all’Impero Austro-Ungarico, passò alla Romania solo nel 1920 grazie alle disposizioni post-belliche del Trattato del Trianon, spegnendo definitivamente le ambizioni della Grande Ungheria mutilata dalle “potenze plutocratiche”. Lo ricorda spesso, a mo’ di ritornello, il premier Victor Orban che da anni non smette di scaldare i cuori secessionisti della minoranza ungherese, rappresentata dalla battagliera Unione Democratica Magiara di Romania. La guerra interetnica fra le due popolazioni transilvane – con tanto di stragi e “marzo nero” – non è mai stata una scaramuccia da bar dello sport. Eppure, Valentin, rumeno e transilvano doc, per sua ammissione “di destra” e po’ nazionalista, non ha problemi a riconoscere il valore dell’avversario: “Non amo la propaganda di Orban – argomenta -. La Transilvania tutta appartiene alla Romania e qui deve rimanere. Ma una cosa mi piace di lui: sa dire di no agli americani”.
L’apparizione di un vampiro, a questo punto, susciterebbe meno stupore. In Italia – glorioso avamposto del pensiero unico in cui ogni giorno tutti sgomitano per segnalare la propria deferenza all’alleato-padrone – una simile riflessione non la sentireste né in un taxi né, figuriamoci, nell’aula di qualche prestigiosa università. Forse su internet, in qualche anfratto lontano dai bagliori del mainstream, ma niente di più. Qui, invece, è la prima cosa che il nostro chauffeur tira fuori dal cilindro: il no agli americani e al loro mondialismo devastatore. E allora sorge il sospetto che questa sia una specie di eredità degli anni di Ceaușescu e dell’esperienza comunista, una sorta di lascito involontario conficcato nelle menti di tutti. Ci arriviamo subito: “Il comunismo – riprende Valentin – ha fatto cose pessime. Ha spostato la gente in città per poterla controllare meglio (stipandola in orribili casermoni che oggi crollano a pezzi, ndr) e ha inserito i contadini rimasti in gigantesche imprese agricole collettivizzate, incapaci di reggere alla prova del mercato. Casa, lavoro, sicurezza: tutto era vincolato alla fedeltà al partito cui dovevi sottometterti necessariamente. In pratica, una mafia di Stato”. Fin qui storia nota, poi la sterzata. “Ma c’è una cosa in cui il comunismo era meglio del capitalismo. È difficile da spiegare…”. Il discorso, in effetti, si fa confuso. Una sola parola è ripetuta continuamente: soul, anima. “Il capitalismo ti corrompe l’anima – spiega, finalmente -. I rumeni prima non erano come sono oggi: arrivisti, votati al profitto, furbi, infidi, spregiudicati. Erano diversi, più poveri ma umanamente migliori”.
Lo sguardo di Valentin è troppo lucido per essere infarcito di propaganda vetero-sovietica. E le riflessioni fulminanti su Orban e gli americani o sul capitalismo che ti devasta l’anima sono troppo raffinate per derivare dalla televisione o dai quotidiani. C’è qualcosa di più e non è difficile spiegarlo: un popolo che ha vissuto per cinquant’anni sotto una dittatura, buona o brutta che sia, sviluppa fisiologicamente (e conserva per qualche tempo) uno sguardo più penetrante rispetto a chi, nel frattempo, si è cimentato solo con la ricette delle fettuccine o il calciomercato. Si confronta suo malgrado con grandi e piccoli eventi, s’ingegna, si sforza di capire, organizza una resistenza, mette a frutto la propria intelligenza per sopravvivere. Probabilmente è capace di combattere e, soprattutto, è disposto a farlo. Sa che la Storia non è finita e impara che ogni decisione, anche se presa lontano da casa (leggi Yalta), rischia di riguardarlo direttamente. Per cui rimane sveglio. E vivo. A differenza nostra che in settant’anni di democrazia ci siamo addormentati fino a scivolare nel coma. E da quando il collasso del capitalismo reale ci ha buttati tutti giù dal letto, eccoci incespicare con i muscoli atrofizzati e la mente annebbiata, incapaci di capire cosa mai sarà accaduto (sic) mentre russavamo beati, sognando donne, motori e coppe dei campioni. É il grande regalo della “pace”, della guerra lontano dall’Europa, del benessere prospero e narcotizzante che lentamente ha propiziato il “riflusso”, il riassorbimento nel privato o nell’edonismo sciocco delle tribù urbane. Data convenzionale del trapasso italico quel 13 settembre del 1978, giorno in cui il sobrio e governativo “Corriere della Sera” – nel clima ancora tetramente accademico e sociologizzante del tempo – pubblicò la lettera di un cinquantenne prossimo al suicidio perché innamorato di una donna troppo più giovane di lui, aprendo così le cateratte del Nulla Terminale, come da indicazione di tutte le precedenti “liberazioni”. Sessantotto in testa.
Per carità, dopo la fine del comunismo e l’inizio della “rivoluzione”, cioè il transito verso la democrazia, anche ai rumeni è toccata la medesima sorte. Oltretutto in un contesto di devastante spoliazione e di anarchia assoluta che ha sfregiato tutte le ex repubbliche dell’Est, a cominciare dalla Russia dell’era Eltsin. Erano gli anni della Transiberiana caldamente sconsigliata ai turisti e dei treni rumeni, ancora oggi di proverbiale lentezza, assaltati da banditi a cavallo. Ma, di fatto, la loro rincorsa è meno lunga della nostra e mostra i suoi effetti più deleteri solo nelle giovani generazioni. Gli uomini di mezza età, invece, ricordano. Anche fatti lontani. “Alla fine della Seconda Guerra Mondiale – spiega Valentin – il transito della Romania nell’orbita sovietica impose la fine della monarchia. Ma numerosi studenti scesero in piazza in difesa del Re Michele I e allora i comunisti posero un aut aut al sovrano: o lui o loro. O la sua abdicazione o la loro macellazione. E il Re scelse, naturalmente, di salvare i ragazzi. Si trattava di una monarchia senza grandi trascorsi ma seria, solida, amata, di cui si conserva un ricordo positivo. Ed oggi un quarto dei rumeni è dichiaratamente monarchico, nonostante la dinastia sia ormai giunta all’estinzione (il sovrano, ancora vivente, ha solo figlie e nessun erede maschio, ndr)”.
Inutile soffermarsi sullo scarto qualitativo fra generazioni, fra gli anni in cui si scendeva in piazza per il Re e quelli, a noi contemporanei, in cui ci si mobilita solo per i flash mob, il gender e la revolution di X-Factor. In Italia come, presumiamo, ormai anche in Romania. Sarebbe troppo facile organizzare il paragone. Ma la conclamata deriva vero la scimmiesca nullità dell’uomo-massa non è il solo tratto ad accomunarci. “Se penso al Re non posso non pensare anche al nostro Presidente della Repubblica, Klaus Werner Iohannis – riprende Valentin – . È un sassone, praticamente un tedesco. Tutto quello che la Merkel comanda, lui lo fa. Prendiamo ordini dai tedeschi e dagli americani. E le esigenze della Romania? Non interessano a nessuno. Qui non c’è più differenza fra destra e sinistra, sono indistinguibili. Noi li votiamo e loro si fanno i fatti propri, prendendosi un sacco di soldi sugli appalti pubblici e fregandosene del popolo. Persino la Chiesa Ortodossa è squallidamente corrotta. Io ho fatto il mio dovere di cittadino per anni, ma ora basta. Ho chiuso”.
E così, lamento dopo lamento, siamo arrivati al punto. A parte i riferimenti specifici a Iohannis e alla Chiesa Ortodossa il discorso qui riportato potrebbe essere tranquillamente pronunciato da un italiano. O da un francese o da un portoghese. È la denuncia di un malessere che abbraccia tutto il continente, da Lisbona a Sofia, e non è nemmeno sconosciuto in America, dove il Presidente è eletto solitamente con i voti di appena un quarto della popolazione. Che nome possiamo dargli? Scoramento, disillusione, abbandono? No, è la crisi terminale del Potere apparente, della democrazia portata in trionfo dal Progresso e dagli idoli di un “tempo nuovo” ormai smascherato nella sua più intima menzogna. Oltre la quale campeggiano impuniti i gargoyles della tecnocrazia e del dominio reale, per quanto vacillante, sull’esistente.
Si potrebbe presumere, a questo punto, che il nostro Valentin, uomo solido e addestrato alla pugna da tanti anni di regime e dal caos della democrazia, sia pronto ad imbracciare le armi e rovesciare il sistema in cui non crede più. E invece no. La sua soluzione è un’altra: “Mi piacerebbe vivere in assoluta autonomia – conclude non senza un velo di rabbia -. Comprare una casa in campagna, coltivare la terra e allevare animali, mangiare il cibo che produco e procurarmi l’energia necessaria attraverso i pannelli solari o altri sistemi. Voglio essere indipendente, completamente. E quando lo Stato verrà a bussare alla mia porta, gli dirò di rivolgersi al vicino. Perché io non ho più ho nulla da dire a questi signori”. Eccola qua, un’altra costante d’Europa: il sogno incapacitante dell’autarchia individuale, caldeggiata e foraggiata – anche tecnicamente – da buona parte del pensiero sociologico alternativo. Decrescita in testa. Ma, nella realtà, tutto questo si traduce in un romantico ammutinamento nell’ottusità della terra, in una rinuncia volontaria ad accedere al prezioso mondo delle possibilità. È la castrazione di quella che tradizionalmente si definisce “immaginazione divinizzante”, cioè la facoltà di dar sostanza a mondi diversi iniziando anzitutto col pensarli possibili. Di certo, Valentin non immagina più nulla – se non un utopistico piano di fuga per sé stesso – ma, forse, da qualche parte nel profondo della coscienza, non ha rinunciato ad aspettare ancora qualcuno o qualcosa che si desti e faccia un passo, disegnando quell’orizzonte che lui non è più capace di rappresentare. Valentin non lo sa, ma aspetta Roma.

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