TURCHIA: CONTRACCOLPI DI STATO

di Marcello D’Addabbo

L’operazione “Valkiria” in salsa turca è fallita. Il Sultano-dittatore ha vinto, per il momento. Purtroppo non è ancora dato sapere se ci sia stato davvero un colpo di stato o sia andato in onda un film da premio oscar per la regia di Recep Tayyip Erdogan come alcuni sostengono. Per il momento si lavora su indizi e il primo è certamente l’inedita e incredibile rapidità con la quale il tentativo di presa del potere dei militari è fallito e la seraficità mostrata dal Presidente turco quando si è appellato al popolo in conferenza stampa dall’aeroporto di Istanbul, dopo aver messo in giro artatamente la notizia di una sua richiesta d’asilo all’estero, fuga con ripensamento e rapido rientro, previa inversione a “u” dell’aeromobile (Antonio Ferrari del “Corriere” sostiene che il Presidente fosse in realtà “in vacanza, a Marmara. È salito sull’aereo diretto ad Ankara, poi ha preferito dirigersi a Istanbul, avendo saputo che c’erano migliaia di persone ad attenderlo, assonnate ma festanti”).

Questa epopea liofilizzata, mandata in onda a velocità Twitter, consumata in poche ore attraverso appelli via smartphone ripresi goffamente dalla tv, come si conviene allo spirito del tempo della manipolazione satellitare e delle “rivoluzioni-social”, sa ovviamente di fasullo. Una commedia ben orchestrata per disorientare i turchi e gli spettatori , perché di questo si tratta, di tutto il mondo. Carpire il consenso del popolo, mostrarsi in difficoltà in difesa delle istituzioni democratiche – le quali ovviamente non hanno mai corso il benché minimo pericolo da quando lui è al potere (!) – al fine di giustificare la successiva maxi purga in corso in queste ore. Il pugno di ferro di Erdogan non si è solo abbattuto sui militari golpisti (o supposti tali: ovvero non sotto il suo diretto controllo), ma anche sui giudici con l’arresto di oltre 2700 magistrati.

Il vero colpo di stato alla fine lo ha realizzato lui, Erdogan. Ovviamente la famiglia Erdogan è corrotta (siamo in Turchia) e per questo era finita da tempo nel mirino della magistratura ma va ricordato come proprio quest’ultima in altri paesi (ad esempio il Brasile di recente ma potremmo anche citare l’Italia del ’92) è stata ed è uno strumento politico probabilmente manovrato da servizi esteri (qualcuno per caso sta pensando alla CIA?). Una ripresa del controllo militare e giudiziario ripulendoli da ogni influenza straniera, dunque, con il pretesto del golpe. Ma anche avvio di un regime che da pseudo autoritario si fa assolutista. La storia insegna che è la minaccia della guerra civile a dare a Cesare il pretesto per la dittatura. Ma il pretesto del golpe non poteva essere costruito completamente a tavolino, per quanto Erdogan conoscesse il progetto, il modo di sventarlo senza troppi problemi e, forse, avesse mantenuto i contatti con alcuni graduati golpisti ben addentrati.

Di fatto un’azione dell’esercito c’è stata , la tv di Stato occupata in stile golpe anni ’70, comunicati annuncianti alla nazione la presa del potere e il varo in breve tempo di una nuova Costituzione nonché future elezioni libere (come in Egitto si immagina). Il ponte del Bosforo era bloccato sul serio, i carri armati stavano sfilando nelle città, bloccati i social media, cannoneggiato sia il palazzo dell’intelligence che il parlamento, occupata la sede dello Stato Maggiore. Scontri armati ce ne sono stati tutta la notte lasciando sul terreno almeno 200 morti accertati. Certo ci sono delle stranezze, ad esempio molti soldati semplici turchi arrestati per il colpo di stato hanno detto che era stato raccontato loro che si trattava di una esercitazione (siamo alle solite), che non sapevano nulla del colpo e non vogliono farne parte, ma ai livelli più alti ci sono i segni di un’azione coordinata e coerente anche se fallita miseramente. La presenza di malumori crescenti in quello che resta dell’ala ultralaica e nazionalista del potere militare turco, erede dei generali kemalisti, “Giovani Turchi” filo occidentali, era attestata da tempo. Tuttavia quella componente, la “Gladio turca” cioè il gruppo “Ergenekon” sotto inchiesta nell’omonimo processo intentato qualche anno fa dal nuovo regime, sembra essere entrata in azione proprio all’indomani dell’ennesimo voltafaccia del Sultano ai danni dell’Occidente.

In Turchia tutti ricordano le riunioni dei generali turchi al Pentagono al fine di regolare i conti con Erdogan durante il suo primo mandato , quando assumeva pose da vendicatore del mondo islamico contro Occidente ed entità sionista, novello protettore dei palestinesi e federatore di Fratelli Musulmani, in protesta contro Israele anche a seguito dell’incidente della Mavi Marmara verificatosi il 31 maggio 2010. Poi il secondo Erdogan, anti russo nemico giurato della Repubblica Islamica iraniana, finanziatore dell’Isis, di nuovo amico di Israele e degli emiri sponsor del jihadismo anti-Assad piaceva di più all’Occidente , tanto da affidargli la missione di gestire i flussi di immigrati con tanto di elargizione miliardaria dall’Ue ed intese idilliache con la Merkel. I governi europei e Bruxelles facevano a gara a tirarselo nell’Ue il Sultano, almeno fino a pochi giorni fa. Già perché l’ultima svolta di Erdogan, questo camaleonte, non deve essere piaciuta molto alle cancellerie occidentali, alla Nato e Ue ancora meno.

Già, perché ora la Turchia dice di volere la pace con Bashar al-Assad, la distensione con l’Iran e con la Russia, cui il presidente turco ha rivolto le dovute e tardive scuse per l’abbattimento dello Sukoi sui cieli siriani (a questa svolta nelle relazioni è seguito immediatamente l’attentato all’aeroporto di Istanbul). Erdogan ha chiesto, quindi, un incontro con Putin che servirà a ribadire l’impegno turco al transito del Turkish Stream. Il sindaco di Ankara ha dichiarato che il jet russo fu abbattuto da persone leali al governo ombra e da un seguace del prelato radicale Fethullah Gulen “… per distruggere le relazioni della Turchia con la Russia”. Dichiarazioni che vanno in una direzione ben precisa. Altri indizi molto eloquenti si possono trovare nell’altro campo, dove all’inizio del colpo di stato i media occidentali e tutti i cosiddetti esperti ed analisti militari erano evidentemente favorevoli all’operazione in atto. La Casa Bianca era silenziosa. Il sostegno al governo di Erdogan mediante un suo post su Twitter, è arrivato solo dopo che è diventato ovvio il fallimento del colpo di stato. Washington è un amico piuttosto freddino, si direbbe. Dopo il fallimento del colpo di stato, Donald Tusk se n’è uscito, visibilmente arrabbiato, dichiarando che ora la Unione Europea cambierà le sue relazioni con la Turchia (sic!). Poi sul sito della UE, lo stesso Tusk ha espresso sostegno ad Erdogan “democraticamente eletto”, che classe da statisti!

Ma ciò che colpisce maggiormente è la furiosa presa di posizione turca nei confronti degli Usa. Sono state rivolte accuse precise di sostegno ai mandanti del golpe, indicando in Fethullah Gulen il grande manovratore della congiura, del quale il primo ministro Binali Yildirum ha chiesto l’immediata estradizione. A prescindere dal reale coinvolgimento di questo potente ex amico storico nonché finanziatore originario del premier turco, ciò che sorprende di più sono i toni accesi utilizzati dai turchi. Ma non è tutto, nel pomeriggio seguito al golpe l’attività alla base militare Nato di Incirlik, da cui sarebbero dovuti partire gli attacchi all’Isis è stata sospesa. Il turco ha chiuso lo spazio aereo ai velivoli militari consentendo solo il rientro dei jet in missione.

I funzionari americani si sono poi messi al lavoro con quelli turchi per una ripresa delle attività – ha detto Peter Cook, portavoce del Pentagono. La sospensione è stata motivata con la chiusura dello spazio aereo sull’area, decisa dalle autorità turche dopo il colpo di stato mancato ma in realtà l’intera base di Incirlik al momento è di fatto inutilizzabile e le autorità turche hanno tagliato persino l’energia elettrica (affronto inaudito) come confermato dallo stesso consolato Usa di Adana, capoluogo della regione a 12 chilometri dalla base aerea.

Ankara ha disposto una sorta di stato d’assedio alla base statunitense, vietando tutti i movimenti in entrata e in uscita, anche se Washington cerca di non esasperare i toni. Fonti americane hanno precisato che si sta cercando di ottenere spiegazioni dal governo di Ankara ma l’Eucom, il Comando delle forze USA in Europa, ha posto in stato di massima allerta difensiva tutte le forze Usa di stanza in Turchia. Lo hanno riferito in via riservata fonti del Pentagono, secondo cui l’allarme è stato innalzato al livello ‘Delta’, il più elevato tra quelli previsti, che coincide in genere con un attacco in corso o comunque ritenuto imminente. Il provvedimento non riguarda però l’allarme terroristico ma il rischio di scontri con le forze turche, a conferma del livello di tensioni che si registrano tra due alleati storici e membri della NATO. Vi sono 2.200 militari e civili dipendenti del Pentagono in Turchia, 1.500 dei quali in servizio presso la base aerea di Incirlik, nell’Anatolia meridionale – la stessa base si dice ospiti la presenza di quasi 100 testate atomiche sotto controllo americano. L’ordine prevede l’adozione delle misure protettive estreme, con conseguente sospensione di tutte le attività non essenziali e il potenziamento delle postazioni difensive. La tensione non riguarda solo le forze americane poiché a Incirlik sono presenti aerei e militari di altri Paesi della Coalizione contro lo Stato Islamico: Germania, Gran Bretagna e Arabia Saudita.

La sensazione generale, tirando le somme di tutti questi elementi, è che la Turchia sia la prossima nazione, dopo la Gran Bretagna, a volersi sfilare dal blocco delle potenze occidentali, a volersi avvicinare ai Brics in qualità di potenza emergente e senza dover chiedere il permesso a qualcuno dietro minaccia di rovesciamento in stile ucraino. Il perseguimento di questa strada porta di solito alla preparazione di una rivoluzione colorata sul proprio territorio, al finanziamento estero di chiunque rompa le scatole in patria, dalle Pussy Riot ai neonazisti ucraini ai terroristi wahabiti, al crollo della moneta a seguito di speculazioni “sorosiane”, a sanzioni Onu ed ulteriore embargo mediatico. Ma questa volta non sarà facile per lorsignori, la Turchia non è un qualsiasi stato latinoamericano o est europeo, ha un esercito potentissimo, il secondo della Nato, addestrato a combattere sul campo in guerre vere come quasi nessuno nel mondo ormai, dunque è forse l’unico paese della Nato in grado di potere realmente mandare al diavolo l’alleanza e gli Stati Uniti. Quanto sta accadendo in Turchia ha una rilevanza geopolitica epocale, oltre ad essere il segno del progressivo disfacimento politico e istituzionale dell’Occidente.

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