AMERICAN HORROR STORY

di Leonardo Petrocelli

Hillary Clinton sta male: lo sapevamo da mesi, nonostante lo sforzo dei media mainstream di oscurare la notizia, mettendo tappe qua e là. C’ha provato anche lei, twittando di essere rock solid steadiness, cioè solida come una roccia, dopo aver infilato l’improbabile trittico “allergia di stagione, colpo di sole, polmonite”. Bugie di cristallo, in frantumi dopo un attimo. Un pertinente avvertimento era giunto settimane fa dal sito Zero Hedge, poi ripreso da Maurizio Blondet, che evidenziava la presenza di un grosso omone, il dottor Oludotun Okunola, perennemente caracollante al fianco della candidata con in mano un iniettore di Diazepam (Valium), pronto all’evenienza. Per tacere del documentato ictus del 2013 sul quale calò subito un velo di ottimistico silenzio.

Di fatto, la Clinton non sostiene una conferenza stampa da oltre 270 giorni e i suoi comizi sono sempre intercalati da invalidanti e ripetuti attacchi di tosse. Il web, sulla faccenda, si è scatenato. C’è chi sostiene che soffra di gravi problemi neurologici, Parkinson in testa; c’è chi tira in ballo gli occhiali Fresnel a lenti doppie che la ex first lady indosserebbe per contenere i danni cerebrali dovuti ad un forte colpo alla testa, subito in seguito ad una brutta caduta; poi c’è l’evergreen della sifilide, contratta dall’allegro consorte, e la storia delle due-tre sosia che si alternerebbero nel sostituirla mentre lei agonizza in un letto, lontana dalle telecamere. Qualcuno, infine, non rinuncia a voler desumere la natura del suo male dalle smorfie deliranti in cui la Clinton si produce regolarmente, ma questo aspetto ci sentiremmo di minimizzarlo. Le fa anche Trump ed è un male già diagnosticato per cui non ci sono terapie: si tratta di demenza americana.

Ipotesi a parte, tutti però concordano su un punto: il problema per lei, anzi, per Loro, è serio. Ma ne siamo sicuri? Questa improvvisa esplosione mediatica che già sbatte la Clinton al tappeto non potrebbe giungere, infatti, in un momento più opportuno: in un recente sondaggio della Cnn/Orc (fatto uscire ad arte?), la democratica è tre punti dietro Trump e sulla sua testa sta per calare la bomba di Assange, quella definitiva, la bombshell di ottobre, la rivelazione delle rivelazioni che potrebbe affossarla una volta per tutte, se non proprio farle rischiare la galera. Insomma, la candidata che deve vincere, sta perdendo. E, allora, giunge propizia la possibilità di una pausa di riflessione, di uno spazio inatteso, nella convulsa campagna elettorale, per fermarsi un attimo e fare il punto della situazione. Il problema potrebbe trasformarsi in possibilità ed, almeno, allargare per un istante il ventaglio delle soluzioni.

La prima, più semplice, passata per la testa di molti, sarebbe quella di far fuori Trump e non solo in senso figurato: via l’anomalia, via il dolore. Qualcuno ci sta pensando, seriamente, e ha già intavolato il dibattito su come ci si dovrebbe comportare “se”. Ma perfino i pasticcioni del potere americano – quelli che hanno disseminato la scena dell’11 settembre di prove del complotto – sono stati sfiorati dal dubbio che l’operazione potrebbe trasformarsi in un autogol apocalittico.

E quindi ecco il Piano B, per quanto paradossale possa sembrare: anziché eliminare lui far fuori lei, cogliendo al balzo la palla della malattia e lasciandole un’uscita di scena dignitosa, da eroina vinta da un male oscuro, per sostituirla con qualcuno che potrebbe rianimare la partita e, magari, partecipare perfino a qualche conferenza stampa.

Contro questa tesi, tutta ancora da dimostrare, pesano però i nomi nella lista dei possibili candidati last minute, non propriamente dei giganti. Si spazia dal vicepresidente Joe Biden ai radicali (risate) Elizabeth Warren e Bernie Sanders, su cui torneremo, passando per John Kerry e perfino per la first lady Michelle Obama, la cui elezione ci condannerebbe ad essere mostruosamente appallati dalla retorica della prima-donna-nera-presidente. Speriamo di salvarci. In ogni caso, ci sembra di contemplare una versione squattrinata e molto kitsch di House of Cards con il rischio, per soprammercato, di un finale molto deludente. Qualora nessuno di tali affermati statisti dovesse risultare convincente, infatti, ci sarebbe la soluzione di ripiego: la Clinton che resiste fino alla fine, gettando il cuore (ad averlo…) oltre l’ostacolo, per passare poi la mano al suo vice, Timothy Michael Kaine, esperto senatore della Virginia, cattolico, sostenitore accanito del Ttip nonché amico di Alexander Soros, figlio di George. Da quelle parti, come si sa, non se ne salva uno.

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Alex Soros con Hillary e Tim Kaine

Ci siamo riservati di ventilare anche quest’ultima ipotesi – tutt’altro che peregrina – perché, nonostante la sua andatura da anatra zoppa e forse perdente, la Clinton è e rimane quasi insostituibile. A suo modo, lei è stata una fuoriclasse della politica americana, l’unica capace di superare la dicotomia bipolare dem-neocon per arrogare a sé tutti i desiderata del potere: da un lato quelli anti-russi, internazionalisti e finanziari dell’universo democratico, dall’altro quelli del nazionalismo territoriale israeliano dell’ala neoconservatrice. È la tempesta perfetta, la guerra dei (due) mondi contro il Mondo.

D’altronde, lo si capiva già dai generosi finanziatori della sua campagna elettorale, per oltre il 20% “innaffiata” dai sauditi. Da cui le dichiarazioni sul conflitto siriano (“la Casa Bianca può allentare la tensione che si è creata con Israele sull’Iran, solo facendo la cosa giusta in Siria”, cioè eliminare Assad) e sullo stesso Iran che lei, mesi fa, ha promesso di bombardare “entro i prossimi dieci anni” di fronte all’estasiato e plaudente pubblico del Dartmouth College nel New Hampshire. E memori del precedente libico saremmo tentati di prenderla sul serio. Soldi ben spesi, dunque, quelli di Riad che però non è l’unico generoso donatore. Completano la lista anche Kuwait, Qatar, Brunei, Oman e quella Norvegia che – fra centri studi olocaustici e premi Nobel per la Pace assegnati ai soliti immacolati (Obama, Ue, Opac) – si qualifica, ancora una volta, come una delle tante fogne a cielo aperto della vecchia Europa. Ci siamo dimenticati qualcuno? Sì, perché attraverso lo sgangherato Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, anche il governo italiota stacca annualmente alla Clinton Foundation un assegno compreso tra gli 89mila e i 222mila euro sotto forma di “sovvenzioni governative”. L’Italia finanzia la Clinton. Ovviamente con l’elargizione più sfigata della compagnia, migliore solo di quella della piccola Giamaica, ma tant’è, renzianamente, conta solo esserci.

Se questo è il versante geopolitico, non migliore è quello finanziario, irrorato dalla pecunia della Goldman Sachs dell’amico Lloyd Blankfein (accanto al quale la Clinton si è presentata spesso), dal solito Soros (padre) ed Haim e Cheryl Saban, le cui identità profonde sono lasciate alla vostra immaginazione. E poiché le disgrazie non vengono mai sole c’è poi un terzo filone da indagare che altro non è se non quella simpatica compagine che sta sempre dalla parte sbagliata: sindacati dei lavoratori, ambientalisti, femministe, gruppi LGBT+ (ora si scrive così, non chiedetemi perché) e quel che resta di Occupy. È il lascito del prode Bernie Sanders, scappato a godersi la pensione dopo l’endorsement a Hillary e dopo aver reso colto omaggio a Spengler e alla sua massima sulla sinistra che fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo (ma non è questo il caso). Ora, grazie a lui, nell’esercito della Clinton, l’un con l’altro abbracciati, figurano Wall Street e Occupy Wall Street, i sauditi oscurantisti e le femministe, la finanza e i sindacati, i guerrafondai con i cannoni e i pacifisti con i fiori da mettere nei cannoni, ma solo dopo che avranno sparato contro Assad, Putin e l’Iran. La tempesta perfetta, appunto, un capolavoro dell’orrore che, però, non riesce a stare in piedi per più di un’ora. Nonostante da quelle parti continuino a twittare di essere rock solid steadiness.

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