ECO, ULFKOTTE E LA POST-REALTA’

di Leonardo Petrocelli

Non serviva il primo anniversario della morte di Umberto Eco per gettare nuova benzina sul fuoco della post-verità o della post-realtà, per usare un’espressione di meno recente conio. Ma il tema, già caldo di per sé, è comunque debitore verso i molti spunti, sempre più didascalici, offerti dal semiologo alessandrino nella sua lunga opera narrativa, costellata di bugiardi impenitenti, come il Baudolino dell’omonimo romanzo, e falsari professionisti, come il Simonini de Il cimitero di Praga. Tessere di un mosaico che si legano in una teoria unica: bugie e menzogne finiscono per produrre effetti concreti nella vita reale che da esse risulta, dunque, modificata. Sarebbe questa la post-realtà, il frutto maledetto di una inesistente mistificazione.

Ora, tale asettico ragionamento che, forse, tutti sarebbero pronti a sottoscrivere, si salda fatalmente con un altro, meno sobrio e più colorato. Perché, oltre che un austero semiologo, Eco è stato anche il grande accusatore degli “imbecilli della rete”, dei fabbricanti di complotti (“Credere a un complotto è un poco come credere che si guarisca per miracolo”, scrisse nel misconosciuto saggio La sindrome del complotto), nonché la zelante sentinella ossessionata dall’apparizione, dietro ogni porta, di fascismi ed Ur-fascismi, come li chiamava lui, pronti a capovolgere l’ordine costituito.

Non risulta strano, dunque, che il ragionamento di cui Eco fu pioniere e che, ultimamente, molti hanno masticato e risputato, suoni oggi più o meno così: gli imbecilli della rete intasano le autostrade della comunicazione globale con bugie, menzogne, falsificazioni e complotti di ogni sorta. Alcuni, dalle terre piatte ai rettiliani, muoiono in una risata. Altri, invece, producono effetti post-reali notevoli e spesso proprio a favore di quei “populismi” cui le rete, semplificatrice e violenta per vocazione, si apparenterebbe naturalmente.

Ma è davvero così? A ben pensarci la più clamorosa e conclamata bugia prodotta negli ultimi anni è stata quella della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Una sciocchezza clamorosa, una menzogna laida e funzionale, costata migliaia di vite umane e un caos geopolitico senza ritorno. Ma non fu un “imbecille della rete” a partorirla. Anzi, la rete tentò disperatamente, secondo i mezzi dell’epoca, di contrastare quella che fu, senza dubbio, una bugia di Stato. O una bugia dell’establishment, se preferite, lo stesso che poi ha continuato serenamente a mentire negli anni successivi, occultando la presenza attiva dei nazisti di Pravy Sektor nella magnificata rivolta ucraina o tacendo sulla vera natura dei “ribelli moderati” (Al Nusra cioè Al Qaeda) appoggiati dall’Occidente in Siria. Anche in quel caso, fu la rete con fotografie, interviste e video a cercare di riequilibrare la situazione.

Ci sarebbe qui da ripescare la storia del giornalista tedesco Udo Ulfkotte, redattore della “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, non proprio un foglio di quartiere, che nel suo saggio Gekaufte Journalisten (Kopp Verlag, 2014)  – cioè Giornalisti Compratiammise di aver scritto per anni sotto dettatura americana e descrisse, fra le altre cose, il ruolo dei giornali europei nella preparazione mediatica delle guerre al terrorismo (“Avevo alle spalle le agenzie di intelligence che hanno in parte scritto gli articoli che i giornali pubblicavano a mio nome”,  dichiarò in una celebre intervista rilasciata al blog di Beppe Grillo). In Germania scoppiò un putiferio, come logico, ma fuori se n’è saputo poco o nulla. E nemmeno la recente scomparsa del giornalista, festeggiata da tanti colleghi con un brindisi gioioso (“finalmente, finalmente”), è servita a riportare la faccenda al centro delle cronache.

Così va il mondo, a quanto pare. E se la geopolitica è il terreno accidentato per eccellenza, dalle parti dei mercati non si respira un’aria migliore. Perché di annunci apocalittici ne abbiamo sentiti tanti, in questi mesi, e sistematicamente tutti sono stati smentiti dai fatti. A cominciare da quell’Inghilterra che, appena dopo l’annuncio del voto referendario sulla Brexit, avrebbe dovuto sbriciolarsi tra il Mare del Nord e la Manica. Ed invece è ancora lì, intonsa, ed anzi se la passa meglio di prima.

Insomma, a voler incoronare il bugiardo del Terzo Millennio, dati alla mano, questi sarebbe proprio il Potere, variamente inteso. Il che, naturalmente, non scagiona la rete per le tante castronerie e semplificazioni divulgate quotidianamente, ma alimenta l’idea che la violenta offensiva contro le fake news sia in realtà, banalmente, una molto meno nobile crociata contro il dissenso. Per soprammercato, una crociata in cui, dalla stanza dei bottoni, si accusa l’avversario del momento – sia esso il populismo mediatico, la controinformazione o la saggistica complottista – di macchiarsi di un crimine, la menzogna sistematica, di cui è proprio l’establishment ad esser maestro. Jung non avrebbe avuto dubbi: è il Potere che proietta sugli altri l’ombra di sé.

*Pubblicato su “La Gazzetta del Mezzogiorno”

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