ANATOMIA DI UN GLOBALISTA: PETER SUTHERLAND.

di Gaetano Sebastiani

La vulgata dominante vuole che il fenomeno migratorio sia un evento inevitabile, quasi naturale. Come il capitalismo, o la sua conseguenza più estrema, la globalizzazione, sembra che il processo di sradicamento sia una sorta di spontanea evoluzione dello spirito umano, discendente da un innato istinto a liberarsi da catene intollerabili ed anti umane. Ma appena si indaga un pò più a fondo, si scopre che tutta questa spontaneità, questa “naturalezza”, in realtà è un complesso feticcio ideologico e come ogni ideologia ha un autore che costruisce e propaga ad arte questa weltanschauung.
Nel caso specifico dell’immigrazione, sono vari i personaggi impegnati nel progetto di rendere questo pianeta un unico, gigantesco melting-pot senza identità, attraverso lo spostamento massivo di esseri umani. Sono sempre più all’ordine del giorno le indagini su personalità quali George Soros, fino a qualche anno fa misconosciuto ai più ed oggi giustamente sotto i riflettori per le sue peculiari attività “filantropiche”. Ma ve ne sono altre, meno esposte mediaticamente e con ruoli chiave nell’ambito delle istituzioni internazionali che meritano attenzione, non fosse altro per avere la reale contezza di chi governa questi processi “inevitabili” e soprattutto qual è l’ideologia che li muove. Esempio illustrissimo di quanto veniamo dicendo è sicuramente Peter Sutherland, Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni.
Nato a Dublino nel 1946, Sutherland si laurea in legge nella facoltà della sua città. Dopo un breve periodo da avvocato, negli anni Settanta entra in politica nelle fila del Fine Gael (un partito moderato di centro-destra, diremmo oggi) fallendo l’accesso al parlamento nazionale alle elezioni del 1973. Nonostante l’insuccesso, ricopre ruoli sempre più strategici nel partito e nel 1981 ottiene addirittura l’incarico di Attorney General dal governo irlandese.
Da questo momento in poi, la carriera politica di Sutherland compie balzi da gigante, soprattutto in ambito europeo e poi internazionale. Nel 1985, infatti, diventa Commissario europeo per la Concorrenza, gli affari sociali e l’istruzione. L’attenzione verso quest’ultima tematica lo porta ad essere, de facto, uno degli esecutori del celeberrimo Progetto Erasmus, tanto caro ai giovani “millennials”.
La dimensione europea è però troppo stretta per una personalità così impegnata nella costruzione di una visione globale dei rapporti umani e politici. Nel 1993, Sutherland viene nominato direttore generale del GATT, l’antesignano dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, di cui curò anche il passaggio all’attuale dicitura e riorganizzazione di competenze. Tra i “meritevoli” impegni nel WTO, ricordiamo la conclusione di negoziati tra UE e USA sul commercio di prodotti agricoli, una sorta di TTIP in scala ridotta (ma da qualche parte si doveva pur cominciare…).
Dopo la presidenza alla British Petroleum ed incarichi non esecutivi nei board di Royal Bank of Scotland e Goldman Sachs, il Nostro entra finalmente nei circoli pensanti del globalismo oltranzista. Diventa, infatti, membro del comitato direttivo del gruppo Bilderberg e successivamente presiede la sezione europea della Commissione Trilaterale dal 2001 al 2010. Insomma, un cursus honorum degno di ogni benefattore della propria patria e dell’umanità intera, come i vari Draghi, Monti, Barroso e tanti tanti altri… Intanto, nel 2006, ottiene l’incarico di Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni, ruolo che tutt’ora ricopre con innegabili “successi” e con uno zelo propagandistico da fare invidia al più invasato dei mondialisti.
Attraverso articoli facilmente reperibili in rete (vedi il sito della BBC, o anche Breitbart.com), è possibile apprezzare alcune delle idee che muovono il pensiero di Sutherland. L’UE, ad esempio, dovrebbe “fare del suo meglio per minare l’omogeneità dei suoi Stati membri”, poichè la prosperità futura del nostro continente dipende dalla sua capacità di diventare quanto più possibile multiculturale. L’ossessione per il “multiculturalismo” è un tratto tipico dei globalisti che sfocia spesso in un malcelato disprezzo per tutti coloro i quali si oppongono, o semplicemente contestano questa visione. Non ne è esente neanche Sutherland, per il quale la dimensione multiculturale è un dovere per l’Europa di domani, “nonostante la difficoltà di spiegare questo principio ai suoi cittadini”. E’ chiaro? Se anche vi opponete, se anche non apprezzate l’importanza e la ricchezza culturale che orde di immigrati disperati possano apportare al nostro continente così bisognoso, ci penseranno i bravi e filantropi paladini come Sutherland ad introiettarvi questi concetti fino a farveli finalmente capire ed accettare, visto che siete dei trogloditi, bigotti, retrogradi e magari anche omofobi e fascisti (che non guasta mai). Quello che tutte queste categorie non riescono ancora a vedere e che “democraticamente” i soloni della mondializzazione cercano sapientemente di insegnarci è che l’immigrazione è “una dinamica cruciale per la crescita economica”, dice ancora l’avvocato irlandese. Da questo punto di vista, l’Europa dovrebbe smettere di puntare solo sui migranti “highly skilled” e porre fine alle restrizioni verso quelli “low skilled”, perchè “tutti gli individui devono avere libertà di scelta” su dove vivere e lavorare. Opporsi a questi principi significa per Sutherland tradire i valori fondanti dell’Europa come l’uguaglianza, i diritti fondamentali degli esseri umani, la libertà di commercio, insomma tutta la poltiglia che gli autoctoni sono costretti ad ingurgitare quotidianamente e che sta portando allo sfascio (finalmente) tutta l’impalcatura europoide.
Ovviamente, come ogni globalista che si rispetti, secondo Sutherland la responsabilità del disfacimento non è minimamente attribuibile all’attuale sistema di potere: ciò che sta minando le basi di questo progetto così illuminato è il montante populismo. E qui, senza infingimenti particolari, il Rappresentante speciale toglie la maschera e ci espone la sua (e di tanti altri) strategia per frenare l’avanzata del nemico. I media devono essere responsabilizzati nella lotta al populismo “riportando i fatti [circa l’immigrazione] in maniera positiva”. Da cui si deduce che il sistema informativo non deve avere un occhio critico verso gli eventi – ed in particolare verso questo fenomeno -, quindi deve rinunciare alla propria essenza (cosa appurata ormai da tempo) e attivarsi come macchina di propagazione di una visione parziale predeterminata che i cittadini devono accettare come realtà incontestabile.
Dovrebbe essere chiaro ora quali siano i centri istituzionali e di potere da cui provengono le strategie comunicative e mediatiche in genere circa questo fenomeno. Dalle storie strappa-lacrime raccontate dai tg all’omissione di notizie cruciali quali il coinvolgimento di importanti ONG nella spola di esseri umani tra le sponde del Mediterraneo alle direttive imposte dai piani alti alle forze dell’ordine di non diffondere notizie circa le violenze degli immigrati sul nostro suolo (vedi il caso degli stupri in Germania durante il Capodanno), tutta questa sovrastruttura propagandistica serve un progetto ben preciso, pianificato da menti e personaggi (semi)sconosciuti.
Non potremmo chiudere questa disamina su Sutherland senza riportare una sua significativa citazione, non a caso in bella mostra sulla sua scheda di presentazione sul sito dell’ONU: “nessun’altra forza – non il commercio, nè il flusso di capitali – ha il potenziale di trasformare le vite in maniera sostenibile e positiva come l’immigrazione fa”.
Come fate a non notare anche voi quanto sostenibili e positive stiano diventando le vostre vite, grazie all’applicazione di queste geniali visioni?

LA (FINTA) FINE DEL NAZARENO É LA FINE DELLA LEGA?

di Gaetano Sebastiani

C’è chi dice che l’idillio sia davvero finito. C’è chi, invece, sostiene che l’intesa continui sottotraccia, attaverso altre forme di corteggiamento. A prescindere dalle differenti posizioni, il patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi tiene ancora in fervente ebollizione il calderone della politica italiana. Ed i fumi che continuano a propagarsi nelle stanze del potere cominciano a provocare effetti non desiderati.
Il canale di comunicazione che si sta aprendo in questi giorni tra l’ex-cavaliere e Salvini, infatti, potrebbe avere conseguenze devastanti per il Carroccio. Innanzitutto, vi è un danno d’immagine: gli sforzi prodotti in questi mesi di gestione post-Bossi, tutti tesi a segnare un punto di cesura con le precedenti esperienze politiche potrebbero andare in frantumi. Il giovane leader della Lega aveva risollevato le sorti di un partito morente, cavalcando con molta astuzia la battaglia no-euro durante le elezioni europee (anche grazie all’apporto teorico-programmatico di grandi economisti, vedi Bagnai). Tale posizione poneva di fatto la Lega quale forza nettamente distante dai protagonisti del partito unico delle larghe intese, visto che nemmeno il M5S – pur euroscettico – aveva prodotto teorie così “ardite” sulla moneta unica.
Inoltre, le dichiarazioni molto dure di Salvini dei mesi scorsi sugli inciuci tra Renzi e Berlusconi, sull’impossibilità di dialogare con “chi si fa fregare” e la scelta di “non barattare la coerenza per qualche voto in più”, potrebbero diventare lettera morta, se davvero la cena di Arcore dei giorni scorsi porterà a nuove intese tra Forza Italia e Lega.
Perchè l’isolazionismo del Carroccio, la distanza che si era naturalmente prodotta tra i protagonisti del Nazareno e gli ex-padani, lasciava a Salvini una prateria di voti tutta da esplorare e gli consentiva di pianificare un progetto politico più coerente con i propositi euroscettici, più vicina al sentire di molti elettori delusi da Berlusconi e dalle sue politiche ambigue. L’abbraccio con il caimano di Arcore, invece, spegnerebbe sul nascere questo potenziale e riconsegnerebbe la Lega all’alveo delle forze politiche che di giorno lavorano da contestatori del sistema e di notte si accordano con il nemico affinchè nulla cambi.
L’ascesa della Lega nei sondaggi – persino al Sud – potrebbe avere, dunque, esiti drammaticamente differenti rispetto a quelli visti in Francia con il Front National di Marine Le Pen, alla quale Salvini dice di ispirarsi. La leonessa transalpina ha ereditato dal padre un partito emarginato dalla scena politica (tranne che per rari e scostanti successi elettorali), etichettato come fascista, buono solo in quanto sfogatoio contro gli immigrati. Negli anni della sua gestione, questa forza politica si è trasformata in un grande partito nazionale, anzi “patriote” come suole ribadire la Le Pen, sovranista, fieramente anti-euro ed oggi, dopo anni di proficue elaborazioni progettuali e strategiche, è diventato il primo partito di Francia, pronto alla sfida con le formazioni filo-troika e con un numero di tesserati tra i giovani da far invidia al Pci degli anni settanta. Durante questo percorso, non vi è mai stato un cedimento verso il centro-destra transalpino, mai un dubbio sulla necessità di non siglare intese con l’UMP o altri partiti avversi.
Se Salvini non sarà animato da quella stessa pazienza, da quella stessa lungimiranza che dovrebbe discendere dall’urgenza di affrontare le sfide lanciate da questi tempi grami, dimostrerà di avere sguardo miope e poca aderenza allo spirito rinnovatore che lo aveva animato agli esordi. E la finta fine del Nazareno ci consegnerà, non solo altre tristi puntate della telenovela Renzi-Berlusconi, ma anche l’ennesimo vuoto politico che attende ancora una proposta adeguata.

A COSA SERVE LA VITTORIA DI SYRIZA?

di Gaetano Sebastiani

Dopo aver assistito alle celebrazioni nelle piazze di Atene ed ai patetici tentativi di identificazione con il clima festante di certa sinistra italiana (è sempre comodo salire sul carro del vincitore, no?), è tempo di capire se la vittoria di Syriza ha una funzione concreta nello scardinamento dello status quo.

Da un punto di vista meramente simbolico, questo voto produce senza dubbio qualche scalfittura al freddo edificio tecnocratico di Bruxelles. Le dichiarazioni rabbiose dei manichei dell’austerity sul rispetto dei patti o sulla non concessione di ulteriori deroghe al governo ellenico certificano che l’esito delle urne in Grecia, sebbene ampiamente previsto, non ha di certo suscitato l’entusiasmo degli eurocrati. E ricordano alle altre forze euroscettiche che indietro non si torna.Continue Reading