IL TRAMONTO DEL SOL DELL’AVVENIRE

di Marcello D’Addabbo

“Compagni avanti verso nuove gloriose sconfitte” si ironizzava un tempo nelle file della sinistra comunista italiana, facendo emergere la consapevolezza di non essere ormai più in asse con la Storia. Che Guevara era morto da anni, il Vietnam si rivelò un glorioso ma isolato episodio, Mao tramava contro i sovietici giocando a ping-pong con Nixon e Kissinger e l’eurocomunismo di Berlinguer rivelava quale sarebbe stato il volto pragmatico di un partito deciso da tempo ad infilare lo svincolo per la superstrada americana. La sinistra di governo aveva ormai da tempo surclassato quella di lotta.
L’epilogo nostrano lo conosciamo già, appena il muro cade Occhetto e Napolitano volano a New York a stringere mani e a farsi perdonare il peccato di essere stati comunisti svendendo, negli anni ’90, l’Italia con le sue partecipazioni pubbliche al grande capitale privato. Ma quella è un’altra storia e l’abbiamo già raccontata. Ce n’è un’altra, invece, che parte proprio dove finisce la prima, al bivio della Bolognina dove si decide di restare in pochi con Cossutta, Garavini, Bertinotti e Ingrao come padre nobile, di continuare a leggere il Manifesto, indignarsi e lottare ancora con i lavoratori e la bandiera rossa. Che fine ha fatto la sinistra radicale, con le promesse e le speranze suscitate in lavoratori, operai e studenti riuniti in quella romantica riserva indiana che voleva cantare ancora l’Internazionale mentre fuori dal suo recinto l’unica internazionale veramente esistente, quella del potere finanziario, trasformava il mondo nell’attuale titanico Bankistan?
A partire dal primo grande trauma nel ’95, quando Rifondazione Comunista, dopo aver negato pubblicamente di voler votare la fiducia al Governo Dini, vede 14 suoi parlamentari rifiutare l’ordine di partito (Nichi Vendola, per la cronaca, optò per la fiducia votando anche successivamente la manovra finanziaria di Dini), con il solito successivo regolamento di conti interno tra correnti, scissione dell’atomo e immancabile formazione di altro soggetto politico (Movimento dei Comunisti Unitari che tre anni dopo salirà sul carro nei Democratici di Sinistra), la breve storia della sinistra radicale a cavallo tra i due secoli è in realtà un film di una noia mortale. Dal sostegno esterno al primo Governo Prodi dell’Ulivo alla caduta del medesimo, provocata da Bertinotti dopo una notte dei lunghi coltelli con la corrente filogovernativa di Cossutta che porterà alla scissione dei Comunisti italiani da Rifondazione. Fino alla deriva movimentista della battaglia per le 35 ore lavorative, e a quella no-global dopo i famosi scontri di Seattle nel ’99 in occasione della riunione del WTO, o alla più recente infatuazione per Alexis Tsipras, sfortunatissimo tentativo vendoliano di ritorno alla piazza puntando sul peggiore cavallo di una storia politica già di per sé non particolarmente brillante, per far dimenticare al popolo di Sel di aver flirtato per mesi con Matteo Renzi.
La sinistra radicale dalla sua nascita si comporta come un perpetuo pendolo tra potere e piazza, tra ministeri e auto blu da una parte e movimentismo sindacale, terzomondista o LGBT dall’altra, usato per recuperare la purezza ideologica perduta salendo sul carro vincente della sinistra governativa. Il circolo vizioso è di tipo psichiatrico: alleanza con i riformisti, salita a bordo del transatlantico di governo dove l’atavica fame arretrata di potere dei comunisti si placa per un istante, poi ripensamento, ritorno di memoria appena terminato l’effetto inebriante dello Champagne, rottura, polemica interna, scissione, medio tempore defezioni e promozioni nel campo nemico, infine nuove liste colorate di arcobaleni e ritorno alla piazza con conseguente perdita verticale di credibilità ad ogni giro di boa di questo tipo.
E non si tratta di un fenomeno solo italiano ma di tutto l’Occidente. In Germania la Die Linke di Oskar Lafontaine è accusata di aver indebolito la sinistra socialdemocratica tedesca sottraendole nel 2005 il 8,7% dei voti, con l’infamia di aver portato la Merkel per la prima volta al governo. È la stessa accusa che Paolo Mieli ha rivolto di recente a Landini, Cofferati e Civati per il loro modesto tentativo di creare qualcosa a sinistra di Renzi, “riporterete la destra al governo!”. Ovviamente se la Linke si fosse alleata con la SPD non avrebbe prodotto alcun cambiamento al governo essendo minoritaria e lo stesso Lafontaine sarebbe stato politicamente fatto fuori dai suoi sostenitori con l’accusa di essere un traditore. Una volta saliti al governo poi gli scogli sono sempre gli stessi, la legge finanziaria (oggi nella neolingua si chiama legge di stabilità), il rifinanziamento delle missioni militari atlantiche e le coppie di fatto mal viste dagli alleati democristiani della maggioranza. Eternamente intrappolati tra le accuse di irresponsabilità, di voler stare sempre all’opposizione senza mai provare a cambiare il paese con le riforme (e qui scappano le risate), a quella di tradimento delle radici rivoluzionarie marxiste-leniniste rivolte dalla base del partito.
Una vicenda che a vederla nel suo complesso ricorda un po’ quella delle tribù di Israele nell’Antico Testamento, altalenanti tra il rinnovo dell’antica Alleanza con Jahvè in una vita coerente con le sue eterne leggi e il tradimento delle medesime dovuto alla tentazione della corruzione che porta il popolo eletto a subire tremendi castighi prima di ritrovare la retta via della riconciliazione col dio. Se si sostituisce la coscienza religiosa con quella ideologica praticamente si ottiene per grandi linee la storia della sinistra radicale. Se il castigo biblico era una conseguenza della periodica perdita della fede nell’altissimo da parte dei giudei, nel caso dei post-comunisti il precipizio del tradimento ideologico nella seduzione del potere è una diretta conseguenza di una insicurezza ideologica. Costoro non sono più capaci di proporre modelli ideali e sociali e sanno perfettamente che il marxismo è valido solo nella sua “pars destruens” cioè nella critica scientifica alla società dominata dal grande capitale. È come se uno dicesse: “Sì, è vero, il capitalismo fa schifo e sta andando a rotoli come avevo previsto ma non so come sostituirlo”. Pertanto meglio abitare l’inabitabile scavandosi un comodo cantuccio critico dentro il sistema morente, attirando consensi finché dura ed esibendo una brillante quanto inconcludente critica intellettuale.
Da ciò il finto dissidio narcisistico che ha caratterizzato in Italia i vari Bertinotti, Ferrero, Casarini e Vendola ovvero se sia meglio interpretare la parte dei riformisti eccentrici o dei massimalisti pavidi. Paolo Ferrero ha condannato Rifondazione Comunista all’irrilevanza per la sua incapacità di prendere una posizione netta contro la moneta unica europea, nonostante il parere autorevole di quello che rimarrà alla storia come “il movimento degli economisti” alimentato soprattutto da professori universitari come Bagnai, Borghi, Rinaldi e Giacchè ma anche da personaggi più vicini alla stessa Rifondazione come l’economista Emiliano Brancaccio, ultimamente per nulla chiuso alla possibilità di una “svolta sovranista” pensata a sinistra in difesa dei lavoratori. Ma si tratta di lodevoli eccezioni, mosche bianche rarissime in un contesto in cui viene scambiata per avveduta ragionevolezza ogni pacato mantenimento dello status quo e conferma del potere sovrastante, cioè nel caso specifico quello delle banche e dell’eurocrazia che sta strozzando mezza Europa nell’attuale lager monetario. Alla fine quando ti capita di parlarci non sai mai se per uno di sinistra Ciampi, Amato, Draghi e Monti sono una banda di criminali oppure degli autorevoli e responsabili salvatori della patria, come ogni giorno viene scritto sulle colonne di Repubblica, opinione che sembra fare breccia sulle deboli menti, sensibili al politicamente corretto e al clima salottiero della gauche au caviar. Un interlocutore di destra non ha dubbi di solito: sono dei criminali comuni. Rozzo ma chiaro. Almeno sai dove ti trovi. Ma quando i tempi si fanno duri, i popoli vengono condotti alla miseria e si alzano le barricate non puoi permetterti incertezze come insegna l’epilogo del caso greco.
Varoufakis e Tsipras ci hanno mostrato esattamente lo stesso triste spettacolo offerto da Ferrero, con l’aggravante di essere maggioranza di governo, risultato che nessuno tsipriota italico avrebbe mai potuto agognare. Ma hanno perso tutto il capitale politico e di credibilità con la stessa rapidità con la quale lo avevano conquistato, perché in fondo, al di là degli slogan di piazza e del referendum sull’austerità, sono convinti che l’alternativa non ci sia, che “un altro mondo non è possibile”. E difatti non lo sarà, a meno che di questo attuale mondo in disfacimento non si contesti oltre al quadro anche la cornice, il muro sul quale il quadro è appeso, i pilastri che lo reggono, la casa tutta intera. Ma per loro non è possibile, una sorta di bullone d’arresto cerebrale impedisce loro di esercitare la critica e il dubbio oltre un certo segno, di provare l’ebbrezza di superare il limite di velocità imposto per legge scuotendo le fondamenta stesse della modernità che li ha partoriti, della rivoluzione parigina da cui vennero alla luce, della falsa idea di stato di diritto utile alla borghesia industriale che fa da presupposto a tutto il loro agire, del materialismo ideologico che costituisce l’orizzonte del loro pensare. In fondo la sinistra tornerà sempre nel grembo del potere economico che l’ha partorita, quello che credeva di contestare ma che immancabilmente, fatalmente la seduce. È per questo che il fallimento di Tsipras è qualcosa di più profondo del suo fallimento politico personale e prescinde quasi dalla sua stessa vicenda contingente in quanto vive nel campo degli archetipi. Per averne conferma basta ascoltare il tono dimesso della voce di Vendola al telefono con il braccio destro dei padroni dell’acciaieria Ilva che intendeva rassicurare, “dica a Riva che il presidente non si è defilato”. La stessa pavida sudditanza al potere del denaro mostrata dall’omologo ellenico a suggello del definitivo fallimento di ogni loro battaglia di identità e cultura politica. Tant’è che lo stesso Vendola finirà poi rinviato a giudizio per le pressioni esercitate sulle autorità di controllo ambientali al fine di minimizzare l’impatto del veleni della fabbrica sulla popolazione di Taranto. I tarantini come i greci, vittime di questi finti rivoluzionari da operetta, assistono al definitivo epilogo della sinistra radicale.
Un crepuscolo annunciato del pensiero di Varoufakis in ordine alla necessità che le sinistre facciano da stampella al capitalismo terminale nel terrore che il crollo di quest’ultimo possa dare spazio ad una vera alternativa, cioè quella costituita dai movimenti populisti che in Ungheria, Polonia e Francia stanno conquistando lentamente e inesorabilmente l’egemonia della contestazione e la funzione di efficace nonché unica arma di autodifesa del popolo contro la violenza del totalitarismo finanziario. Quel totalitarismo dal quale la sinistra radicale, per statuto, avrebbe dovuto difendere i lavoratori e in pasto al quale, al contrario, li ha ignobilmente gettati. Forse è giunto il momento storico per capire una volta per tutte chi sono i nostri amici e quali i collaborazionisti travestiti da contestatori. La Grecia rappresenta uno spartiacque ideale. In attesa che la volontà degli uomini faccia sorgere l’alba di una nuova epoca, godiamoci il definitivo tramonto del sol dell’avvenire.

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