L’INTIFADA DEI COLTELLI. UN’ALTRA GRANDE OCCASIONE PER PUTIN

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di Gaetano Sebastiani

“Non c’è due senza tre” recita un famoso adagio. E così, dopo la rivolta delle pietre del 1987, passando per la ribellione del 2000 a seguito della provocatoria passeggiata di Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee, assistiamo in questi giorni all’Intifada dei coltelli. Cambiano le denominazioni, cambiano le date, ma rimangono immutati due elementi fondamentali nella questione israelo-palestinese: la sproporzione dei mezzi bellici a disposizione dei contendenti e la colpevole miopia della comunità internazionale nella visione di questo annoso conflitto.
Il primo aspetto citato rende sempre più intollerabile l’atteggiamento della quasi totalità della stampa occidentale che sottolinea puntualmente la violenza usata dagli arabi, ma mai così minuziosamente ci informa del perchè di una tale reazione. Le pietre, i coltelli, i razzi Qassam per quanto non siano oggettivamente degli strumenti di pace costituiscono la sola risposta di un popolo martoriato, frustrato, inascoltato, indebitamente occupato da decenni, incarcerato a cielo aperto nella propria terra, costretto a fronteggiare quotidianamente uno degli eserciti meglio equipaggiati al mondo, con mezzi tecnologici impensabili per chi vi si rivolta contro.
Qui non si tratta di partecipare al solito gioco delle parti tra vittima e carnefice, o di impelagarsi nella penosa questione di chi abbia attaccato per primo, ma di riconoscere che di fronte a Davide si impone un gigantesco Golia e che un coltello dinanzi al fucile (e ad altre armi non ammesse da importanti trattati internazionali…) è ben poca cosa. Ma, forse, lo scoppio di questa terza Intifada, proprio in questa fase di grandi tensioni nell’area mediorientale, non avviene casualmente. La ribellione dei palestinesi contro l’oppressione di Tsahal (l’esercito ebraico), contro la colonizzazione selvaggia – soprattutto a Gerusalemme Est – perseguita scientemente dal premier ebraico Netanyahu per proseguire la costruzione di “Eretz Israel” si inserisce in un contesto internazionale che per la prima volta da decenni potrebbe aprire qualche spiraglio alla causa araba. Perché, diciamolo chiaramente, se fino ad oggi la questione palestinese ha avuto un peso effimero nei consessi diplomatici che contano è dovuto al fatto che una delle due parti in causa – Israele – ha sempre potuto contare sull’appoggio incondizionato di un altro gigante, gli Stati Uniti.
Al netto della sfortuna di essere vittime delle vittime per eccellenza, delle difficoltà della propria leadeship di creare le condizioni per una forte unità politica da sfruttare nelle sedi opportune, dell’incapacità dei paesi arabi limitrofi nel sostenere costantemente e coerentemente la causa, i palestinesi hanno da sempre sofferto la mancanza di un forte sostegno internazionale. Tale lacuna è stata sperimentata in più occasioni durante il corso degli eventi del conflitto: dalla nascita dello Stato ebraico con conseguente cacciata dei palestinesi (la “Nakba”, secondo la storiografia araba), alle risoluzioni ONU mai rispettate (una tra tutte la famosa 242, oggetto tutt’ora di grandi diatribe interpretative); dagli accordi di pace traditi nonostante la presenza di leader carismatici come Arafat, alle “Road Map” ideate da chi falsamente svolgeva il ruolo di garante super partes.
Ma oggi il contesto internazionale sta mutando ed i riflessi di tale cambiamento si stanno manifestando concretamente con gli avvenimenti nella vicina Siria e le strategie interventiste della Russia. Finalmente, la trama del film mediorientale si arricchisce di un nuovo protagonista e le battute che ascolteremo potrebbero non arrivare più soltanto da quegli attori che da sempre occupano la scena indisturbati.
Qualora Putin dovesse piegare l’ISIS e contemporaneamente garantire la permanenza di Assad alla testa del suo Paese per la prima volta, dopo decenni, assisteremmo ad un ribaltamento dello stantìo status quo: Stati Uniti ed Israele saranno ridotti a comprimari ed il loro ruolo di assoluti padroni del medioriente subirà una drastisca riduzione, con riflessi benefici anche sulla causa palestinese. Infatti, se il presidente russo vorrà davvero giocare un ruolo storico, da grande stratega, quale fino ad ora si è dimostrato, capirà bene che per affermare la propria politica sovranista nell’area dovrà necessariamente appoggiare l’unico popolo che di quel principio non conosce neanche il significato, garantendo finalmente ai palestinesi il giusto sostegno sia a livello locale, sia nell’ambito delle istituzioni diplomatiche.
L’Intifada dei coltelli, dunque, rappresenta l’ennesimo urlo di protesta lanciato verso la comunità internazionale, ma anche una grande occasione per Putin. Se l’unico leader in grado oggi di ascoltare quella voce disperata che invoca sovranità ne decifrasse i significati profondi, allora avremmo un più equilibrato processo di pace e forse, una definitiva risoluzione della questione palestinese.

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