Giù il sipario. La farsa non funziona più

di Marcello D’Addabbo

La vittoria elettorale degli indipendentisti catalani non offre di certo nuova polvere ai cannoni della rivolta contro l’eurocrazia. Ma al netto delle professioni di europeismo venute dalla coalizione secessionista guidata da Artur Mas durante la campagna elettorale di queste infuocate elezioni per il rinnovo del parlamento regionale catalano, non si può certo affermare che questa scossa sismica non sia sottilmente legata al vento che tira in molti paesi dell’Ue. L’eccezione della Candidatura d’Unità Popolare (Cup), formazione catalana antieuropeista e contraria alla Nato che ha ottenuto l’8.2% dei voti vale a ricordarlo. Per quanto la questione catalana venga da lontano e si accompagni a ragioni economiche ed istituzionali interne alla realtà spagnola, questa spinta elettorale oggi è rinvigorita dall’inerzia del governo di Madrid di fronte ai vincoli di bilancio imposti da Bruxelles. Le ricette eurocratiche di austerity pedissequamente eseguite da Mariano Rajoy ovviamente impediscono, come accade in Italia e in altri stati Ue “sorvegliati speciali”, di effettuare manovre keynesiane di spesa pubblica, di avere la mano libera nei trasferimenti finanziari agli enti locali o in eventuali riduzioni della pressione fiscale.
In questo opprimente clima di sudditanza e di autocensura dei governi nazionali ormai desovranizzati e dopo il crollo delle speranze greche di riscossa maturate con Syriza, perché dunque continuare ad illudersi inutilmente in un recupero della sovranità nazionale quando si può, in tempi più rapidi, strapparne una locale? Il progetto è meno molto ambizioso, certo, ma anche meno utopistico se si ha presente la tenuta dei politici al momento sulla scena. Il sospetto che il giovane e imberbe Pablo Iglesias e il suo fresco movimento popolare Podemos, dopo roboanti campagne di autodeterminazione nazionale militate in primavera a fianco dei greci, una volta vinte le elezioni il prossimo dicembre offra lo stesso miserevole spettacolo del governo di Alexis Tsipras ha probabilmente rinforzato l’adesione popolare ai partiti catalani che caldeggiano una rapida secessione di Barcellona dal Regno di Spagna.
Il piccolo episodio catalano sembra inquadrarsi nel contesto più vasto della grande ondata di sfiducia degli elettori europei negli stati nazionali e, soprattutto, nella politica dei partiti tradizionali che hanno dominato la scena a partire dal secondo dopoguerra. Proprio le ultime elezioni greche hanno mostrato una diserzione di massa delle urne (ha votato un greco su due). Risultato che, al di là della risicata prevalenza di Syriza (ora salutata da entusiastici tweet degli eurofalchi Dijsselbloem e Shulz!), costretta comunque a ribadire l’alleanza con i conservatori di Anel, si è caratterizzato per l’inedita scomparsa dallo scenario politico greco del Pasok. Il partito socialista che ha governato il paese per quarant’anni in alternanza con il centrodestra, alle ultime elezioni di settembre ha ottenuto poco più del 6%. Non è sparito del tutto soltanto grazie ad un accordo elettorale con Dimar, la Sinistra democratica, nata dalla scissione di Synaspismos, partito da cui si è originata Syriza. La storica colonna del socialismo europeo in Grecia si è sgretolata. In questo scenario di sfiducia e astensionismo Alba Dorata, la cui dirigenza è letteralmente dietro le sbarre, è diventato il terzo movimento politico ellenico con oltre il 7%. In Inghilterra si assiste all’elezione di Jeremy Corbyn alla guida del Labour, da sempre l’anti-Blair, un militante anti-Nato che ha affermato “la Nato doveva essere sciolta con la caduta del muro di Berlino e la fine del patto di Varsavia”. Un’altra colonna del socialismo europeo che stavolta, però, affronta una metamorfosi interna per non scomparire, dopo l’impopolare cura euro-atlantica imposta negli anni di Tony Blair e dell’intervento militare inglese in Iraq. Soltanto in Italia il blairismo è ancora di moda e infatti Renzi non ha mancato di bollare pubblicamente la vittoria di Corbyn come atto si autolesionismo di un partito che si vota alla sconfitta.Corbyn-800x500Per Renzi bisogna vincere le elezioni e non fare politica, l’immediato profitto elettorale viene prima di qualità, contenuti, strategia e visione di lungo periodo della società che si intende governare. È la mentalità borsistica applicata alla politica, quella dei dati sui profitti trimestrali delle società quotate che orientano i mercati finanziari in continue oscillazioni come fossero branchi di pesci impazziti. Che la “volatilità elettorale”, per utilizzare un termine mutuato dai mercati, sia dovuta proprio ad anni di moderatismo inetto e non al radicalismo politico, che al contrario del primo in questa fase paga enormemente di più in termini di crescita dei consensi, non sfiora la mente di Renzi neanche per un istante. Il ragionamento che ha portato l’ex rottamatore a questa pubblica boutade, ripresa da tutti i quotidiani britannici, oltre a finalità interne al partito è legato ad uno schema vecchio. Le elezioni, infatti, si “vincevano al centro” negli anni Novanta, quando le tasche erano piene, la classe media godeva di un discreto benessere, l’austerità era un proposito per l’anno nuovo e i popoli del Sud del mondo, anche quelli più disgraziati, tendevano per lo più a restare nel proprio paese. Capire il momento storico attuale, lo spengleriano zeitgeist, è uno sforzo che va al di là alle sue capacità.  Così, appena i sondaggi mostrano l’inevitabile incrinatura, deve promettere il taglio dell’imposta sugli immobili, esagerare una ripresa economica che nei fatti nessuno ancora vede, bacchettare televisioni e giornali quando forniscono dati diversi da quelli vagheggiati dal governo e bollare come pessimisti e gufi gli avversari dello storytelling. Poco importa che il jobs act porti il timbro di vidimazione della Cancelleria tedesca, perché tanto l’incessante marketing mediatico e i battiti di ciglia delle ministre carine riusciranno a coprire la realtà con la fiction. Ma la realtà continua a ricordare a chi ha memoria che Renzi non è stato neanche eletto ed è alleato con Alfano, sostenuto da una maggioranza che si regge su ex montiani, ex berlusconiani di Verdini, nel terzo governo italiano di “larghe intese” costruito per volontà di Napolitano al fine di arginare l’ascesa del movimento di Beppe Grillo. É utile ricordarlo perché tutti in Italia fanno finta di esserselo dimenticato.
Una sveglia dal torpore potrebbe venire da un rapporto del Parlamento europeo pubblicato da “Limes” che stila una classifica dei paesi dove l’euroscetticismo è stato più presente negli ultimi due anni confrontando le percentuali dei voti ottenuti da movimenti e partiti nemici dell’euro in consultazioni nazionali o europee. Medaglia d’oro: l’Italia con il 37,6% dei consensi, dati complessivamente a M5S e Lega Nord alle scorse elezioni europee. Segue la Polonia con il 34,76 % dei consensi ottenuti dal partito Diritto e Giustizia di Andrzej Duda eletto poi Presidente al secondo turno. Di seguito è menzionata la Grecia di Syriza che ora faticheremmo a definire antieuropeista, mentre al quarto posto si pone la Francia con il Fn della Le Pen al 22.2%. Infine seguono in ordine Danimarca, Austria e Finlandia. Diverte constatare che il paese che ha ospitato la firma del Trattato di Roma, istitutivo della CEE nel 1957 sia anche quello che oggi più di tutti gli altri vorrebbe liberarsi della morsa eurocratica. Siamo i primi antieuropeisti d’Europa e nessuno lo dice. Secondi solo all’Ungheria di Orban che però nella moneta unica non è mai entrata e anzi se ne guarda bene. Se questo semplice dato fosse ripetuto ogni giorno su tutti i telegiornali con la stessa forsennata costanza con la quale il renzismo fa i suoi gargarismi quotidiani, dell’Ue non ci sarebbe più traccia. Comandare è far credere, aveva ragione Niccolò Machiavelli, motivo per cui gli italiani probabilmente continueranno a votare Lega e Cinque Stelle facendosi però convincere da Riotta e Lilli Gruber di essere lo stesso grandi tifosi dell’Ue. Anzi, il popolo più europeista d’Europa! È il muro di gomma dei mass media a generare questa ipnosi collettiva. Complessivamente il calo di consensi ai partiti delle due famiglie politiche europee che reggono la farsa del finto bipolarismo (Ppe-Pse) è vistoso e apparentemente irreversibile. Se la sinistra inglese per non morire si radicalizza, Cameron tallonato elettoralmente da Farage ha dovuto concedere agli inglesi un referendum per rimettere in discussione l’adesione del Regno Unito all’Ue.

2015-07-07t175558z_1737681379_gf10000151659_rtrmadp_3_eurozone-greece_6e3bea53ae7121875da86ccb4d533314.nbcnews-ux-2880-1000I socialisti di Hollande in Francia sono elettoralmente annichiliti quanto i loro colleghi greci, mentre dall’altra parte Nicolas Sarkozy cerca di accordarsi con loro sui candidati alle prossime elezioni politiche e in modo da arrivare al secondo turno delle presidenziali con in mano un accordo che impedisca a Marine Le Pen di diventare Presidente della Repubblica nel 2017. Si gioca di rimessa ormai, organizzando tattiche di contenimento per arginare l’avanzata del nemico esistenziale. Senza grandi idee. In Germania governa la grande coalizione, cioè le larghe intese, mentre in piazza raccolgono consensi crescenti Pegida e Alternative Für Deutschland. Il panorama è uniforme: nessun partito democristiano moderato, socialista riformista o liberale può tornare a governare da solo un paese europeo. La maggioranza degli europei non si fida più di loro e della loro finta contrapposizione. La rappresentazione teatrale su cui si è retta per anni l’Ue non regge più, non è credibile e gli spettatori un tempo inerti cominciano a fischiare gli attori. La crisi economica ha certamente influito su questo risultato, riducendo le capacità corruttivo-clientelari di questi grandi partiti di massa interclassisti, ma è anche diventato troppo evidente alla prova del governo nazionale che essi seguono direttive prefissate, rispondendo ad assetti geopolitici sovraordinati al di là di quello che possono promettere in campagna elettorale. Si tratta di un dato ormai storico.
Nel lontano 1981 Andreas Papandreou diete vita al primo governo socialista nella storia greca dal 1924. Aveva promesso in campagna elettorale il ritiro della Grecia dalla Nato e dalla Comunità Economica Europea. Una volta al potere cambiò posizione rispetto ad entrambe le istituzioni. Non vi ricorda il percorso di qualcuno nella recente trattativa sul debito affrontata con la Troika europea? Certo, almeno Papandreou ebbe la decenza di non indire un referendum sostenendolo con una campagna enfatica per poi rinnegare tutto e venire a patti con il nemico appena si chiudono le urne (la guerra fredda imponeva uno stile). Anche i socialisti spagnoli vinsero le elezioni pronunciandosi espressamente contro l’allora recente ingresso della Spagna nella Nato. Ingresso poi regolarmente confermato ad urne chiuse dal governo socialista di Felipe Gonzales. La sostanza non cambia, il gioco del prometti e subito dopo rinnega ormai è scoperto. E si meravigliano che la gente non li voti più? Una volta al governo e ovunque vi siano stati, socialisti e popolari europei erano e sono tutt’ora pronti: ad applicare le ricette di austerità della troika; a precarizzare il lavoro e deprimere le retribuzioni onde “cinesizzare” i lavoratori europei al fine di provocare un ritorno di capitali dai paesi emergenti (magari accelerando tale processo con una bella iniezione di lavoratori immigrati); dare maggiori poteri alle banche (partecipazione dei correntisti alle perdite della banca attraverso il meccanismo europeo del Bail-in); deregolamentare il mercato per esaudire ogni richiesta delle multinazionali (si veda il sostegno unanime al TTIP); partecipare alle sanzioni contro stati sovrani colpevoli di essere tali al contempo essendo anche possessori di materie prime, e, infine, sostenere le campagne militari del Pentagono sempre anticipate da incessanti campagne massmediatiche di mistificazione umanitaria (come nella migliore tradizione del “bipensiero orwelliano”). Berlusconi nel 2011 su pressione “anglo-franco-napolitana” ha dovuto pugnalare alla schiena in mondo visione l’amico Gheddafi, il leader berbero che un paio di anni prima di vedere Tripoli sommersa da una pioggia di missili Cruise aveva dormito in una tenda a Villa Pamphili tra amazzoni e felliniane parate di beduini. Sono traumi collettivi che restano nella memoria e sedimentano una sfiducia destinata ormai a diventare il fattore elettorale permanente.
Prepariamoci ad anni di astensionismo, secessionismo, populismo sempre più aggressivo ed efficace. In varie forme, assisteremo ad una lunga lotta per la sovranità dei popoli. L’inconsistente Europa degli Hollande, Rajoy e Renzi è troppo debole per resistere a questo costante sgretolamento politico ed elettorale. Non li ha salvati l’effetto emotivo generato dalla strage di “Charlie Hebdo”, non li salverà l’ottimismo forzato di Renzi né la campagna mondiale di denigrazione montata contro Victor Orban in occasione della costruzione del muro ungherese anti-immigrati, con tanto di riesumazione dai sarcofagi della storia della vecchia retorica antifascista da usare come estintore in caso di emergenza. Le fiamme stavolta sono tropo alte. Non funziona.

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