UN MINUTO PRIMA DEL MINUTO DI SILENZIO…

di Marcello D’Addabbo

Chi sono, da dove vengono, perché hanno agito? Perché non li hanno presi prima, cosa vogliono ottenere? A mente fredda e a poche ore da una strage tra le più devastanti compiute in una delle principali capitali europee è difficile farsi ascoltare da chi è ancora stordito dal rumore assordante. Non si tratta del rumore delle armi automatiche e dei fucili a pompa dei terroristi, ma di quello delle dirette televisive, un fiume in piena di retorica sul mondo libero(sic!) che non si piega alla paura, di rivendicazioni dei presunti mandanti (sempre riportate dal SITE di Rita Katz della quale si invita caldamente a controllare l’ottimo “curriculum vitae”), corredate dai soliti filmati degli incappucciati neri in marcia verso di noi. Scorrono ancora le immagini dei pianti delle ragazze e dei ragazzi che erano lì all’interno della sala concerti Bataclan o che si sono trovati a passare da quelle parti, circondati da folle di giornalisti e passanti in un delirio di ambulanze, barelle e polizia. C’è la non stop dei talk show che alzano il tiro delle ipotesi e analisi (oltre ai profitti sulla pubblicità), spesso arrampicandosi sugli specchi di teorie ardite – tipo la favola della Francia punita perché stava facendo la guerra all’Isis (e qui grasse risate!), e poi gli immancabili richiami di guerra del giorno dopo dei “comandanti da divano di Facebook” come amano definirli in Russia. Ci sono già i fiori sotto le ambasciate francesi, gli appelli dei leader e presto, purtroppo per noi tutti, arriveranno immancabili anche i minuti di silenzio ufficiali delle Boldrini di tutto il mondo. Uno tsunami di parole ed emozioni. E’ roba da restarne completamente intossicati! Il secondo attacco terroristico che parte alcuni minuti dopo l’inizio del primo mira dritto in testa, alla nostra psiche. L’obiettivo è non lasciare spazio a libere interpretazioni e occupare con rapidità fulminea l’immaginario collettivo con la tesi fondamentale e semplificatoria, quella che toglie dubbi, appiana le divergenze e conquista l’opinione pubblica: il terrorismo islamico ci attacca e minaccia il nostro stile di vita per imporne un altro sostitutivo, medievale, oscurantista, nonché votato alla cancellazione dei nostri diritti fondamentali. Firmato Barak Obama, Hollande, Renzi, tv satellitari, giornali e telegiornali mainstream, sedicenti autorevoli analisti e capi partito. In questo clima asfissiante qualunque opinione diversa da questa è il solito complottismo agitato da gente che crede alle scie chimiche, da gruppi di frustrati che vagheggiano teorie paranoiche su rettiliani, templari e sinarchie mondiali. Una “reductio ad Giacobbum” potremmo dire, prendendo a prestito il nome del simpatico conduttore di Voyager, usata per squalificare chiunque non si unisca al coro impetuoso della versione ufficiale.
Poi il ritmo rallenta, le commemorazioni finiscono, la polvere da sparo si deposita sull’asfalto e, di solito già dopo un mese-due circa, le sbavature dell’operazione terroristica cominciano ad essere sottolineate da canali informali di diffusione delle notizie, spesso legati a quelle intelligence che non hanno preso parte all’attacco, trovandosi dalla parte opposta della barricata rispetto ai probabili mandanti. Una lente meticolosa di ingrandimento inizia a pescare elementi, a trovare incongruenze e stranezze, collegamenti di personaggi coinvolti con poteri formali ed informali – ci ricordiamo di Osama bin Laden, di Khalid Sheikh Mohammed, della connivenza di alcuni poliziotti spagnoli nella strage di Madrid, o inglesi in quella avvenuta nella metropolitana di Londra, dell’omicidio del premier Hariri in Libano, del caso Moro e dell’ambiguo capo delle BR Mario Moretti detto “la sfinge”?. E dopo iniziano immancabilmente ad emergere strane falle nella sicurezza, tipo l’auto della polizia francese che lasciava passare i terroristi armati fino ai denti dopo la strage di Charlie Hebdo, filmati professionali delle stragi realizzati da operatori hollywoodiani misteriosamente piazzati lì e rimasti incolumi e, di solito ma vorremmo essere smentiti almeno stavolta, mai un terrorista superstite…uno straccio di criminale che possa dire, seduto in un posto di polizia con la lampada puntata sugli occhi, “sì sono stato io!” e “l’ho fatto per un obiettivo”, “perchè credo nella jihad e voglio distruggere l’occidente!”. Tutto è affidato a filmati preconfezionati lanciati sul web durante la strage o recapitati successivamente attraverso l’immancabile Site di Rita Katz, sempre lei. Senza dimenticare il copyright ufficiale urlato durante gli spari: “allah akbar!”. Il pacco è chiuso ormai, pronto per l’opinione pubblica…perché riaprirlo settimane o mesi dopo? A chi importa più? La marea emotiva si è abbassata lasciando il posto alla palude dell’indifferenza, così pensano i domatori di masse…pubblicitari per vocazione.
Il primo comandamento in questi casi, se si vuole optare per una secessione consapevole dalla plebe dell’informazione di massa è capire innanzitutto dove vogliono andare a parare certi messaggi. Se è impossibile al momento smentire tutto quello che ci vogliono far credere, si può quantomeno indicare qualche elemento di incongruenza della narrazione mediatica. E’ chiaro a tutti, per esempio, che se questo attacco micidiale e stragista fosse stato organizzato dall’Isis gli autori della strage avrebbero sbagliato indirizzo colpendo Parigi, dato che è la federazione Russa che li sta materialmente distruggendo con massicci bombardamenti in Siria da oltre un mese e non la Francia di Hollande che invece non ha fatto altro che sostenere il jihadismo antisiriano allo scopo di abbattere il presidente Bashar al-Assad e prendersi Damasco in amicizia con sauditi, Turchia e Tel Aviv. In questi mesi l’ipocrita e falsa campagna “a bassa intensità” contro l’Isis di americani, francesi e inglesi non mirava ad eliminarlo ma, appunto, a contenerlo e rivolgerlo contro al-Assad. In questo l’iniziativa di Hollande sembrava molto più motivata e veemente di quella americana, laddove invece si registrano contraddizioni e un certo ripiegamento di insegne che ha causato molti mal di pancia ad arabi e israeliani. L’esercito iracheno denuncia da mesi l’invio costante di armi all’Isis da parte francese, inglese e americana. Ricognizioni aeree occidentali fingono di monitorare le postazioni del califfato e invece finiscono per lanciare pacchi carichi di munizioni e viveri, dicono gli ufficiali di Baghdad. Gli fanno eco i soldati siriani e iraniani ma nessuno crederebbe a chi sta nella lista dei brutti e cattivi. Inoltre sappiamo da Thierry Meyssan che allorquando la Francia sabotò la Conferenza di Ginevra sulla Siria, con l’aiuto della Germania essa si impegnò a realizzare un piano – concepito già nel 2007 da John Negroponte, allora direttore dell’Intelligence nazionale USA – di provocare in Siria una guerra di tipo nicaraguense. Si trattava di moltiplicare i gruppi terroristici per far “grondare sangue” al paese. Proprio la Francia mise a disposizione il coordinamento internazionale dei Fratelli Musulmani, tuttora presenti sul suo territorio, ad Aquisgrana, sin dai tempi della Guerra Fredda. E attualmente da lì che vien organizzato il ritiro di Ahrar al-Sham, di Al-Qaeda, di Daesh (l’Isis, ndr) e degli altri. 
Allora cosa c’entra Parigi? La strategia della tensione diretta contro i popoli europei al fine di generare panico, insicurezza individuando il nemico esistenziale per giustificare successive guerre di conquista coloniali, predazione di risorse e nuovi mercati, ma anche avamposti militari per la grande guerra contro i paesi emergenti (Cina in testa) spiega molte cose, certo, ma non tutto. A rigor di logica se l’attentato fosse ciò che l’intelligence stessa chiama un “false flag” per generare i risultati elencati, obiettivo privilegiato sarebbe potuta essere la Germania che si sta rapidamente sfilando dal ginepraio siriano e intende ricucire ora lo strappo delle sanzioni con Mosca, circostanza questa non certo gradita a Washington. Anche il governo francese vorrebbe riallacciare migliori rapporti con Putin, anche alla luce dell’evidente successo diplomatico della missione militare russa in Siria e dell’enorme consenso che Putin sta ottenendo in veste di S.Giorgio che abbatte a suon di missili ad alta precisione il drago jihadista. Ma un ulteriore elemento è stato fornito nella lunga diretta post attacco di Rainews 24, dall’analista Germano Dottori, docente universitario di Studi Strategici alla Luiss e redattore di “Limes”, non proprio un complottista, il quale in controtendenza con la vulgata giornalistica ha curiosamente messo in relazione l’attentato di Parigi con la programmata prima visita ufficiale in Francia, che doveva svolgersi due giorni dopo l’attentato, del primo ministro della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rohani (il 14 novembre doveva passare da Roma). Circostanza che non è propriamente in cima ai pensieri dei jihadisti del califfato. C’è un’altra entità politica che potrebbe non approvare un nuovo corso di rapporti diplomatici da inaugurare con la stretta di mano franco-iraniana. Un milione di shekel a chi indovina. La visita intanto è stata annullata appena Rohani ha appreso della strage francese. Il suggerimento di Dottori indica che anche nel mezzo dello tsunami disinformativo si può iniziare a ragionare, magari un minuto prima del minuto di silenzio.

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