QUESTA PROTESTA E’ VERA…MA E’ ANCHE FALSA.

di Marcello D’Addabbo

La riforma

Da settimane migliaia di francesi in diverse città protestano contro la riforma del lavoro voluta dalla ministra Myriam El Khomri. Facilitare i licenziamenti, ridurre i ricorsi davanti al giudice, aumentare la flessibilità del mercato del lavoro, anche la Francia, dunque, si appresta a varare la sua riforma del Codice del lavoro: in Italia c’è chi l’ha già ribattezzata il “Jobs act alla francese”, a causa dei diversi punti di contatto con la legge targata Matteo Renzi e Giuliano Poletti. Il progetto di legge francese amplia il ventaglio di causali per giustificare i licenziamenti di tipo economico: si parla di momenti di difficoltà come un calo degli ordini o vendite per diversi trimestri consecutivi e perdite di esercizio per diversi mesi, ma anche di trasferimenti di tecnologia o riorganizzazione aziendale necessaria per salvaguardare la sua competitività. Inoltre, in caso di licenziamento illegittimo, se finora l’importo dell’indennità era deciso in autonomia dal giudice, a partire dai sei mesi di stipendio e senza un tetto massimo, ora la legge intende porre dei limiti sia alla discrezione dei magistrati sia all’ammontare dell’assegno: le indennità andranno da tre a quindici mensilità, in base all’anzianità di servizio del lavoratore. L’obiettivo dichiarato è di togliere spazi di incertezza interpretativa nel codice del lavoro, che dà molto potere al giudice di decidere se un licenziamento è legittimo o meno. Ma l’idea di fondo è di rendere il licenziamento meno costoso per l’azienda.
Inoltre, la riforma francese spingerà l’acceleratore sulla contrattazione di secondo livello, aziendale e individuale. Se oggi un dipendente non può lavorare più di 10 ore al giorno, con la contrattazione collettiva potranno arrivare a dodici. E se la settimana media segue il modello delle 35 ore medie, con un massimo di 48, dopo la riforma si potrà arrivare fino a un massimo di 60, in casi eccezionali. Cambierà anche il regime degli straordinari. Rimane il minimo del 10% di retribuzione in più, ma gli imprenditori avranno maggiore libertà ad abbassare l’importo fino a questa soglia, sempre attraverso accordi sindacali.
Insomma questa riforma sembra rientrare perfettamente nel grande ciclo di rapida e costante demolizione dei diritti sociali inaugurato a partire dalla fine della guerra fredda: le liberal democrazie occidentali liberate una volta per tutte dal “Moloch sovietico” con l’ipoteca morale da questo esercitata sulla questione sociale nonché dal pericolo di una borghesia sedotta dal marxismo e votante in massa per i comunisti, possono finalmente permettersi di avere la mano libera e far tornare i popoli alla schiavitù di fine ottocento, quando i padroni agivano indisturbati e privi di opposizione sociale. La sinistra in tutta Europa ha coperto questo enorme tradimento dei lavoratori, sostituendo abilmente i diritti sociali con quelli civili. Insomma mentre il grande capitale realizza il suo golpe legislativo strisciante il governo di sinistra in carica compie il delitto perfetto, distrae le masse agitando il “grande scontro campale delle nozze gay”, la battaglia di civiltà per eccellenza. Un gioco di prestigio finalizzato a consentire alle grandi corporations il licenziamento libero, orari flessibili e il passaggio dalla contrattazione collettiva a quella di secondo livello, aziendale – non ci vuole molto ad influenzare il sindacalistello locale, ricattabile o comprabile con qualche gratifica economica o avanzamento di carriera mentre il problema del confronto tra le parti sorge quando l’opposizione sociale si organizza su base collettiva nazionale e il lavoratore cessa di essere il contraente debole.

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Veniamo alla protesta

A prima vista sembra che la Francia non ci stia proprio a farsi scippare i diritti sociali da un finto governo di sinistra amico del giaguaro. Al contrario dei pecoroni italiani, con la Cgil timida e miagolante quando a governare a Roma c’è la sinistra, i cugini d’oltralpe sono scesi in piazza in 60 mila a Parigi, tra lavoratori disoccupati e studenti, scontrandosi aspramente con le forze dell’ordine, riunendosi quotidianamente la sera a place de la Republique e restando lì fino ad oltre le 3 del mattino, riuniti in “assemblee generali” che riecheggiano le più note in voga negli anni ‘60 del novecento, motivo per cui il movimento ha deciso di chiamarsi “Notte in piedi”. In due mesi di vita questa mobilitazione permanente si è estesa rapidamente da Parigi in oltre 60 città francesi, scontri in piazza a Lione, Nantes, Marsiglia e Rennes. Nella capitale si è vista la Tour Eiffel chiusa per tutto il giorno, scuole occupate, metropolitane a singhiozzo e 650 chilometri di coda lungo tutta la Francia: come nei normali giorni di esodo festivo. Finora i fermati dalla polizia sono circa 2.000 e 78 i poliziotti feriti, alcuni gravemente. Sembra una protesta colossale ed è troppo forte la tentazione di cedere all’entusiasmo e credere che finalmente un popolo europeo si sia svegliato spontaneamente dal sonno dogmatico dei media e del finto benessere per affrontare a viso aperto il grande nemico, le oligarchie finanziarie e il loro maggiordomo Hollande, riscattando così la dignità di un intero continente.
Ma è troppo facile in questi tempi così difficili. Il trucco c’è e per fortuna è stato già svelato.

Dietro la protesta i manovratori

Premessa necessaria: qualsiasi informazione rivelante la natura pilotata del movimento “Nuit Debout” non mette in alcun modo in discussione l’onestà degli studenti, disoccupati e lavoratori che vi partecipano in buona fede e sincero spirito di contestazione al sistema. Premesso ciò, il primo elemento di sospetto è l’atteggiamento accondiscendente, in alcuni casi addirittura svenevole assunto dalla stampa parigina verso il movimento, Le Monde in testa. Ora Le Monde è l’organo dell’intellighenzia radical progressista, secondo molti vicino alla massoneria del Grande Oriente di Francia e si guarderebbe bene dal prestare il fianco a movimenti di contestazione in grado di minacciare seriamente il sistema. Se un movimento di protesta anti sistema in Italia fosse appoggiato da La Repubblica, Stampa e Corriere, dietro cui ci sono De Benedetti, Elkan e Bazoli, solo per citarne alcuni, non insospettirebbe? Inoltre questo movimento “spontaneo” si è organizzato in pochi giorni. Ora ha due siti web, radio e web TV. Secondo Thierry Meyssan, solitamente molto ben informato sulla natura occulta di certi movimenti di piazza, la radio del movimento è “discretamente sostenuta dall’Unione Europea”. Uno strano silenzio e sottovalutazione è venuto dalle tv francesi e anche dall’Eliseo. Ciò nonostante giorni e notti di devastazioni, incendi di auto e il solito sfascio di vetrine di negozi e sportelli bancari. Un film già visto al G8 di Genova nel 2001. Ed esattamente allo stesso modo in questi giorni in Francia oltre ai manifestanti pacifici, arrabbiati ma contenuti, c’erano i gruppetti dei soliti “incappucciati neri”, devastatori materiali e morali dei cortei, armati di molotov, mazze e catene, pronti a dare fuoco ad auto ferme e a provocare direttamente la polizia che però, curiosamente, non li becca mai e arresta e picchia i manifestanti buoni dopo la provocazione. Lo schema Genova è consolidato: i Black Bloc prendono il controllo della protesta, la fanno degenerare e la polizia carica i manifestanti buoni, portandoli anche alla scuola Diaz per fargli passare la voglia di giocare alla rivoluzione. Del blocco nero nessuna traccia però, dileguati come Batman. I più attenti intravedono nell’azione la preparazione e lucidità da reparti speciali addestrati al compito, ma non lo diciamo ad alta voce.
Tornando a Nuit Debout interessante leggere l’appello redatto dal collettivo “Convergenza di Lotte”: “Questo movimento non è nato e non muore a Parigi. Dalla primavera araba al movimento del 15 maggio (Indignados spagnoli ndr), da piazza Tahrir a parco Gezi, a Piazza della Repubblica e molti altri luoghi in Francia, occupati stasera, illustrano stessa rabbia, stesse speranze e stessa convinzione: la necessità di una nuova società, dove democrazia, dignità e libertà non siano vacue affermazioni”. Come ricorda Meyssan, i riferimenti elencati nell’appello indicano solo movimenti chiaramente supportati, se non avviati, dalla CIA. Porsi in continuità con essi significa portare la firma di Gene Sharp, lo specialista soprannominato “il Clausewitz della guerra nonviolenta”. I movimenti studenteschi e popolari che hanno condotto le Rivoluzioni colorate negli stati indipendenti un tempo parte dell’Unione Sovietica, che hanno rovesciato pacificamente (ma non troppo) i governi in carica sostituendoli con nuovi governi più filo-occidentali si sono ispirati proprio ai manuali e alla consulenza del fondatore, nel 1983, dell’Albert Einstein Institute per «lo studio e l’utilizzo della nonviolenza nei conflitti di tutto il mondo». Per questo motivo le teorie di Sharp sono state recepite dal Dipartimento di Stato americano per essere utilizzate su vasta scala al fine di favorire gli interessi degli Usa, sostenendo i movimenti pacifisti e non violenti, contro governi marcatamente anti-occidentali. Metodi usati in Serbia nel 2000 dal movimento “Otpor” (resistenza) per rovesciare Milosevic, dall’”Onda Verde” degli studenti di Teheran contro l’odiato presidente Ahmadinejad, dai “Popoli Viola” che sbucano in ogni angolo del pianeta con tanti dollari in mano (di Soros) ed esperti Cia della controguerriglia pronti a mettere a ferro e fuoco una nazione ostile (Ucraina e Georgia sono esperimenti ben riusciti, in questi giorni stanno provando anche con la piccola Macedonia filo-putiniana).

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A riprova della parentela c’è il marchio di fabbrica impresso sui manifesti di Nuit Debout, lo stesso pugno chiuso di Otpor, usato in Georgia, Russia, Venezuela ed Egitto, da sostituire al pugno chiuso del movimento operaio. I Serbi appena compreso il gioco in atto tappezzarono Belgrado di manifesti con il pugno di Otpor che stringe un mazzetto di dollari americani. Ma era tardi ormai, Milosevic era sottoposto in manette alla Norimberga iugoslava dell’Aia e la Serbia avviata ad entrare in Ue e Nato e sottratta all’orbita russa. Risultato ottenuto, a scapito degli ingenui studenti serbi che avevano partecipato alle proteste in piazza di Otpor, con la smania dell’Erasmus.
Si dirà che qui non si tratta di una dittatura anti americana da rovesciare ma della occidentalissima Francia, culla della rivoluzione che ha fatto da matrice alle moderne democrazie liberali. Perché mai dovrebbe fare paura la patria di Montesquieu e di Voltaire? Semplicemente perché non è più tale! Fra un anno si vota per le presidenziali che incoroneranno Marine Le Pen Presidente della Repubblica. Il colpo di grazia all’Ue sta per arrivare, la ex patria di Voltaire sta per tornare ad Innalzare Giovanna d’Arco. Bisogna sfilare la piazza al Front National incanalando la protesta verso altre direzioni, più innocue, più alla Podemos, alla Tsipras, alla Jeremy Corbyn, quest’ultimo di recente schieratosi contro la “brexit” a braccetto con Obama, Cameron e i banchieri della City (in Italia invece non corriamo rischi, Di Maio già va a cena con esponenti della Commissione Trilaterale). Questa la ragione della spinta data al movimento dall’intelligence americana e dalle solite fondazioni sorosiane.
Ma c’è anche chi ha ipotizzato un altro obiettivo della stessa matrice, non incompatibile con il primo: Francois Hollande. La pera, come lo chiamano in Francia, da un po’ ha cominciato a inseguire strampalati progetti di egemonia nel Mediterraneo, rovesciamento di Assad con il solo aiuto di Erdogan, operazioni di intelligence in Libia con l’Egitto di Al Sisi a sostegno del governo di Tobruk e del Generale Haftar (contro Tripoli sostenuta da Washington, Londra e Roma), armi fresche fornite ai ribelli islamisti di Al Nusra e all’Arabia Saudita, proprio mentre in Usa si sta desecretando un dossier che illustra il coinvolgimento degli arabi nell’11 settembre con tanto di campagna mediatica anti-Saud. Insomma la Francia vuole approfittare della perdita di egemonia Usa in medio oriente e nord Africa per imporsi come potenza regionale. Lo fa raccattando tutti i rottami abbandonati da Washington sul campo o, peggio ancora, gli ex amici dell’America divenuti ora dei bersagli. Non meraviglia che il Dipartimento di Stato desideri far passare ad Hollande qualche “notte in piedi”…

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UN MINUTO PRIMA DEL MINUTO DI SILENZIO…

di Marcello D’Addabbo

Chi sono, da dove vengono, perché hanno agito? Perché non li hanno presi prima, cosa vogliono ottenere? A mente fredda e a poche ore da una strage tra le più devastanti compiute in una delle principali capitali europee è difficile farsi ascoltare da chi è ancora stordito dal rumore assordante. Non si tratta del rumore delle armi automatiche e dei fucili a pompa dei terroristi, ma di quello delle dirette televisive, un fiume in piena di retorica sul mondo libero(sic!) che non si piega alla paura, di rivendicazioni dei presunti mandanti (sempre riportate dal SITE di Rita Katz della quale si invita caldamente a controllare l’ottimo “curriculum vitae”), corredate dai soliti filmati degli incappucciati neri in marcia verso di noi. Scorrono ancora le immagini dei pianti delle ragazze e dei ragazzi che erano lì all’interno della sala concerti Bataclan o che si sono trovati a passare da quelle parti, circondati da folle di giornalisti e passanti in un delirio di ambulanze, barelle e polizia. C’è la non stop dei talk show che alzano il tiro delle ipotesi e analisi (oltre ai profitti sulla pubblicità), spesso arrampicandosi sugli specchi di teorie ardite – tipo la favola della Francia punita perché stava facendo la guerra all’Isis (e qui grasse risate!), e poi gli immancabili richiami di guerra del giorno dopo dei “comandanti da divano di Facebook” come amano definirli in Russia. Ci sono già i fiori sotto le ambasciate francesi, gli appelli dei leader e presto, purtroppo per noi tutti, arriveranno immancabili anche i minuti di silenzio ufficiali delle Boldrini di tutto il mondo. Uno tsunami di parole ed emozioni. E’ roba da restarne completamente intossicati! Il secondo attacco terroristico che parte alcuni minuti dopo l’inizio del primo mira dritto in testa, alla nostra psiche. L’obiettivo è non lasciare spazio a libere interpretazioni e occupare con rapidità fulminea l’immaginario collettivo con la tesi fondamentale e semplificatoria, quella che toglie dubbi, appiana le divergenze e conquista l’opinione pubblica: il terrorismo islamico ci attacca e minaccia il nostro stile di vita per imporne un altro sostitutivo, medievale, oscurantista, nonché votato alla cancellazione dei nostri diritti fondamentali. Firmato Barak Obama, Hollande, Renzi, tv satellitari, giornali e telegiornali mainstream, sedicenti autorevoli analisti e capi partito. In questo clima asfissiante qualunque opinione diversa da questa è il solito complottismo agitato da gente che crede alle scie chimiche, da gruppi di frustrati che vagheggiano teorie paranoiche su rettiliani, templari e sinarchie mondiali. Una “reductio ad Giacobbum” potremmo dire, prendendo a prestito il nome del simpatico conduttore di Voyager, usata per squalificare chiunque non si unisca al coro impetuoso della versione ufficiale.
Poi il ritmo rallenta, le commemorazioni finiscono, la polvere da sparo si deposita sull’asfalto e, di solito già dopo un mese-due circa, le sbavature dell’operazione terroristica cominciano ad essere sottolineate da canali informali di diffusione delle notizie, spesso legati a quelle intelligence che non hanno preso parte all’attacco, trovandosi dalla parte opposta della barricata rispetto ai probabili mandanti. Una lente meticolosa di ingrandimento inizia a pescare elementi, a trovare incongruenze e stranezze, collegamenti di personaggi coinvolti con poteri formali ed informali – ci ricordiamo di Osama bin Laden, di Khalid Sheikh Mohammed, della connivenza di alcuni poliziotti spagnoli nella strage di Madrid, o inglesi in quella avvenuta nella metropolitana di Londra, dell’omicidio del premier Hariri in Libano, del caso Moro e dell’ambiguo capo delle BR Mario Moretti detto “la sfinge”?. E dopo iniziano immancabilmente ad emergere strane falle nella sicurezza, tipo l’auto della polizia francese che lasciava passare i terroristi armati fino ai denti dopo la strage di Charlie Hebdo, filmati professionali delle stragi realizzati da operatori hollywoodiani misteriosamente piazzati lì e rimasti incolumi e, di solito ma vorremmo essere smentiti almeno stavolta, mai un terrorista superstite…uno straccio di criminale che possa dire, seduto in un posto di polizia con la lampada puntata sugli occhi, “sì sono stato io!” e “l’ho fatto per un obiettivo”, “perchè credo nella jihad e voglio distruggere l’occidente!”. Tutto è affidato a filmati preconfezionati lanciati sul web durante la strage o recapitati successivamente attraverso l’immancabile Site di Rita Katz, sempre lei. Senza dimenticare il copyright ufficiale urlato durante gli spari: “allah akbar!”. Il pacco è chiuso ormai, pronto per l’opinione pubblica…perché riaprirlo settimane o mesi dopo? A chi importa più? La marea emotiva si è abbassata lasciando il posto alla palude dell’indifferenza, così pensano i domatori di masse…pubblicitari per vocazione.
Il primo comandamento in questi casi, se si vuole optare per una secessione consapevole dalla plebe dell’informazione di massa è capire innanzitutto dove vogliono andare a parare certi messaggi. Se è impossibile al momento smentire tutto quello che ci vogliono far credere, si può quantomeno indicare qualche elemento di incongruenza della narrazione mediatica. E’ chiaro a tutti, per esempio, che se questo attacco micidiale e stragista fosse stato organizzato dall’Isis gli autori della strage avrebbero sbagliato indirizzo colpendo Parigi, dato che è la federazione Russa che li sta materialmente distruggendo con massicci bombardamenti in Siria da oltre un mese e non la Francia di Hollande che invece non ha fatto altro che sostenere il jihadismo antisiriano allo scopo di abbattere il presidente Bashar al-Assad e prendersi Damasco in amicizia con sauditi, Turchia e Tel Aviv. In questi mesi l’ipocrita e falsa campagna “a bassa intensità” contro l’Isis di americani, francesi e inglesi non mirava ad eliminarlo ma, appunto, a contenerlo e rivolgerlo contro al-Assad. In questo l’iniziativa di Hollande sembrava molto più motivata e veemente di quella americana, laddove invece si registrano contraddizioni e un certo ripiegamento di insegne che ha causato molti mal di pancia ad arabi e israeliani. L’esercito iracheno denuncia da mesi l’invio costante di armi all’Isis da parte francese, inglese e americana. Ricognizioni aeree occidentali fingono di monitorare le postazioni del califfato e invece finiscono per lanciare pacchi carichi di munizioni e viveri, dicono gli ufficiali di Baghdad. Gli fanno eco i soldati siriani e iraniani ma nessuno crederebbe a chi sta nella lista dei brutti e cattivi. Inoltre sappiamo da Thierry Meyssan che allorquando la Francia sabotò la Conferenza di Ginevra sulla Siria, con l’aiuto della Germania essa si impegnò a realizzare un piano – concepito già nel 2007 da John Negroponte, allora direttore dell’Intelligence nazionale USA – di provocare in Siria una guerra di tipo nicaraguense. Si trattava di moltiplicare i gruppi terroristici per far “grondare sangue” al paese. Proprio la Francia mise a disposizione il coordinamento internazionale dei Fratelli Musulmani, tuttora presenti sul suo territorio, ad Aquisgrana, sin dai tempi della Guerra Fredda. E attualmente da lì che vien organizzato il ritiro di Ahrar al-Sham, di Al-Qaeda, di Daesh (l’Isis, ndr) e degli altri. 
Allora cosa c’entra Parigi? La strategia della tensione diretta contro i popoli europei al fine di generare panico, insicurezza individuando il nemico esistenziale per giustificare successive guerre di conquista coloniali, predazione di risorse e nuovi mercati, ma anche avamposti militari per la grande guerra contro i paesi emergenti (Cina in testa) spiega molte cose, certo, ma non tutto. A rigor di logica se l’attentato fosse ciò che l’intelligence stessa chiama un “false flag” per generare i risultati elencati, obiettivo privilegiato sarebbe potuta essere la Germania che si sta rapidamente sfilando dal ginepraio siriano e intende ricucire ora lo strappo delle sanzioni con Mosca, circostanza questa non certo gradita a Washington. Anche il governo francese vorrebbe riallacciare migliori rapporti con Putin, anche alla luce dell’evidente successo diplomatico della missione militare russa in Siria e dell’enorme consenso che Putin sta ottenendo in veste di S.Giorgio che abbatte a suon di missili ad alta precisione il drago jihadista. Ma un ulteriore elemento è stato fornito nella lunga diretta post attacco di Rainews 24, dall’analista Germano Dottori, docente universitario di Studi Strategici alla Luiss e redattore di “Limes”, non proprio un complottista, il quale in controtendenza con la vulgata giornalistica ha curiosamente messo in relazione l’attentato di Parigi con la programmata prima visita ufficiale in Francia, che doveva svolgersi due giorni dopo l’attentato, del primo ministro della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rohani (il 14 novembre doveva passare da Roma). Circostanza che non è propriamente in cima ai pensieri dei jihadisti del califfato. C’è un’altra entità politica che potrebbe non approvare un nuovo corso di rapporti diplomatici da inaugurare con la stretta di mano franco-iraniana. Un milione di shekel a chi indovina. La visita intanto è stata annullata appena Rohani ha appreso della strage francese. Il suggerimento di Dottori indica che anche nel mezzo dello tsunami disinformativo si può iniziare a ragionare, magari un minuto prima del minuto di silenzio.

IRAN. Rohani e il nuovo corso. Una buona mossa?

rohaniTutto è stato rimandato al 20 novembre. I negoziati ginevrini dello scorso fine settimana fra l’Iran del neoeletto premier Hassan Rohani e il blocco del 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) non hanno infatti prodotto nessun risultato concreto, ma solo qualche “passo in avanti” verso i termini definitivi cui la trattativa dovrebbe condurre: una riduzione del programma nucleare iraniano in cambio di un sostanzioso allentamento delle sanzioni economiche imposte alla Repubblica Islamica.

Ad essersi messa di traverso, complicando l’evolvere del negoziato, è stata la Francia che, per bocca del suo ministro degli esteri Laurent Fabius, ha energicamente richiamato l’assemblea tutta a contemplare anche le “preoccupazioni di Israele” e a “non fidarsi dell’Iran”. Citando così implicitamente le parole del premier Netanyahu che aveva dipinto Rohani, ispiratore del nuovo corso insieme alla Guida Suprema Khamenei, come un “lupo travestito da agnello”. Una vicinanza, questa fra Parigi e Tel Aviv, che si era già palesata in occasione del paventato attacco alla Siria che Hollande aveva caldeggiato, scontentando gli alti gradi dell’esercito francese e rimanendo, quando gli americani hanno fatto dietrofront, lui unico e solo, con il cerino in mano. Insomma, la Francia socialista è, al momento, il più volenteroso alleato di Israele o forse l’unico disposto a farsi megafono delle sue più aggressive intemperanze.

È questo un profilo che Obama ha dismesso da tempo. Desideroso di concentrare i propri sforzi sull’accerchiamento del gigante cinese (il celebre pivot to Asia) e ben consapevole dell’impossibilità americana di combattere a tutto campo e in ogni zolla del mondo, il Presidente sta da mesi attuando una progressiva opera di decongestione dell’area mediorientale. Che, tradotto in termini operativi, non significa affatto una mesta rinuncia al tradizionale ruolo egemonico degli Stati Uniti, quanto piuttosto un esercizio dello stesso basato su guerre per interposta persona, esattamente come accaduto con i ribelli in Siria. Il punto debole di tale strategia, oltre alla inaffidabilità dell’alleato sul campo (nella fattispecie wahabiti e salafiti), è il rischio che la situazione imponga ugualmente una discesa in campo per la spallata finale. E qui sorge il problema: Obama non può e non vuole, mentre Israele scalpita e utilizza ogni mezzo di pressione possibile (e sono tanti) sulla Casa Bianca e, soprattutto, sul Congresso americano.

In uno strano gioco dei paradossi, è presumibile ritenere che Obama sia stato profondamente grato al tandem “nemico” Putin-Assad per aver imposto a tutte le parti in causa, con furbizia, una exit strategy diplomatica che lo ha messo nell’angolo e sottratto dall’incubo di dover attaccare. Apparentemente una sconfitta, in realtà una vittoria. Allo stesso modo, il volto disteso e più conciliante dell’Iran di Rohani offre il destro ad un percorso negoziale e lega le mani ad Israele. Le uscite aggressive di Netanyahu appaiono, ora, sempre più fuori luogo, e forse gli israeliani iniziano a rimpiangere i bei tempi in cui Ahmadinejad forniva loro, ogni settimana, un nuovo e diverso motivo per suonare le fanfare della guerra.

Ciò detto, si potrebbe pensare che la nuova politica iraniana preluda ad un grande cambiamento interno. Non è così. È semplicemente una tattica per sopravvivere e disinnescare un conflitto da cui Teheran non uscirebbe comunque illesa e che i russi – gran consiglieri dell’operazione – non desiderano far detonare. Se Rohani non è un lupo, è probabilmente una “volpe travestita da agnello”, ma non è affatto sicuro che tanta astuzia diplomatica conduca al risultato sperato.

La Storia insegna che, in linea di massima, chi (come Mubarak o Saddam) è disposto a dialogare, anche solo per un attimo, con l’Occidente quasi mai sopravvive, mentre coloro che si arroccano nel proprio fortino, senza alcuna volontà di apertura, resistono e riescono a reiterare nel tempo la propria azione. Certo, questi ultimi (ad esempio la Corea del Nord) patiscono intimidazioni giornaliere, scomuniche in sede internazionale, isolamento economico e politico, ma di fatto restano sempre in piedi. Nonostante la scelta isolazionista apparentemente suicida.

L’Iran non sfugge alla regola. L’integralista Ahmadinejad, duramente sanzionato e costantemente minacciato di guerra, ha guadato la propria stagione. Di là da ogni valutazione, è sopravvissuto. Riuscirà Rohani a non farsi travolgere?