Il ragazzo-immagine dei POTERI FORTI

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Se ne parla da un po’ e chiunque ne parli sembra avere sempre la medesima convinzione, tanto che ormai pare si tratti di un dato acquisito. Il legame tra Renzi e i poteri forti non fa quasi più notizia, un po’ come i file governativi americani diffusi da Julian Assange narranti le torbide ingerenze USA nel mondo. Ha cominciato Franco Bechis su “Libero”, disegnando la mappa dei potenti che hanno puntato sul sindaco di Firenze dove, oltre all’immarcescibile Bernabè (Eni, Telecom e soprattutto Bilderberg), i banchieri Fabrizio Palenzona e Paolo Fresco, lo speculatore della City londinese Davide Serra e, ovviamente, la corazzata De Benedetti con tutta l’artiglieria mediatica del caso, l’attenzione si centra su un certo finanziere Marco Carrai. Sconosciuto ai non fiorentini, grande finanziatore della campagna delle primarie, per anni fornitore di servizi per il Comune di Firenze – ottenuti, pare, senza uno straccio di gara- è ultimamente al centro di polemiche in quanto proprietario di una casa situata a pochi metri da Palazzo Vecchio nella quale Renzi avrebbe abitato per tre anni gratuitamente (sulla questione i PM hanno aperto un fascicolo e il M5S ha chiesto al neo premier di rispondere in parlamento).
Carrai è il solito tipo schivo e riservato che non ama i riflettori e che conosce tutti quelli che contano, soprattutto fuori dall’Italia in Usa e in Israele. Peraltro non sorprende come già ai tempi delle primarie la generosa apertura di credito di quotidiani come il “Wall Street Journal” e il “Financial Times” dimostrasse l’esistenza di aspettative del mondo finanziario anglosassone e dei circoli transatlantici nei confronti dell’astro nascente. Il “Time” già all’inizio del 2009 incoronava Renzi come un «Obama italiano», che all’epoca era ancora un complimento per cui vale la regola che quando il diavolo ti accarezza vuole l’anima. Se non se l’è già presa. Già perché, parlando del diavolo, il nome forte che circola sui giornali, di quelli che fanno venire i brividi a chi conosce la storia dei rapporti tra Usa e Italia a partire dal dopoguerra è certamente quello di Michael Ledeen.
Personaggio noto nell’inchiesta sui depistaggi della strage di Bologna, secondo la Reseau Voltaire negli anni ’70, in Italia, Ledeen è stato collaboratore dei servizi segreti italiani e di quelli israeliani (qual è sicuramente ancor oggi) nonché membro della loggia P2: «insomma un uomo-chiave nella rete occulta della NATO in Europa», negli anni della strategia della tensione. Ma Ledeen è noto ai più per essere stato negli ultimi anni un sostenitore attivo (insieme a Irving Kristol, Robert Kagan, Richard Perle, Daniel Pipes, Poul Wolfowitz e Douglas Feith), della svolta politica neocon impressa con l’amministrazione Bush, attraverso una rete di fondazioni tra cui spicca l’ American Enterprise Intitute, uno degli organismi che, dopo l’11 Settembre, hanno forzato la politica estera Usa nella attuale e rovinosa «guerra lunga al terrorismo globale». In altre parole questo gruppo di “bravi ragazzi” ha indotto l’invasione dell’Afghanistan, l’occupazione dell’Iraq, spinto ripetutamente per un’aggressione dell’Iran, operato il frazionamento dei paesi musulmani secondo linee etnico-religiose, attuata col ferro e il fuoco l’espansione della “democrazia” nell’interesse di Usa e Israele. Marco Valerio Lo Prete, sempre ben informato sugli intrecci del potere governativo americano, sostiene che Ledeen stia seguendo e sostenendo da tempo l’ascesa di Renzi. Insomma quello che secondo l’epica tolkeniana si potrebbe definire un Nazgul (i cavalieri neri del Signore degli Anelli), ha posto la sua nera mano sulla spalla del nostro attuale Presidente del Consiglio.

Ledeen
In ciò nulla di particolarmente sorprendente se si accetta la nostra realtà di pseudo-nazione, priva di sovranità a partire dal dopoguerra, nella quale i leader politici che hanno storicamente manifestato “scatti di autodeterminazione patriottica” – dal Moro terzoposizionista al Craxi di Sigonella passando per la parentesi russa di Berlusconi- hanno tutti fatto una pessima fine. L’ultimo citato è vivo e ancora in patria solo perché è stato meno audace dei primi due, dato che in Italia aveva troppi interessi economici per potersi permettere di fare l’eroe e probabilmente se la caverà con i servizi sociali. Per questo Cossiga, grande conoscitore delle trame italo-atlantiche, definì la Repubblica italiana una «colonia privilegiata» avente la stessa autonomia decisionale di Gibilterra.
Ma il dato rilevante oggi è l’azione che i soliti poteri finanziari ed euro-atlantici hanno esercitato nel repentino cambio di governo Letta-Renzi e i motivi che possono aver portato a questa rapidissima svolta. Ciò ha a che fare con uno stato generale di allarme che ha messo in agitazione le principali centrali di influenza politica occidentali. La causa prima di un tale isterico interventismo riguarda il possibile risultato delle prossime elezioni europee. Partiamo da un presupposto: il vero artefice indiretto del governo Renzi è Grillo.
Ricapitoliamo: il voto di febbraio 2013 ha aperto una breccia nel sistema. Per due mesi le istituzioni sembravano paralizzate, non si riusciva ad eleggere un Presidente della Repubblica né a formare un governo, al che la risposta a questo stallo politico istituzionale è stata la rielezione di Napolitano, le larghe intese (imbarcando tutti i partiti sconfitti dalle urne) e il conseguente incarico dato ad Enrico Letta. Inedita forma di monarchia repubblicana di emergenza con il maestro di palazzo a guidare il debole direttorio di Palazzo Chigi per conto di un anziano Re. Un assetto vagamente autoritario e non proprio entusiasmante se si considerano le continue pubbliche manifestazioni di indiscussa fedeltà all’eurocrazia date in questi mesi dalla coppia, in un momento in cui il patto di stabilità e l’obiettivo del pareggio di bilancio sono unanimemente riconosciute tra le principali sciagure che hanno paralizzato ogni investimento pubblico e impedito lo sgonfiamento della pressione fiscale che soffoca imprese e famiglie già distrutte dalla crisi.
Il governo Letta, non dimentichiamocelo, ha avuto la sua felice inaugurazione con l’inedito accompagnamento musicale del suono delle revolverate di un disperato calabrese che ha ferito gravemente un carabiniere davanti a Palazzo Chigi, per proseguire la sua breve parabola osservando con livido ed immobile distacco l’aumento esponenziale dei suicidi dovuti allo strangolamento economico di decine di imprenditori e padri di famiglia. Su tutta questa sofferenza sociale il potere ha calato una pesante pietra tombale, un enorme coperchio di ghisa che doveva insonorizzare l’ambiente soffocando le urla di strazio pur di sottrarre ogni spazio di manovra al movimento di Grillo che aveva vinto nelle urne al fine di proseguire, con le stesso autismo da pilota automatico che aveva caratterizzato il precedente governo Monti, dritto sugli insostenibili binari di finanza pubblica imposti da Merkel, Draghi, Barroso e Olli Rehn.
Insomma, siamo giunti alle soglie dell’anno nuovo con una paralisi politico-istituzionale generata dal cosiddetto “tripolarismo” partorito dalle urne che si è sommata alla preesistente paralisi economica nel frattempo giunta a soglie allarmanti (crisi del credito, fallimenti a catena, consumi fermi, deflazione). In queste condizioni ci si dirigeva dritti alle elezioni europee per lo schianto finale con la prevedibile vittoria dei movimenti sovranisti anti-euro, dei tanto disprezzati populisti. Con l’aggravante che ora, con il trattato di Lisbona, il Presidente della Commissione europea viene eletto dall’europarlamento ed è, pertanto, espressione della volontà dell’elettorato.
Prendendo le misure in anticipo di una simile disfatta elettorale quei poteri finanziari che solitamente osservano, fiutano il pericolo ed intervengono a dare una sterzata nei momenti critici della storia della Repubblica, non hanno mancato di piazzare la loro pedina in funzione anti-populista.
Il pupazzetto toscano con la parlantina fluida e la battuta pronta, devono aver pensato, distrarrà gli italiani per qualche mese e, con le sue indiscusse doti comunicative, potrà fare promesse che non manterrà, imbonire le masse, entusiasmare qualche giovane un po’ pirla, incantare le mamme italiane che lo guardano in Rai come il figlio ideale sbarbatello e con la faccia pulita ed acquietare, infine, i disperati che sempre in maggior numero oggi desiderano l’estinzione molecolare della casta al completo e che si preparano, con questo stato d’animo, a votare per il rinnovo dell’europarlamento. E infatti da un mese a questa parte, appena consumato l’assassinio politico di Enrico Letta (senza troppi funerali e con rapido cinismo), stiamo assistendo ad uno show mediatico sensazionale, ad un delirio ininterrotto di promesse vacue, annunci di riforme con coperture a babbo morto, piroette circensi di cifre e date smentite e riconfermate, accompagnate da richiami a Goldrake e citazioni di Walt Disney per fare colpo su un paio di generazioni, con gli spaesati nuovi “ministri-bambini”, come li ha definiti Maurizio Blondet, costretti a giustificarsi in televisione e sui giornali di questo imbarazzante avventurismo.
Perché ciò che conta in realtà, in questo momento, non è il contenuto di ciò che Renzi vuole fare, ma l’effetto elettorale a breve di questa fiumana mediatica verbale ininterrotta finalizzata a realizzare uno scuotimento emotivo collettivo da contrapporre, prima che sia troppo tardi, a quell’altro tsunami, ben più temibile, in arrivo alle europee di maggio. Quello serio, che fa tanta paura ai poteri forti perché rischia di distruggere il disegno eurocratico.
Insomma, Renzi è più che mai la pedina delle oligarchie finanziarie che hanno voluto l’euro e non sono disposti a mollarlo. Perché il rischio è enorme e non riguarda solo l’Italia. Se in Francia devono vedersela con la Le Pen, forte del grande risultato del FN alle ultime municipali, la nuova Ungheria di Viktor Orbàn, grazie ad una scelta di sovranità nazionale e monetaria realizzata energicamente, si impone come possibile modello alternativo a quello delle nazioni europee che, al contrario di quest’ultima, si sono allegramente poste da sole il cappio al collo della moneta unica. E infatti l’Ungheria, governata dagli indicibili Unni di Fidesz e Jobbik, sta vivendo una crescita di tutti i propri fondamentali economici – come ha dovuto riconoscere, mestamente, “Il Sole 24 ore” – e pari solo a quella della vicina Polonia (che infatti si è guardata bene dall’aderire alla moneta unica preferendo tenersi stretta il suo zloty).
In questo modo si è dimostrato che in Europa l’opzione sovranista paga e non solo in termini di ritrovato orgoglio nazionale, ma anche di pragmatico peso del portafoglio. Anche l’elettorato meno incline a derive identitarie potrebbe esserne tentato, soprattutto di fronte al disastro economico cui sta assistendo. Ma sarebbe un errore credere che la crescita elettorale dei tanto disprezzati movimenti populisti sia sempre il frutto della crisi e del conseguente impoverimento della classe media occidentale, come vuole un automatismo culturale tipico del pensiero post marxista. Paesi come Svezia, Danimarca, Finlandia, Austria, Belgio e la ricchissima Olanda stanno registrando alcuni tra i più rilevanti fenomeni di crescita dei movimenti di contrapposizione all’euro-atlantismo.
In quel caso il populismo attecchisce proprio nelle favolose socialdemocrazie evolute, dove le aiuole sono potate ad angolo retto, si rispettano le corsie, tutti vanno in bicicletta e lo stato sostiene i costi dei libri di scuola e la tata per il bebè. Il paradiso dei materialisti rischia di tramutarsi nel loro inferno con buona pace del più falso dei miti progressisti.
La differenza italiana consiste nel fatto che da noi i “barbari” hanno già conseguito il loro primo significativo trionfo costringendo tutte le forze politiche residuali ad unire i cocci per sostenere un governo che alla lunga potesse spegnere l’incendio. Ma Letta era un pessimo pompiere, adesso ci prova Renzi. Tutto qui. Se non fosse che la gente sta già cominciando a scorgere il trucco di questa spudorata “operazione valium” anti-populismi. Il virtuosismo comunicativo del sindaco di Firenze sta già infrangendosi sugli scogli della realtà e della matematica. Già perché non puoi promettere una riduzione fiscale a bocce ferme, senza tagliare mezzo posto di lavoro e mantenendo al contempo intatti tutti i vincoli imposti da Bruxelles. Qualcuno lo devi scontentare e la realtà economica presenta tali criticità da costringerti a scegliere inevitabilmente tra la clava europea e i forconi italiani. Inoltre i populisti hanno il vantaggio di aver già scelto: in caso di vittoria manderanno a quel paese l’euro e l’Ue, con grande decisione e rapidità. Ne consegue che in caso di esitazione del governo le elezioni qui le vinceranno loro.
Carl Schmitt sosteneva che in politica è fondamentale la scelta del nemico. Renzi per il momento vuole fare l’amico di tutti (errore che era costato il governo a Berlusconi) con il rapidissimo effetto di aver già reso scettici molti di coloro che lo hanno in un primo momento sostenuto. La sua funzione di ragazzo-immagine dei poteri forti si sta rapidamente rivelando. Lo aveva, per alcuni versi, previsto l’ex ministro Barca nella ormai famosa conversazione telefonica carpita con l’inganno dalla radio, nel corso della quale aveva descritto il clima di avventurismo emergenziale che ha fatto da cornice alla formazione dell’attuale governo. Il penoso quadretto offerto dalla recente visita a Berlino di Renzi che sottopone alla Merkel come uno scolaro le proposte sul lavoro per ottenerne il nulla osta ha dato la misura dello spessore politico del personaggio e del raggio d’azione entro cui si muove. Tra Berlino, Francoforte, Bruxelles, Londra, Washington, Wall Street, Tel Aviv, Cernobbio e i Cda delle banche, finanzieri finanziatori ed apripista con in mano le chiavi delle stanze che contano, tetri neocon americani mandati a controllare. Una rete di pressioni e condizionamenti così fitta da restarne soffocati. Una rete che in Italia punta su di lui per salvare la baracca.
In un paio di mesi questo clamoroso bluff potrebbe rivelarsi e l’intera operazione salva-euro, messa in atto dalle oligarchie finanziarie, evaporare nell’incendio generale appiccato dai nuovi temibili Visigoti.

* A cura di Marcello D’Addabbo

Un mondo SENZA GUIDA

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C’era una volta l’America alla guida del mondo. La nazione necessaria, cui il destino manifesto aveva indicato le vie del dominio planetario. Ovunque andasse portava modernità, riscattava destini di milioni di uomini, mostrava l’esempio di ciò che era giusto fare, di ciò che era al passo con i tempi. Sotto questa fulgida luce venivano impartite lezioni di democrazia e libertà ai popoli arretrati del pianeta, si lanciavano mode e linguaggi. Il nostro stile di vita aveva sempre un riferimento in quelle immagini di grattacieli titanici all’ombra dei quali brulicavano ambizioni sociali ed economiche e si era tutti lanciati a grande velocità verso un progresso che pareva non avere fine. Così ci raccontavano (senza dircelo) la televisione, il cinema, la pubblicità, in un bombardamento incassante di immagini determinato ad intossicare ogni nostro pensiero, colonizzando in modo permanente l’immaginario collettivo. Nessun’altra nazione nella storia degli ultimi secoli si è arrogata il diritto di essere la portatrice ufficiale dello “zeitgeist” moderno quanto gli Stati Uniti, e ciò fin dalla dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 1776. Il patriottismo giacobino di matrice illuminista e francese si univa allo spirito protestante del capitalismo anglo-olandese portato dai padri pellegrini che erano fuggiti dalla vecchia e reazionaria Europa. Queste forze trovarono nel nuovo mondo la base territoriale e antropologica ideale, il brodo di coltura a partire dal quale il germe americano doveva spargersi come la peste nei continenti ancora incontaminati in quanto non infettati dal richiamo del liberalismo, (per un paio di secoli involucro ideologico funzionale al governo della poundiana “usurocrazia”). Certo gli Stati Uniti hanno dovuto vincere due guerre mondiali più una guerra fredda (quest’ultima vinta per ritiro dell’avversario) prima di poter dettare la propria agenda al mondo.

Ma il punto è, sia che la si consideri portatrice di un sogno oppure di un gigantesco incubo, l’America oggi è ancora la guida del mondo?

I recenti eventi sembrano suggerire il contrario. Oggi l’amministrazione Obama sembra essere impegnata in una gigantesca manovra di silente ripiegamento rispetto alle posizioni unipolari assunte a partire dal crollo dell’Urss, che avevano caratterizzato pesantemente l’era della cosiddetta pax Clintoniana degli anni novanta, nonché la successiva parentesi del mondialismo interventista di marca neocon. A sostegno della tesi del ripiegamento, si indica la pressoché totale assenza degli USA nella gestione diretta della recente guerra libica, delegata per procura a personaggi da operetta come Sarkozy e Cameron, l’indifferenza americana sulla sorte di un proprio ex satrapo fedelissimo come Mubarak alla caduta del quale gli USA, in Egitto, sono stati a guardare senza colpo ferire la formazione di un governo della Fratellanza Musulmana e, successivamente, un colpo di stato dei militari. Fino all’ultima decisione di depennare, all’ultimo momento, l’intervento militare in Siria proprio quando sembrava ad un passo dal realizzarsi.

Ad essere oggetto di riflessione è per l’appunto questa inedita ambiguità americana in relazione alle crisi in atto sullo scenario internazionale, che sta alimentando in tutto il mondo un vivace dibattito sul suo reale significato e sui retroscena che la accompagnano. Stupisce leggere il sottotitolo della copertina di “Limes”, colta rivista geopolitica del gruppo l’Espresso, ovvero “Caoslandia e l’impotenza delle potenze”, tra le cui pagine è tutto un discettare tra coloro che ritengono finita l’era dell’incontrastata influenza americana e chi al contrario è convinto che dietro l’ambiguità di Obama si celi solo un cambio di strategia finalizzato al mantenimento della supremazia statunitense con nuovi e più sofisticati metodi. Per questi ultimi la nuova strategia americana si sintetizza nel razionalizzare le forze, uscire dalle sabbie mobili mediorientali (anche se questo rende di fatto furiosi gli storici alleati israeliani e sauditi), al fine di concentrarsi sui veri obiettivi: isolare Russia e Cina, accerchiarle e dividerle, rendere impossibile ogni velleità di alleanza strategica euroasiatica che faccia perno sulla Russia (magari sostenuta logisticamente della Germania). Se questi sono certamente gli obiettivi di Obama, bisogna chiedersi se gli USA in questo momento abbiano energie e risorse sufficienti per portarli avanti coerentemente e se non vi siano al contrario vivaci e malcelati contrasti, tanto nell’amministrazione americana quanto nei rispettivi comandi militari, sull’opportunità di un cambio di passo tanto rapido e significativo.

Gli organi di informazione solitamente utilizzati dalle agenzie della sicurezza americana per inviarsi messaggi rivelano il livello di divaricazione esistente tra le diverse visioni strategiche e le rispettive lobbies che le perseguono con incrollabile determinazione. All’interno del Pentagono crescono le tensioni. A preoccupare Obama ultimamente pare sia lo scontro aperto in atto tra il comando delle forze armate preposto al Medio Oriente e il PaCom – suo corrispettivo nell’area del Pacifico – per far prevalere una politica estera finalizzata ad accaparrarsi effettivi ed armamenti in uscita dalla missione afgana, quest’ultima ormai avviata alla sua conclusione. Per non parlare del fatto che in questa fase Pentagono e Dipartimento di Stato sembrano perseguire obiettivi diametralmente opposti. Hagel segue le istruzioni della Casa Bianca, Kerry invece è convinto della centralità geopolitica del Medio Oriente e vuole rilanciare il processo di pace israelo-palestinese (che Obama sembra avere del tutto abbandonato). I comunicati stampa durante la crisi siriana erano schizofrenici e fornivano una versione di ciò che nell’immediato avrebbero deciso gli Stati Uniti diversa a seconda del settore amministrativo che in quel momento diramava il messaggio. Tanto che fino a qualche giorno dopo il raggiungimento dell’accordo sulla distruzione delle armi chimiche siriane, ottenuto al termine dell’estenuante missione diplomatica di Putin, dalle agenzie americane non si riusciva a capire se gli Stati Uniti avessero fatto realmente marcia indietro dal proposito di attaccare il regime di Assad, o stessero sul punto di avviare i bombardamenti su Damasco.

Kerry e Hagel

Kerry e Hagel

Dietro questa opera di pressione mediatica è emersa la determinazione di una (nota) lobby a perseguire ad oltranza l’annientamento del regime siriano, senza mollare la presa anche di fronte all’improvvisa virata diplomatica di Obama. L’esplicito contrasto di pezzi considerevoli del potere finanziario, militare e mediatico americano verso la linea decisa dal Presidente, non arretrava, quindi, neanche di fronte ad un accordo internazionale sulle armi chimiche ormai concluso con altre potenze, con la conseguenza di un grave e pubblico disconoscimento dell’operato di Obama di fronte al mondo. Non se ne parla troppo apertamente ma molti governi sono preoccupati dal livello di ostilità interna che si consuma in seno alla massima superpotenza del pianeta.

Ne viene fuori il quadro inquietante di una gigantesca Idra impazzita, le cui teste si avventano tra loro divorandosi. Portato alle estreme conseguenze questo clima potrebbe ricordare la fase di “anarchia militare” che nel III secolo e.v., dopo la fine della dinastia dei Severi, precedette il definitivo crollo dell’Impero Romano, quando i comandanti delle legioni agivano in modo indipendente, seguendo gli interessi delle fazioni legate alle province cui erano assegnati, giungendo ad eleggere il proprio Cesare da contrapporre a quello innalzato sugli scudi dalla fazione dei pretoriani a Roma o dalle legioni in rivolta in altre province lontane.

In queste condizioni è chiaro che gli Stati Uniti non sono più in grado di dettare la propria agenda al mondo. E non si tratta della sola perdita di leadership sul piano diplomatico e militare, come sostengono con convinzione alcuni analisti (troppo abituati a guardare l’attualità con il microscopio facendosi sfuggire la visione d’insieme). Certo, il disastro iracheno e l’agonia della missione afgana avranno certamente influito sul morale generale di una nazione caduta vittima della sua stessa retorica. Ma qui è anche in gioco l’egemonia di un modello sociale, culturale e soprattutto economico che fino a ieri sembrava destinato a non avere rivali, salmodiato per mezzo secolo da ieratici sacerdoti del pensiero unico dalle cattedre dei loro santuari universitari. Proprio questo capolavoro di sistema scosso dal sisma del collasso finanziario del 2008, non ha saputo fare altro che salvare le banche d’affari, responsabili uniche di quel disastro, innaffiandole di denari pubblici per miliardi di dollari, così allargando a dismisura la voragine del più spaventoso debito pubblico che sia mai stato realizzato nella storia della razza umana (si aggira attorno ai 16 trilioni di dollari). Esemplare follia di un impero che decide di far pagare in eterno alle future generazioni un conto insostenibile, maturato per garantire la sopravvivenza delle proprie oligarchie finanziarie. La goffaggine con la quale i media mainstream hanno cercato di edulcorare questa abnormità non ha potuto coprire il solco profondo che essa ha scavato nella coscienza dei cittadini, in termini di fiducia nella classe dirigente americana.

Ad essere clamorosamente smentito nella crisi attuale è stato, in generale, il vecchio modello capitalista in cui la regola era che imprese e banche quando sbagliano vengono lasciate fallire e non salvate con i soldi dei cittadini. Ennesimo falso mito della dottrina neoliberista quello della libera concorrenza che porta sempre crescita e innovazione punendo le inefficienze. In realtà il meccanismo vale solo per la piccola impresa che esordisce nella giungla del mercato ma sempre è più evanescente man mano che si salgono i gradini della piramide sociale, ai primi piani della quale troneggiano invalicabili monopoli, intoccabili cartelli di banche e multinazionali presidiano stabilmente il mercato e, a quanto pare, ora anche le casse dello Stato. L’altra faccia del sogno americano. Qualcosa sembra essersi rotto definitivamente. Proprio in quello che sembrava essere il suo campo di battaglia privilegiato, cioè il libero mercato, l’America non funziona più come modello.

Il problema è che al momento sembra non ve ne siano altri pronti a sostituirlo. Anzi, l’elemento assolutamente inedito della realtà contemporanea, che molti per paura fanno finta di non vedere pur percependolo, è proprio il deficit di una visione del mondo, sia essa politica, culturale, ideologica, che possa porsi come alternativa a quella che vediamo tramontare. Gli altri mondi non comunicano granché. La Cina non ha ancora deciso cosa farà da grande, ma in ogni caso non sembra voler assumere un ruolo di guida planetaria che vada al di là di un primato commerciale. La Russia, al momento in ascesa geopolitica grazie all’abilità di Putin nello sfruttare l’impasse americano, concentra i suoi sforzi recuperando pezzi di sovranità nell’ambito del proprio cortile di casa. Ma quand’anche Putin vedesse realizzato questo sogno neo-bismarkiano di ricucitura delle ex repubbliche sovietiche, cosa esporterà oltre i confini del proprio spazio vitale al di là del gas? Varrà probabilmente, in questo caso, la lezione storica dei secoli passati che ci racconta di una Russia storicamente incapace di assecondare una vocazione imperiale che andasse oltre i popoli slavi di religione ortodossa, motivo per cui, anche di fronte alle più elevate ambizioni dei suoi sovrani, Mosca alla fine non si è imposta nell’esercitare la funzione universale di “terza Roma”.

 

putin

Dell’Europa invece è meglio non parlare. Non pervenuta. Essa offre l’immagine di una landa di tumuli in cui echeggia un antico e glorioso passato. Riunificata in gran fretta, dopo il crollo dell’URSS, sotto le insegne di Washington, che oggi non vuole o non riesce più ad esserne il centro direttivo, si è data l’UE e la moneta unica come una sorta di cilicio cucito addosso. Curiosa nemesi quella dell’Unione Europea: nata al deliberato scopo di contenere la prevedibile riemersione della Germania riunificata dalle nebbie della storia, è finita col divenire lo strumento di esercizio dell’egemonia di quest’ultima. Si tratta però di una egemonia che si gioca esclusivamente sul cambio favorevole, sulle esportazioni, sui bilanci pubblici e i debiti sovrani, sulle aste dei bot, sugli spread, sulla pressione fiscale e via contando. La Germania, uscita dalla storia in circostanze troppo traumatiche, oggi non vuole rientrarci preferendo mantenere un profilo basso, da egemone riluttante. Non si cura dei vicini, non armonizza le differenze nazionali in un progetto politico organico europeo, come invece seppero fare gli imperatori tedeschi del medioevo (menti superiori, oggi purtroppo abbiamo la Merkel). Insomma se il mondo è senza guida, l’Europa non sta meglio. Thomas Mann avrebbe detto che la proverbiale impoliticità del tedesco oggigiorno si è ormai sclerotizzata. Infatti tutto ciò che l’ottusità burocratica dell’Ue sotto l’influenza tedesca è riuscita ad offrire all’Europa in questi ultimi anni è l’austerità, cioè l’imposizione dogmatica del rigore nei conti pubblici degli stati membri, da realizzare a qualsiasi costo all’interno di parametri europei rigidamente imposti dall’alto. Conseguenza ne è il precipizio di consumi e occupazione che ha travolto tutta l’Europa non tedesca in una spirale verso il basso che non accenna ad invertire la rotta. Moti di reazione popolare emergono all’orizzonte in diversi paesi dell’unione, ma in questi movimenti di opposizione all’eurocrazia non è ancora emersa una visione di lungo periodo, un vero progetto alternativo di governo continentale o, come si diceva un tempo, di “Europa-nazione”.

Perché quello che manca oggi è un soggetto internazionale che si proponga di dare una direzione a questo mondo, di segnare le tappe di un cammino, di proporsi come centro stabile di interessi ed ambizioni che vadano oltre la sopravvivenza istituzionale. Di fornire una causa collettiva che susciti entusiasmo facendosi portatore di una koinè culturale, di un’identità.

In ogni epoca della storia c’è stato un “nomos della terra” a caratterizzare l’ordinamento dei popoli e dei rapporti internazionali. Sembra che il mondo post-americano sia caratterizzato, al contrario, dall’anomos, dall’assenza cioè di una legge regolatrice di forze dall’alto. Dall’assenza di vitalità in un qualche corpo politico organizzato intorno ad un’idea che sia una. I destini di milioni di uomini sembrano vagare avvolti in un caos privo di direzione, sostanziato di puro movimento, spesso risultato dell’inerzia di precedenti spinte ormai sopite, di parole d’ordine divenute stanche cantilene, perpetuato in uno stato collettivo di sonnambulismo che si trascinerà fino a che non suonerà una sveglia.

Certamente si tratta di una fase storica di transizione. È probabile che essa durerà fino a quando dalle nostre parti non inizieranno a svegliarsi forze in grado di imporre alla terra una diversa visione del mondo e un nuovo nomos.

*A cura di Marcello D’Addabbo