Il ragazzo-immagine dei POTERI FORTI

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Se ne parla da un po’ e chiunque ne parli sembra avere sempre la medesima convinzione, tanto che ormai pare si tratti di un dato acquisito. Il legame tra Renzi e i poteri forti non fa quasi più notizia, un po’ come i file governativi americani diffusi da Julian Assange narranti le torbide ingerenze USA nel mondo. Ha cominciato Franco Bechis su “Libero”, disegnando la mappa dei potenti che hanno puntato sul sindaco di Firenze dove, oltre all’immarcescibile Bernabè (Eni, Telecom e soprattutto Bilderberg), i banchieri Fabrizio Palenzona e Paolo Fresco, lo speculatore della City londinese Davide Serra e, ovviamente, la corazzata De Benedetti con tutta l’artiglieria mediatica del caso, l’attenzione si centra su un certo finanziere Marco Carrai. Sconosciuto ai non fiorentini, grande finanziatore della campagna delle primarie, per anni fornitore di servizi per il Comune di Firenze – ottenuti, pare, senza uno straccio di gara- è ultimamente al centro di polemiche in quanto proprietario di una casa situata a pochi metri da Palazzo Vecchio nella quale Renzi avrebbe abitato per tre anni gratuitamente (sulla questione i PM hanno aperto un fascicolo e il M5S ha chiesto al neo premier di rispondere in parlamento).
Carrai è il solito tipo schivo e riservato che non ama i riflettori e che conosce tutti quelli che contano, soprattutto fuori dall’Italia in Usa e in Israele. Peraltro non sorprende come già ai tempi delle primarie la generosa apertura di credito di quotidiani come il “Wall Street Journal” e il “Financial Times” dimostrasse l’esistenza di aspettative del mondo finanziario anglosassone e dei circoli transatlantici nei confronti dell’astro nascente. Il “Time” già all’inizio del 2009 incoronava Renzi come un «Obama italiano», che all’epoca era ancora un complimento per cui vale la regola che quando il diavolo ti accarezza vuole l’anima. Se non se l’è già presa. Già perché, parlando del diavolo, il nome forte che circola sui giornali, di quelli che fanno venire i brividi a chi conosce la storia dei rapporti tra Usa e Italia a partire dal dopoguerra è certamente quello di Michael Ledeen.
Personaggio noto nell’inchiesta sui depistaggi della strage di Bologna, secondo la Reseau Voltaire negli anni ’70, in Italia, Ledeen è stato collaboratore dei servizi segreti italiani e di quelli israeliani (qual è sicuramente ancor oggi) nonché membro della loggia P2: «insomma un uomo-chiave nella rete occulta della NATO in Europa», negli anni della strategia della tensione. Ma Ledeen è noto ai più per essere stato negli ultimi anni un sostenitore attivo (insieme a Irving Kristol, Robert Kagan, Richard Perle, Daniel Pipes, Poul Wolfowitz e Douglas Feith), della svolta politica neocon impressa con l’amministrazione Bush, attraverso una rete di fondazioni tra cui spicca l’ American Enterprise Intitute, uno degli organismi che, dopo l’11 Settembre, hanno forzato la politica estera Usa nella attuale e rovinosa «guerra lunga al terrorismo globale». In altre parole questo gruppo di “bravi ragazzi” ha indotto l’invasione dell’Afghanistan, l’occupazione dell’Iraq, spinto ripetutamente per un’aggressione dell’Iran, operato il frazionamento dei paesi musulmani secondo linee etnico-religiose, attuata col ferro e il fuoco l’espansione della “democrazia” nell’interesse di Usa e Israele. Marco Valerio Lo Prete, sempre ben informato sugli intrecci del potere governativo americano, sostiene che Ledeen stia seguendo e sostenendo da tempo l’ascesa di Renzi. Insomma quello che secondo l’epica tolkeniana si potrebbe definire un Nazgul (i cavalieri neri del Signore degli Anelli), ha posto la sua nera mano sulla spalla del nostro attuale Presidente del Consiglio.

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In ciò nulla di particolarmente sorprendente se si accetta la nostra realtà di pseudo-nazione, priva di sovranità a partire dal dopoguerra, nella quale i leader politici che hanno storicamente manifestato “scatti di autodeterminazione patriottica” – dal Moro terzoposizionista al Craxi di Sigonella passando per la parentesi russa di Berlusconi- hanno tutti fatto una pessima fine. L’ultimo citato è vivo e ancora in patria solo perché è stato meno audace dei primi due, dato che in Italia aveva troppi interessi economici per potersi permettere di fare l’eroe e probabilmente se la caverà con i servizi sociali. Per questo Cossiga, grande conoscitore delle trame italo-atlantiche, definì la Repubblica italiana una «colonia privilegiata» avente la stessa autonomia decisionale di Gibilterra.
Ma il dato rilevante oggi è l’azione che i soliti poteri finanziari ed euro-atlantici hanno esercitato nel repentino cambio di governo Letta-Renzi e i motivi che possono aver portato a questa rapidissima svolta. Ciò ha a che fare con uno stato generale di allarme che ha messo in agitazione le principali centrali di influenza politica occidentali. La causa prima di un tale isterico interventismo riguarda il possibile risultato delle prossime elezioni europee. Partiamo da un presupposto: il vero artefice indiretto del governo Renzi è Grillo.
Ricapitoliamo: il voto di febbraio 2013 ha aperto una breccia nel sistema. Per due mesi le istituzioni sembravano paralizzate, non si riusciva ad eleggere un Presidente della Repubblica né a formare un governo, al che la risposta a questo stallo politico istituzionale è stata la rielezione di Napolitano, le larghe intese (imbarcando tutti i partiti sconfitti dalle urne) e il conseguente incarico dato ad Enrico Letta. Inedita forma di monarchia repubblicana di emergenza con il maestro di palazzo a guidare il debole direttorio di Palazzo Chigi per conto di un anziano Re. Un assetto vagamente autoritario e non proprio entusiasmante se si considerano le continue pubbliche manifestazioni di indiscussa fedeltà all’eurocrazia date in questi mesi dalla coppia, in un momento in cui il patto di stabilità e l’obiettivo del pareggio di bilancio sono unanimemente riconosciute tra le principali sciagure che hanno paralizzato ogni investimento pubblico e impedito lo sgonfiamento della pressione fiscale che soffoca imprese e famiglie già distrutte dalla crisi.
Il governo Letta, non dimentichiamocelo, ha avuto la sua felice inaugurazione con l’inedito accompagnamento musicale del suono delle revolverate di un disperato calabrese che ha ferito gravemente un carabiniere davanti a Palazzo Chigi, per proseguire la sua breve parabola osservando con livido ed immobile distacco l’aumento esponenziale dei suicidi dovuti allo strangolamento economico di decine di imprenditori e padri di famiglia. Su tutta questa sofferenza sociale il potere ha calato una pesante pietra tombale, un enorme coperchio di ghisa che doveva insonorizzare l’ambiente soffocando le urla di strazio pur di sottrarre ogni spazio di manovra al movimento di Grillo che aveva vinto nelle urne al fine di proseguire, con le stesso autismo da pilota automatico che aveva caratterizzato il precedente governo Monti, dritto sugli insostenibili binari di finanza pubblica imposti da Merkel, Draghi, Barroso e Olli Rehn.
Insomma, siamo giunti alle soglie dell’anno nuovo con una paralisi politico-istituzionale generata dal cosiddetto “tripolarismo” partorito dalle urne che si è sommata alla preesistente paralisi economica nel frattempo giunta a soglie allarmanti (crisi del credito, fallimenti a catena, consumi fermi, deflazione). In queste condizioni ci si dirigeva dritti alle elezioni europee per lo schianto finale con la prevedibile vittoria dei movimenti sovranisti anti-euro, dei tanto disprezzati populisti. Con l’aggravante che ora, con il trattato di Lisbona, il Presidente della Commissione europea viene eletto dall’europarlamento ed è, pertanto, espressione della volontà dell’elettorato.
Prendendo le misure in anticipo di una simile disfatta elettorale quei poteri finanziari che solitamente osservano, fiutano il pericolo ed intervengono a dare una sterzata nei momenti critici della storia della Repubblica, non hanno mancato di piazzare la loro pedina in funzione anti-populista.
Il pupazzetto toscano con la parlantina fluida e la battuta pronta, devono aver pensato, distrarrà gli italiani per qualche mese e, con le sue indiscusse doti comunicative, potrà fare promesse che non manterrà, imbonire le masse, entusiasmare qualche giovane un po’ pirla, incantare le mamme italiane che lo guardano in Rai come il figlio ideale sbarbatello e con la faccia pulita ed acquietare, infine, i disperati che sempre in maggior numero oggi desiderano l’estinzione molecolare della casta al completo e che si preparano, con questo stato d’animo, a votare per il rinnovo dell’europarlamento. E infatti da un mese a questa parte, appena consumato l’assassinio politico di Enrico Letta (senza troppi funerali e con rapido cinismo), stiamo assistendo ad uno show mediatico sensazionale, ad un delirio ininterrotto di promesse vacue, annunci di riforme con coperture a babbo morto, piroette circensi di cifre e date smentite e riconfermate, accompagnate da richiami a Goldrake e citazioni di Walt Disney per fare colpo su un paio di generazioni, con gli spaesati nuovi “ministri-bambini”, come li ha definiti Maurizio Blondet, costretti a giustificarsi in televisione e sui giornali di questo imbarazzante avventurismo.
Perché ciò che conta in realtà, in questo momento, non è il contenuto di ciò che Renzi vuole fare, ma l’effetto elettorale a breve di questa fiumana mediatica verbale ininterrotta finalizzata a realizzare uno scuotimento emotivo collettivo da contrapporre, prima che sia troppo tardi, a quell’altro tsunami, ben più temibile, in arrivo alle europee di maggio. Quello serio, che fa tanta paura ai poteri forti perché rischia di distruggere il disegno eurocratico.
Insomma, Renzi è più che mai la pedina delle oligarchie finanziarie che hanno voluto l’euro e non sono disposti a mollarlo. Perché il rischio è enorme e non riguarda solo l’Italia. Se in Francia devono vedersela con la Le Pen, forte del grande risultato del FN alle ultime municipali, la nuova Ungheria di Viktor Orbàn, grazie ad una scelta di sovranità nazionale e monetaria realizzata energicamente, si impone come possibile modello alternativo a quello delle nazioni europee che, al contrario di quest’ultima, si sono allegramente poste da sole il cappio al collo della moneta unica. E infatti l’Ungheria, governata dagli indicibili Unni di Fidesz e Jobbik, sta vivendo una crescita di tutti i propri fondamentali economici – come ha dovuto riconoscere, mestamente, “Il Sole 24 ore” – e pari solo a quella della vicina Polonia (che infatti si è guardata bene dall’aderire alla moneta unica preferendo tenersi stretta il suo zloty).
In questo modo si è dimostrato che in Europa l’opzione sovranista paga e non solo in termini di ritrovato orgoglio nazionale, ma anche di pragmatico peso del portafoglio. Anche l’elettorato meno incline a derive identitarie potrebbe esserne tentato, soprattutto di fronte al disastro economico cui sta assistendo. Ma sarebbe un errore credere che la crescita elettorale dei tanto disprezzati movimenti populisti sia sempre il frutto della crisi e del conseguente impoverimento della classe media occidentale, come vuole un automatismo culturale tipico del pensiero post marxista. Paesi come Svezia, Danimarca, Finlandia, Austria, Belgio e la ricchissima Olanda stanno registrando alcuni tra i più rilevanti fenomeni di crescita dei movimenti di contrapposizione all’euro-atlantismo.
In quel caso il populismo attecchisce proprio nelle favolose socialdemocrazie evolute, dove le aiuole sono potate ad angolo retto, si rispettano le corsie, tutti vanno in bicicletta e lo stato sostiene i costi dei libri di scuola e la tata per il bebè. Il paradiso dei materialisti rischia di tramutarsi nel loro inferno con buona pace del più falso dei miti progressisti.
La differenza italiana consiste nel fatto che da noi i “barbari” hanno già conseguito il loro primo significativo trionfo costringendo tutte le forze politiche residuali ad unire i cocci per sostenere un governo che alla lunga potesse spegnere l’incendio. Ma Letta era un pessimo pompiere, adesso ci prova Renzi. Tutto qui. Se non fosse che la gente sta già cominciando a scorgere il trucco di questa spudorata “operazione valium” anti-populismi. Il virtuosismo comunicativo del sindaco di Firenze sta già infrangendosi sugli scogli della realtà e della matematica. Già perché non puoi promettere una riduzione fiscale a bocce ferme, senza tagliare mezzo posto di lavoro e mantenendo al contempo intatti tutti i vincoli imposti da Bruxelles. Qualcuno lo devi scontentare e la realtà economica presenta tali criticità da costringerti a scegliere inevitabilmente tra la clava europea e i forconi italiani. Inoltre i populisti hanno il vantaggio di aver già scelto: in caso di vittoria manderanno a quel paese l’euro e l’Ue, con grande decisione e rapidità. Ne consegue che in caso di esitazione del governo le elezioni qui le vinceranno loro.
Carl Schmitt sosteneva che in politica è fondamentale la scelta del nemico. Renzi per il momento vuole fare l’amico di tutti (errore che era costato il governo a Berlusconi) con il rapidissimo effetto di aver già reso scettici molti di coloro che lo hanno in un primo momento sostenuto. La sua funzione di ragazzo-immagine dei poteri forti si sta rapidamente rivelando. Lo aveva, per alcuni versi, previsto l’ex ministro Barca nella ormai famosa conversazione telefonica carpita con l’inganno dalla radio, nel corso della quale aveva descritto il clima di avventurismo emergenziale che ha fatto da cornice alla formazione dell’attuale governo. Il penoso quadretto offerto dalla recente visita a Berlino di Renzi che sottopone alla Merkel come uno scolaro le proposte sul lavoro per ottenerne il nulla osta ha dato la misura dello spessore politico del personaggio e del raggio d’azione entro cui si muove. Tra Berlino, Francoforte, Bruxelles, Londra, Washington, Wall Street, Tel Aviv, Cernobbio e i Cda delle banche, finanzieri finanziatori ed apripista con in mano le chiavi delle stanze che contano, tetri neocon americani mandati a controllare. Una rete di pressioni e condizionamenti così fitta da restarne soffocati. Una rete che in Italia punta su di lui per salvare la baracca.
In un paio di mesi questo clamoroso bluff potrebbe rivelarsi e l’intera operazione salva-euro, messa in atto dalle oligarchie finanziarie, evaporare nell’incendio generale appiccato dai nuovi temibili Visigoti.

* A cura di Marcello D’Addabbo

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AMERICAN HISTORY X (Capitolo Ucraina)

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Domanda: chi sono e da dove vengono i neonazisti che guidano la rivolta ucraina? Anche all’orecchio dell’osservatore più distratto sarà giunta, seppur per brevi cenni, la storia di Stepan Bandera, il leader dell’OUN-B (Organizzazione dei nazionalisti d’Ucraina) che collaborò con Hitler al tempo dell’invasione tedesca in Unione sovietica, salvo poi essere rimosso e deportato dall’alleato germanico dopo la proclamazione di indipendenza dello Stato ucraino, non gradita a Berlino. Dunque, si potrebbe desumere che una cellula dell’antica organizzazione sia sopravvissuta fino ad oggi, mantenendo accesa la fiaccola del nazionalismo più crudo e riapparendo, più di venti anni fa (1991), nelle vesti del partito “Svoboda” che oggi capeggia la rivolta di Piazza Majdan in un oceano di svastiche, teste rasate, croci celtiche, saluti romani e professionismo paramilitare.

La storia, in realtà, è più complicata di così. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, Bandera non si ritirò in buon ordine né visse da clandestino in patria, ma iniziò una nuova vita collaborando con i servizi segreti occidentali. Due su tutti: il britannico MI6 (dal 1948 al 1955) e il tedesco BND, dal 1956 fino alla morte, avvenuta tre anni dopo ad opera di un sicario del KGB. La sua carriera, quindi, si concluse in poco più di un decennio e senza grosse implicazioni, ma rimane significativa per comprendere in che modo i nazisti ucraini tentarono di riciclarsi e rendersi utili alla causa dei vincitori.

Meglio di Bandera, fece Mykola Lebed, capo della polizia segreta dell’ONU-B, che dopo un breve tratto di strada compiuto insieme al suo ex leader, collaborando alle operazioni di sabotaggio MI6 in territorio russo, decise di porsi al servizio del gigante più solido: la CIA. E lo fece creando una organizzazione di facciata, la Prolog Research Corporation, che operò indisturbata fino agli Anni Novanta con tanto di benedizione dello stratega e consigliere di Carter, Zbigniew Brzezinski. Fra i più attivi collaborazionisti con il colosso dello spionaggio americano si segnala anche Theodore Oberlanderg, ex capo del famigerato battaglione “Nachtigal” che giocava al tiro al bersaglio con qualunque “giudeo, russo o russofono” osasse comparire nel suo raggio d’azione. Durante un ciclo di conferenze, il militare s’imbatté in una avvenente ragazza ucraino-americana e ne diventò “padre spirituale”, condizionando profondamente la sua visione politica.

La fanciulla in oggetto, e ci avviciniamo all’oggi, è Kateryna Chumachenko, nata nel 1961 a Chicago da genitori ucraini immigrati negli States grazie alla mediazione della Chiesa Ortodossa. Ma questo non tragga in inganno. Fin da ragazza, la Chumachenko si legò, in barba all’ortodossia genitoriale, alla stravagante Chiesa Nativa della Fede Nazionale Ucraina, una setta dai nebulosi contorni impegnata nella propaganda di idee neonaziste. Il Tempio della congrega era a Chicago, vicino all’organizzazione dei nazionalisti Ucraini “Alleanza Nazionale” e alla locale sede dell’OUN-B di cui, ci racconta Giulietto Chiesa, Katy fu una indomabile attivista. In più, la nostra divenne presidente del “National Captive Nations Committee” e presidente della sezione di Washington dell’ “Ukrainan National comitte of America” (UCCA), un gruppo ispirato dal pensiero e dall’azione di Jaroslav Stetsko, braccio destro di Bandera.

Fin qui nulla di troppo strano. Una pasionaria neonazista, particolarmente infervorata e capace, che urla e sgomita all’interno di organizzazioni banderiane, serenamente incistate nel ventre dell’America democratica e rassicurate dallo sguardo sovrano e interessato della CIA. Ciò che appare incredibile è invece tutto l’altro segmento del curriculum della Chumachenko, impiegata dal 1986 al 1988 presso l’Ufficio del Dipartimento di Stato Americano nella Sezione Diritti Umani – lo stesso Dipartimento della Nuland, quella che ha dato 5 miliardi ai rivoltosi di Kiev -, alla Casa Bianca durante l’amministrazione Reagan (1988), al Tesoro sotto la governance di Bush senior (1989) e infine cofondatrice dell’Ucraina-Usa Foundation nel 1992. In una manciata di anni, ha frequentato tutti i pezzi grossi, da Clinton al Segretario della Nato Javier Solana.

Con Bush jr

Con Bush jr

Con Clinton

Con Clinton

Con Solana

Con Solana

Non c’è che dire, una carriera straordinaria per una nazistella di periferia, figlia di immigrati e adepta di una setta. E non è tutto. Perché poco dopo Kateryna diventerà la seconda moglie del presidente ucraino e banchiere di origine ebraica Viktor Yushenko, il predecessore di Yanukovich, eletto subito dopo la “rivoluzione arancione” del 2004 e copiosamente finanziato da Soros e dalle Ong di mezzo mondo. Ci sono due versioni diverse circa l’incontro che Cupido propiziò fra i due: alcuni sostengono che avvenne casualmente in aereo, altri ricordano che la Chumachenko fu spedita a lavorare come consulente bancaria, per un breve periodo, in uno degli istituti dove operava Yushenko, il KPMG Peat Marwick/ Gruppo Barents. In ogni caso, gli americani gliel’hanno messa nel letto e lei ha svolto egregiamente il suo compito condizionando le politiche del marito e convincendolo, ad esempio, a proclamare nel 2010 Bandera eroe nazionale.

Dunque, ricapitoliamo. Finita la guerra, gli americani misero a libro paga i nazisti ucraini in funzione antisovietica e accettarono di ospitare sedi e strutture affinché la loro ideologia sopravvivesse nei decenni a venire, ben consapevoli che quella riserva di fanatico odio anti-russo sarebbe venuta utile prima o poi. Così, decisi a strappare l’Ucraina all’area di influenza Russa, hanno pensato bene di giocare su due tavoli: da un lato agitando le bandiere di libertà e democrazia (la rivoluzione colorata) e dall’altro riattizzando il nazionalismo ucraino (la risalita di Svoboda et similia). L’ex première dame Kateryna Chumachenko è stata l’incarnazione perfetta della sintesi fra queste due anime apparentemente antitetiche, eppure capaci di conciliarsi, strumentalmente, in una sola persona. Nazista ma sposata con un banchiere ebreo, nazionalista ma al servizio del potere atlantico, devota seguace di macellai ma zelante impiegata presso la Sezione Diritti Umani del Dipartimento di Stato americano, Lady Katy è la figura simbolo della geostrategia sovversiva americana. Non è una goccia nell’oceano del caos, guai a pensarlo. Lei è il metodo. Il metodo strabico della sovversione impazzita.

UCRAINA 2014. É l’ultima sveglia

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Ha ragione Giulietto Chiesa quando tratteggia una equivalenza, a parti invertite, fra Ucraina 2014 e Cuba 1962. Due operazioni molto diverse, ancorate a contesti storici del tutto differenti, ma concertate al medesimo scopo: portare i missili a un tiro di schioppo dal nemico. L’obiettivo di chi ha tirato i fili della rivolta di piazza Maidan non è semplicemente quello di amputare un pezzo della sfera di influenza russa trascinandolo nell’alcova europea, ma di far entrare (almeno) la parte occidentale dell’Ucraina nella Nato, omaggiandola così di una serie di basi, armamenti e soldati che lì prenderanno dimora e non si muoveranno più. Per questo gli Stati Uniti hanno investito cinque miliardi di dollari (l’ha ammesso candidamente Victoria Nuland, quella del “Fuck Europe”) in un’operazione che, però, nonostante la fuga del “dittatore” Yanukovitch, in realtà regolarmente eletto, la liberazione della Tymoshenko e l’ascesa al potere dei suoi sodali, è tutt’altro che finita. La vera partita a scacchi inizia adesso.

L’Ucraina è un paese diviso in due: una parte russofona ed ortodossa ad Est, ed una occidentalista e legata, culturalmente e storicamente, alla Polonia ad Ovest. La mela con tutta probabilità si spaccherà in due. Putin conserverà la parte orientale, quella più industrializzata, garantendosi lo sbocco sul Mar Nero, la Crimea e un paese a conti fatti più controllabile, nonostante la presenza insidiosa di una notevole frangia nazional-religiosa comunque ostile a Mosca. Gli americani porranno le bandierine stars and stripes su quella occidentale, tentando di portare i missili sull’uscio dello Zar. E l’Europa rimarrà con il cerino in mano, costretta ad ingoiarsi la fetta della nazione più turbolenta, più popolosa e più povera, perché tale è l’Ucraina dell’Ovest che verrà strappata ai russi. Il Fondo Monetario ha già avvertito di avere in tasca una ricetta miracolosa per la ripresa economica, a patto che gli ucraini “facciano le riforme”. Cosa questo significhi, mezzo mondo l’ha imparato sulla propria pelle e ora lo imparerà anche il popolo di Maidan cioè i rivoltosi filo-occidentali che hanno scatenato la rivolta per giorni, sequestrato persone, dato fuoco ad esseri umani vivi, producendosi in una raccapricciante spirale di orrore sapientemente tacitata dai media occidentali. Dal punto di vista dell’UE non è un grande affare, ma non lo è nemmeno per le frange neonaziste rivoltose: dall’abbraccio potenziale di Putin a quello senza scampo della Troika passa un oceano di lacrime e sangue. Faber est suae quisque fortunae.

Piuttosto, bisogna rilevare, ancora una volta, l’immutabile refrain di questi ultimi anni: la Russia non sa far altro che difendersi. E questa volta non è detto nemmeno che ci riesca perché imporre agli americani di non piazzare basi Nato in Ucraina, il “Rubicone” della trattativa, sarà impresa ardua. Ma il dato resta. Dopo una quantità esponenziale di rivoluzioni colorate, di “primavere russe” agitate sotto il Cremlino, di guerre civili scatenate ad arte (Siria e Ucraina), di donne a seno nudo spedite quotidianamente a Mosca allo scopo di far indignare il mondo, non si capisce cos’altro debbano fare gli americani per convincere Putin che resistere non basta, che bisogna superare il confine della Federazione e portare l’offensiva in campo nemico. Non con le bombe, ovvio, ma con un’opera di propaganda più sottile. E più efficace. Perché – lo ripeteremo fino alla noia – i russi non aprono un network in ogni paese occidentale senza costringere l’europeo medio, ammesso che ne abbia voglia, a scandagliare la verità nei fondali della contro-informazione? Perché non dare una vagonata di rubli agli indipendentisti del Texas o al Tea Party, applicando il metodo-Usa della guerra sul campo nemico per interposta persona? Domande che non avranno mai risposta.

Molto giustamente, Noam Chomsky ha sostenuto che Kruscev piazzò i missili a Cuba nel 1962 per raddrizzare l’equilibrio globale e rispondere all’imperialismo senza freni che gli americani stavano scatenando. Come noto, in cambio del ritiro chiese la disinstallazione dei missili Usa in Italia e Turchia che, sei mesi dopo, furono rimossi. Chi abbia vinto quel braccio di ferro rimane un enigma interpretativo della storia. Secondo la vulgata, lo sconfitto sarebbe Kruscev, piegato dalla fermezza americana e sepolto dall’imbarazzo del Politburo. In realtà, anche se nessuno lo ricorda, nel campo avverso le valutazioni non furono meno tetre. Ecco ciò che disse il generale di aviazione Curtis LeMay al Presidente Kennedy: “È la più grande sconfitta della nostra storia”.

Cosa insegna l’aneddoto? Che ottenere vittorie notevoli di cui nessuno conosce i dettagli (Siria) o proiettare solo immagini olografiche (Sochi) per testimoniare la propria grandezza non basta. A volte bisogna proiettare anche la propria volontà di potenza. Qualcuno lo spieghi allo Zar. E pure ai cinesi, prima che si facciano completamente circondare dal Pivot to Asia di Obama.