SVALUTARE L’EURO NON SERVE. VI SPIEGHIAMO PERCHÉ

di Leonardo Petrocelli

La grandezza dell’euro è tutta nella sua “forza”. Questo ci avevano insegnato i padri della moneta unica, e pure i figli e i figliocci, dipingendo le infinite virtù della super-valuta, quella stabile, solida, sicura, che avrebbe sfidato il dollaro, rimesso in riga i barboni sempre pronti a svalutare per non fare le “riforme” (leggi Italia), consentito a voi servi della global di girare il mondo pagando nulla e permesso a tutti noi poveri europei, senza petrolio né gas, di acquistare materie prime a buon prezzo, superando così un ostacolo storico. A questo assoluto ci siamo votati per interi lustri, mettendo al rogo i contestatori e portando in processione il dogma dell’euro forte come una mandonna pellegrina su un tappeto di imprese estinte e popoli alla fame. Almeno, fino al colpo di scena.
Sì, perché prima alla chetichella e poi a tutto gas, con una giravolta concettuale degna dei più spettacolari balli viennesi, è arrivato il contrordine. Via il dogma, si cambia tutto e poco importa se siete morti in suo nome. Basta con questa moneta fortissima che mortifica l’export e inibisce la ripresa. Bisogna – orrore, orrore – svalutare (loro dicono deprezzare), anzi far crollare l’euro oltre il 20% fino a sfiorare la parità con il dollaro. Quello che un tempo era ritenuto un abominio, Draghi e sodali lo annunciano ora come un trionfo squadernando sul tavolo la solita lista di virtù. D’altronde, non vedete? Grazie ai 60 miliardi al mese iniettati dalla Bce l’Europa sta già rifiorendo rigogliosa come il giardino dell’Eden: scende lo spread, calano i rendimenti dei titoli di Stato sul mercato, le esportazioni sono destinate ad esplodere e le banche hanno adesso tanti bei soldi da prestare a imprese e famiglie, esattamente come NON hanno fatto finora.
Ora, sarebbe vuoto divertimento ironizzare sulla piroetta del cialtroname eurocratico ed anche sugli allarmi che per anni sono stati lanciati in tema di svalutazione (soprattutto con riferimento alla lira) non ultimo quello della De Micheli (Pd), sottosegretario all’economia, che in televisione ha chiosato: “Alla svalutazione della nuova lira del 30% corrisponderebbe un calo del Pil del 30%”. L’euro è crollato circa del 26% e il Pil, per brutto che sia, ovviamente è rimasto quello. Purtroppo al suo posto è rimasta pure la De Micheli nonostante il popolo del web ne chieda a gran voce le dimissioni. Ma signori, vi sfuggono i dettagli del ragionamento: se l’euro si svaluta è una gran cosa, se torniamo alla lira e questa si svaluta, finiamo subito in malora. Perché la svalutazione è una cosa buona, anzi cattiva. Chiaro, no?
Ci ripetiamo: questi sono vuoti divertimenti. Più interessante è domandarsi se il deprezzamento dell’euro sia davvero una manna dal cielo o solo un disperato palliativo che non eviterà l’inevitabile. Quindi, sveliamo subito l’assassino. Il costo ora più vantaggioso delle merci italiane segnerà un relativo miglioramento del nostro export verso i paesi fuori dall’Eurozona, ma lascerà inalterati i rapporti interni all’unione monetaria lì dove si consuma circa la metà del nostro traffico (le stime oscillano tra il 45% e il 55%). E non solo il nostro perché altri paesi, come la Francia, esportano soprattutto verso i cugini confinanti in percentuali che, stavolta, sfiorano il 65%. Questo il dato nudo e crudo che, però, abbisogna di parecchie riflessioni integrative. Innanzitutto, quali sono i nostri principali riferimenti fuori dall’area euro, in un mercato globale sostanzialmente flagellato dalla deriva euro-idiota del nostro continente? La Russia ce la siamo giocata con l’allegro binomio sanzioni&tensioni. Rispetto ai Paesi dell’Opec sconteremmo il maggior costo del dollaro in euro a tutto svantaggio della nostra bilancia energetica. L’Africa non è un grande partner, il Mercosur nemmeno perché, ci informa l’analista Maurizio Gustinicchi, “hanno risposto alla nostra austerità con altrettanta austerità” distruggendo la propria domanda. Certo, c’è la Cina. Ma chi mangia italiano e guida Ferrari all’ombra della Muraglia difficilmente entra in crisi mistica per marginali variazioni del prezzo e quindi il dato rischia di rimanere invariato. Chi resta? Gli Stati Uniti. E infatti tutte le trombe delle vittoria suonano in direzione dell’Atlantico. Gli americani compreranno i nostri beni, verranno sempre più spesso in Italia, acquisteranno qui l’iPhone e non in patria, e via esultando. Naturalmente, ciò che vale per noi vale anche per gli altri paesi europei e, dunque, la conclusione del teorema è che gli Usa debbano caricarsi sulle spalle tutta la zona euro e condurla alla gloria. Non è un mistero, infatti, che chi esporta aiuta solo se stesso mentre chi importa aiuta il prossimo a risollevarsi. La ragione suggerisce però che gli americani non accettino di assorbire così supinamente questo surplus di offerta e preparino la riscossa. Si aspetta, insomma, la contromossa della Fed che, come suggerisce l’economista Guido Aletta, potrebbe in ipotesi essere la seguente: “Una acquisizione stabile di euro da parte della Fed, ad incremento della sua riserva in valuta estera, non avrebbe molto senso: si esporrebbe, davvero inutilmente, a potenziali perdite sul cambio. La Fed potrebbe invece ritirare gli euro, che girerebbe subito alla Bce con un currency swap. In pratica, la Bce si ritroverebbe a dover riacquistare dalla Fed gli stessi euro che aveva appena immesso in circolazione per far riprendere quota all’economia europea”. E addio ai sogni di gloria.
Ma torniamo sotto le stelle circolari del Vecchio Mondo. Sempre a proposito di export, serve ricordare che le merci di Francia, Spagna e Germania, in seguito al deprezzamento, subiscono lo stesso aumento di competitività delle nostre e, quindi, essendo la guerra commerciale italiana una guerra essenzialmente intra-europea (il nostro competitor su mobili, vini, abiti e formaggi non è certo la Cina…) dovremo comunque continuare a cercare di rendere le merci sempre più appetibili. Come? Ribassandone ulteriormente il prezzo sulla pelle dei lavoratori, non potendo operare sulla moneta in rapporto alla zona euro. In altre parole, la svalutazione dei salari in luogo di quella del cambio che, poi, è il meccanismo perverso all’origine della macelleria sociale, quasi tutta targata centro-sinistra, Schroeder in testa, in atto nel continente da un bel po’ di anni a questa parte.
E dunque, così ragionando ci siamo finalmente approssimati al punto nodale della faccenda, già citato in precedenza: anche dopo la svolta, i rapporti interni all’area dell’euro rimangono del tutto invariati perché la moneta si deprezza per tutti e, dunque, nulla cambia. Tranne un dato. Ammettendo che l’incremento di esportazioni verso Usa et similia ci faccia rivivere un meraviglioso boom economico che strada prenderebbe la ricchezza così generata? Risposta semplice, quella del Nord Europa. Cioè ricominceremmo, di nuovo, a comprare i prodotti tedeschi magari indebitandoci per sostenere l’impresa e provocando un peggioramento del saldo estero. Si obietterà che, però, nei nostri bilanci non si vede traccia, da tempo, di decifit commerciale: gli italiani importano meno di quanto esportano. Vero, ma questo è dovuto sostanzialmente alla cura da cavallo cui il governo Monti ci ha sottoposto, distruggendo la domanda interna a colpi di tasse, riforme e tagli e, dunque, una volta aumentato il benessere, la corsa all’acquisto della Golf ricomincerebbe a pieno regime perché, storicamente, le importazioni italiane seguono fedelmente l’andamento del reddito nazionale. In poco tempo risentiremmo odor di debiti e indi di Troika. Seconda obiezione: ma se non ci fosse l’euro e a svalutarsi fosse la lira, non succederebbe lo stesso? No, perché a quel punto la maggior richiesta di prodotti teutonici farebbe apprezzare il marco rendendo la Golf poco conveniente (si chiama “effetto di sostituzione”) e quindi…Auf Wiedersehen, Frau Merkel. E invece niente, la Germania non rivaluta perché la moneta unica non lo permette, impedendo al mercato di funzionare, e costringendo tutti a procedere sempre sullo stesso binario mortifero.
Alla fine, l’avrete capito, il vero problema non è il rapporto di cambio nominale euro/dollaro ma quello Italia/Germania. Per riconsegnare l’Europa ad una sana dinamica interna – e quindi restituire al mondo il suo più grande mercato – serve che i cambi delle nazioni, specchio delle specifiche economie, possano muoversi liberamente compensando gli squilibri e correggendo i surplus. Forte o debole che sia, la gabbia d’acciaio dell’euro non dà scampo. Lo diciamo con Alberto Bagnai: “È inutile girarci intorno: il riallineamento che serve all’Italia, al Sud Europa e al mondo intero è in primo luogo un riallineamento interno all’Eurozona che rimetta in piedi quella che un tempo era una zona ricca e prospera, corrispondente a più di un quinto dell’economia mondiale, e che è diventata oggi il buco nero della domanda mondiale”. Gli utili tsipridioti prendano appunti.

SANGIULIANO: “VI RACCONTIAMO IL REICH DI ANGELA…KASNER”

È la quarta potenza mondiale dopo Stati Uniti, Cina e Giappone. Riposa appena sotto il podio in termini di Pil nominale, è quinta per potere d’acquisto dei suoi cittadini, si classifica seconda per mole di esportazioni e importazioni. E, soprattutto, controlla un’area economica che si espande dall’Olanda alla Croazia, dai Paesi Baltici all’Austria. Coloro che credevano, anni or sono, di aver “normalizzato” la Germania e posto fine all’intramontabile “questione tedesca” si saranno ben presto resi conto di aver sbagliato i calcoli. Perché, ormai, il gigante che, tra vincoli economici, politiche di rigore, violazioni della sovranità e feroci pressioni, ha egemonizzato l’Europa possiede tutti i crismi di un Reich del Terzo Millennio.

Continue Reading

STAMPARE NON BASTA. Una tirata d’orecchie. Ai sovranisti.

tipografia

Qualche anno fa, nel circuito del pensiero non conformista, teneva banco una controinformazione economica argomentata e puntuale. Parlava di signoraggio e sovranità monetaria, prodigandosi in una narrazione che non conosceva pressapochismo, sostenuta com’era da cifre, dati, documenti, analisi, ricapitolazioni storiche e aggiornamenti continui. A portarla avanti erano pochi ma ben attrezzati pionieri, disposti ad andare avanti nonostante lo spettro di quella riserva indiana nella quale sapevano di confinarsi. Per tanti motivi. Non ultimo l’illusorio e generale benessere che impediva al cittadino di interessarsi a verità che lo avrebbero bruscamente ridestato dal sogno americano nel quale s’era immerso beato fino alla cima dei capelli.

Poi lo scenario è cambiato. È arrivata la crisi e qualcuno, buttato giù dal letto dalla mestizia dei tempi, ha iniziato a prestare orecchio alle parole di queste cassandre inascoltate che tanto si erano spese in tempi non sospetti. Con il risultato di rendere di pubblico dominio ciò che prima era appannaggio di qualche iniziato, esiliato nella riserva. Ormai non si contano più i siti, i libri e i documenti dedicati al problema della sovranità monetaria, recentemente approdata perfino da Santoro per bocca di una coraggiosa imprenditrice veneta. Benissimo, si dirà. Vero, se non fosse che proprio quando sarebbe stato necessario infliggere il colpo di grazia e raccontare al mondo, per filo e per segno, fatti e misfatti di secoli di usura, il livello della controinformazione si è spaventosamente abbassato. Giacinto Auriti non c’è più. Ora a suonare le trombe della rivoluzione monetaria sono i blogger di venti-trent’anni che riempiono la rete di citazioni poundiane, vecchi slogan, frasi fatte. Chiedete loro che differenza c’è fra il mercato primario e quello secondario e non vi sapranno rispondere. Non a caso, non potendo scendere troppo nei dettagli per manifesta ignoranza, il piano per la liberazione dell’umanità è stato ridotto all’osso: nazionalizzare la banca centrale di turno e stampare tutta la moneta che serve ad appianare il debito e rilanciare l’economia. Stampare, stampare, stampare. Una tipografia salverà il mondo.

Naturalmente, qualunque economista liberista, anche il più scarso della nidiata, farebbe carne di porco di questi sovranisti della domenica. Non serve essere laureati ad Harvard per capire che stampare valanghe di soldi e gettarli nel sistema significa privarli immediatamente del loro valore e ridurli a carta straccia. È per questo motivo che le Banche Centrali, dicono loro, devono rimanere indipendenti dal potere esecutivo e cioè per garantire che gli stati non si divertano ad azionare la macchina fabbrica-denari ogni cinque minuti e per qualunque capriccio. In realtà, sappiamo bene, la cricca finanziaria non è migliore dei governi che pretende di disciplinare: la moneta creata ex nihilo dagli usurai e data in presto a Stati e cittadini finisce per generare un sistema in cui, alla lunga, l’ammontare generale dei debiti supera spaventosamente la liquidità necessaria per rimborsarli. Ironia della sorte, la grande finanza che emette “moneta debito” e gli allegri stampatori della “moneta libera”, seppur per ragioni diametralmente opposte, ci conducono entrambi verso il medesimo precipizio perché dimenticano, o fingono di dimenticare, una necessaria verità: la moneta deve essere sempre agganciata a qualcosa, altrimenti il sistema esploderà sotto il peso di quanto artificialmente creato dalla bulimia umana, angelica o diabolica che sia.

La massima è valida sempre, anche nel caso delle sperimentazioni più audaci. Thaddeus Coleman Pound, il nonno del più famoso Ezra, emise una propria moneta garantendola con il legname della sua segheria. Nel 1931, nel villaggio minerario bavarese di Schwanenkirchen, vi fu la prima emissione di moneta deperibile, la Wara, concepita sul modello di quella immaginata da Gesell. Protagonista dell’iniziativa fu il signor Hebecker, proprietario della locale miniera, che si premurò di coprire l’emissione alla pari con un deposito di 40mila reichsmarks presso la banca del paese. La stessa operazione fu portata avanti, poco tempo dopo, da Michel Unterguggenberger, sindaco della cittadina tirolese di Woergl, che iniziò a battere la cosiddetta “moneta (deperibile) del lavoro”, anche in questo caso coperta di un deposito di scellini di identico valore. L’elenco potrebbe continuare ma la morale è sempre la stessa: ogni emissione monetaria deve essere garantita e coperta, non solo per condurre l’eretica battaglia in tutta sicurezza, ma soprattutto perché altrimenti la quantità di denaro stampata sarebbe frutto di una scelta totalmente arbitraria e priva di ogni ancoraggio alla realtà. Quanti, in questi anni, hanno percorso la pur interessante strada della “moneta complementare”, stampando e distribuendo gratuitamente dei talloncini con i quali coprire il 10% di ogni spesa effettuata in euro presso i negozi coinvolti nell’iniziativa, hanno avuto il problema di quante cedole mettere in circolo. Non essendo ancorate a nulla, rischiavano di essere troppe (con l’effetto di far rialzare i prezzi) o troppo poche (con l’effetto, altrettanto deleterio, di essere ininfluenti).

Storicamente, è stato l’oro l’aggancio classico della moneta. Tuttavia, si tratta di un accorgimento iniquo perché sbilancia i rapporti di forza in favore di chi può acquistare (o estorcere) vagonate del biondo metallo e condanna gli altri, più poveri in partenza e quindi sempre più poveri in seguito, a raggranellare qualche pugliuzza alla periferia dell’impero. Con il risultato di avere scarse riserve e, dunque, scarsa quantità di moneta da mettere in circolo. E allora, come si potrebbero coprire i denari del domani? La domanda non è da poco.

Per evaderla nel modo corretto, serve rifarsi ad un esempio storico e concreto. Purtroppo per i benpensanti (copritevi gli occhi), ci toccherà prendere in esame la politica monetaria del Terzo Reich, quella che a scuola e all’università non si studia mai, perché c’è Auschwitz e tanto basta. Eppure, come vedremo, l’insegnamento che se ne potrebbe trarre è grande, avendo il nazionalsocialismo raccolto una nazione economicamente distrutta per trasformarla, in una manciata di anni, nella florida macchina da guerra che avrebbe messo a ferro e fuoco l’Europa. Come hanno fatto? Con l’unico esperimento dirigista riuscito in quegli anni, anche grazie alle felici intuizioni di Hjalmar Schacht, l’ebreo (eh sì) che astutamente Hitler mise a capo della Banca Centrale del Reich, dalla quale iniziò subito a stampar moneta per ripagare i creditori della Germania.

Hjalmar Schacht

Hjalmar Schacht

Ecco – dirà l’allegro stampatore – avete visto? Azionando una leva tipografica hanno risolto tutto!”. No, la questione non è affatto così semplice. È vero che il Reich iniziò a risollevarsi stampando moneta, ma è anche vero che impose ai creditori, cui il denaro veniva elargito, una clausola ferrea: i reichsmarks di nuovo conio potevano essere spesi solo in Germania, cioè per comprare le merci tedesche. In questo modo il denaro emesso dal nulla riacquistava consistenza, rientrando sotto forma di consumo, e dunque di stimolo all’economia, nel ciclo produttivo. Ma nemmeno questo modus operandi convinse fino in fondo i nazisti: stampare a tali condizioni era sostenibile, ma non stampare affatto sarebbe stato meglio. Ed ecco allora profilarsi la svolta, così come spiega Maurizio Blondet cui dobbiamo buona parte di questa analisi: “Ben presto, il sistema sviluppò, quasi spontaneamente, accordi internazionali di scambio per baratto: la Germania non aveva più bisogno di valuta estera (dollari o sterline) per comprare le materie prime di cui necessitava, perché non vendeva né comprava più. Per il grano argentino dava in cambio i suoi (pregiati) prodotti industriali; per il petrolio dei Rockefeller, armoniche a bocca e orologi a cucù. Prendere o lasciare, e le condizioni di gelo del mercato globale non consentivano ai Rockefeller di fare i difficili”. Se vi sembra preistoria, se quanto esposto vi appare come un meccanismo arcaico e dilettantesco oggi irreplicabile, sarà sufficiente citare i recentissimi accordi, ancora in via di perfezionamento, fra Russia e Iran che prevedono barili di greggio in cambio di prodotti industriali. Lo scopo è diverso (far uscire Teheran dall’isolamento imposto), ma il metodo è lo stesso. Lo diciamo con Gene Wilder: “Si può fare”. Anche oggi.

Liberati i marchi dall’incombenza degli approvvigionamenti, Hitler poté, a questo punto, stampare per inaugurare un grande progetto di opere pubbliche, mirato al riassorbimento della disoccupazione. Ma seppe fermarsi in tempo. Per risolvere il terzo problema, quello del rilancio dell’industria, i nazisti s’inventarono infatti un metodo diverso. “Nel sistema hitleriano – riprende Blondet – è direttamente la Banca Centrale di Stato a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo a loro favore dei fidi, lo fa autorizzando gli imprenditori ad emettere cambiali garantite dalla Stato. È con queste promesse di pagamento (dette “effetti MEFO”) che gli imprenditori pagano i fornitori”. Cerchiamo di essere ancor più precisi del Nostro: MEFO era l’acronimo di Metallurgische Forschungsgesellschaft, una “scatola” vuota in nome della quale furono emesse delle obbligazioni in qualunque momento scontabili presso la Reichsbank. Un grosso rischio dunque: se gli imprenditori fossero andati a riscuotere, il Reich avrebbe fatto bancarotta perché la MEFO e i suoi capitali, semplicemente, non esistevano. Ma i capitani d’industria non lo fecero mai per due ragioni: la grande fiducia che gli attori dell’economia nutrivano verso il governo e, soprattutto, perché il circuito Stato-impresa gestì l’esistenza di questa specie di “moneta industriale”, di truffa a fin di bene, senza che nessuno sapesse niente. Il docente di scuola ignorava l’esistenza dei MEFO e, come lui, la stampa e gli osservatori internazionali, con tutte le conseguenze del caso.

Si potrebbe continuare a ragionare a lungo sul misconosciuto “miracolo hitleriano”, per esempio parlando dei surrogati (invece di importare benzina, si trovò il modo di fabbricarne una versione sintetica dal carbone o dalla gomma) o di fattori immateriali come l’innata disciplina del popolo tedesco. Ma ciò che importa sono le conclusioni: pur potendo stampare vagonate di marchi i nazisti non lo fecero, anzi cercarono, a volte con grande fantasia, di ingegnarsi in tutti i modi possibili e immaginabili pur di non stampare troppo. E questo non solo per aggirare le sanzioni di Versailles (noi ne avremmo di peggiori) o evitare di attirare sguardi ostili e indiscreti (anche qui non siamo messi meglio), ma soprattutto perché cercarono di applicare, nel modo più saggio possibile, una regola aurea: il denaro creato dal nulla non produce inflazione soltanto se ancorato all’economia reale cioè alla produzione industriale. Anche in questo caso, però, sarebbe bene trovare uno stratagemma alternativo (come i MEFO, il baratto o i surrogati) da affiancare ai soldi correnti, da “fabbricare” soltanto ove non esista una soluzione diversa. Nella fattispecie, Hitler stampò marchi per iniziare ad appianare i debiti e per assorbire la disoccupazione, ma non lo fece per disciplinare il commercio con l’estero e il rilancio delle imprese. La lezione sulla ‘tentazione tipografica’ è chiara e la mettiamo fra virgolette: “Dove non serve, non fatelo, ma dosate le forze. In questo modo, il sistema sarà equilibrato e l’inflazione non crescerà” (in Germania salì appena di 4 punti in cinque anni).

Tornando all’Italia agonizzante del 2014, la parentesi storica appena esposta fornisce indicazioni preziose. Parzialmente ripudiato o ristrutturato il debito, e recuperata la sovranità monetaria, Roma dovrebbe cercare di pianificare il rilancio senza cedere alla tentazione di indebitarsi di nuovo ma anche evitando pericolosissime derive semplificatrici. Stampare, lo avrete capito, non basta, ma è un esercizio di indipendenza e libertà che funziona solo se inserito in un più ampio disegno strategico. Che non ha nulla di ovvio o di banale. Da cui un caldo consiglio ai sovranisti della domenica: abbassate la saracinesca della tipografia e iniziate a studiare.