DA DOVE VENGONO I POVERI?

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di Leonardo Petrocelli

Nel suo celebre libro La grande trasformazione (1944), Karl Polanyi si pone la stessa domanda degli osservatori inglesi della seconda metà del Settecento: da dove vengono i poveri? Un interrogativo sciocco, in apparenza, e probabilmente privo di senso per l’osservatore contemporaneo, da sempre addestrato a credere che “i poveri” – nell’accezione comunemente data al termine – siano esistiti in ogni anfratto della storia umana, nel Settecento come al tempo degli assiri. Eppure, in Inghilterra, a nessuno era venuto in mente di domandarselo prima.

Cosa aveva destato l’improvvisa curiosità dei pamphlettisti? Banalmente, l’inaspettato apparire, scrive Polanyi, “di una massa enorme di persone più simili a spettri che ad esseri umani”, un esercito di “indescrivibili animali del fango” che si trascinava per l’Inghilterra mendicando sussidi statali e migliorie per la propria condizione. Un fatto inaudito, per l’epoca. Di riflesso, tutti si adoperarono per individuare l’origine del male: ci fu chi puntò il dito contro la scarsità del grano, chi contro la cattiva alimentazione, chi contro i salari agricoli troppo alti o troppo bassi, chi contro l’inettitudine dei lavoratori, chi contro le abitazioni “disadatte”, chi contro il consumo di droghe. Harriet Martineau arrivò a sostenere che gran parte del problema derivasse dall’abitudine, tutta britannica, di bere tè (?), di cui si consigliava la sostituzione con “la birra fatta in casa”.

Naturalmente, all’origine dello scenario da Walking Dead in cui era precipitata l’Inghilterra non c’era nessuna di queste (più o meno) deliranti motivazioni. La verità era altrove. Per inseguirla, Polanyi si getta in una analitica ricostruzione della legislazione proto-lavoristica in voga al tempo, trascinando lo sventurato lettore per pagine e pagine di bizantinismi e speculazioni socio-giuridiche. Ma proprio quando quest’ultimo, ormai mostruosamente appallato, si avvia ad abbandonare ogni speranza di giungere ad un epilogo comprensibile, ecco Polanyi enunciare, d’emblée, la soluzione in modo fulminante (e stranamente sintetico): il problema risiederebbe nel “rapporto fra pauperismo e progresso”.  Più cioè la società va avanti, evolve, innova, si urbanizza e genera ricchezza – in una parola “progredisce” – più aumentano i poveri. Non sarà infatti sfuggito a chi mastica un po’ di storia che l’Inghilterra cui si riferisce Polanyi, quella a cavallo fra Settecento e Ottocento, è precisamente la nazione che offrì al mondo il miracolo compiuto della rivoluzione industriale, della macchina al servizio dell’uomo e delle rotte commerciali moltiplicate. Ma, insieme a tanta opulenza, la perfida Albione inaugurò anche un’altra cosa, altrettanto sconosciuta: la disperante povertà di massa. “Niente – scrive Polanyi – salvò il popolo inglese dagli effetti della rivoluzione industriale. Una fede cieca nel progresso spontaneo si era impadronita della mentalità generale e con il fanatismo dei settari anche i più illuminati premevano per un cambiamento senza limiti né regole della società. Gli effetti della vita sulla gente erano tremendi al di là di ogni descrizione”.

L’esistenza di un nesso causale fra pauperismo e progresso non sfuggì nemmeno a De Tocqueville che, in un’opera a questo dedicata (Il pauperismo, 1835), fornisce alcuni dati illuminati. Nell’Inghilterra di quel periodo – racconta – c’era un povero ogni sei abitanti. Negli Stati all’alba del processo industriale il rapporto si decongestionava, calando a uno su venti. In quelli, infine, in cui la nuova civiltà progredita era presente solo a livello seminale, si scendeva ancora a uno su cinquantotto. Dati comunque alti, altissimi se si considera che nelle civiltà premoderne la percentuale dei poveri era intorno all’1%. Addirittura, come spesso ricorda Latouche, in tante civiltà africane la parola “povertà” non è mai esistita ed è stata introdotta solo all’arrivo degli occidentali e del loro modello industriale avanzato. Vale lo stesso per il Medioevo, la cui rappresentazione di mondo oscuro battuto da torme di storpi e derelitti è figlia esclusiva di una narrazione tutta orientata all’esaltazione del progressismo, la stessa che per decenni aveva nascosto la tragedia inglese post-rivoluzionaria, diluendola nel mai giustificato mito dell’“adattamento graduale” con l’ammissione di qualche sbavatura reazionaria (i luddisti) a condire la minestra.

Ma non è solo una questione di numeri. Perché, per pochi che fossero, i poveri sono certamente esistiti anche prima dell’irruzione della modernità, ma la loro condizione era ben diversa rispetto a quella dei loro omologhi settecenteschi. Come sostiene l’illustre medievista Michel Mollat Du Jourdin, i poveri nel Medioevo – quelli veri, da distinguere dagli adepti dell’indigenza volontaria – erano “sofferenti ma integrati”, cioè sostenuti e supportati da tutto un sistema di tutele, materiali e immateriali, che forniva a chiunque, perfino allo scemo del villaggio, un ruolo nella comunità. Senza, oltretutto, alcuna ricaduta morale perché tali dispositivi, lungi dall’essere, come l’assistenzialismo odierno, una forma di umiliazione per lo sventurato, fungevano da paracadute di dignità.

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Luddisti in rivolta contro le macchine tessili

Ora, se i dati si inscrivono nel quadro della certezza matematica, rimane il problema interpretativo. La società industriale produce povertà. Ma perché? Polanyi sostiene che ciò accada in quanto l’economia di mercato, anche quella embrionale, mercifica la terra, la moneta e il lavoro (cioè l’uomo), esponendoli ad ogni tipo di fluttuazione ed avviandosi, per questo, ad una inevitabile distruzione. È una verità che va completata. Di fatto, la rivoluzione industriale sconvolse definitivamente – quale terminale ultimo di un lungo processo – un ordine economico che aveva retto per secoli, pur fra ingiustizie e disparità, perché capace di imbrigliare il demone dell’economia nelle maglie della vita comunitaria, attraverso complessi sistemi rituali, cerimoniali e convenzionali. Gli scambi, i commerci, così come la produzione, hanno sempre avuto cittadinanza ad ogni latitudine e in ogni tempo, ma la “terza funzione” – subordinata a quella sacerdotale e guerriera – era tenuta sotto controllo, impossibilitata a debordare e, per capirci, a sradicare il contadino inglese dal campo su cui aveva sempre lavorato per precipitarlo nel deserto industriale del North West ove si sarebbe trasformato in un pericoloso mendicante urbano. In un “povero moderno”, solo, senza salvazione, totalmente dipendente dall’erogazione altrui di reddito monetario.

Ma ciò che ha distrutto questo equilibrio non assomiglia, come la vulgata insegna, ad una sorta di conquista dall’interno. L’economia non ha semplicemente detronizzato la politica, “possedendo” così la società in una sorta di golpe che basterebbe ribaltare per riportare le cose a posto (il famoso “ristabilire il primato della politica sull’economia”). Ha fatto di peggio e quasi il contrario. L’economia si è autonomizzata, è “uscita” dal ventre della civiltà per creare un immaginario alternativo, un universo parallelo, un mundus imaginalis di debiti e crediti nel quale ci ha trascinati tutti, rinchiudendoci a doppia mandata. Come il genio (jinn) delle favole orientali che, vellicando l’ingordigia del malcapitato con il prodigio dei tre desideri, finisce per intrappolarlo nella lampada. Non siamo posseduti, siamo stati mangiati, inglobati. La presa è avvenuta dall’esterno, non dall’interno. E ogni volta che il demone scuote il corpo – prima rivoluzione industriale, seconda rivoluzione industriale, rivoluzione telematica, rivoluzione digitale e ora smart manufactoring – noi che ci stiamo dentro siamo esposti al terremoto di turno. Allora come oggi: nell’era dell’orgia finanziaria, delle montagne di derivati, dei debiti non solvibili, della robotica che pensiona l’uomo senza margini di riposizionamento, dell’accerchiamento globale privo di zone franche, quale credete sarà la vostra fine?

Sì, esatto. Quella degli inglesi del Settecento, “spettri” e “animali del fango”. Certo, mutatis mutandis, qualcuno dà ancora la colpa al tè, come la Martineau secoli fa, ma le sciocchezze non cambiano la sostanza. E non la cambieranno neanche le ricette di destra e di sinistra, né tantomeno le bandiere rosse sventolate al sol dell’avvenire perché anche socialismo e comunismo, con tutti i loro derivati post-moderni, sono figli della rivoluzione industriale e dell’economia come “struttura” della società, cioè si agitano nella pancia del demone e non fuori da essa. Il che – naturalmente – non toglie valore strategico a tutte le battaglie contingenti che, ogni giorno, combattiamo anche noi discutendo su queste pagine di proprietà della moneta, banche centrali, finanza, trattati europei, Job’s act e Ttip. Fronti di lotta sacrosanti, necessari. Ma per portare il mondo fuori dal ventre del demone non basterà uscire dall’euro. Bisognerà uscire dalla lampada e rimettere l’economia al guinzaglio.

AMERICAN HORROR STORY

di Leonardo Petrocelli

Hillary Clinton sta male: lo sapevamo da mesi, nonostante lo sforzo dei media mainstream di oscurare la notizia, mettendo tappe qua e là. C’ha provato anche lei, twittando di essere rock solid steadiness, cioè solida come una roccia, dopo aver infilato l’improbabile trittico “allergia di stagione, colpo di sole, polmonite”. Bugie di cristallo, in frantumi dopo un attimo. Un pertinente avvertimento era giunto settimane fa dal sito Zero Hedge, poi ripreso da Maurizio Blondet, che evidenziava la presenza di un grosso omone, il dottor Oludotun Okunola, perennemente caracollante al fianco della candidata con in mano un iniettore di Diazepam (Valium), pronto all’evenienza. Per tacere del documentato ictus del 2013 sul quale calò subito un velo di ottimistico silenzio.

Di fatto, la Clinton non sostiene una conferenza stampa da oltre 270 giorni e i suoi comizi sono sempre intercalati da invalidanti e ripetuti attacchi di tosse. Il web, sulla faccenda, si è scatenato. C’è chi sostiene che soffra di gravi problemi neurologici, Parkinson in testa; c’è chi tira in ballo gli occhiali Fresnel a lenti doppie che la ex first lady indosserebbe per contenere i danni cerebrali dovuti ad un forte colpo alla testa, subito in seguito ad una brutta caduta; poi c’è l’evergreen della sifilide, contratta dall’allegro consorte, e la storia delle due-tre sosia che si alternerebbero nel sostituirla mentre lei agonizza in un letto, lontana dalle telecamere. Qualcuno, infine, non rinuncia a voler desumere la natura del suo male dalle smorfie deliranti in cui la Clinton si produce regolarmente, ma questo aspetto ci sentiremmo di minimizzarlo. Le fa anche Trump ed è un male già diagnosticato per cui non ci sono terapie: si tratta di demenza americana.

Ipotesi a parte, tutti però concordano su un punto: il problema per lei, anzi, per Loro, è serio. Ma ne siamo sicuri? Questa improvvisa esplosione mediatica che già sbatte la Clinton al tappeto non potrebbe giungere, infatti, in un momento più opportuno: in un recente sondaggio della Cnn/Orc (fatto uscire ad arte?), la democratica è tre punti dietro Trump e sulla sua testa sta per calare la bomba di Assange, quella definitiva, la bombshell di ottobre, la rivelazione delle rivelazioni che potrebbe affossarla una volta per tutte, se non proprio farle rischiare la galera. Insomma, la candidata che deve vincere, sta perdendo. E, allora, giunge propizia la possibilità di una pausa di riflessione, di uno spazio inatteso, nella convulsa campagna elettorale, per fermarsi un attimo e fare il punto della situazione. Il problema potrebbe trasformarsi in possibilità ed, almeno, allargare per un istante il ventaglio delle soluzioni.

La prima, più semplice, passata per la testa di molti, sarebbe quella di far fuori Trump e non solo in senso figurato: via l’anomalia, via il dolore. Qualcuno ci sta pensando, seriamente, e ha già intavolato il dibattito su come ci si dovrebbe comportare “se”. Ma perfino i pasticcioni del potere americano – quelli che hanno disseminato la scena dell’11 settembre di prove del complotto – sono stati sfiorati dal dubbio che l’operazione potrebbe trasformarsi in un autogol apocalittico.

E quindi ecco il Piano B, per quanto paradossale possa sembrare: anziché eliminare lui far fuori lei, cogliendo al balzo la palla della malattia e lasciandole un’uscita di scena dignitosa, da eroina vinta da un male oscuro, per sostituirla con qualcuno che potrebbe rianimare la partita e, magari, partecipare perfino a qualche conferenza stampa.

Contro questa tesi, tutta ancora da dimostrare, pesano però i nomi nella lista dei possibili candidati last minute, non propriamente dei giganti. Si spazia dal vicepresidente Joe Biden ai radicali (risate) Elizabeth Warren e Bernie Sanders, su cui torneremo, passando per John Kerry e perfino per la first lady Michelle Obama, la cui elezione ci condannerebbe ad essere mostruosamente appallati dalla retorica della prima-donna-nera-presidente. Speriamo di salvarci. In ogni caso, ci sembra di contemplare una versione squattrinata e molto kitsch di House of Cards con il rischio, per soprammercato, di un finale molto deludente. Qualora nessuno di tali affermati statisti dovesse risultare convincente, infatti, ci sarebbe la soluzione di ripiego: la Clinton che resiste fino alla fine, gettando il cuore (ad averlo…) oltre l’ostacolo, per passare poi la mano al suo vice, Timothy Michael Kaine, esperto senatore della Virginia, cattolico, sostenitore accanito del Ttip nonché amico di Alexander Soros, figlio di George. Da quelle parti, come si sa, non se ne salva uno.

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Alex Soros con Hillary e Tim Kaine

Ci siamo riservati di ventilare anche quest’ultima ipotesi – tutt’altro che peregrina – perché, nonostante la sua andatura da anatra zoppa e forse perdente, la Clinton è e rimane quasi insostituibile. A suo modo, lei è stata una fuoriclasse della politica americana, l’unica capace di superare la dicotomia bipolare dem-neocon per arrogare a sé tutti i desiderata del potere: da un lato quelli anti-russi, internazionalisti e finanziari dell’universo democratico, dall’altro quelli del nazionalismo territoriale israeliano dell’ala neoconservatrice. È la tempesta perfetta, la guerra dei (due) mondi contro il Mondo.

D’altronde, lo si capiva già dai generosi finanziatori della sua campagna elettorale, per oltre il 20% “innaffiata” dai sauditi. Da cui le dichiarazioni sul conflitto siriano (“la Casa Bianca può allentare la tensione che si è creata con Israele sull’Iran, solo facendo la cosa giusta in Siria”, cioè eliminare Assad) e sullo stesso Iran che lei, mesi fa, ha promesso di bombardare “entro i prossimi dieci anni” di fronte all’estasiato e plaudente pubblico del Dartmouth College nel New Hampshire. E memori del precedente libico saremmo tentati di prenderla sul serio. Soldi ben spesi, dunque, quelli di Riad che però non è l’unico generoso donatore. Completano la lista anche Kuwait, Qatar, Brunei, Oman e quella Norvegia che – fra centri studi olocaustici e premi Nobel per la Pace assegnati ai soliti immacolati (Obama, Ue, Opac) – si qualifica, ancora una volta, come una delle tante fogne a cielo aperto della vecchia Europa. Ci siamo dimenticati qualcuno? Sì, perché attraverso lo sgangherato Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, anche il governo italiota stacca annualmente alla Clinton Foundation un assegno compreso tra gli 89mila e i 222mila euro sotto forma di “sovvenzioni governative”. L’Italia finanzia la Clinton. Ovviamente con l’elargizione più sfigata della compagnia, migliore solo di quella della piccola Giamaica, ma tant’è, renzianamente, conta solo esserci.

Se questo è il versante geopolitico, non migliore è quello finanziario, irrorato dalla pecunia della Goldman Sachs dell’amico Lloyd Blankfein (accanto al quale la Clinton si è presentata spesso), dal solito Soros (padre) ed Haim e Cheryl Saban, le cui identità profonde sono lasciate alla vostra immaginazione. E poiché le disgrazie non vengono mai sole c’è poi un terzo filone da indagare che altro non è se non quella simpatica compagine che sta sempre dalla parte sbagliata: sindacati dei lavoratori, ambientalisti, femministe, gruppi LGBT+ (ora si scrive così, non chiedetemi perché) e quel che resta di Occupy. È il lascito del prode Bernie Sanders, scappato a godersi la pensione dopo l’endorsement a Hillary e dopo aver reso colto omaggio a Spengler e alla sua massima sulla sinistra che fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo (ma non è questo il caso). Ora, grazie a lui, nell’esercito della Clinton, l’un con l’altro abbracciati, figurano Wall Street e Occupy Wall Street, i sauditi oscurantisti e le femministe, la finanza e i sindacati, i guerrafondai con i cannoni e i pacifisti con i fiori da mettere nei cannoni, ma solo dopo che avranno sparato contro Assad, Putin e l’Iran. La tempesta perfetta, appunto, un capolavoro dell’orrore che, però, non riesce a stare in piedi per più di un’ora. Nonostante da quelle parti continuino a twittare di essere rock solid steadiness.

TURCHIA: CONTRACCOLPI DI STATO

di Marcello D’Addabbo

L’operazione “Valkiria” in salsa turca è fallita. Il Sultano-dittatore ha vinto, per il momento. Purtroppo non è ancora dato sapere se ci sia stato davvero un colpo di stato o sia andato in onda un film da premio oscar per la regia di Recep Tayyip Erdogan come alcuni sostengono. Per il momento si lavora su indizi e il primo è certamente l’inedita e incredibile rapidità con la quale il tentativo di presa del potere dei militari è fallito e la seraficità mostrata dal Presidente turco quando si è appellato al popolo in conferenza stampa dall’aeroporto di Istanbul, dopo aver messo in giro artatamente la notizia di una sua richiesta d’asilo all’estero, fuga con ripensamento e rapido rientro, previa inversione a “u” dell’aeromobile (Antonio Ferrari del “Corriere” sostiene che il Presidente fosse in realtà “in vacanza, a Marmara. È salito sull’aereo diretto ad Ankara, poi ha preferito dirigersi a Istanbul, avendo saputo che c’erano migliaia di persone ad attenderlo, assonnate ma festanti”).

Questa epopea liofilizzata, mandata in onda a velocità Twitter, consumata in poche ore attraverso appelli via smartphone ripresi goffamente dalla tv, come si conviene allo spirito del tempo della manipolazione satellitare e delle “rivoluzioni-social”, sa ovviamente di fasullo. Una commedia ben orchestrata per disorientare i turchi e gli spettatori , perché di questo si tratta, di tutto il mondo. Carpire il consenso del popolo, mostrarsi in difficoltà in difesa delle istituzioni democratiche – le quali ovviamente non hanno mai corso il benché minimo pericolo da quando lui è al potere (!) – al fine di giustificare la successiva maxi purga in corso in queste ore. Il pugno di ferro di Erdogan non si è solo abbattuto sui militari golpisti (o supposti tali: ovvero non sotto il suo diretto controllo), ma anche sui giudici con l’arresto di oltre 2700 magistrati.

Il vero colpo di stato alla fine lo ha realizzato lui, Erdogan. Ovviamente la famiglia Erdogan è corrotta (siamo in Turchia) e per questo era finita da tempo nel mirino della magistratura ma va ricordato come proprio quest’ultima in altri paesi (ad esempio il Brasile di recente ma potremmo anche citare l’Italia del ’92) è stata ed è uno strumento politico probabilmente manovrato da servizi esteri (qualcuno per caso sta pensando alla CIA?). Una ripresa del controllo militare e giudiziario ripulendoli da ogni influenza straniera, dunque, con il pretesto del golpe. Ma anche avvio di un regime che da pseudo autoritario si fa assolutista. La storia insegna che è la minaccia della guerra civile a dare a Cesare il pretesto per la dittatura. Ma il pretesto del golpe non poteva essere costruito completamente a tavolino, per quanto Erdogan conoscesse il progetto, il modo di sventarlo senza troppi problemi e, forse, avesse mantenuto i contatti con alcuni graduati golpisti ben addentrati.

Di fatto un’azione dell’esercito c’è stata , la tv di Stato occupata in stile golpe anni ’70, comunicati annuncianti alla nazione la presa del potere e il varo in breve tempo di una nuova Costituzione nonché future elezioni libere (come in Egitto si immagina). Il ponte del Bosforo era bloccato sul serio, i carri armati stavano sfilando nelle città, bloccati i social media, cannoneggiato sia il palazzo dell’intelligence che il parlamento, occupata la sede dello Stato Maggiore. Scontri armati ce ne sono stati tutta la notte lasciando sul terreno almeno 200 morti accertati. Certo ci sono delle stranezze, ad esempio molti soldati semplici turchi arrestati per il colpo di stato hanno detto che era stato raccontato loro che si trattava di una esercitazione (siamo alle solite), che non sapevano nulla del colpo e non vogliono farne parte, ma ai livelli più alti ci sono i segni di un’azione coordinata e coerente anche se fallita miseramente. La presenza di malumori crescenti in quello che resta dell’ala ultralaica e nazionalista del potere militare turco, erede dei generali kemalisti, “Giovani Turchi” filo occidentali, era attestata da tempo. Tuttavia quella componente, la “Gladio turca” cioè il gruppo “Ergenekon” sotto inchiesta nell’omonimo processo intentato qualche anno fa dal nuovo regime, sembra essere entrata in azione proprio all’indomani dell’ennesimo voltafaccia del Sultano ai danni dell’Occidente.

In Turchia tutti ricordano le riunioni dei generali turchi al Pentagono al fine di regolare i conti con Erdogan durante il suo primo mandato , quando assumeva pose da vendicatore del mondo islamico contro Occidente ed entità sionista, novello protettore dei palestinesi e federatore di Fratelli Musulmani, in protesta contro Israele anche a seguito dell’incidente della Mavi Marmara verificatosi il 31 maggio 2010. Poi il secondo Erdogan, anti russo nemico giurato della Repubblica Islamica iraniana, finanziatore dell’Isis, di nuovo amico di Israele e degli emiri sponsor del jihadismo anti-Assad piaceva di più all’Occidente , tanto da affidargli la missione di gestire i flussi di immigrati con tanto di elargizione miliardaria dall’Ue ed intese idilliache con la Merkel. I governi europei e Bruxelles facevano a gara a tirarselo nell’Ue il Sultano, almeno fino a pochi giorni fa. Già perché l’ultima svolta di Erdogan, questo camaleonte, non deve essere piaciuta molto alle cancellerie occidentali, alla Nato e Ue ancora meno.

Già, perché ora la Turchia dice di volere la pace con Bashar al-Assad, la distensione con l’Iran e con la Russia, cui il presidente turco ha rivolto le dovute e tardive scuse per l’abbattimento dello Sukoi sui cieli siriani (a questa svolta nelle relazioni è seguito immediatamente l’attentato all’aeroporto di Istanbul). Erdogan ha chiesto, quindi, un incontro con Putin che servirà a ribadire l’impegno turco al transito del Turkish Stream. Il sindaco di Ankara ha dichiarato che il jet russo fu abbattuto da persone leali al governo ombra e da un seguace del prelato radicale Fethullah Gulen “… per distruggere le relazioni della Turchia con la Russia”. Dichiarazioni che vanno in una direzione ben precisa. Altri indizi molto eloquenti si possono trovare nell’altro campo, dove all’inizio del colpo di stato i media occidentali e tutti i cosiddetti esperti ed analisti militari erano evidentemente favorevoli all’operazione in atto. La Casa Bianca era silenziosa. Il sostegno al governo di Erdogan mediante un suo post su Twitter, è arrivato solo dopo che è diventato ovvio il fallimento del colpo di stato. Washington è un amico piuttosto freddino, si direbbe. Dopo il fallimento del colpo di stato, Donald Tusk se n’è uscito, visibilmente arrabbiato, dichiarando che ora la Unione Europea cambierà le sue relazioni con la Turchia (sic!). Poi sul sito della UE, lo stesso Tusk ha espresso sostegno ad Erdogan “democraticamente eletto”, che classe da statisti!

Ma ciò che colpisce maggiormente è la furiosa presa di posizione turca nei confronti degli Usa. Sono state rivolte accuse precise di sostegno ai mandanti del golpe, indicando in Fethullah Gulen il grande manovratore della congiura, del quale il primo ministro Binali Yildirum ha chiesto l’immediata estradizione. A prescindere dal reale coinvolgimento di questo potente ex amico storico nonché finanziatore originario del premier turco, ciò che sorprende di più sono i toni accesi utilizzati dai turchi. Ma non è tutto, nel pomeriggio seguito al golpe l’attività alla base militare Nato di Incirlik, da cui sarebbero dovuti partire gli attacchi all’Isis è stata sospesa. Il turco ha chiuso lo spazio aereo ai velivoli militari consentendo solo il rientro dei jet in missione.

I funzionari americani si sono poi messi al lavoro con quelli turchi per una ripresa delle attività – ha detto Peter Cook, portavoce del Pentagono. La sospensione è stata motivata con la chiusura dello spazio aereo sull’area, decisa dalle autorità turche dopo il colpo di stato mancato ma in realtà l’intera base di Incirlik al momento è di fatto inutilizzabile e le autorità turche hanno tagliato persino l’energia elettrica (affronto inaudito) come confermato dallo stesso consolato Usa di Adana, capoluogo della regione a 12 chilometri dalla base aerea.

Ankara ha disposto una sorta di stato d’assedio alla base statunitense, vietando tutti i movimenti in entrata e in uscita, anche se Washington cerca di non esasperare i toni. Fonti americane hanno precisato che si sta cercando di ottenere spiegazioni dal governo di Ankara ma l’Eucom, il Comando delle forze USA in Europa, ha posto in stato di massima allerta difensiva tutte le forze Usa di stanza in Turchia. Lo hanno riferito in via riservata fonti del Pentagono, secondo cui l’allarme è stato innalzato al livello ‘Delta’, il più elevato tra quelli previsti, che coincide in genere con un attacco in corso o comunque ritenuto imminente. Il provvedimento non riguarda però l’allarme terroristico ma il rischio di scontri con le forze turche, a conferma del livello di tensioni che si registrano tra due alleati storici e membri della NATO. Vi sono 2.200 militari e civili dipendenti del Pentagono in Turchia, 1.500 dei quali in servizio presso la base aerea di Incirlik, nell’Anatolia meridionale – la stessa base si dice ospiti la presenza di quasi 100 testate atomiche sotto controllo americano. L’ordine prevede l’adozione delle misure protettive estreme, con conseguente sospensione di tutte le attività non essenziali e il potenziamento delle postazioni difensive. La tensione non riguarda solo le forze americane poiché a Incirlik sono presenti aerei e militari di altri Paesi della Coalizione contro lo Stato Islamico: Germania, Gran Bretagna e Arabia Saudita.

La sensazione generale, tirando le somme di tutti questi elementi, è che la Turchia sia la prossima nazione, dopo la Gran Bretagna, a volersi sfilare dal blocco delle potenze occidentali, a volersi avvicinare ai Brics in qualità di potenza emergente e senza dover chiedere il permesso a qualcuno dietro minaccia di rovesciamento in stile ucraino. Il perseguimento di questa strada porta di solito alla preparazione di una rivoluzione colorata sul proprio territorio, al finanziamento estero di chiunque rompa le scatole in patria, dalle Pussy Riot ai neonazisti ucraini ai terroristi wahabiti, al crollo della moneta a seguito di speculazioni “sorosiane”, a sanzioni Onu ed ulteriore embargo mediatico. Ma questa volta non sarà facile per lorsignori, la Turchia non è un qualsiasi stato latinoamericano o est europeo, ha un esercito potentissimo, il secondo della Nato, addestrato a combattere sul campo in guerre vere come quasi nessuno nel mondo ormai, dunque è forse l’unico paese della Nato in grado di potere realmente mandare al diavolo l’alleanza e gli Stati Uniti. Quanto sta accadendo in Turchia ha una rilevanza geopolitica epocale, oltre ad essere il segno del progressivo disfacimento politico e istituzionale dell’Occidente.