BUONE NOTIZIE…SONO MORTALI.

di Marcello D’Addabbo

Lo scorso 20 marzo è deceduto David Rockefeller, 101 anni, anagraficamente l’ultimo capoclan di una dinastia che si è posta insieme a poche altre in Occidente ai vertici di tutto il potere possibile, finanziario e politico prima di tutto, militare culturale e sociale per diretta conseguenza. Stiamo parlando di uno del club degli imperatori, il famoso 1%, i padroni dell’universo li ha chiamati Giulietto Chiesa, l’élite che assume decisioni in ordine ai grandi eventi del nostro tempo, guerre comprese ovviamente, al fine di garantire la propria continuità sul trono. In 101 anni di vita David si è “limitato” a fondare la Commissione Trilaterale e il Gruppo Bilderberg, restando abilmente dietro le quinte insieme agli altri sodali “illuminati” nella sala di comando delle istituzioni pubbliche, mentre i Kissinger i Brzezinski e i Soros eseguivano. Qui si parla del potere vero e non di quello rappresentato dai maggiordomi politici, la cui transitorietà è stata pensata proprio da queste oligarchie per non trovare ostacoli nei governi eletti (cinque anni massimo di mandato e poi a casa, dovessero i meri custodi dei palazzi rivendicare più di ciò che il padrone concede loro!). Tali rapporti gerarchici si evincono in modo cristallino dagli scarni e felpati comunicati funebri emessi il triste giorno dalla grande stampa, Corriere e Repubblica in Italia, carichi del timor di dio. Per la morte di Rockefeller si riportava un elenco quasi bambinesco di tappe conseguite dall’ormai defunto nel mondo finanziario, posizione sociale, patrimonio calcolato, amicizie, il ruolo di guida nella sua Chase Manhattan Bank e l’immancabile attributo di “filantropo” di cui questi benefattori dell’umanità da sempre godono per i miliardi che scuciono – la liquidità non è un problema se ne controlli l’emissione da mezzo secolo – in opere di beneficienza esentasse, elargizioni finalizzate a controbilanciare l’orrore che da sempre li circonda. Un telegramma benevolo, insomma, di commiato da tutto il mainstream. Eccolo là il regime, se qualcuno per caso avesse perso l’abitudine di individuarne lo zampino. Era evidente allo stesso modo al tempo in cui la stampa italiana e i giornaloni parlavano dell’”Avvocato”, esaltandone in continuazione come un mantra lo stile, distraendo le plebi con il particolare dell’orologio sul polsino, e nascondendo i contorni di tresche con minorenni, cocaina, drenaggio di denaro mafioso nell’azienda di famiglia, abuso di contributi statali, enorme influenza sulle scelte dei governi e leggi compiacenti – circostanze che sarebbero state, all’opposto e in altri tempi, scandagliate e poste sotto un’impietosa pubblica lente d’ingrandimento in casa di Berlusconi, questo parvenu incontrollabile con ambizioni sovraniste a corrente alternata, cui andava precluso per sempre il potere. Non è un mistero che l’epilogo della parabola politica di Berlusconi sia coincisa con l’esaurirsi della pazienza nei suoi confronti da parte del ramo europeo di queste oligarchie, fino ai piani inferiori della catena di comando con i Soros e il nostro immarcescibile capo-condomino, Carlo De Benedetti con la sua legione di Mordor di giornalisti del Gruppo l’Espresso – Repubblica. La colpa principale di Berlusconi agli occhi dei banchieri illuminati, lo sappiamo, ha un nome: si chiama Vladimir Putin, l’arcinemico che vive costantemente sotto il loro attacco. Probabilmente anche l’eccessivo accanimento della magistratura contro il giornalista Augusto Minzolini nasce dal suo azzardo, in qualità di direttore del Tg1, di mandare in onda per lo speciale Tg1 in seconda serata un lungo e oggi introvabile documentario su Ezra Pound e la lotta contro l’usurocrazia bancaria, nel quale si citavano i Rothschild (stesso pedigree del defunto) e il modo in cui questi hanno strangolato i popoli con la manipolazione dei tassi di interesse. Si parlava delle banche d’affari americane e inglesi, della funzione spogliatrice delle medesime a danno dei governi democratici, ruolo operato, aggiungiamo noi, da agenti consapevoli di questi banchieri illuminati (Andreatta e Ciampi in Italia, ndr). Era troppo per Rai 1 dove, si sa, certi contenuti non erano mai stati divulgati. Per una notte quella rete somigliò ad un portale di controinformazione. Non devono avergliela perdonata, al Minzo.

Certo i tempi ormai sono cambiati, parlare di associazioni eversive come la Commissione Trilaterale ed il gruppo Bilderberg anni fa era considerato un delirio complottista mentre oggi non fa più scandalo. In parte ciò è dovuto all’infaticabile lavoro della controinformazione che ha rivelato alla massa, via web, la funzione storica delle grandi famiglie del capitalismo occidentale, riprendendo temi cari a Pound, Sombart ma anche Pareto e lo stesso Marx. C’è tanto di quel materiale sul web che ormai è impossibile nonché inutile chiudere improvvisamente la stalla – e i siti internet – al termine del dilagare della mandria di informazioni incontrollate per tutta la pianura informatizzata. Quanto il defunto David Rockefeller fosse a conoscenza del “pericolo internet” lo apprendiamo per bocca del suo cane da guardia Zbigniew Brzezinski, insieme al primo il fondatore materiale della Commissione Trilaterale e attentissimo osservatore degli eventi che possono ostacolare il Nuovo Ordine Mondiale immaginato dai Rockefeller. Anni fa questa vecchia volpe lanciò l’allarme parlando di un pericoloso (per loro) risveglio politico globale: “la popolazione del mondo sta sperimentando un risveglio politico senza precedenti per portata ed intensità, con il risultato che le politiche di populismo si stanno trasformando in politiche di potere. Per la prima volta nella storia quasi tutta l’umanità è politicamente attivata, politicamente consapevole e politicamente interattiva. L’attivismo globale sta generando un incremento tumultuoso in relazione agli aspetti culturali e alle opportunità economiche, in un mondo segnato dalle memorie della dominazione colonialista ed imperialista. I Popoli sono acutamente consapevoli dell’ingiustizia sociale ad un grado senza precedenti e spesso gonfi di risentimento in quanto percettori della loro insufficiente dignità politica”. Era il 2010 e il populismo non aveva ancora fatto sentire tutta la sua carica innovativa, ma Brzezinski, e dietro di lui Rockefeller, già ne vedevano chiaramente i presupposti. Sentivano la marea montante contro di loro e cercavano il modo di deviarla. Non è facile comprendere le mosse di quel mondo ma può darsi che l’elogio pubblico rivolto proprio a Rockefeller dal Presidente Mattarella in occasione dell’inaugurazione al Quirinale della sessione romana della Trilaterale in aprile 2016 non sia proprio un segno di forza, come ritengono alcuni attivisti del web. Se coloro i quali hanno sempre rifuggito notorietà e telecamere riunendosi solitamente in gran segreto, oggi, fatto inedito e inaudito, affidano l’apertura dei lavori del loro salotto al Presidente della Repubblica Italiana – hanno pensato in molti  – vuol dire che essi non hanno più nulla da temere dal popolo che massacrano e sfruttano. Eppure un’altra lettura potrebbe essere presa in considerazione, ovvero che la notorietà ormai, a causa di internet, non la si può più evitare –  dato che persino le librerie scoppiano di testi sui piani e partecipanti a queste riunioni (non più) occulte – tanto vale allora cavalcarla! Da qui l’inedita esposizione mediatica, mossa che ha anche la funzione di spiazzare le teorie del complotto togliendogli di mano l’arma della presunta, a questo punto, segretezza di Bilderberg e Trilateral. Nel primo decennio del secolo il Pentagono ha annunciato che la terza guerra mondiale si sarebbe combattuta su internet come guerra d’informazione. A seguito di questo proclama sono stati stanziati miliardi di dollari per la contro-propaganda in tutti i paesi occidentali e non, sguinzagliando migliaia di cosiddetti “troll” nei social network con profili falsi. Pagati per aggredire la controinformazione, facilmente individuabili per l’aggressività delle loro pretestuose polemiche e inefficaci a frenare la marea di internauti abituati a reagire scrivendo, diversamente dalla generazione che ha subito la passività cui ti costringe lo strumento televisivo. In queste rappresaglie si scorge la longa manus di quelli che per comodità di prosa e per ragioni storiche definiamo gli illuminati.

Ovviamente ciò che scandalizza non è che il governo dei popoli sia affidato ad oligarchie, consapevolezza che alberga in ogni persona mediamente alfabetizzata che non voti alle primarie del Pd, non legga La Repubblica e non abbia Augias, Gramellini e Severgnini come idoli. La storia, insegna Pareto, è “cimitero di aristocrazie” e ciò che continuiamo a definire democrazia è soltanto il “migliore involucro legittimante del grande capitale” per dirla con Marx, scelto appositamente proprio da costoro per farci distrarre in chiacchiere parlamentari mentre tali poteri non eletti spadroneggiano come pirati in acque imbelli. Come al tempo dei Medici, degli Sforza e dei da Montefeltro, questa gente che vive immersa nel potere acquisendo, pertanto, una percezione della realtà radicalmente diversa da quella dei governati, da sempre tiene particolarmente a curare ed alimentare la propria aura di onnipotenza, di eternità e di timore. Così, oltre alla censura che vige da sempre nella stampa ufficiale sui loro nomi (Mieli e altri direttori dei grandi giornali sembrano non aver mai “notato” la loro influenza pubblicamente), ci sono dall’altra parte i siti internet ultra-complottisti che vogliono convincerci che abbiamo a che fare con una razza aliena – lo sono in effetti ma in senso antropologico e culturale – la genia figlia di qualche covata di extraterrestri sopraggiunti ere geologiche fa…e via fantasticando. E’ la tesi fiabesca di David Icke sui famosi “rettiliani”, che si pone tra X Files e i romanzi di Wells. Di fatto per vent’anni questo individuo, la cui missione è sputtanare letteralmente ogni autorevolezza delle fonti non ufficiali di informazione, ha imperversato sul web dando forma ad ogni sorta di incubo umano in relazione al potere dei banchieri – dei quali alla fine risulta essere il miglior alleato. Grazie a lui migliaia di internauti, per lo più americani – le province Usa infatti sono da sempre credulonandia soprattutto se si parla di Ufo – hanno creduto nei superpoteri degli illuminati, tra i quali troneggiava ovviamente anche il vecchio Rockefeller, e nella sostanziale onnipotenza di questi sulle masse che condizionerebbero in base a non ben precisate “influenze psichiche”. Influenze che questa razza di semidei alieni travestiti da umani possiederebbero come dote naturale esercitata per mantenerci schiavi. Questi complottisti paranoici prezzolati sono i Piero della Francesca di questo tempo, che con meno talento dei loro predecessori costruiscono al pari dei primi immagini iconiche, oleografiche del potere.

Ora, si può anche ammettere che il Nuovo Ordine Mondiale immaginato dal Bilderberg venga realizzato a scapito delle masse e per farlo digerire ai governati questi super banchieri manipolino costantemente la coscienza collettiva, ma ciò è avvenuto, e dall’ultimo dopoguerra avviene costantemente, sul piano dell’influenza mediatica, della cultura, dello spettacolo e persino dell’arte contemporanea, ambiti sui quali l’influenza di una certa intelligence è scontata. Non c’è bisogno di scomodare lucertole dotate di poteri ipnotici. Chi lo fa è certamente in mala fede e desidera che tutta l’informazione libera venga associata a questo complottismo delirante e pertanto facilmente neutralizzata per conclamato deficit di lucidità mentale.. Una “reductio ad Ickeum” figlia della “reductio ad Hitlerum” che il sistema ha impeccabilmente applicato per inibire l’insorgere di ogni identitarismo (associandolo in quel caso ad un tentativo di ritorno al Terzo Reich). Inoltre postulando che gli Illuminati siano invincibili in quanto dotati di influenze superiori si deprime ogni velleità rivoluzionaria e ogni tentativo politico di contrasto alle decisioni del potere in carica sembra destinato al fallimento a meno che non ci si doti della kriptonite. Se poi si osservano con animo sgombro da pregiudizi le immagini che ritraggono in foto i dignitari di queste grandi famiglie del mondo finanziario occidentale è facile credere che siano rettiliani. Considerando ciò che normalmente si attribuisce alle reverende personalità di costoro cioè un insieme ininterrotto di cospirazioni, guerre, stragi, terrorismo, colpi di Stato, manovre politiche e strangolamenti monetari, viene ancora più facile credere che tali affamatori di popoli non abbiano origine terrestre.

Si delinea un enorme affresco nel quale realtà e oleografie apocalittiche si mescolano disorientando i cercatori di verità, inquinando le menti potenzialmente lucide di chi legittimamente, non fidandosi del mainstream, cerca di capire in quale diavolo di mondo ha avuto il destino di nascere, chi lo comanda e in nome di cosa. A costoro ci sentiamo di offrire un umile consiglio, poiché – complottismo o no – tutti sappiamo che Monsanto ed Exxon Mobil, tanto per citare un paio di colossi industriali-finanziari riconducibili alla micidiale stirpe della buonanima, sono state e sono tutt’ora delle macchine di sterminio per intere nazioni – si veda la storia recente di Africa e America Latina, costellata da colpi di mano paramilitari, guerre civili, pulizie etniche, povertà indotta da speculazioni – nonché strumento di enorme influenza su governi, leggi e istituzioni pubbliche occidentali. La buona notizia è che sono mortali e il consiglio è di prenderne atto. Le élite nascono e muoiono e costoro non sfuggono al triste destino che Esiodo poneva a carico degli uomini dell’Età del Ferro, con buona pace della mitologia hollywoodiana che li vuole iper-longevi in quanto già clonati e dotati di organi di ricambio per ogni evenienza – magari custoditi da medici compiacenti in qualche caveau di una fondazione scientifica da essi finanziata. Moriranno tutti invece, anche lo speculatore George Soros e Lord Jacob Rothschild (forse prima di Putin che quest’ultimo cerca da anni di fare fuori). Sono quasi tutti over 80, con eredi dissociati e cocainomani alla Lapo Elkann e nessuno in grado di continuarne l’opera, nel mondo creato dalle rivoluzioni finanziate e dirette dai loro antenati. Un mondo che oggi sotto tutti i punti di vista sta andando decisamente a rotoli. La macchina globale che hanno costruito è da tempo sfuggita al loro controllo, innescando l’ovvia reazione a catena di processi autodistruttivi che offre il suo osceno spettacolo già da qualche decennio. L’11 settembre ha rappresentato un geniale e criminale tentativo di rimettere il genio nella lampada e tornare a governare le dinamiche collettive mediante finte contrapposizioni che mobilitino masse al suono di un’ossessiva propaganda. Sappiamo che non tutti in quella fase concordavano con chi ha deciso la svolta all’interno dell’oligarchia criminale guidata, tra gli altri, anche da Rockefeller. Si è rivelata un clamoroso flop da milioni di morti, ritardando solo di pochi anni il declino americano. Oggi cercano di prendere il controllo dell’amministrazione Trump e l’impressione di goffaggine che stanno dando le piroette in cui la Casa Bianca si sta esercitando tradisce forse il vuoto lasciato anche dal vecchio Rockefeller, uno che aveva creato Pinochet e ci sapeva fare. Così come il ramo francese della dinastia di banchieri che governa più di altre in Europa (Rothschild) ha dovuto calare la carta Macron per impedire che il crollo dei partiti tradizionali – la caduta dell’involucro legittimante denuda il potere – porti al governo gli incontrollabili leader populisti. L’economia reale non produce più profitto, non viene distribuita più ricchezza come nei favolosi anni della cornucopia consumista e a pancia vuota – e senza la classe media a fare da filtro – la massa inizia ad insorgere e ad informarsi mentre questi ottuagenari geni della truffa iniziano anche loro a schiattare. Si sente ormai l’approssimarsi della fine di un ciclo e il vuoto lasciato dalla fine dell’”era dei Rockefeller” verrà riempito da quel risveglio mondiale che tanto essi temono.

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ANATOMIA DI UN GLOBALISTA: PETER SUTHERLAND.

di Gaetano Sebastiani

La vulgata dominante vuole che il fenomeno migratorio sia un evento inevitabile, quasi naturale. Come il capitalismo, o la sua conseguenza più estrema, la globalizzazione, sembra che il processo di sradicamento sia una sorta di spontanea evoluzione dello spirito umano, discendente da un innato istinto a liberarsi da catene intollerabili ed anti umane. Ma appena si indaga un pò più a fondo, si scopre che tutta questa spontaneità, questa “naturalezza”, in realtà è un complesso feticcio ideologico e come ogni ideologia ha un autore che costruisce e propaga ad arte questa weltanschauung.
Nel caso specifico dell’immigrazione, sono vari i personaggi impegnati nel progetto di rendere questo pianeta un unico, gigantesco melting-pot senza identità, attraverso lo spostamento massivo di esseri umani. Sono sempre più all’ordine del giorno le indagini su personalità quali George Soros, fino a qualche anno fa misconosciuto ai più ed oggi giustamente sotto i riflettori per le sue peculiari attività “filantropiche”. Ma ve ne sono altre, meno esposte mediaticamente e con ruoli chiave nell’ambito delle istituzioni internazionali che meritano attenzione, non fosse altro per avere la reale contezza di chi governa questi processi “inevitabili” e soprattutto qual è l’ideologia che li muove. Esempio illustrissimo di quanto veniamo dicendo è sicuramente Peter Sutherland, Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni.
Nato a Dublino nel 1946, Sutherland si laurea in legge nella facoltà della sua città. Dopo un breve periodo da avvocato, negli anni Settanta entra in politica nelle fila del Fine Gael (un partito moderato di centro-destra, diremmo oggi) fallendo l’accesso al parlamento nazionale alle elezioni del 1973. Nonostante l’insuccesso, ricopre ruoli sempre più strategici nel partito e nel 1981 ottiene addirittura l’incarico di Attorney General dal governo irlandese.
Da questo momento in poi, la carriera politica di Sutherland compie balzi da gigante, soprattutto in ambito europeo e poi internazionale. Nel 1985, infatti, diventa Commissario europeo per la Concorrenza, gli affari sociali e l’istruzione. L’attenzione verso quest’ultima tematica lo porta ad essere, de facto, uno degli esecutori del celeberrimo Progetto Erasmus, tanto caro ai giovani “millennials”.
La dimensione europea è però troppo stretta per una personalità così impegnata nella costruzione di una visione globale dei rapporti umani e politici. Nel 1993, Sutherland viene nominato direttore generale del GATT, l’antesignano dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, di cui curò anche il passaggio all’attuale dicitura e riorganizzazione di competenze. Tra i “meritevoli” impegni nel WTO, ricordiamo la conclusione di negoziati tra UE e USA sul commercio di prodotti agricoli, una sorta di TTIP in scala ridotta (ma da qualche parte si doveva pur cominciare…).
Dopo la presidenza alla British Petroleum ed incarichi non esecutivi nei board di Royal Bank of Scotland e Goldman Sachs, il Nostro entra finalmente nei circoli pensanti del globalismo oltranzista. Diventa, infatti, membro del comitato direttivo del gruppo Bilderberg e successivamente presiede la sezione europea della Commissione Trilaterale dal 2001 al 2010. Insomma, un cursus honorum degno di ogni benefattore della propria patria e dell’umanità intera, come i vari Draghi, Monti, Barroso e tanti tanti altri… Intanto, nel 2006, ottiene l’incarico di Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni, ruolo che tutt’ora ricopre con innegabili “successi” e con uno zelo propagandistico da fare invidia al più invasato dei mondialisti.
Attraverso articoli facilmente reperibili in rete (vedi il sito della BBC, o anche Breitbart.com), è possibile apprezzare alcune delle idee che muovono il pensiero di Sutherland. L’UE, ad esempio, dovrebbe “fare del suo meglio per minare l’omogeneità dei suoi Stati membri”, poichè la prosperità futura del nostro continente dipende dalla sua capacità di diventare quanto più possibile multiculturale. L’ossessione per il “multiculturalismo” è un tratto tipico dei globalisti che sfocia spesso in un malcelato disprezzo per tutti coloro i quali si oppongono, o semplicemente contestano questa visione. Non ne è esente neanche Sutherland, per il quale la dimensione multiculturale è un dovere per l’Europa di domani, “nonostante la difficoltà di spiegare questo principio ai suoi cittadini”. E’ chiaro? Se anche vi opponete, se anche non apprezzate l’importanza e la ricchezza culturale che orde di immigrati disperati possano apportare al nostro continente così bisognoso, ci penseranno i bravi e filantropi paladini come Sutherland ad introiettarvi questi concetti fino a farveli finalmente capire ed accettare, visto che siete dei trogloditi, bigotti, retrogradi e magari anche omofobi e fascisti (che non guasta mai). Quello che tutte queste categorie non riescono ancora a vedere e che “democraticamente” i soloni della mondializzazione cercano sapientemente di insegnarci è che l’immigrazione è “una dinamica cruciale per la crescita economica”, dice ancora l’avvocato irlandese. Da questo punto di vista, l’Europa dovrebbe smettere di puntare solo sui migranti “highly skilled” e porre fine alle restrizioni verso quelli “low skilled”, perchè “tutti gli individui devono avere libertà di scelta” su dove vivere e lavorare. Opporsi a questi principi significa per Sutherland tradire i valori fondanti dell’Europa come l’uguaglianza, i diritti fondamentali degli esseri umani, la libertà di commercio, insomma tutta la poltiglia che gli autoctoni sono costretti ad ingurgitare quotidianamente e che sta portando allo sfascio (finalmente) tutta l’impalcatura europoide.
Ovviamente, come ogni globalista che si rispetti, secondo Sutherland la responsabilità del disfacimento non è minimamente attribuibile all’attuale sistema di potere: ciò che sta minando le basi di questo progetto così illuminato è il montante populismo. E qui, senza infingimenti particolari, il Rappresentante speciale toglie la maschera e ci espone la sua (e di tanti altri) strategia per frenare l’avanzata del nemico. I media devono essere responsabilizzati nella lotta al populismo “riportando i fatti [circa l’immigrazione] in maniera positiva”. Da cui si deduce che il sistema informativo non deve avere un occhio critico verso gli eventi – ed in particolare verso questo fenomeno -, quindi deve rinunciare alla propria essenza (cosa appurata ormai da tempo) e attivarsi come macchina di propagazione di una visione parziale predeterminata che i cittadini devono accettare come realtà incontestabile.
Dovrebbe essere chiaro ora quali siano i centri istituzionali e di potere da cui provengono le strategie comunicative e mediatiche in genere circa questo fenomeno. Dalle storie strappa-lacrime raccontate dai tg all’omissione di notizie cruciali quali il coinvolgimento di importanti ONG nella spola di esseri umani tra le sponde del Mediterraneo alle direttive imposte dai piani alti alle forze dell’ordine di non diffondere notizie circa le violenze degli immigrati sul nostro suolo (vedi il caso degli stupri in Germania durante il Capodanno), tutta questa sovrastruttura propagandistica serve un progetto ben preciso, pianificato da menti e personaggi (semi)sconosciuti.
Non potremmo chiudere questa disamina su Sutherland senza riportare una sua significativa citazione, non a caso in bella mostra sulla sua scheda di presentazione sul sito dell’ONU: “nessun’altra forza – non il commercio, nè il flusso di capitali – ha il potenziale di trasformare le vite in maniera sostenibile e positiva come l’immigrazione fa”.
Come fate a non notare anche voi quanto sostenibili e positive stiano diventando le vostre vite, grazie all’applicazione di queste geniali visioni?

QUESTA PROTESTA E’ VERA…MA E’ ANCHE FALSA.

di Marcello D’Addabbo

La riforma

Da settimane migliaia di francesi in diverse città protestano contro la riforma del lavoro voluta dalla ministra Myriam El Khomri. Facilitare i licenziamenti, ridurre i ricorsi davanti al giudice, aumentare la flessibilità del mercato del lavoro, anche la Francia, dunque, si appresta a varare la sua riforma del Codice del lavoro: in Italia c’è chi l’ha già ribattezzata il “Jobs act alla francese”, a causa dei diversi punti di contatto con la legge targata Matteo Renzi e Giuliano Poletti. Il progetto di legge francese amplia il ventaglio di causali per giustificare i licenziamenti di tipo economico: si parla di momenti di difficoltà come un calo degli ordini o vendite per diversi trimestri consecutivi e perdite di esercizio per diversi mesi, ma anche di trasferimenti di tecnologia o riorganizzazione aziendale necessaria per salvaguardare la sua competitività. Inoltre, in caso di licenziamento illegittimo, se finora l’importo dell’indennità era deciso in autonomia dal giudice, a partire dai sei mesi di stipendio e senza un tetto massimo, ora la legge intende porre dei limiti sia alla discrezione dei magistrati sia all’ammontare dell’assegno: le indennità andranno da tre a quindici mensilità, in base all’anzianità di servizio del lavoratore. L’obiettivo dichiarato è di togliere spazi di incertezza interpretativa nel codice del lavoro, che dà molto potere al giudice di decidere se un licenziamento è legittimo o meno. Ma l’idea di fondo è di rendere il licenziamento meno costoso per l’azienda.
Inoltre, la riforma francese spingerà l’acceleratore sulla contrattazione di secondo livello, aziendale e individuale. Se oggi un dipendente non può lavorare più di 10 ore al giorno, con la contrattazione collettiva potranno arrivare a dodici. E se la settimana media segue il modello delle 35 ore medie, con un massimo di 48, dopo la riforma si potrà arrivare fino a un massimo di 60, in casi eccezionali. Cambierà anche il regime degli straordinari. Rimane il minimo del 10% di retribuzione in più, ma gli imprenditori avranno maggiore libertà ad abbassare l’importo fino a questa soglia, sempre attraverso accordi sindacali.
Insomma questa riforma sembra rientrare perfettamente nel grande ciclo di rapida e costante demolizione dei diritti sociali inaugurato a partire dalla fine della guerra fredda: le liberal democrazie occidentali liberate una volta per tutte dal “Moloch sovietico” con l’ipoteca morale da questo esercitata sulla questione sociale nonché dal pericolo di una borghesia sedotta dal marxismo e votante in massa per i comunisti, possono finalmente permettersi di avere la mano libera e far tornare i popoli alla schiavitù di fine ottocento, quando i padroni agivano indisturbati e privi di opposizione sociale. La sinistra in tutta Europa ha coperto questo enorme tradimento dei lavoratori, sostituendo abilmente i diritti sociali con quelli civili. Insomma mentre il grande capitale realizza il suo golpe legislativo strisciante il governo di sinistra in carica compie il delitto perfetto, distrae le masse agitando il “grande scontro campale delle nozze gay”, la battaglia di civiltà per eccellenza. Un gioco di prestigio finalizzato a consentire alle grandi corporations il licenziamento libero, orari flessibili e il passaggio dalla contrattazione collettiva a quella di secondo livello, aziendale – non ci vuole molto ad influenzare il sindacalistello locale, ricattabile o comprabile con qualche gratifica economica o avanzamento di carriera mentre il problema del confronto tra le parti sorge quando l’opposizione sociale si organizza su base collettiva nazionale e il lavoratore cessa di essere il contraente debole.

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Veniamo alla protesta

A prima vista sembra che la Francia non ci stia proprio a farsi scippare i diritti sociali da un finto governo di sinistra amico del giaguaro. Al contrario dei pecoroni italiani, con la Cgil timida e miagolante quando a governare a Roma c’è la sinistra, i cugini d’oltralpe sono scesi in piazza in 60 mila a Parigi, tra lavoratori disoccupati e studenti, scontrandosi aspramente con le forze dell’ordine, riunendosi quotidianamente la sera a place de la Republique e restando lì fino ad oltre le 3 del mattino, riuniti in “assemblee generali” che riecheggiano le più note in voga negli anni ‘60 del novecento, motivo per cui il movimento ha deciso di chiamarsi “Notte in piedi”. In due mesi di vita questa mobilitazione permanente si è estesa rapidamente da Parigi in oltre 60 città francesi, scontri in piazza a Lione, Nantes, Marsiglia e Rennes. Nella capitale si è vista la Tour Eiffel chiusa per tutto il giorno, scuole occupate, metropolitane a singhiozzo e 650 chilometri di coda lungo tutta la Francia: come nei normali giorni di esodo festivo. Finora i fermati dalla polizia sono circa 2.000 e 78 i poliziotti feriti, alcuni gravemente. Sembra una protesta colossale ed è troppo forte la tentazione di cedere all’entusiasmo e credere che finalmente un popolo europeo si sia svegliato spontaneamente dal sonno dogmatico dei media e del finto benessere per affrontare a viso aperto il grande nemico, le oligarchie finanziarie e il loro maggiordomo Hollande, riscattando così la dignità di un intero continente.
Ma è troppo facile in questi tempi così difficili. Il trucco c’è e per fortuna è stato già svelato.

Dietro la protesta i manovratori

Premessa necessaria: qualsiasi informazione rivelante la natura pilotata del movimento “Nuit Debout” non mette in alcun modo in discussione l’onestà degli studenti, disoccupati e lavoratori che vi partecipano in buona fede e sincero spirito di contestazione al sistema. Premesso ciò, il primo elemento di sospetto è l’atteggiamento accondiscendente, in alcuni casi addirittura svenevole assunto dalla stampa parigina verso il movimento, Le Monde in testa. Ora Le Monde è l’organo dell’intellighenzia radical progressista, secondo molti vicino alla massoneria del Grande Oriente di Francia e si guarderebbe bene dal prestare il fianco a movimenti di contestazione in grado di minacciare seriamente il sistema. Se un movimento di protesta anti sistema in Italia fosse appoggiato da La Repubblica, Stampa e Corriere, dietro cui ci sono De Benedetti, Elkan e Bazoli, solo per citarne alcuni, non insospettirebbe? Inoltre questo movimento “spontaneo” si è organizzato in pochi giorni. Ora ha due siti web, radio e web TV. Secondo Thierry Meyssan, solitamente molto ben informato sulla natura occulta di certi movimenti di piazza, la radio del movimento è “discretamente sostenuta dall’Unione Europea”. Uno strano silenzio e sottovalutazione è venuto dalle tv francesi e anche dall’Eliseo. Ciò nonostante giorni e notti di devastazioni, incendi di auto e il solito sfascio di vetrine di negozi e sportelli bancari. Un film già visto al G8 di Genova nel 2001. Ed esattamente allo stesso modo in questi giorni in Francia oltre ai manifestanti pacifici, arrabbiati ma contenuti, c’erano i gruppetti dei soliti “incappucciati neri”, devastatori materiali e morali dei cortei, armati di molotov, mazze e catene, pronti a dare fuoco ad auto ferme e a provocare direttamente la polizia che però, curiosamente, non li becca mai e arresta e picchia i manifestanti buoni dopo la provocazione. Lo schema Genova è consolidato: i Black Bloc prendono il controllo della protesta, la fanno degenerare e la polizia carica i manifestanti buoni, portandoli anche alla scuola Diaz per fargli passare la voglia di giocare alla rivoluzione. Del blocco nero nessuna traccia però, dileguati come Batman. I più attenti intravedono nell’azione la preparazione e lucidità da reparti speciali addestrati al compito, ma non lo diciamo ad alta voce.
Tornando a Nuit Debout interessante leggere l’appello redatto dal collettivo “Convergenza di Lotte”: “Questo movimento non è nato e non muore a Parigi. Dalla primavera araba al movimento del 15 maggio (Indignados spagnoli ndr), da piazza Tahrir a parco Gezi, a Piazza della Repubblica e molti altri luoghi in Francia, occupati stasera, illustrano stessa rabbia, stesse speranze e stessa convinzione: la necessità di una nuova società, dove democrazia, dignità e libertà non siano vacue affermazioni”. Come ricorda Meyssan, i riferimenti elencati nell’appello indicano solo movimenti chiaramente supportati, se non avviati, dalla CIA. Porsi in continuità con essi significa portare la firma di Gene Sharp, lo specialista soprannominato “il Clausewitz della guerra nonviolenta”. I movimenti studenteschi e popolari che hanno condotto le Rivoluzioni colorate negli stati indipendenti un tempo parte dell’Unione Sovietica, che hanno rovesciato pacificamente (ma non troppo) i governi in carica sostituendoli con nuovi governi più filo-occidentali si sono ispirati proprio ai manuali e alla consulenza del fondatore, nel 1983, dell’Albert Einstein Institute per «lo studio e l’utilizzo della nonviolenza nei conflitti di tutto il mondo». Per questo motivo le teorie di Sharp sono state recepite dal Dipartimento di Stato americano per essere utilizzate su vasta scala al fine di favorire gli interessi degli Usa, sostenendo i movimenti pacifisti e non violenti, contro governi marcatamente anti-occidentali. Metodi usati in Serbia nel 2000 dal movimento “Otpor” (resistenza) per rovesciare Milosevic, dall’”Onda Verde” degli studenti di Teheran contro l’odiato presidente Ahmadinejad, dai “Popoli Viola” che sbucano in ogni angolo del pianeta con tanti dollari in mano (di Soros) ed esperti Cia della controguerriglia pronti a mettere a ferro e fuoco una nazione ostile (Ucraina e Georgia sono esperimenti ben riusciti, in questi giorni stanno provando anche con la piccola Macedonia filo-putiniana).

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A riprova della parentela c’è il marchio di fabbrica impresso sui manifesti di Nuit Debout, lo stesso pugno chiuso di Otpor, usato in Georgia, Russia, Venezuela ed Egitto, da sostituire al pugno chiuso del movimento operaio. I Serbi appena compreso il gioco in atto tappezzarono Belgrado di manifesti con il pugno di Otpor che stringe un mazzetto di dollari americani. Ma era tardi ormai, Milosevic era sottoposto in manette alla Norimberga iugoslava dell’Aia e la Serbia avviata ad entrare in Ue e Nato e sottratta all’orbita russa. Risultato ottenuto, a scapito degli ingenui studenti serbi che avevano partecipato alle proteste in piazza di Otpor, con la smania dell’Erasmus.
Si dirà che qui non si tratta di una dittatura anti americana da rovesciare ma della occidentalissima Francia, culla della rivoluzione che ha fatto da matrice alle moderne democrazie liberali. Perché mai dovrebbe fare paura la patria di Montesquieu e di Voltaire? Semplicemente perché non è più tale! Fra un anno si vota per le presidenziali che incoroneranno Marine Le Pen Presidente della Repubblica. Il colpo di grazia all’Ue sta per arrivare, la ex patria di Voltaire sta per tornare ad Innalzare Giovanna d’Arco. Bisogna sfilare la piazza al Front National incanalando la protesta verso altre direzioni, più innocue, più alla Podemos, alla Tsipras, alla Jeremy Corbyn, quest’ultimo di recente schieratosi contro la “brexit” a braccetto con Obama, Cameron e i banchieri della City (in Italia invece non corriamo rischi, Di Maio già va a cena con esponenti della Commissione Trilaterale). Questa la ragione della spinta data al movimento dall’intelligence americana e dalle solite fondazioni sorosiane.
Ma c’è anche chi ha ipotizzato un altro obiettivo della stessa matrice, non incompatibile con il primo: Francois Hollande. La pera, come lo chiamano in Francia, da un po’ ha cominciato a inseguire strampalati progetti di egemonia nel Mediterraneo, rovesciamento di Assad con il solo aiuto di Erdogan, operazioni di intelligence in Libia con l’Egitto di Al Sisi a sostegno del governo di Tobruk e del Generale Haftar (contro Tripoli sostenuta da Washington, Londra e Roma), armi fresche fornite ai ribelli islamisti di Al Nusra e all’Arabia Saudita, proprio mentre in Usa si sta desecretando un dossier che illustra il coinvolgimento degli arabi nell’11 settembre con tanto di campagna mediatica anti-Saud. Insomma la Francia vuole approfittare della perdita di egemonia Usa in medio oriente e nord Africa per imporsi come potenza regionale. Lo fa raccattando tutti i rottami abbandonati da Washington sul campo o, peggio ancora, gli ex amici dell’America divenuti ora dei bersagli. Non meraviglia che il Dipartimento di Stato desideri far passare ad Hollande qualche “notte in piedi”…

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