MONSIEUR DI MAION

di Leonardo Petrocelli

Ormai è ufficiale. Dopo la figuraccia con l’Alde il M5S ci riprova, tentando l’ingresso nel gruppo Europe En Marche (ENM) che il presidente francese, Emmanuel Macron, intende costruire a Strasburgo dopo la tornata continentale del 2019. Quella che all’inizio era solo un’indiscrezione del quotidiano “Il Foglio” è stata poi ripresa da “Repubblica” e dal “Corsera” con interviste ai diretti interessati, soprattutto di sponda francese.  Shahin Vallé, ex consigliere di Macron, in questa fase deputato a seguire la strategia europea del presidente, ha aperto al dialogo domandandosi, retoricamente, “perché no?”. Un’ammissione talmente esplicita che ENM è stata poi costretta a smentire ufficialmente l’esistenza di un carteggio. Smentita, però, ritirata poche ore dopo.

 Insomma, la trattativa c’è. E il nodo è tutto politico: cosa c’entra Macron  – potrebbe chiedersi qualcuno – il rampollo delle elités, “programmato” nel laboratorio della Banca Rothschild ed eletto sulle note dell’Inno alla gioia, con le velleità antisistema dei grillini? C’entra molto, in realtà. Perché il presidente francese  – per usare le categorie del politologo Marco Revelli – è il classico esempio di quel populismo “dentro e contro”, alla Renzi per intenderci, che sembra ormai essere la cifra del nuovo M5S targato Di Maio. “Dentro” perché organico al sistema, “contro” perché aggressivo (e populista) su alcuni temi periferici: la moralizzazione della politica, il taglio dei costi della casta, il ringiovanimento della classe dirigente, l’efficientismo del sistema Paese (e del sistema Europa), lo scompaginamento del blocco dei partiti tradizionali e il rifiuto di collocarsi sull’asse destra-sinistra (il M5S con lo schema “né…né”, En Marche con lo schema “sia…sia”). Questo è ciò che li unisce e non è poco. Ma avete notato? Sono tutti elementi sovrastrutturali. Manca la sostanza, la “ciccia” politica.  Per la serie: hai moralizzato, tagliato, ringiovanito, scardinato. Benissimo, ma per fare cosa? I soviet? La battaglia del grano? La flat tax? E qui le strade si dividono: Macron è un liberale, un europeista fanatico, un privatizzatore convinto, uno votato dall’elettorato urbano, colto e benestante delle grandi città. I grillini prendono invece voti al Sud, fra i disoccupati, hanno un’inclinazione statalista (reddito di cittadinanza) e, spesso, pur tra mille giravolte, hanno ammiccato all’euroscetticismo. Indovinate un po’ chi dei due si adeguerà? L’ingresso del M5S in Europe En Marche segnerà la definitiva svolta grillina. Macron vorrà delle garanzie per non imbarcarsi una grana. Anche perché c’è anche Renzi che vorrebbe entrare nel gruppo e, come ovvio, ha molte più garanzie da offrire. Dunque, i pentastellati dovranno dimostrare di non esser da meno e mettere sul piatto una professione di fede da brividi.

Ma il punto non è ancora questo, è un altro. Il nodo sconcertante è nella “forchetta” dei comportamenti possibili. Qualora fosse accettato nel gruppo, il M5S diverrebbe più sistemico del sistema. Qualora invece ne fosse respinto e, magari, finisse in minoranza anche in Italia a causa di qualche governissimo del Presidente, ecco che – sbattuto da tutti all’opposizione – tornerebbe a incattivirsi e a parlare di rivoluzione e uscita dall’euro. Così è da pazzi, però. Non c’è nulla di fermo né di chiaro. Come gira il vento, così girano loro.  A parte le solite scemenze sui tagli, sui vitalizi e su Fico che va in autobus alla Camera. Certo, il popolino è contento di tanto zelo – perché vede, in qualche modo, risarcite le proprie frustrazioni – ma chi mangia due spaghetti di politica sa bene che il problema non è quello. “Onestà, onestà”. Ma l’onestà, da sola, non fa la rivoluzione, fa il compitino.  Un compitino irrilevante, oltretutto, perché se avessimo un mezzo Putin che accompagna i figli a scuola con venti auto blu, nessuno – tra i normali – avrebbe nulla di cui lamentarsi. Il populismo “dentro e contro”, quello che battaglia sulle scemenze mentre tiene saldo il sistema,  è la più grande fregatura politica degli ultimi vent’anni. Gli italiani ci sono cascati con Renzi e ricascati con Di Maio. Anzi, Di Maiòn. E, c’è da scommetterci, ci ricascheranno ancora.

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NELLA MENTE DI UN MONDIALISTA

di Gaetano Sebastiani

Se Macron non avesse vinto le presidenziali francesi, probabilmente il suo nome sarebbe ancora celato dietro le nebbie dell’insondabile élite mondialista. Parliamo di Jacques Attali, a più riprese auto-definitosi scopritore e mentore dell’enfant prodige della politica transalpina. Per quanto l’influenza esercitata su Monsieur le Président sia esplicita, non altrettanto palese risulta l’influsso che la visione di quest’uomo ha non solo sulle strategie delle forze globaliste, ma anche sui “valori” della società occidentale post-moderna. Cerchiamo di capirne di più.
Attali nasce ad Algeri nel 1943, in un’agiata famiglia di origini ebraiche. Dopo il trasferimento a Parigi, comincia una brillante carriera di studente nelle più prestigiose scuole di formazione politico-economica del Paese, tra cui l’Institut d’études politiques (Sciences-Po) e l’École nationale d’administration (Ena). Durante lo stage presso quest’ultima istituzione, incontra François Mitterrand con il quale avvia una lunga collaborazione culminante con l’elezione dell’esponente socialista a Presidente nel 1981. Nel corso del settennato, non casualmente, si guadagna l’appellativo di “eminenza grigia”. Nel 1991 presiede la BERD, la banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, un istituto finanziario sostenuto dagli esecutivi occidentali per orientare le economie dei Paesi appena usciti dall’esperienza comunista verso un sistema di tipo capitalistico. L’impegno politico di Attali non conosce confini di parte e dagli anni Duemila lo troviamo a lavorare per la “destra” transalpina. Nel 2007, infatti, è posto da Sarkozy a capo della “Commissione per la liberazione della crescita”, entità – a cui partecipa anche un certo Mario Monti – impregnata di liberismo oltranzista. Il resto degli ultimi impegni pubblici è noto ai più: è proprio Attali a suggerire ad Hollande il nome di Macron nell’ambito del suo esecutivo ed una volta liquidata l’infelice presidenza, impone il giovane banchiere dei Rothschild come argine all’avanzata sovranista della Le Pen, costruendo dal nulla il movimento “En Marche”.
Ci troviamo, dunque, di fronte ad un abile manovratore politico? Ad un esperto di economia, alfiere indefesso dell’ultraliberismo? Ad un pontefice della globalizzazione, acerrimo nemico di qualsiasi forma di sovranità nazionale? Attali è sicuramente tutto questo, ma anche qualcos’altro. Non tutti sanno, infatti, che il nostro è uno tra i più prestigiosi membri del B’nai B’rith, loggia massonica riservata in via esclusiva agli ebrei. I “figli dell’Alleanza” (è la traduzione dall’ebraico di B’nai B’rith) hanno come scopo fondamentale quello di unire i confratelli per i loro interessi più elevati, difenderne il patrimonio religioso e spirituale, in special modo educando i giovani e lottando contro ogni forma di antisemitismo. Inoltre, gli esponenti della loggia avocano a sè una particolare responsabilità formativa, non solo nei confronti di tutti gli altri ebrei, ma anche verso i goym (cioè i non ebrei), i quali saranno illuminati dalla luce dei principi talmudici. Fatta questa necessaria premessa per comprendere la fonte culturale alla quale Attali si abbevera, cerchiamo di capire come questa si sposa con il mondo prossimo venturo da lui immaginato.
Innanzitutto, partiamo dalle sue visioni politiche desumibili da alcune interviste, o interventi pubblici facilmente reperibili in rete. Con l’avvento della mondializzazione, alcune istituzioni cambiano necessariamente forma e si svuotano del loro potere originario. La figura del Presidente in Francia, ad esempio, non avrà più poteri se non quelli consentiti dal mercato unico. Le ragioni di questo processo sono da ricercarsi nell’euro, che fa sì che gran parte dell’economia politica sia divenuta europea; nella decentralizzazione, visto che i grandi investimenti non partono più dallo Stato, come i progetti sulle grandi infrastrutture; nelle privatizzazioni: non c’è più politica industriale possibile; nella globalizzazione, in quanto il mercato ha ampiamente vinto. In tema di terrorismo e sicurezza, Attali sembra auspicare l’introduzione in pianta stabile di uno stato d’allerta (con conseguenti contrazioni della libertà dei cittadini) simile a quello generato dal Patriot Act in America. Naturalmente, su scala globale. Egli afferma spudoratamente: “Nessun governo oserà più oggi rinunciare allo stato d’eccezione. Non se ne uscirà mai più, perché ogni governo che uscisse dallo stato d’emergenza darebbe un segnale di debolezza”. Essendo stato tra i principali architetti dell’impalcatura europea, Attali non manca di farci sapere un particolare di estrema importanza, ma poco pubblicizzato, che dà pienamente ragione ai critici dell’UE i quali pensano che le istituzioni continentali siano una gabbia: “Tutti coloro, fra cui io, che hanno avuto il privilegio di tenere la penna per stilare le prime versioni del trattato di Maastricht, ci siamo impegnati a fare in modo che uscire [dalla UE] non sia possibile. Abbiamo avuto cura di dimenticare di scrivere l’articolo che permetta l’uscita”.
E poi, il fulcro fondamentale del pensiero dell’ex consigliere di Mitterand, la sua vera ossessione: il Mercato, le sue “vittorie” e come la sua espansione sconfinata modificherà non solo i diritti dell’uomo, ma anche la sua più intima concezione della vita e dei valori. Secondo Attali, “il mercato si estenderà a settori dove fino ad oggi non ha accesso: per esempio la sanità, l’istruzione, la polizia, la giustizia, gli affari esteri – e contemporaneamente, nella misura in cui non ci sono regole di diritto, il mercato si estenderà a settori oggi considerati illegali, criminali: come la prostituzione, il commercio degli organi, delle armi, il racket, eccetera”. Senza limitazioni, esso produrrà persino la “commercializzazione della cosa più importante: ossia la vita, la trasformazione dell’essere umano in una merce di scambio: lui stesso divenuto un clone e un robot di se stesso”. Una visione così cinica della vita non può non influenzare anche le idee sul suo opposto, cioè la morte e le innovative modalità a cui giungervi nel mondo di domani, dominato dal mercato. Nel libro L’avenir de la vie, Attali dichiara: “Quando si sorpassano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e costa caro alla società… L’Eutanasia sarà uno degli strumenti essenziali delle nostre società future, in tutti i casi che si configurano. In una logica socialista la libertà, e la libertà fondamentale, è il suicidio… Macchine per sopprimere permetteranno di eliminare la vita allorchè sarà troppo insopportabile, o economicamente troppo costosa”. Scenari inquietanti sul tema vengono delineati anche in un’altra opera, Dizionario del XXI secolo: “Si arriverà, un giorno, persino a vendere dei “ticket di morte”, che daranno il diritto di scegliere far vari tipi di fine possibili: eutanasia a scelta, morte a sorpresa nel sonno, morte sontuosa o tragica, suicidio su commissione, eccetera la propria morte come la morte di un altro”.
E nel solco delle nuove teorie sulla sessualità, non poteva mancare il suo contributo distopico sull’argomento: il “poliamore”. Nel mondo futuro immaginato dal globalista, il concetto stesso di fedeltà verrà ribaltato e soppiantato da una infedeltà comunemente accettata. In una intervista al quotidiano La Repubblica dichiara: “In analogia con il networking ci sarà il netloving, un circuito sentimentale con più individui. A che titolo si dovrebbero avere due case e due cellulari, e non più relazioni?”. Anche qui, la logica mercatista prende il sopravvento ed i sentimenti vengono tramutati in mero desiderio di possesso. Afferma Attali: “Nella libertà moderna si rivendica il diritto di non scegliere. Meglio: di scegliere un congiunto nell’istante, senza che ciò pregiudichi la scelta di un altro poco dopo. Quest’attitudine si farà sempre più accentuata, e la trasparenza porterà all’affermazione del diritto ad avere molti amori, omosessuali o eterosessuali, ma più spesso dettati dalla bisessualità”. Neanche la famiglia è risparmiata da questo processo di frammentazione, in quanto la tendenza individuata da Attali conduce verso la “poligenitorialità”. Essa sarà fondata: “sull’avvicendarsi di madri e padri, un po’ come già accade parzialmente nelle odierne famiglie allargate. I figli saranno allevati da un unico genitore o da altre coppie, e i genitori biologici potranno condividere le responsabilità educative con i nuovi compagni e con gli ex, con gli ex degli ex e con estranei. Tutto si muove in tale direzione, comprese la pratiche di procreazione assistita, che condurranno a separare sempre più la riproduzione dalla sessualità e dall’amore”.
Per quanto alcune teorie fin qui esposte possano sembrare assurde o impensabili, il solo fatto che vengano espresse da uno degli alfieri della globalizzazione ne certificano l’applicabilità, in un futuro più o meno lontano. Penetrare la mente di un mondialista, dunque, serve a comprendere innanzitutto a cosa gli architetti di questa società impazzita ci stanno preparando ed in secondo luogo, a scoprire a quali abissi di nichilismo gli stessi attingono per elaborare questi progetti. Resta solo da scoprire che tipo di opposizione tali prospettive incontreranno. Ci si augura che non tutta l’umanità del futuro venga addomesticata sulla base delle visioni di Jacques Attali.

 

BUONE NOTIZIE…SONO MORTALI.

di Marcello D’Addabbo

Lo scorso 20 marzo è deceduto David Rockefeller, 101 anni, anagraficamente l’ultimo capoclan di una dinastia che si è posta insieme a poche altre in Occidente ai vertici di tutto il potere possibile, finanziario e politico prima di tutto, militare culturale e sociale per diretta conseguenza. Stiamo parlando di uno del club degli imperatori, il famoso 1%, i padroni dell’universo li ha chiamati Giulietto Chiesa, l’élite che assume decisioni in ordine ai grandi eventi del nostro tempo, guerre comprese ovviamente, al fine di garantire la propria continuità sul trono. In 101 anni di vita David si è “limitato” a fondare la Commissione Trilaterale e il Gruppo Bilderberg, restando abilmente dietro le quinte insieme agli altri sodali “illuminati” nella sala di comando delle istituzioni pubbliche, mentre i Kissinger i Brzezinski e i Soros eseguivano. Qui si parla del potere vero e non di quello rappresentato dai maggiordomi politici, la cui transitorietà è stata pensata proprio da queste oligarchie per non trovare ostacoli nei governi eletti (cinque anni massimo di mandato e poi a casa, dovessero i meri custodi dei palazzi rivendicare più di ciò che il padrone concede loro!). Tali rapporti gerarchici si evincono in modo cristallino dagli scarni e felpati comunicati funebri emessi il triste giorno dalla grande stampa, Corriere e Repubblica in Italia, carichi del timor di dio. Per la morte di Rockefeller si riportava un elenco quasi bambinesco di tappe conseguite dall’ormai defunto nel mondo finanziario, posizione sociale, patrimonio calcolato, amicizie, il ruolo di guida nella sua Chase Manhattan Bank e l’immancabile attributo di “filantropo” di cui questi benefattori dell’umanità da sempre godono per i miliardi che scuciono – la liquidità non è un problema se ne controlli l’emissione da mezzo secolo – in opere di beneficienza esentasse, elargizioni finalizzate a controbilanciare l’orrore che da sempre li circonda. Un telegramma benevolo, insomma, di commiato da tutto il mainstream. Eccolo là il regime, se qualcuno per caso avesse perso l’abitudine di individuarne lo zampino. Era evidente allo stesso modo al tempo in cui la stampa italiana e i giornaloni parlavano dell’”Avvocato”, esaltandone in continuazione come un mantra lo stile, distraendo le plebi con il particolare dell’orologio sul polsino, e nascondendo i contorni di tresche con minorenni, cocaina, drenaggio di denaro mafioso nell’azienda di famiglia, abuso di contributi statali, enorme influenza sulle scelte dei governi e leggi compiacenti – circostanze che sarebbero state, all’opposto e in altri tempi, scandagliate e poste sotto un’impietosa pubblica lente d’ingrandimento in casa di Berlusconi, questo parvenu incontrollabile con ambizioni sovraniste a corrente alternata, cui andava precluso per sempre il potere. Non è un mistero che l’epilogo della parabola politica di Berlusconi sia coincisa con l’esaurirsi della pazienza nei suoi confronti da parte del ramo europeo di queste oligarchie, fino ai piani inferiori della catena di comando con i Soros e il nostro immarcescibile capo-condomino, Carlo De Benedetti con la sua legione di Mordor di giornalisti del Gruppo l’Espresso – Repubblica. La colpa principale di Berlusconi agli occhi dei banchieri illuminati, lo sappiamo, ha un nome: si chiama Vladimir Putin, l’arcinemico che vive costantemente sotto il loro attacco. Probabilmente anche l’eccessivo accanimento della magistratura contro il giornalista Augusto Minzolini nasce dal suo azzardo, in qualità di direttore del Tg1, di mandare in onda per lo speciale Tg1 in seconda serata un lungo e oggi introvabile documentario su Ezra Pound e la lotta contro l’usurocrazia bancaria, nel quale si citavano i Rothschild (stesso pedigree del defunto) e il modo in cui questi hanno strangolato i popoli con la manipolazione dei tassi di interesse. Si parlava delle banche d’affari americane e inglesi, della funzione spogliatrice delle medesime a danno dei governi democratici, ruolo operato, aggiungiamo noi, da agenti consapevoli di questi banchieri illuminati (Andreatta e Ciampi in Italia, ndr). Era troppo per Rai 1 dove, si sa, certi contenuti non erano mai stati divulgati. Per una notte quella rete somigliò ad un portale di controinformazione. Non devono avergliela perdonata, al Minzo.

Certo i tempi ormai sono cambiati, parlare di associazioni eversive come la Commissione Trilaterale ed il gruppo Bilderberg anni fa era considerato un delirio complottista mentre oggi non fa più scandalo. In parte ciò è dovuto all’infaticabile lavoro della controinformazione che ha rivelato alla massa, via web, la funzione storica delle grandi famiglie del capitalismo occidentale, riprendendo temi cari a Pound, Sombart ma anche Pareto e lo stesso Marx. C’è tanto di quel materiale sul web che ormai è impossibile nonché inutile chiudere improvvisamente la stalla – e i siti internet – al termine del dilagare della mandria di informazioni incontrollate per tutta la pianura informatizzata. Quanto il defunto David Rockefeller fosse a conoscenza del “pericolo internet” lo apprendiamo per bocca del suo cane da guardia Zbigniew Brzezinski, insieme al primo il fondatore materiale della Commissione Trilaterale e attentissimo osservatore degli eventi che possono ostacolare il Nuovo Ordine Mondiale immaginato dai Rockefeller. Anni fa questa vecchia volpe lanciò l’allarme parlando di un pericoloso (per loro) risveglio politico globale: “la popolazione del mondo sta sperimentando un risveglio politico senza precedenti per portata ed intensità, con il risultato che le politiche di populismo si stanno trasformando in politiche di potere. Per la prima volta nella storia quasi tutta l’umanità è politicamente attivata, politicamente consapevole e politicamente interattiva. L’attivismo globale sta generando un incremento tumultuoso in relazione agli aspetti culturali e alle opportunità economiche, in un mondo segnato dalle memorie della dominazione colonialista ed imperialista. I Popoli sono acutamente consapevoli dell’ingiustizia sociale ad un grado senza precedenti e spesso gonfi di risentimento in quanto percettori della loro insufficiente dignità politica”. Era il 2010 e il populismo non aveva ancora fatto sentire tutta la sua carica innovativa, ma Brzezinski, e dietro di lui Rockefeller, già ne vedevano chiaramente i presupposti. Sentivano la marea montante contro di loro e cercavano il modo di deviarla. Non è facile comprendere le mosse di quel mondo ma può darsi che l’elogio pubblico rivolto proprio a Rockefeller dal Presidente Mattarella in occasione dell’inaugurazione al Quirinale della sessione romana della Trilaterale in aprile 2016 non sia proprio un segno di forza, come ritengono alcuni attivisti del web. Se coloro i quali hanno sempre rifuggito notorietà e telecamere riunendosi solitamente in gran segreto, oggi, fatto inedito e inaudito, affidano l’apertura dei lavori del loro salotto al Presidente della Repubblica Italiana – hanno pensato in molti  – vuol dire che essi non hanno più nulla da temere dal popolo che massacrano e sfruttano. Eppure un’altra lettura potrebbe essere presa in considerazione, ovvero che la notorietà ormai, a causa di internet, non la si può più evitare –  dato che persino le librerie scoppiano di testi sui piani e partecipanti a queste riunioni (non più) occulte – tanto vale allora cavalcarla! Da qui l’inedita esposizione mediatica, mossa che ha anche la funzione di spiazzare le teorie del complotto togliendogli di mano l’arma della presunta, a questo punto, segretezza di Bilderberg e Trilateral. Nel primo decennio del secolo il Pentagono ha annunciato che la terza guerra mondiale si sarebbe combattuta su internet come guerra d’informazione. A seguito di questo proclama sono stati stanziati miliardi di dollari per la contro-propaganda in tutti i paesi occidentali e non, sguinzagliando migliaia di cosiddetti “troll” nei social network con profili falsi. Pagati per aggredire la controinformazione, facilmente individuabili per l’aggressività delle loro pretestuose polemiche e inefficaci a frenare la marea di internauti abituati a reagire scrivendo, diversamente dalla generazione che ha subito la passività cui ti costringe lo strumento televisivo. In queste rappresaglie si scorge la longa manus di quelli che per comodità di prosa e per ragioni storiche definiamo gli illuminati.

Ovviamente ciò che scandalizza non è che il governo dei popoli sia affidato ad oligarchie, consapevolezza che alberga in ogni persona mediamente alfabetizzata che non voti alle primarie del Pd, non legga La Repubblica e non abbia Augias, Gramellini e Severgnini come idoli. La storia, insegna Pareto, è “cimitero di aristocrazie” e ciò che continuiamo a definire democrazia è soltanto il “migliore involucro legittimante del grande capitale” per dirla con Marx, scelto appositamente proprio da costoro per farci distrarre in chiacchiere parlamentari mentre tali poteri non eletti spadroneggiano come pirati in acque imbelli. Come al tempo dei Medici, degli Sforza e dei da Montefeltro, questa gente che vive immersa nel potere acquisendo, pertanto, una percezione della realtà radicalmente diversa da quella dei governati, da sempre tiene particolarmente a curare ed alimentare la propria aura di onnipotenza, di eternità e di timore. Così, oltre alla censura che vige da sempre nella stampa ufficiale sui loro nomi (Mieli e altri direttori dei grandi giornali sembrano non aver mai “notato” la loro influenza pubblicamente), ci sono dall’altra parte i siti internet ultra-complottisti che vogliono convincerci che abbiamo a che fare con una razza aliena – lo sono in effetti ma in senso antropologico e culturale – la genia figlia di qualche covata di extraterrestri sopraggiunti ere geologiche fa…e via fantasticando. E’ la tesi fiabesca di David Icke sui famosi “rettiliani”, che si pone tra X Files e i romanzi di Wells. Di fatto per vent’anni questo individuo, la cui missione è sputtanare letteralmente ogni autorevolezza delle fonti non ufficiali di informazione, ha imperversato sul web dando forma ad ogni sorta di incubo umano in relazione al potere dei banchieri – dei quali alla fine risulta essere il miglior alleato. Grazie a lui migliaia di internauti, per lo più americani – le province Usa infatti sono da sempre credulonandia soprattutto se si parla di Ufo – hanno creduto nei superpoteri degli illuminati, tra i quali troneggiava ovviamente anche il vecchio Rockefeller, e nella sostanziale onnipotenza di questi sulle masse che condizionerebbero in base a non ben precisate “influenze psichiche”. Influenze che questa razza di semidei alieni travestiti da umani possiederebbero come dote naturale esercitata per mantenerci schiavi. Questi complottisti paranoici prezzolati sono i Piero della Francesca di questo tempo, che con meno talento dei loro predecessori costruiscono al pari dei primi immagini iconiche, oleografiche del potere.

Ora, si può anche ammettere che il Nuovo Ordine Mondiale immaginato dal Bilderberg venga realizzato a scapito delle masse e per farlo digerire ai governati questi super banchieri manipolino costantemente la coscienza collettiva, ma ciò è avvenuto, e dall’ultimo dopoguerra avviene costantemente, sul piano dell’influenza mediatica, della cultura, dello spettacolo e persino dell’arte contemporanea, ambiti sui quali l’influenza di una certa intelligence è scontata. Non c’è bisogno di scomodare lucertole dotate di poteri ipnotici. Chi lo fa è certamente in mala fede e desidera che tutta l’informazione libera venga associata a questo complottismo delirante e pertanto facilmente neutralizzata per conclamato deficit di lucidità mentale.. Una “reductio ad Ickeum” figlia della “reductio ad Hitlerum” che il sistema ha impeccabilmente applicato per inibire l’insorgere di ogni identitarismo (associandolo in quel caso ad un tentativo di ritorno al Terzo Reich). Inoltre postulando che gli Illuminati siano invincibili in quanto dotati di influenze superiori si deprime ogni velleità rivoluzionaria e ogni tentativo politico di contrasto alle decisioni del potere in carica sembra destinato al fallimento a meno che non ci si doti della kriptonite. Se poi si osservano con animo sgombro da pregiudizi le immagini che ritraggono in foto i dignitari di queste grandi famiglie del mondo finanziario occidentale è facile credere che siano rettiliani. Considerando ciò che normalmente si attribuisce alle reverende personalità di costoro cioè un insieme ininterrotto di cospirazioni, guerre, stragi, terrorismo, colpi di Stato, manovre politiche e strangolamenti monetari, viene ancora più facile credere che tali affamatori di popoli non abbiano origine terrestre.

Si delinea un enorme affresco nel quale realtà e oleografie apocalittiche si mescolano disorientando i cercatori di verità, inquinando le menti potenzialmente lucide di chi legittimamente, non fidandosi del mainstream, cerca di capire in quale diavolo di mondo ha avuto il destino di nascere, chi lo comanda e in nome di cosa. A costoro ci sentiamo di offrire un umile consiglio, poiché – complottismo o no – tutti sappiamo che Monsanto ed Exxon Mobil, tanto per citare un paio di colossi industriali-finanziari riconducibili alla micidiale stirpe della buonanima, sono state e sono tutt’ora delle macchine di sterminio per intere nazioni – si veda la storia recente di Africa e America Latina, costellata da colpi di mano paramilitari, guerre civili, pulizie etniche, povertà indotta da speculazioni – nonché strumento di enorme influenza su governi, leggi e istituzioni pubbliche occidentali. La buona notizia è che sono mortali e il consiglio è di prenderne atto. Le élite nascono e muoiono e costoro non sfuggono al triste destino che Esiodo poneva a carico degli uomini dell’Età del Ferro, con buona pace della mitologia hollywoodiana che li vuole iper-longevi in quanto già clonati e dotati di organi di ricambio per ogni evenienza – magari custoditi da medici compiacenti in qualche caveau di una fondazione scientifica da essi finanziata. Moriranno tutti invece, anche lo speculatore George Soros e Lord Jacob Rothschild (forse prima di Putin che quest’ultimo cerca da anni di fare fuori). Sono quasi tutti over 80, con eredi dissociati e cocainomani alla Lapo Elkann e nessuno in grado di continuarne l’opera, nel mondo creato dalle rivoluzioni finanziate e dirette dai loro antenati. Un mondo che oggi sotto tutti i punti di vista sta andando decisamente a rotoli. La macchina globale che hanno costruito è da tempo sfuggita al loro controllo, innescando l’ovvia reazione a catena di processi autodistruttivi che offre il suo osceno spettacolo già da qualche decennio. L’11 settembre ha rappresentato un geniale e criminale tentativo di rimettere il genio nella lampada e tornare a governare le dinamiche collettive mediante finte contrapposizioni che mobilitino masse al suono di un’ossessiva propaganda. Sappiamo che non tutti in quella fase concordavano con chi ha deciso la svolta all’interno dell’oligarchia criminale guidata, tra gli altri, anche da Rockefeller. Si è rivelata un clamoroso flop da milioni di morti, ritardando solo di pochi anni il declino americano. Oggi cercano di prendere il controllo dell’amministrazione Trump e l’impressione di goffaggine che stanno dando le piroette in cui la Casa Bianca si sta esercitando tradisce forse il vuoto lasciato anche dal vecchio Rockefeller, uno che aveva creato Pinochet e ci sapeva fare. Così come il ramo francese della dinastia di banchieri che governa più di altre in Europa (Rothschild) ha dovuto calare la carta Macron per impedire che il crollo dei partiti tradizionali – la caduta dell’involucro legittimante denuda il potere – porti al governo gli incontrollabili leader populisti. L’economia reale non produce più profitto, non viene distribuita più ricchezza come nei favolosi anni della cornucopia consumista e a pancia vuota – e senza la classe media a fare da filtro – la massa inizia ad insorgere e ad informarsi mentre questi ottuagenari geni della truffa iniziano anche loro a schiattare. Si sente ormai l’approssimarsi della fine di un ciclo e il vuoto lasciato dalla fine dell’”era dei Rockefeller” verrà riempito da quel risveglio mondiale che tanto essi temono.