QUESTA PROTESTA E’ VERA…MA E’ ANCHE FALSA.

di Marcello D’Addabbo

La riforma

Da settimane migliaia di francesi in diverse città protestano contro la riforma del lavoro voluta dalla ministra Myriam El Khomri. Facilitare i licenziamenti, ridurre i ricorsi davanti al giudice, aumentare la flessibilità del mercato del lavoro, anche la Francia, dunque, si appresta a varare la sua riforma del Codice del lavoro: in Italia c’è chi l’ha già ribattezzata il “Jobs act alla francese”, a causa dei diversi punti di contatto con la legge targata Matteo Renzi e Giuliano Poletti. Il progetto di legge francese amplia il ventaglio di causali per giustificare i licenziamenti di tipo economico: si parla di momenti di difficoltà come un calo degli ordini o vendite per diversi trimestri consecutivi e perdite di esercizio per diversi mesi, ma anche di trasferimenti di tecnologia o riorganizzazione aziendale necessaria per salvaguardare la sua competitività. Inoltre, in caso di licenziamento illegittimo, se finora l’importo dell’indennità era deciso in autonomia dal giudice, a partire dai sei mesi di stipendio e senza un tetto massimo, ora la legge intende porre dei limiti sia alla discrezione dei magistrati sia all’ammontare dell’assegno: le indennità andranno da tre a quindici mensilità, in base all’anzianità di servizio del lavoratore. L’obiettivo dichiarato è di togliere spazi di incertezza interpretativa nel codice del lavoro, che dà molto potere al giudice di decidere se un licenziamento è legittimo o meno. Ma l’idea di fondo è di rendere il licenziamento meno costoso per l’azienda.
Inoltre, la riforma francese spingerà l’acceleratore sulla contrattazione di secondo livello, aziendale e individuale. Se oggi un dipendente non può lavorare più di 10 ore al giorno, con la contrattazione collettiva potranno arrivare a dodici. E se la settimana media segue il modello delle 35 ore medie, con un massimo di 48, dopo la riforma si potrà arrivare fino a un massimo di 60, in casi eccezionali. Cambierà anche il regime degli straordinari. Rimane il minimo del 10% di retribuzione in più, ma gli imprenditori avranno maggiore libertà ad abbassare l’importo fino a questa soglia, sempre attraverso accordi sindacali.
Insomma questa riforma sembra rientrare perfettamente nel grande ciclo di rapida e costante demolizione dei diritti sociali inaugurato a partire dalla fine della guerra fredda: le liberal democrazie occidentali liberate una volta per tutte dal “Moloch sovietico” con l’ipoteca morale da questo esercitata sulla questione sociale nonché dal pericolo di una borghesia sedotta dal marxismo e votante in massa per i comunisti, possono finalmente permettersi di avere la mano libera e far tornare i popoli alla schiavitù di fine ottocento, quando i padroni agivano indisturbati e privi di opposizione sociale. La sinistra in tutta Europa ha coperto questo enorme tradimento dei lavoratori, sostituendo abilmente i diritti sociali con quelli civili. Insomma mentre il grande capitale realizza il suo golpe legislativo strisciante il governo di sinistra in carica compie il delitto perfetto, distrae le masse agitando il “grande scontro campale delle nozze gay”, la battaglia di civiltà per eccellenza. Un gioco di prestigio finalizzato a consentire alle grandi corporations il licenziamento libero, orari flessibili e il passaggio dalla contrattazione collettiva a quella di secondo livello, aziendale – non ci vuole molto ad influenzare il sindacalistello locale, ricattabile o comprabile con qualche gratifica economica o avanzamento di carriera mentre il problema del confronto tra le parti sorge quando l’opposizione sociale si organizza su base collettiva nazionale e il lavoratore cessa di essere il contraente debole.

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Veniamo alla protesta

A prima vista sembra che la Francia non ci stia proprio a farsi scippare i diritti sociali da un finto governo di sinistra amico del giaguaro. Al contrario dei pecoroni italiani, con la Cgil timida e miagolante quando a governare a Roma c’è la sinistra, i cugini d’oltralpe sono scesi in piazza in 60 mila a Parigi, tra lavoratori disoccupati e studenti, scontrandosi aspramente con le forze dell’ordine, riunendosi quotidianamente la sera a place de la Republique e restando lì fino ad oltre le 3 del mattino, riuniti in “assemblee generali” che riecheggiano le più note in voga negli anni ‘60 del novecento, motivo per cui il movimento ha deciso di chiamarsi “Notte in piedi”. In due mesi di vita questa mobilitazione permanente si è estesa rapidamente da Parigi in oltre 60 città francesi, scontri in piazza a Lione, Nantes, Marsiglia e Rennes. Nella capitale si è vista la Tour Eiffel chiusa per tutto il giorno, scuole occupate, metropolitane a singhiozzo e 650 chilometri di coda lungo tutta la Francia: come nei normali giorni di esodo festivo. Finora i fermati dalla polizia sono circa 2.000 e 78 i poliziotti feriti, alcuni gravemente. Sembra una protesta colossale ed è troppo forte la tentazione di cedere all’entusiasmo e credere che finalmente un popolo europeo si sia svegliato spontaneamente dal sonno dogmatico dei media e del finto benessere per affrontare a viso aperto il grande nemico, le oligarchie finanziarie e il loro maggiordomo Hollande, riscattando così la dignità di un intero continente.
Ma è troppo facile in questi tempi così difficili. Il trucco c’è e per fortuna è stato già svelato.

Dietro la protesta i manovratori

Premessa necessaria: qualsiasi informazione rivelante la natura pilotata del movimento “Nuit Debout” non mette in alcun modo in discussione l’onestà degli studenti, disoccupati e lavoratori che vi partecipano in buona fede e sincero spirito di contestazione al sistema. Premesso ciò, il primo elemento di sospetto è l’atteggiamento accondiscendente, in alcuni casi addirittura svenevole assunto dalla stampa parigina verso il movimento, Le Monde in testa. Ora Le Monde è l’organo dell’intellighenzia radical progressista, secondo molti vicino alla massoneria del Grande Oriente di Francia e si guarderebbe bene dal prestare il fianco a movimenti di contestazione in grado di minacciare seriamente il sistema. Se un movimento di protesta anti sistema in Italia fosse appoggiato da La Repubblica, Stampa e Corriere, dietro cui ci sono De Benedetti, Elkan e Bazoli, solo per citarne alcuni, non insospettirebbe? Inoltre questo movimento “spontaneo” si è organizzato in pochi giorni. Ora ha due siti web, radio e web TV. Secondo Thierry Meyssan, solitamente molto ben informato sulla natura occulta di certi movimenti di piazza, la radio del movimento è “discretamente sostenuta dall’Unione Europea”. Uno strano silenzio e sottovalutazione è venuto dalle tv francesi e anche dall’Eliseo. Ciò nonostante giorni e notti di devastazioni, incendi di auto e il solito sfascio di vetrine di negozi e sportelli bancari. Un film già visto al G8 di Genova nel 2001. Ed esattamente allo stesso modo in questi giorni in Francia oltre ai manifestanti pacifici, arrabbiati ma contenuti, c’erano i gruppetti dei soliti “incappucciati neri”, devastatori materiali e morali dei cortei, armati di molotov, mazze e catene, pronti a dare fuoco ad auto ferme e a provocare direttamente la polizia che però, curiosamente, non li becca mai e arresta e picchia i manifestanti buoni dopo la provocazione. Lo schema Genova è consolidato: i Black Bloc prendono il controllo della protesta, la fanno degenerare e la polizia carica i manifestanti buoni, portandoli anche alla scuola Diaz per fargli passare la voglia di giocare alla rivoluzione. Del blocco nero nessuna traccia però, dileguati come Batman. I più attenti intravedono nell’azione la preparazione e lucidità da reparti speciali addestrati al compito, ma non lo diciamo ad alta voce.
Tornando a Nuit Debout interessante leggere l’appello redatto dal collettivo “Convergenza di Lotte”: “Questo movimento non è nato e non muore a Parigi. Dalla primavera araba al movimento del 15 maggio (Indignados spagnoli ndr), da piazza Tahrir a parco Gezi, a Piazza della Repubblica e molti altri luoghi in Francia, occupati stasera, illustrano stessa rabbia, stesse speranze e stessa convinzione: la necessità di una nuova società, dove democrazia, dignità e libertà non siano vacue affermazioni”. Come ricorda Meyssan, i riferimenti elencati nell’appello indicano solo movimenti chiaramente supportati, se non avviati, dalla CIA. Porsi in continuità con essi significa portare la firma di Gene Sharp, lo specialista soprannominato “il Clausewitz della guerra nonviolenta”. I movimenti studenteschi e popolari che hanno condotto le Rivoluzioni colorate negli stati indipendenti un tempo parte dell’Unione Sovietica, che hanno rovesciato pacificamente (ma non troppo) i governi in carica sostituendoli con nuovi governi più filo-occidentali si sono ispirati proprio ai manuali e alla consulenza del fondatore, nel 1983, dell’Albert Einstein Institute per «lo studio e l’utilizzo della nonviolenza nei conflitti di tutto il mondo». Per questo motivo le teorie di Sharp sono state recepite dal Dipartimento di Stato americano per essere utilizzate su vasta scala al fine di favorire gli interessi degli Usa, sostenendo i movimenti pacifisti e non violenti, contro governi marcatamente anti-occidentali. Metodi usati in Serbia nel 2000 dal movimento “Otpor” (resistenza) per rovesciare Milosevic, dall’”Onda Verde” degli studenti di Teheran contro l’odiato presidente Ahmadinejad, dai “Popoli Viola” che sbucano in ogni angolo del pianeta con tanti dollari in mano (di Soros) ed esperti Cia della controguerriglia pronti a mettere a ferro e fuoco una nazione ostile (Ucraina e Georgia sono esperimenti ben riusciti, in questi giorni stanno provando anche con la piccola Macedonia filo-putiniana).

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A riprova della parentela c’è il marchio di fabbrica impresso sui manifesti di Nuit Debout, lo stesso pugno chiuso di Otpor, usato in Georgia, Russia, Venezuela ed Egitto, da sostituire al pugno chiuso del movimento operaio. I Serbi appena compreso il gioco in atto tappezzarono Belgrado di manifesti con il pugno di Otpor che stringe un mazzetto di dollari americani. Ma era tardi ormai, Milosevic era sottoposto in manette alla Norimberga iugoslava dell’Aia e la Serbia avviata ad entrare in Ue e Nato e sottratta all’orbita russa. Risultato ottenuto, a scapito degli ingenui studenti serbi che avevano partecipato alle proteste in piazza di Otpor, con la smania dell’Erasmus.
Si dirà che qui non si tratta di una dittatura anti americana da rovesciare ma della occidentalissima Francia, culla della rivoluzione che ha fatto da matrice alle moderne democrazie liberali. Perché mai dovrebbe fare paura la patria di Montesquieu e di Voltaire? Semplicemente perché non è più tale! Fra un anno si vota per le presidenziali che incoroneranno Marine Le Pen Presidente della Repubblica. Il colpo di grazia all’Ue sta per arrivare, la ex patria di Voltaire sta per tornare ad Innalzare Giovanna d’Arco. Bisogna sfilare la piazza al Front National incanalando la protesta verso altre direzioni, più innocue, più alla Podemos, alla Tsipras, alla Jeremy Corbyn, quest’ultimo di recente schieratosi contro la “brexit” a braccetto con Obama, Cameron e i banchieri della City (in Italia invece non corriamo rischi, Di Maio già va a cena con esponenti della Commissione Trilaterale). Questa la ragione della spinta data al movimento dall’intelligence americana e dalle solite fondazioni sorosiane.
Ma c’è anche chi ha ipotizzato un altro obiettivo della stessa matrice, non incompatibile con il primo: Francois Hollande. La pera, come lo chiamano in Francia, da un po’ ha cominciato a inseguire strampalati progetti di egemonia nel Mediterraneo, rovesciamento di Assad con il solo aiuto di Erdogan, operazioni di intelligence in Libia con l’Egitto di Al Sisi a sostegno del governo di Tobruk e del Generale Haftar (contro Tripoli sostenuta da Washington, Londra e Roma), armi fresche fornite ai ribelli islamisti di Al Nusra e all’Arabia Saudita, proprio mentre in Usa si sta desecretando un dossier che illustra il coinvolgimento degli arabi nell’11 settembre con tanto di campagna mediatica anti-Saud. Insomma la Francia vuole approfittare della perdita di egemonia Usa in medio oriente e nord Africa per imporsi come potenza regionale. Lo fa raccattando tutti i rottami abbandonati da Washington sul campo o, peggio ancora, gli ex amici dell’America divenuti ora dei bersagli. Non meraviglia che il Dipartimento di Stato desideri far passare ad Hollande qualche “notte in piedi”…

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CHIESA:”SU REGENI INFORMAZIONE GESTITA DA MANIGOLDI”

di Marcello D’Addabbo

“La Storia attraverso le Storie: passato, presente e scenari futuri dell’Europa”, questo il titolo dell’incontro promosso dal Liceo Linguistico “European language school” di Bitonto, nella splendida cornice del Teatro Traetta. Protagonista: Giulietto Chiesa, giornalista esperto di geopolitica internazionale e direttore di Pandora Tv. Una panoramica completa sugli scenari internazionali, economici e politici, la guerra in Siria, l’attuale crisi finanziaria, il terrorismo e il destino dell’informazione.

Giulietto Chiesa, il barbaro assassinio di Giulio Regeni è legato alle attività che lo stesso svolgeva al Cairo o si deve guardare ad un contesto internazionale più vasto interessato a rovinare i rapporti tra Italia ed Egitto?

Propendo per la seconda ipotesi, si tratta di un assassinio politico. Non credo alle tesi diffuse in questi giorni o ad una vicenda di carattere personale, lo hanno ammazzato perché serviva ad inquinare i rapporti con l’Egitto.

Cui prodest?

L’Egitto non piace ad una parte dell’Occidente perché si è schierato con la Russia e perché sta svolgendo un ruolo di riequilibrio tutto sommato positivo. Non sto dando un giudizio sulle qualità democratiche, parlo da osservatore politico. Penso che questo omicidio sia servito ad ottenere l’effetto che poi nei fatti si è realizzato, tutto il coro mediatico si è scagliato contro il dittatore Al Sisi.

Da chi è composto il coro?

Dagli stessi che strillavano contro il dittatore Saddam che non aveva le armi di distruzione di massa o contro Gheddafi che è stato letteralmente massacrato perché ostacolava gli interessi dell’Occidente, gli stessi che oggi urlano contro il dittatore Putin. Sulla mia pagina facebook ho postato questa riflessione, noi abbiamo avuto due assassini politici, quello di Vittorio Arrigoni e ora Giulio Regeni, nel primo caso tutti hanno taciuto perché era piuttosto evidente chi fosse il mandante o se non era evidente si poteva facilmente intravedere.

Anche perché geograficamente molto vicino al luogo del delitto…

Infatti. Un quadro evidente ma in quel caso non se ne poteva parlare. Nel caso di Regeni invece siamo di fronte ad una descrizione ridicola dell’accaduto perché prima di dichiarare la colpa di chiunque, se si vuole essere non dico garantisti ma almeno decentemente giornalisti, si aspettano i risultati delle indagini in corso e non si trasformano mere opinioni in titoli di giornali sparati sulle principali testate. Invece il modo di procedere è opposto: accusano, pubblicano senza verificare niente, poi quando vengono smentiti dai fatti non rettificano. Purtroppo gli organi di comunicazione in Italia sono in mano ad un gruppo di manigoldi che non si occupano mai di controllare quello che scrivono.

Tornando al quadro internazionale, dai colloqui di Monaco tra Kerry e Lavrov sembra raggiunto un accordo sul cessate il fuoco in Siria. La situazione ricorda un po’ la fine della guerra tra Iran e Iraq nel 1988 quando, ad un passo da una vittoria schiacciante su Saddam, l’Ayatollah Khomeyni fu indotto – come affermò pubblicamente – “ a bere l’amaro calice della tregua”. Putin berrà l’amaro calice ad un passo dalla liberazione di Aleppo?

La Russia non berrà nessun amaro calice perché sta vincendo. La tregua la vuole la Russia che infatti ha proposto il negoziato di Ginevra, i russi non sono in Siria per restarci ma per demolire Daesh e poi andarsene.

Nessun intervento di terra, quindi…

Non metteranno piede sul campo, questo posso dirlo con assoluta certezza, nei loro piani non c’è un solo soldato russo a combattere sul territorio né ci sarà in futuro.

E il confronto con l’Occidente?

La Russia ha interesse a che il conflitto siriano si concluda ed è ovvio che per raggiungere questo risultato bisogna realisticamente tenere conto delle forze in campo. Tuttavia “l’amaro calice” temo che dovrà berlo l’Occidente perché Bashar al-Assad rimarrà al potere in Siria. Pensare che Putin abbandoni la Siria ai piani di al-Qaeda e dell’Arabia Saudita è una pura illusione.

C’è stata da parte americana ed europea una sottovalutazione del potenziale militare messo in campo dalla Russia in questa crisi?

Non hanno capito che la Russia ha cambiato il quadro militare e politico del medio oriente. Sono rimasti letteralmente sconcertati dai 26 missili di precisione partiti dalla flotta russa nel Caspio e giunti dritti al bersaglio di Daesh attraversando due nazioni, Iran e Iraq. I servizi americani non si sono accorti che questa operazione è stata il frutto di mesi e mesi di preparazione in accordo con gli iraniani. Putin glielo ha dovuto spiegare. Se l’Occidente continua a credere o a fingere che la Russia sia un bluff si farà solo del male.

Negli Usa è in corso il consueto confronto mediatico delle primarie, una vittoria finale dei repubblicani cambierà i rapporti tra Stati Uniti e Russia?

Se la scelta è tra Hillary e Trump preferisco quest’ultimo. Perché Trump è un cialtrone mentre Hillary Clinton è una persona pericolosa. Concordo pienamente con ciò che ha dichiarato Julian Assange, con la Clinton alla Casa Bianca c’è la certezza di vedere nuove guerre, la più pericolosa in campo è certamente lei. Sanders è a mio avviso il candidato migliore. Per quanto i presidenti americani non contino nulla e in quel sistema conta soprattutto chi li paga, il ruolo della personalità nella storia esiste pertanto mi auguro davvero una sua vittoria. Se Sanders non dovesse farcela nel campo democratico meglio comunque Trump della Clinton.

LA VERITÀ È ONLINE. MA LA RIVOLUZIONE DOV’È?

di Leonardo Petrocelli

Aveva ragione lo stratega Zbigniew Brzezinski quando, parlando al Forum Europeo per la Nuove Idee nel 2010, disse: “La presa di consapevolezza collettiva ed i social network sono una minaccia per lo sviluppo dell’agenda globale”. È vero. Chiunque, anche l’essere più svogliato della galassia, si faccia un giro online potrebbe rapidamente apprendere verità un tempo appannaggio dei pochi indiani della riserva ed oggi reperibili da tutti a mezzo click. Potrebbe scaricare facilmente (e gratuitamente) un libro del prof. Giacinto Auriti o ascoltare uno dei suoi tanti video per comprendere la truffa usuraia del signoraggio. Potrebbe, con poco impegno, ricostruire la genesi ed il mostruoso funzionamento di quella macchina di segregazione dei popoli che è l’Unione Europa. Potrebbe, ancora, orientarsi agevolmente negli oscuri meandri della geopolitica americana, in quella galleria degli orrori a due corsie – dem e neocon – che ogni giorno precipita il mondo nel Caos belligerante. Potrebbe, infine, capire cos’è il mondialismo e come si estrinseca il suo lungo lavorio di distruzione delle identità e di costruzione dell’uomo liquido, indifferenziato e meticcio. Quello, insomma, che si governa con un post.
Dobbiamo continuare? Il punto è chiaro. Nonostante si cerchi di declassare l’operato della controinformazione etichettandolo come becero complottismo o si cerchi di sporcarne il valore inquinando i ponderati ragionamenti con le sciocchezze più ridicole (rettiliani et similia), la verità è online. È lì, in bella mostra, gratis, alla portata di tutti e, a volte, raccontata perfino in un buon italiano. Proprio come temeva e teme Brzezinski. E allora perché la rivoluzione non c’è? Se si punta il dito sulla complessità delle tematiche in oggetto e quindi sulla relativa capacità di comprensione dell’uomo della strada, si può far agevolmente notare come vi siano anche motivi più mesti e più bassi del signoraggio per ribellarsi. Non vi indigna l’ingordigia della casta? Non vi fa ribollire il sangue essere vessati da tasse e balzelli insopportabili? Non vi sconvolgono la disoccupazione galoppante, l’insicurezza perenne, il malaffare diffuso? Evidentemente no, perché pur abbassando di migliaia di chilometri il livello della discussione fino a lambire questioni perfettamente note a chiunque, anche all’idiota più idiota del villaggio globale, la questione rimane identica: la rivoluzione non c’è.
Qualcuno lamenta l’assenza di un capo, un leader, una guida, un tribuno della plebe capace di governare le folle iraconde, fornendo a tanto malumore una precisa direzione operativa. Qualcun altro, più avvertito, invoca l’avvento di una élites portatrice di una visione del mondo verticale – non solo politica, economica e militare, quindi, ma prima di tutto spirituale – che conduca i popoli alla battaglia finale senza limitarsi a rimestare torbidamente nel ribollire tellurico delle masse. In ogni caso, dipende dagli altri. Da quelli che sicuramente sanno, probabilmente possono, di sicuro dovrebbero, ma non si muovono. Se ne stanno nascosti, chissà dove, a fare chissà cosa. Ma è davvero così? Riesumiamo un inflazionato proverbio giapponese molto utile alla discussione nella misura in cui, si capirà subito, la rovescia: “Quando l’allievo è pronto, il maestro appare”. Ormai forte è infatti il sospetto che condottieri ed élites non riescano ad operare – nonostante il momento propizio – perché la sostanza umana cui dovrebbero rivolgersi non è adatta a riceverne la spinta, né in orizzontale né, tantomeno, in verticale. Il maestro non appare perché l’allievo non è pronto.
Cosa gli manca? Non la consapevolezza, come abbiamo visto. E nemmeno la rabbia. Gli manca una virtù prepolitica senza la quale ogni sollecitazione è vana: il coraggio. E non un coraggio ideale, astratto, intellettuale, ma il coraggio fisico del guerriero. Lo spettacolo dell’umanità di Colonia è stato disarmante e bene ha fatto Buttafuoco a ricordare la rivolta dei Vespri siciliani, infiammatasi dopo l’oltraggio di un invasore francese ad una donna del luogo, morbosamente perquisita in pubblica piazza. Oggi, nella pubblica piazza 2.0, centinaia di donne sono state oltraggiate nella tremebonda immobilità e nel pavido silenzio di mariti, fidanzati, fratelli, padri. Magari sono quelli che affollano le palestre, trascorrono ore a rimirarsi i bicipiti gonfi, si esaltano guardando e riguardando il film 300, riempiono di spacconate i discorsi al bar, passano la giornata a scrivere sui social “cacciamoli a pedate!” e poi al momento del dunque, quando suonano le fanfare della battaglia, quella vera, dove rischi di prenderti un coltello nella pancia o di farti linciare dalla folla ostile, si squagliano come neve al sole. Sono quelli che un recente video di propaganda russo ha definito “i comandati dai divani” cioè i cuor di leone che, su internet, invitavano Putin a invadere l’Ucraina e che poi se la serebbero fatta sotto al primo squillo di tromba. Sono gli stessi. Assenti, spariti, non pervenuti. Come quel tedesco cui a Colonia hanno palpeggiato moglie e figlia quindicenne che ha dichiarato a “Repubblica” di averle perse di vista “proprio in quella mezz’ora”. Ohibò, che sventurata casualità. E come lui tutti gli altri, immaginiamo, perché atti di coraggio e resistenza non sono pervenuti alle cronache. Qualcuno è stato pestato, è vero, ma non in risposta ad una reazione bensì allo scopo di rubargli lo smartphone per il quale, chissà, magari avrà provato a combattere (non ci stupirebbe).
L’unico atto di coraggio di tutta la serata sembra sia da ascrivere a tal Ivan Jurcevic, 44enne campione mondiale di kickboxing con i suoi 130 kg spalmati su una altezza di oltre due metri. Bella forza, direte voi. Così è facile. E infatti la questione qui va ribaltata. L’apparizione del campione non ha affatto scoraggiato gli aggressori: caduto il primo, caduto il secondo e pure il terzo, il quarto non ha esistato a farsi avanti. Sapeva che sarebbe stato messo al tappeto in un battito di ciglia ma, nella sua bestiale foga, c’ha provato lo stesso. Ecco, questo è quello che avrebbero dovuto fare imbolsiti mariti, smunti fidanzati e gracili fratelli: provarci lo stesso. Di fronte ai palpeggiamenti, ai tentati stupri, alle molestie avrebbero dovuto provare a combattere senza indugiare in calcoli sulle probabilità di vittoria, ma semplicemente animati dalla volontà di agire. E difenderle. Magari il tentativo sarebbe costato loro la vita o, alla meglio, un brutta figura, ma se si avesse una minima dimestichezza con l’onore e il coraggio si saprebbe che, a volte, è d’obbligo buttarsi nel fuoco. Ad ogni costo.
Lo stesso, mutatis mutandis, è accaduto a Parigi quando un numero esiguo di terroristi ha fatto irruzione al Bataclan sparando su una folla di oltre mille persone. Vogliamo dire l’indicibile? La folla avrebbe potuto neutralizzarli semplicemente correndo verso di loro e travolgendoli. E invece niente. Tutti a terra, nascosti, paralizzati, con la testa fra le mani e la coda fra le gambe, mentre gli stragisti, per ben tre volte, ricaricavano le armi certi che nessuno li avrebbe disturbati. Anche stavolta nemmeno chi aveva appena visto un amico o un parente morire, magari un figlio, un fratello o l’amore della propria vita, ha trovato ragioni sufficienti per scagliarsi contro gli assassini del proprio caro. Non per stenderli o disarmarli, ripetiamo, non è questo che si pretende, ma almeno per onorare l’umano e irrazionale istinto di lanciarsi in battaglia per fargliela pagare.
Particolarmente grama, a questo proposito, sarà stata la giornata di quei colleghi cui i direttori di testata hanno deciso di commissionare un pezzo difficilissimo: elencare e descrivere tutti gli atti di coraggio nella notte parigina delle stragi. Leggeteli questi articoli e compatite i poveri giornalisti armati di microscopio e partiti alla caccia di storie che non sono mai avvenute. Certo, c’è la vicenda del ragazzo che ha aiutato una donna incinta a tirarsi su dal cornicione cui si era aggrappata (e capirai…) o di quel congolese che si è immolato per salvare l’amica cui erano destinati i proiettili dei terroristi. Sì, d’accordo, ma l’elenco è già finito. Al punto che i poveri cronisti, pur di riuscire a riempire gli spazi loro assegnati, hanno dovuto nobilitare a gesto eroico anche le parole di quel fidanzato che, stringendo la mano della propria amata, le ha sussurrato, più spaventato di lei: “Vedrai che andrà tutto bene”. Ecco, in questo siparietto da teen-drama c’è l’acme del coraggio europeo. Un coraggio acquoso, femmineo, passivo che nulla ha di attivo o di virile. Come ha acutamente notato Maurizio Blondet, l’Europa è femmina e si vede. E la si può molestare senza problemi. Perfino l’atto più audace, all’interno di questa categoria, cioè quello del ragazzo congolese, porta la firma di un non-europeo. Diversamente, gli atti di vigliaccheria, sapientemente non riportati dai giornali, sono tutti nostri e di alcuni abbiamo testimonianza diretta. Sono storie miserabili di fidanzate abbandonate sul ciglio della strada dai consorti terrorizzati o di anziani calpestati da baldi giovanotti in fuga. È la vergogna di ciò che siamo diventati dopo decenni di “pace”, di abbrutimento nel benessere economico, tecnologico e intellettuale. La Storia ci ha sorpresi appisolati sul divano e i riflessi sono lenti, la pancia è gonfia, gli occhi stanchi e il coraggio ce l’ha solo il nostro avatar su Second Life. E nonostante i fatti di Colonia e Parigi ci abbiano, purtroppo, fornito recenti e plastici esempi, non serve andar troppo lontano per dimostrare la validità del teorema. Scriveva Massimo Fini: “Se capita qualche volta che uno stupro tentato nel pieno centro di una città o una rapina vengano sventate dall’intervento di qualcuno, questo qualcuno è, di solito, un albanese, un rumeno, uno slavo. Gli italiani si voltano dall’altra parte, fingono di non vedere, subiscono. Perché albanesi, romeni, slavi hanno conservato una vitalità che noi abbiamo perduto nella grascia del benessere. Questo è un Paese in cui nessuno è più disposto non dico a correre dei rischi fisici affrontando un malfattore, ma nemmeno a inzaccherarsi le scarpe. Un paio di scarpe firmate valgono più dell’onore”. Non serve aggiungere altro.
O forse sì perché adesso che l’Occidente può rimirare quotidianamente la propria immagine tremolante riflessa nello specchio della Storia, ritrova pieno significato la lezione di un film di qualche anno fa. Visto e rivisto, apprezzato, citato e ricordato da tutti. Ma forse mai capito fino in fondo da nessuno. Parliamo di Fight Club (1999) di David Fincher, con Brad Pitt ed Edward Norton, tratto dall’omonimo e ben più modesto romanzo di Chuck Palahniuk. Scavalcando tutte le pur essenziali implicazioni psicologiche, visionarie e socio-politiche della pellicola, la storia ci indica con chiarezza il basamento formativo di una avanguardia sovversiva dedita all’abbattimento del sistema. Come fa il protagonista Tyler a gettare le basi della rivoluzione? Mette su una scuola di partito o una accademia del pensiero? Tiene conferenze, impartisce lezioni, espone complessi ragionamenti geopolitici in tre lingue? No, non subito almeno. Tutto parte da quelli che la polizia definisce i “circoli clandestini della boxe”, sudici scantinati dove impiegati, avvocati, disoccupati, camerieri, manager, spazzini, studenti si incontrano ogni sabato sera per darsele di santa ragione. E non certo per imparare a combattere o per inanellare il più alto numero di ko. Non è una competizione. Vincere o perdere non conta nulla. Conta mettersi alla prova, uscire dalle spire narcotizzanti del comfort, ritrovare il coraggio dello scontro fisico che, poi, è un modo per ritrovare se stessi, per alimentare qualla fiamma che, assediata da un oceano di parole e megabyte, ancora balugina nell’animo di qualcuno.
In quest’ultima frase c’è il senso ultimo del nostro ragionamento. L’esempio ha infatti una portata evidentemente limitata nella misura in cui – nella storia – i fight club presiedono, sostanzialmente, alla formazione di un gruppo terroristico. Non è questo che ci interessa e ci mancherebbe. Così come non ci appassiona le violenza per la violenza, l’inutile aggressività fine a se stessa, dannosa e pericolosa quanto la codardia. Se non di più. Il punto è comprendere come la consapevolezza sia nulla senza il coraggio, anche fisico, oltre che intellettuale e politico, di tradurre il pensiero in azione.
Sarà forse per questo che, anche insconsciamente, la magistratura italiana – spalleggiata da politici e scribacchini – persegue ferocemente coloro che hanno osato opporre resistenza ad una banda di ladri entrati in casa? Perché tanto accanimento pur sapendo che, così facendo, finiranno per regalare vagonate di voti all’odiato populista Salvini? Forse perché, più che di Salvini, il Potere ha paura di voi. O meglio, del coraggio che potreste ritrovare se messi alle corde. Quindi, suggerendovi che la giustizia italiana finirebbe per rivelarsi più feroce dei ladri, vi inducono a nascondervi sotto il letto e a pregare per il meglio. In caso di rapina o in caso di Legge Fornero. Il trucco è tutto qui: un lupo può anche comprendere cosa gli accade intorno ma se si comporta da chihuahua non cambierà nulla. Nonostante la verità sia online.