IL DISCORSO DI PUTIN AL VALDAI

Aprite il giornale (o i social, è uguale) e leggete le dichiarazioni di Renzi, Berlusconi, Vendola, Alfano. Allargate lo sguardo all’Europa e curiosate fra le affermazioni di Merkel, Hollande, Cameron, Junker. Poi collegatevi a qualche sito d’informazione americano e date un’occhiata a ciò che ha detto Obama. Infine, se siete ancora vivi, leggete quanto vi postiamo di seguito e meditate sulla differenza. Sono i passi fondamentali del recente discorso (24 ottobre) pronunciato da Vladimir Putin al Valdai International Discussion Club, storica cornice di confronto sul ruolo della Russia nel mondo. Siamo desolati, non è un tweet, non è una battuta e nemmeno una barzelletta. Non ci sono slides, gelati o fuochi d’artificio. È  il discorso di un vero Capo di Stato, forse l’unico in piedi, al momento, fra le rovine della baracconata globale. A corredo, dopo il testo, il commento video di Giulietto Chiesa per Pandora Tv.

Egregi colleghi! Signore e signori! Cari amici! (…)

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UCRAINA 2014. É l’ultima sveglia

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Ha ragione Giulietto Chiesa quando tratteggia una equivalenza, a parti invertite, fra Ucraina 2014 e Cuba 1962. Due operazioni molto diverse, ancorate a contesti storici del tutto differenti, ma concertate al medesimo scopo: portare i missili a un tiro di schioppo dal nemico. L’obiettivo di chi ha tirato i fili della rivolta di piazza Maidan non è semplicemente quello di amputare un pezzo della sfera di influenza russa trascinandolo nell’alcova europea, ma di far entrare (almeno) la parte occidentale dell’Ucraina nella Nato, omaggiandola così di una serie di basi, armamenti e soldati che lì prenderanno dimora e non si muoveranno più. Per questo gli Stati Uniti hanno investito cinque miliardi di dollari (l’ha ammesso candidamente Victoria Nuland, quella del “Fuck Europe”) in un’operazione che, però, nonostante la fuga del “dittatore” Yanukovitch, in realtà regolarmente eletto, la liberazione della Tymoshenko e l’ascesa al potere dei suoi sodali, è tutt’altro che finita. La vera partita a scacchi inizia adesso.

L’Ucraina è un paese diviso in due: una parte russofona ed ortodossa ad Est, ed una occidentalista e legata, culturalmente e storicamente, alla Polonia ad Ovest. La mela con tutta probabilità si spaccherà in due. Putin conserverà la parte orientale, quella più industrializzata, garantendosi lo sbocco sul Mar Nero, la Crimea e un paese a conti fatti più controllabile, nonostante la presenza insidiosa di una notevole frangia nazional-religiosa comunque ostile a Mosca. Gli americani porranno le bandierine stars and stripes su quella occidentale, tentando di portare i missili sull’uscio dello Zar. E l’Europa rimarrà con il cerino in mano, costretta ad ingoiarsi la fetta della nazione più turbolenta, più popolosa e più povera, perché tale è l’Ucraina dell’Ovest che verrà strappata ai russi. Il Fondo Monetario ha già avvertito di avere in tasca una ricetta miracolosa per la ripresa economica, a patto che gli ucraini “facciano le riforme”. Cosa questo significhi, mezzo mondo l’ha imparato sulla propria pelle e ora lo imparerà anche il popolo di Maidan cioè i rivoltosi filo-occidentali che hanno scatenato la rivolta per giorni, sequestrato persone, dato fuoco ad esseri umani vivi, producendosi in una raccapricciante spirale di orrore sapientemente tacitata dai media occidentali. Dal punto di vista dell’UE non è un grande affare, ma non lo è nemmeno per le frange neonaziste rivoltose: dall’abbraccio potenziale di Putin a quello senza scampo della Troika passa un oceano di lacrime e sangue. Faber est suae quisque fortunae.

Piuttosto, bisogna rilevare, ancora una volta, l’immutabile refrain di questi ultimi anni: la Russia non sa far altro che difendersi. E questa volta non è detto nemmeno che ci riesca perché imporre agli americani di non piazzare basi Nato in Ucraina, il “Rubicone” della trattativa, sarà impresa ardua. Ma il dato resta. Dopo una quantità esponenziale di rivoluzioni colorate, di “primavere russe” agitate sotto il Cremlino, di guerre civili scatenate ad arte (Siria e Ucraina), di donne a seno nudo spedite quotidianamente a Mosca allo scopo di far indignare il mondo, non si capisce cos’altro debbano fare gli americani per convincere Putin che resistere non basta, che bisogna superare il confine della Federazione e portare l’offensiva in campo nemico. Non con le bombe, ovvio, ma con un’opera di propaganda più sottile. E più efficace. Perché – lo ripeteremo fino alla noia – i russi non aprono un network in ogni paese occidentale senza costringere l’europeo medio, ammesso che ne abbia voglia, a scandagliare la verità nei fondali della contro-informazione? Perché non dare una vagonata di rubli agli indipendentisti del Texas o al Tea Party, applicando il metodo-Usa della guerra sul campo nemico per interposta persona? Domande che non avranno mai risposta.

Molto giustamente, Noam Chomsky ha sostenuto che Kruscev piazzò i missili a Cuba nel 1962 per raddrizzare l’equilibrio globale e rispondere all’imperialismo senza freni che gli americani stavano scatenando. Come noto, in cambio del ritiro chiese la disinstallazione dei missili Usa in Italia e Turchia che, sei mesi dopo, furono rimossi. Chi abbia vinto quel braccio di ferro rimane un enigma interpretativo della storia. Secondo la vulgata, lo sconfitto sarebbe Kruscev, piegato dalla fermezza americana e sepolto dall’imbarazzo del Politburo. In realtà, anche se nessuno lo ricorda, nel campo avverso le valutazioni non furono meno tetre. Ecco ciò che disse il generale di aviazione Curtis LeMay al Presidente Kennedy: “È la più grande sconfitta della nostra storia”.

Cosa insegna l’aneddoto? Che ottenere vittorie notevoli di cui nessuno conosce i dettagli (Siria) o proiettare solo immagini olografiche (Sochi) per testimoniare la propria grandezza non basta. A volte bisogna proiettare anche la propria volontà di potenza. Qualcuno lo spieghi allo Zar. E pure ai cinesi, prima che si facciano completamente circondare dal Pivot to Asia di Obama.

Le Rose sono appassite. Finalmente

georgiaLa Rivoluzione georgiana delle Rose è finita. L’ultima sopravvissuta fra le molteplici ed ingloriose “rivoluzioni colorate” che avevano travolto i paesi post-sovietici, si è spenta definitivamente con la vittoria del filosofo Georgij Margvelashvili, vicino a Mosca, al primo turno delle presidenziali: con circa il 70% delle preferenze il partito del vincitore, “Sogno Georgiano”, ha schiantato lo sfidante David Bakradze, fedelissimo del presidente uscente Mikhail Saakashvili, protagonista indiscusso della Rivoluzione del 2003.

Il pensiero unico si duole compostamente per la fine di una opportunità meravigliosa di pace e democrazia, in nome della quale il Dipartimento di Stato americano e la Soros Foundation avevano inondato di soldi e di lodi Saakashvili e la sua Rivoluzione. Per il bene dell’umanità, naturalmente, ma anche per infilare una spina nel fianco della Russia ed imporre alla Georgia alcuni contratti discutibili con la British Petroleum, azionista di maggioranza dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Un prezzo (“spaventoso”, lo definì Saakashvili) da pagare per ottenere in cambio una stampa sempre condiscendente e favorevole, prodiga nella narrazione di una Georgia libera e liberata, faro di civiltà fra le tenebre moscovite. Nonché pronta, a fanfare spiegate, a fare il suo ingresso nella Nato. Almeno fino al 2008, quando l’altro grande sponsor della Rivoluzione delle Rose, cioè lo Stato di Israele, istigò Tbilisi a tentare la più audace delle imprese: sfidare militarmente Putin, aggredendo la provincia secessionista dell’Ossezia, protetta da Mosca. Per l’occasione, Israele fornì all’alleato armi, addestratori militari e persino uomini politici da inserire nella compagine governativa georgiana per rimodellarne strategicamente le mosse. Il proditorio attacco – dopo un inizio incoraggiante – si risolse in una rapida ed umiliante sconfitta, e mezzo mondo dovette darsi da fare per evitare che Putin seppellisse Saakashvili sotto una gragnuola di bombe.

I georgiani avevano sperato fino all’ultimo nell’aiuto, mai giunto, della Casa Bianca e, in fin dei conti, anche Israele, ispiratore della sortita, si limitò guardare. “Ci hanno svenduti”, si lagnò il presidente, ben conscio dei contraccolpi della disfatta: non solo il peso della sconfitta ebbe notevoli ripercussioni materiali sulla salute finanziaria del paese, ma a quel punto Saakashvili si ritrovò sbarrate le porte della Nato e dovette fare i conti con l’irritazione americana per la grossolanità della sua avventura. Scaricato dagli alleati e costretto all’isolamento, l’uomo della Rivoluzione decise di prodursi in una repentina inversione di rotta, aprendo al dialogo con l’Iran e con la Turchia di Erdogan, quando ancora ad Ankara si lavorava per una egemonia ottomana non sottomessa ai pruriti occidentali.

Una mossa disperata e suicida perché se il burattino taglia i fili e si ribella al burattinaio, a quest’ultimo, si sa, non resta che gettare il pupazzo nel fuoco del camino. E così, tutta la stampa che aveva fino ad allora lisciato il pelo del presidente iniziò a produrre un racconto inedito della Georgia colorata e democratica, rappresentata ora come una malcelata dittatura, violenta e corrotta, incapace di garantire il benessere, feroce con le minoranze e gli oppositori politici. Obiettivamente, null’altro che la realtà, celata ad arte finché – alla causa americana – è convenuto scatenare le Ong, i blogger, i circoli culturali, le femministe, gli intellettuali e tutti gli attivisti umanitari d’Occidente ai quali, per onestà, va riconosciuto un talento non da poco. Quello di riuscire a schierarsi sempre dalla parte sbagliata.

Pubblicato su barbadillo.it