CHIESA:”SU REGENI INFORMAZIONE GESTITA DA MANIGOLDI”

di Marcello D’Addabbo

“La Storia attraverso le Storie: passato, presente e scenari futuri dell’Europa”, questo il titolo dell’incontro promosso dal Liceo Linguistico “European language school” di Bitonto, nella splendida cornice del Teatro Traetta. Protagonista: Giulietto Chiesa, giornalista esperto di geopolitica internazionale e direttore di Pandora Tv. Una panoramica completa sugli scenari internazionali, economici e politici, la guerra in Siria, l’attuale crisi finanziaria, il terrorismo e il destino dell’informazione.

Giulietto Chiesa, il barbaro assassinio di Giulio Regeni è legato alle attività che lo stesso svolgeva al Cairo o si deve guardare ad un contesto internazionale più vasto interessato a rovinare i rapporti tra Italia ed Egitto?

Propendo per la seconda ipotesi, si tratta di un assassinio politico. Non credo alle tesi diffuse in questi giorni o ad una vicenda di carattere personale, lo hanno ammazzato perché serviva ad inquinare i rapporti con l’Egitto.

Cui prodest?

L’Egitto non piace ad una parte dell’Occidente perché si è schierato con la Russia e perché sta svolgendo un ruolo di riequilibrio tutto sommato positivo. Non sto dando un giudizio sulle qualità democratiche, parlo da osservatore politico. Penso che questo omicidio sia servito ad ottenere l’effetto che poi nei fatti si è realizzato, tutto il coro mediatico si è scagliato contro il dittatore Al Sisi.

Da chi è composto il coro?

Dagli stessi che strillavano contro il dittatore Saddam che non aveva le armi di distruzione di massa o contro Gheddafi che è stato letteralmente massacrato perché ostacolava gli interessi dell’Occidente, gli stessi che oggi urlano contro il dittatore Putin. Sulla mia pagina facebook ho postato questa riflessione, noi abbiamo avuto due assassini politici, quello di Vittorio Arrigoni e ora Giulio Regeni, nel primo caso tutti hanno taciuto perché era piuttosto evidente chi fosse il mandante o se non era evidente si poteva facilmente intravedere.

Anche perché geograficamente molto vicino al luogo del delitto…

Infatti. Un quadro evidente ma in quel caso non se ne poteva parlare. Nel caso di Regeni invece siamo di fronte ad una descrizione ridicola dell’accaduto perché prima di dichiarare la colpa di chiunque, se si vuole essere non dico garantisti ma almeno decentemente giornalisti, si aspettano i risultati delle indagini in corso e non si trasformano mere opinioni in titoli di giornali sparati sulle principali testate. Invece il modo di procedere è opposto: accusano, pubblicano senza verificare niente, poi quando vengono smentiti dai fatti non rettificano. Purtroppo gli organi di comunicazione in Italia sono in mano ad un gruppo di manigoldi che non si occupano mai di controllare quello che scrivono.

Tornando al quadro internazionale, dai colloqui di Monaco tra Kerry e Lavrov sembra raggiunto un accordo sul cessate il fuoco in Siria. La situazione ricorda un po’ la fine della guerra tra Iran e Iraq nel 1988 quando, ad un passo da una vittoria schiacciante su Saddam, l’Ayatollah Khomeyni fu indotto – come affermò pubblicamente – “ a bere l’amaro calice della tregua”. Putin berrà l’amaro calice ad un passo dalla liberazione di Aleppo?

La Russia non berrà nessun amaro calice perché sta vincendo. La tregua la vuole la Russia che infatti ha proposto il negoziato di Ginevra, i russi non sono in Siria per restarci ma per demolire Daesh e poi andarsene.

Nessun intervento di terra, quindi…

Non metteranno piede sul campo, questo posso dirlo con assoluta certezza, nei loro piani non c’è un solo soldato russo a combattere sul territorio né ci sarà in futuro.

E il confronto con l’Occidente?

La Russia ha interesse a che il conflitto siriano si concluda ed è ovvio che per raggiungere questo risultato bisogna realisticamente tenere conto delle forze in campo. Tuttavia “l’amaro calice” temo che dovrà berlo l’Occidente perché Bashar al-Assad rimarrà al potere in Siria. Pensare che Putin abbandoni la Siria ai piani di al-Qaeda e dell’Arabia Saudita è una pura illusione.

C’è stata da parte americana ed europea una sottovalutazione del potenziale militare messo in campo dalla Russia in questa crisi?

Non hanno capito che la Russia ha cambiato il quadro militare e politico del medio oriente. Sono rimasti letteralmente sconcertati dai 26 missili di precisione partiti dalla flotta russa nel Caspio e giunti dritti al bersaglio di Daesh attraversando due nazioni, Iran e Iraq. I servizi americani non si sono accorti che questa operazione è stata il frutto di mesi e mesi di preparazione in accordo con gli iraniani. Putin glielo ha dovuto spiegare. Se l’Occidente continua a credere o a fingere che la Russia sia un bluff si farà solo del male.

Negli Usa è in corso il consueto confronto mediatico delle primarie, una vittoria finale dei repubblicani cambierà i rapporti tra Stati Uniti e Russia?

Se la scelta è tra Hillary e Trump preferisco quest’ultimo. Perché Trump è un cialtrone mentre Hillary Clinton è una persona pericolosa. Concordo pienamente con ciò che ha dichiarato Julian Assange, con la Clinton alla Casa Bianca c’è la certezza di vedere nuove guerre, la più pericolosa in campo è certamente lei. Sanders è a mio avviso il candidato migliore. Per quanto i presidenti americani non contino nulla e in quel sistema conta soprattutto chi li paga, il ruolo della personalità nella storia esiste pertanto mi auguro davvero una sua vittoria. Se Sanders non dovesse farcela nel campo democratico meglio comunque Trump della Clinton.

UN MINUTO PRIMA DEL MINUTO DI SILENZIO…

di Marcello D’Addabbo

Chi sono, da dove vengono, perché hanno agito? Perché non li hanno presi prima, cosa vogliono ottenere? A mente fredda e a poche ore da una strage tra le più devastanti compiute in una delle principali capitali europee è difficile farsi ascoltare da chi è ancora stordito dal rumore assordante. Non si tratta del rumore delle armi automatiche e dei fucili a pompa dei terroristi, ma di quello delle dirette televisive, un fiume in piena di retorica sul mondo libero(sic!) che non si piega alla paura, di rivendicazioni dei presunti mandanti (sempre riportate dal SITE di Rita Katz della quale si invita caldamente a controllare l’ottimo “curriculum vitae”), corredate dai soliti filmati degli incappucciati neri in marcia verso di noi. Scorrono ancora le immagini dei pianti delle ragazze e dei ragazzi che erano lì all’interno della sala concerti Bataclan o che si sono trovati a passare da quelle parti, circondati da folle di giornalisti e passanti in un delirio di ambulanze, barelle e polizia. C’è la non stop dei talk show che alzano il tiro delle ipotesi e analisi (oltre ai profitti sulla pubblicità), spesso arrampicandosi sugli specchi di teorie ardite – tipo la favola della Francia punita perché stava facendo la guerra all’Isis (e qui grasse risate!), e poi gli immancabili richiami di guerra del giorno dopo dei “comandanti da divano di Facebook” come amano definirli in Russia. Ci sono già i fiori sotto le ambasciate francesi, gli appelli dei leader e presto, purtroppo per noi tutti, arriveranno immancabili anche i minuti di silenzio ufficiali delle Boldrini di tutto il mondo. Uno tsunami di parole ed emozioni. E’ roba da restarne completamente intossicati! Il secondo attacco terroristico che parte alcuni minuti dopo l’inizio del primo mira dritto in testa, alla nostra psiche. L’obiettivo è non lasciare spazio a libere interpretazioni e occupare con rapidità fulminea l’immaginario collettivo con la tesi fondamentale e semplificatoria, quella che toglie dubbi, appiana le divergenze e conquista l’opinione pubblica: il terrorismo islamico ci attacca e minaccia il nostro stile di vita per imporne un altro sostitutivo, medievale, oscurantista, nonché votato alla cancellazione dei nostri diritti fondamentali. Firmato Barak Obama, Hollande, Renzi, tv satellitari, giornali e telegiornali mainstream, sedicenti autorevoli analisti e capi partito. In questo clima asfissiante qualunque opinione diversa da questa è il solito complottismo agitato da gente che crede alle scie chimiche, da gruppi di frustrati che vagheggiano teorie paranoiche su rettiliani, templari e sinarchie mondiali. Una “reductio ad Giacobbum” potremmo dire, prendendo a prestito il nome del simpatico conduttore di Voyager, usata per squalificare chiunque non si unisca al coro impetuoso della versione ufficiale.
Poi il ritmo rallenta, le commemorazioni finiscono, la polvere da sparo si deposita sull’asfalto e, di solito già dopo un mese-due circa, le sbavature dell’operazione terroristica cominciano ad essere sottolineate da canali informali di diffusione delle notizie, spesso legati a quelle intelligence che non hanno preso parte all’attacco, trovandosi dalla parte opposta della barricata rispetto ai probabili mandanti. Una lente meticolosa di ingrandimento inizia a pescare elementi, a trovare incongruenze e stranezze, collegamenti di personaggi coinvolti con poteri formali ed informali – ci ricordiamo di Osama bin Laden, di Khalid Sheikh Mohammed, della connivenza di alcuni poliziotti spagnoli nella strage di Madrid, o inglesi in quella avvenuta nella metropolitana di Londra, dell’omicidio del premier Hariri in Libano, del caso Moro e dell’ambiguo capo delle BR Mario Moretti detto “la sfinge”?. E dopo iniziano immancabilmente ad emergere strane falle nella sicurezza, tipo l’auto della polizia francese che lasciava passare i terroristi armati fino ai denti dopo la strage di Charlie Hebdo, filmati professionali delle stragi realizzati da operatori hollywoodiani misteriosamente piazzati lì e rimasti incolumi e, di solito ma vorremmo essere smentiti almeno stavolta, mai un terrorista superstite…uno straccio di criminale che possa dire, seduto in un posto di polizia con la lampada puntata sugli occhi, “sì sono stato io!” e “l’ho fatto per un obiettivo”, “perchè credo nella jihad e voglio distruggere l’occidente!”. Tutto è affidato a filmati preconfezionati lanciati sul web durante la strage o recapitati successivamente attraverso l’immancabile Site di Rita Katz, sempre lei. Senza dimenticare il copyright ufficiale urlato durante gli spari: “allah akbar!”. Il pacco è chiuso ormai, pronto per l’opinione pubblica…perché riaprirlo settimane o mesi dopo? A chi importa più? La marea emotiva si è abbassata lasciando il posto alla palude dell’indifferenza, così pensano i domatori di masse…pubblicitari per vocazione.
Il primo comandamento in questi casi, se si vuole optare per una secessione consapevole dalla plebe dell’informazione di massa è capire innanzitutto dove vogliono andare a parare certi messaggi. Se è impossibile al momento smentire tutto quello che ci vogliono far credere, si può quantomeno indicare qualche elemento di incongruenza della narrazione mediatica. E’ chiaro a tutti, per esempio, che se questo attacco micidiale e stragista fosse stato organizzato dall’Isis gli autori della strage avrebbero sbagliato indirizzo colpendo Parigi, dato che è la federazione Russa che li sta materialmente distruggendo con massicci bombardamenti in Siria da oltre un mese e non la Francia di Hollande che invece non ha fatto altro che sostenere il jihadismo antisiriano allo scopo di abbattere il presidente Bashar al-Assad e prendersi Damasco in amicizia con sauditi, Turchia e Tel Aviv. In questi mesi l’ipocrita e falsa campagna “a bassa intensità” contro l’Isis di americani, francesi e inglesi non mirava ad eliminarlo ma, appunto, a contenerlo e rivolgerlo contro al-Assad. In questo l’iniziativa di Hollande sembrava molto più motivata e veemente di quella americana, laddove invece si registrano contraddizioni e un certo ripiegamento di insegne che ha causato molti mal di pancia ad arabi e israeliani. L’esercito iracheno denuncia da mesi l’invio costante di armi all’Isis da parte francese, inglese e americana. Ricognizioni aeree occidentali fingono di monitorare le postazioni del califfato e invece finiscono per lanciare pacchi carichi di munizioni e viveri, dicono gli ufficiali di Baghdad. Gli fanno eco i soldati siriani e iraniani ma nessuno crederebbe a chi sta nella lista dei brutti e cattivi. Inoltre sappiamo da Thierry Meyssan che allorquando la Francia sabotò la Conferenza di Ginevra sulla Siria, con l’aiuto della Germania essa si impegnò a realizzare un piano – concepito già nel 2007 da John Negroponte, allora direttore dell’Intelligence nazionale USA – di provocare in Siria una guerra di tipo nicaraguense. Si trattava di moltiplicare i gruppi terroristici per far “grondare sangue” al paese. Proprio la Francia mise a disposizione il coordinamento internazionale dei Fratelli Musulmani, tuttora presenti sul suo territorio, ad Aquisgrana, sin dai tempi della Guerra Fredda. E attualmente da lì che vien organizzato il ritiro di Ahrar al-Sham, di Al-Qaeda, di Daesh (l’Isis, ndr) e degli altri. 
Allora cosa c’entra Parigi? La strategia della tensione diretta contro i popoli europei al fine di generare panico, insicurezza individuando il nemico esistenziale per giustificare successive guerre di conquista coloniali, predazione di risorse e nuovi mercati, ma anche avamposti militari per la grande guerra contro i paesi emergenti (Cina in testa) spiega molte cose, certo, ma non tutto. A rigor di logica se l’attentato fosse ciò che l’intelligence stessa chiama un “false flag” per generare i risultati elencati, obiettivo privilegiato sarebbe potuta essere la Germania che si sta rapidamente sfilando dal ginepraio siriano e intende ricucire ora lo strappo delle sanzioni con Mosca, circostanza questa non certo gradita a Washington. Anche il governo francese vorrebbe riallacciare migliori rapporti con Putin, anche alla luce dell’evidente successo diplomatico della missione militare russa in Siria e dell’enorme consenso che Putin sta ottenendo in veste di S.Giorgio che abbatte a suon di missili ad alta precisione il drago jihadista. Ma un ulteriore elemento è stato fornito nella lunga diretta post attacco di Rainews 24, dall’analista Germano Dottori, docente universitario di Studi Strategici alla Luiss e redattore di “Limes”, non proprio un complottista, il quale in controtendenza con la vulgata giornalistica ha curiosamente messo in relazione l’attentato di Parigi con la programmata prima visita ufficiale in Francia, che doveva svolgersi due giorni dopo l’attentato, del primo ministro della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rohani (il 14 novembre doveva passare da Roma). Circostanza che non è propriamente in cima ai pensieri dei jihadisti del califfato. C’è un’altra entità politica che potrebbe non approvare un nuovo corso di rapporti diplomatici da inaugurare con la stretta di mano franco-iraniana. Un milione di shekel a chi indovina. La visita intanto è stata annullata appena Rohani ha appreso della strage francese. Il suggerimento di Dottori indica che anche nel mezzo dello tsunami disinformativo si può iniziare a ragionare, magari un minuto prima del minuto di silenzio.

Giù il sipario. La farsa non funziona più

di Marcello D’Addabbo

La vittoria elettorale degli indipendentisti catalani non offre di certo nuova polvere ai cannoni della rivolta contro l’eurocrazia. Ma al netto delle professioni di europeismo venute dalla coalizione secessionista guidata da Artur Mas durante la campagna elettorale di queste infuocate elezioni per il rinnovo del parlamento regionale catalano, non si può certo affermare che questa scossa sismica non sia sottilmente legata al vento che tira in molti paesi dell’Ue. L’eccezione della Candidatura d’Unità Popolare (Cup), formazione catalana antieuropeista e contraria alla Nato che ha ottenuto l’8.2% dei voti vale a ricordarlo. Per quanto la questione catalana venga da lontano e si accompagni a ragioni economiche ed istituzionali interne alla realtà spagnola, questa spinta elettorale oggi è rinvigorita dall’inerzia del governo di Madrid di fronte ai vincoli di bilancio imposti da Bruxelles. Le ricette eurocratiche di austerity pedissequamente eseguite da Mariano Rajoy ovviamente impediscono, come accade in Italia e in altri stati Ue “sorvegliati speciali”, di effettuare manovre keynesiane di spesa pubblica, di avere la mano libera nei trasferimenti finanziari agli enti locali o in eventuali riduzioni della pressione fiscale.
In questo opprimente clima di sudditanza e di autocensura dei governi nazionali ormai desovranizzati e dopo il crollo delle speranze greche di riscossa maturate con Syriza, perché dunque continuare ad illudersi inutilmente in un recupero della sovranità nazionale quando si può, in tempi più rapidi, strapparne una locale? Il progetto è meno molto ambizioso, certo, ma anche meno utopistico se si ha presente la tenuta dei politici al momento sulla scena. Il sospetto che il giovane e imberbe Pablo Iglesias e il suo fresco movimento popolare Podemos, dopo roboanti campagne di autodeterminazione nazionale militate in primavera a fianco dei greci, una volta vinte le elezioni il prossimo dicembre offra lo stesso miserevole spettacolo del governo di Alexis Tsipras ha probabilmente rinforzato l’adesione popolare ai partiti catalani che caldeggiano una rapida secessione di Barcellona dal Regno di Spagna.
Il piccolo episodio catalano sembra inquadrarsi nel contesto più vasto della grande ondata di sfiducia degli elettori europei negli stati nazionali e, soprattutto, nella politica dei partiti tradizionali che hanno dominato la scena a partire dal secondo dopoguerra. Proprio le ultime elezioni greche hanno mostrato una diserzione di massa delle urne (ha votato un greco su due). Risultato che, al di là della risicata prevalenza di Syriza (ora salutata da entusiastici tweet degli eurofalchi Dijsselbloem e Shulz!), costretta comunque a ribadire l’alleanza con i conservatori di Anel, si è caratterizzato per l’inedita scomparsa dallo scenario politico greco del Pasok. Il partito socialista che ha governato il paese per quarant’anni in alternanza con il centrodestra, alle ultime elezioni di settembre ha ottenuto poco più del 6%. Non è sparito del tutto soltanto grazie ad un accordo elettorale con Dimar, la Sinistra democratica, nata dalla scissione di Synaspismos, partito da cui si è originata Syriza. La storica colonna del socialismo europeo in Grecia si è sgretolata. In questo scenario di sfiducia e astensionismo Alba Dorata, la cui dirigenza è letteralmente dietro le sbarre, è diventato il terzo movimento politico ellenico con oltre il 7%. In Inghilterra si assiste all’elezione di Jeremy Corbyn alla guida del Labour, da sempre l’anti-Blair, un militante anti-Nato che ha affermato “la Nato doveva essere sciolta con la caduta del muro di Berlino e la fine del patto di Varsavia”. Un’altra colonna del socialismo europeo che stavolta, però, affronta una metamorfosi interna per non scomparire, dopo l’impopolare cura euro-atlantica imposta negli anni di Tony Blair e dell’intervento militare inglese in Iraq. Soltanto in Italia il blairismo è ancora di moda e infatti Renzi non ha mancato di bollare pubblicamente la vittoria di Corbyn come atto si autolesionismo di un partito che si vota alla sconfitta.Corbyn-800x500Per Renzi bisogna vincere le elezioni e non fare politica, l’immediato profitto elettorale viene prima di qualità, contenuti, strategia e visione di lungo periodo della società che si intende governare. È la mentalità borsistica applicata alla politica, quella dei dati sui profitti trimestrali delle società quotate che orientano i mercati finanziari in continue oscillazioni come fossero branchi di pesci impazziti. Che la “volatilità elettorale”, per utilizzare un termine mutuato dai mercati, sia dovuta proprio ad anni di moderatismo inetto e non al radicalismo politico, che al contrario del primo in questa fase paga enormemente di più in termini di crescita dei consensi, non sfiora la mente di Renzi neanche per un istante. Il ragionamento che ha portato l’ex rottamatore a questa pubblica boutade, ripresa da tutti i quotidiani britannici, oltre a finalità interne al partito è legato ad uno schema vecchio. Le elezioni, infatti, si “vincevano al centro” negli anni Novanta, quando le tasche erano piene, la classe media godeva di un discreto benessere, l’austerità era un proposito per l’anno nuovo e i popoli del Sud del mondo, anche quelli più disgraziati, tendevano per lo più a restare nel proprio paese. Capire il momento storico attuale, lo spengleriano zeitgeist, è uno sforzo che va al di là alle sue capacità.  Così, appena i sondaggi mostrano l’inevitabile incrinatura, deve promettere il taglio dell’imposta sugli immobili, esagerare una ripresa economica che nei fatti nessuno ancora vede, bacchettare televisioni e giornali quando forniscono dati diversi da quelli vagheggiati dal governo e bollare come pessimisti e gufi gli avversari dello storytelling. Poco importa che il jobs act porti il timbro di vidimazione della Cancelleria tedesca, perché tanto l’incessante marketing mediatico e i battiti di ciglia delle ministre carine riusciranno a coprire la realtà con la fiction. Ma la realtà continua a ricordare a chi ha memoria che Renzi non è stato neanche eletto ed è alleato con Alfano, sostenuto da una maggioranza che si regge su ex montiani, ex berlusconiani di Verdini, nel terzo governo italiano di “larghe intese” costruito per volontà di Napolitano al fine di arginare l’ascesa del movimento di Beppe Grillo. É utile ricordarlo perché tutti in Italia fanno finta di esserselo dimenticato.
Una sveglia dal torpore potrebbe venire da un rapporto del Parlamento europeo pubblicato da “Limes” che stila una classifica dei paesi dove l’euroscetticismo è stato più presente negli ultimi due anni confrontando le percentuali dei voti ottenuti da movimenti e partiti nemici dell’euro in consultazioni nazionali o europee. Medaglia d’oro: l’Italia con il 37,6% dei consensi, dati complessivamente a M5S e Lega Nord alle scorse elezioni europee. Segue la Polonia con il 34,76 % dei consensi ottenuti dal partito Diritto e Giustizia di Andrzej Duda eletto poi Presidente al secondo turno. Di seguito è menzionata la Grecia di Syriza che ora faticheremmo a definire antieuropeista, mentre al quarto posto si pone la Francia con il Fn della Le Pen al 22.2%. Infine seguono in ordine Danimarca, Austria e Finlandia. Diverte constatare che il paese che ha ospitato la firma del Trattato di Roma, istitutivo della CEE nel 1957 sia anche quello che oggi più di tutti gli altri vorrebbe liberarsi della morsa eurocratica. Siamo i primi antieuropeisti d’Europa e nessuno lo dice. Secondi solo all’Ungheria di Orban che però nella moneta unica non è mai entrata e anzi se ne guarda bene. Se questo semplice dato fosse ripetuto ogni giorno su tutti i telegiornali con la stessa forsennata costanza con la quale il renzismo fa i suoi gargarismi quotidiani, dell’Ue non ci sarebbe più traccia. Comandare è far credere, aveva ragione Niccolò Machiavelli, motivo per cui gli italiani probabilmente continueranno a votare Lega e Cinque Stelle facendosi però convincere da Riotta e Lilli Gruber di essere lo stesso grandi tifosi dell’Ue. Anzi, il popolo più europeista d’Europa! È il muro di gomma dei mass media a generare questa ipnosi collettiva. Complessivamente il calo di consensi ai partiti delle due famiglie politiche europee che reggono la farsa del finto bipolarismo (Ppe-Pse) è vistoso e apparentemente irreversibile. Se la sinistra inglese per non morire si radicalizza, Cameron tallonato elettoralmente da Farage ha dovuto concedere agli inglesi un referendum per rimettere in discussione l’adesione del Regno Unito all’Ue.

2015-07-07t175558z_1737681379_gf10000151659_rtrmadp_3_eurozone-greece_6e3bea53ae7121875da86ccb4d533314.nbcnews-ux-2880-1000I socialisti di Hollande in Francia sono elettoralmente annichiliti quanto i loro colleghi greci, mentre dall’altra parte Nicolas Sarkozy cerca di accordarsi con loro sui candidati alle prossime elezioni politiche e in modo da arrivare al secondo turno delle presidenziali con in mano un accordo che impedisca a Marine Le Pen di diventare Presidente della Repubblica nel 2017. Si gioca di rimessa ormai, organizzando tattiche di contenimento per arginare l’avanzata del nemico esistenziale. Senza grandi idee. In Germania governa la grande coalizione, cioè le larghe intese, mentre in piazza raccolgono consensi crescenti Pegida e Alternative Für Deutschland. Il panorama è uniforme: nessun partito democristiano moderato, socialista riformista o liberale può tornare a governare da solo un paese europeo. La maggioranza degli europei non si fida più di loro e della loro finta contrapposizione. La rappresentazione teatrale su cui si è retta per anni l’Ue non regge più, non è credibile e gli spettatori un tempo inerti cominciano a fischiare gli attori. La crisi economica ha certamente influito su questo risultato, riducendo le capacità corruttivo-clientelari di questi grandi partiti di massa interclassisti, ma è anche diventato troppo evidente alla prova del governo nazionale che essi seguono direttive prefissate, rispondendo ad assetti geopolitici sovraordinati al di là di quello che possono promettere in campagna elettorale. Si tratta di un dato ormai storico.
Nel lontano 1981 Andreas Papandreou diete vita al primo governo socialista nella storia greca dal 1924. Aveva promesso in campagna elettorale il ritiro della Grecia dalla Nato e dalla Comunità Economica Europea. Una volta al potere cambiò posizione rispetto ad entrambe le istituzioni. Non vi ricorda il percorso di qualcuno nella recente trattativa sul debito affrontata con la Troika europea? Certo, almeno Papandreou ebbe la decenza di non indire un referendum sostenendolo con una campagna enfatica per poi rinnegare tutto e venire a patti con il nemico appena si chiudono le urne (la guerra fredda imponeva uno stile). Anche i socialisti spagnoli vinsero le elezioni pronunciandosi espressamente contro l’allora recente ingresso della Spagna nella Nato. Ingresso poi regolarmente confermato ad urne chiuse dal governo socialista di Felipe Gonzales. La sostanza non cambia, il gioco del prometti e subito dopo rinnega ormai è scoperto. E si meravigliano che la gente non li voti più? Una volta al governo e ovunque vi siano stati, socialisti e popolari europei erano e sono tutt’ora pronti: ad applicare le ricette di austerità della troika; a precarizzare il lavoro e deprimere le retribuzioni onde “cinesizzare” i lavoratori europei al fine di provocare un ritorno di capitali dai paesi emergenti (magari accelerando tale processo con una bella iniezione di lavoratori immigrati); dare maggiori poteri alle banche (partecipazione dei correntisti alle perdite della banca attraverso il meccanismo europeo del Bail-in); deregolamentare il mercato per esaudire ogni richiesta delle multinazionali (si veda il sostegno unanime al TTIP); partecipare alle sanzioni contro stati sovrani colpevoli di essere tali al contempo essendo anche possessori di materie prime, e, infine, sostenere le campagne militari del Pentagono sempre anticipate da incessanti campagne massmediatiche di mistificazione umanitaria (come nella migliore tradizione del “bipensiero orwelliano”). Berlusconi nel 2011 su pressione “anglo-franco-napolitana” ha dovuto pugnalare alla schiena in mondo visione l’amico Gheddafi, il leader berbero che un paio di anni prima di vedere Tripoli sommersa da una pioggia di missili Cruise aveva dormito in una tenda a Villa Pamphili tra amazzoni e felliniane parate di beduini. Sono traumi collettivi che restano nella memoria e sedimentano una sfiducia destinata ormai a diventare il fattore elettorale permanente.
Prepariamoci ad anni di astensionismo, secessionismo, populismo sempre più aggressivo ed efficace. In varie forme, assisteremo ad una lunga lotta per la sovranità dei popoli. L’inconsistente Europa degli Hollande, Rajoy e Renzi è troppo debole per resistere a questo costante sgretolamento politico ed elettorale. Non li ha salvati l’effetto emotivo generato dalla strage di “Charlie Hebdo”, non li salverà l’ottimismo forzato di Renzi né la campagna mondiale di denigrazione montata contro Victor Orban in occasione della costruzione del muro ungherese anti-immigrati, con tanto di riesumazione dai sarcofagi della storia della vecchia retorica antifascista da usare come estintore in caso di emergenza. Le fiamme stavolta sono tropo alte. Non funziona.