LA VERITÀ È ONLINE. MA LA RIVOLUZIONE DOV’È?

di Leonardo Petrocelli

Aveva ragione lo stratega Zbigniew Brzezinski quando, parlando al Forum Europeo per la Nuove Idee nel 2010, disse: “La presa di consapevolezza collettiva ed i social network sono una minaccia per lo sviluppo dell’agenda globale”. È vero. Chiunque, anche l’essere più svogliato della galassia, si faccia un giro online potrebbe rapidamente apprendere verità un tempo appannaggio dei pochi indiani della riserva ed oggi reperibili da tutti a mezzo click. Potrebbe scaricare facilmente (e gratuitamente) un libro del prof. Giacinto Auriti o ascoltare uno dei suoi tanti video per comprendere la truffa usuraia del signoraggio. Potrebbe, con poco impegno, ricostruire la genesi ed il mostruoso funzionamento di quella macchina di segregazione dei popoli che è l’Unione Europa. Potrebbe, ancora, orientarsi agevolmente negli oscuri meandri della geopolitica americana, in quella galleria degli orrori a due corsie – dem e neocon – che ogni giorno precipita il mondo nel Caos belligerante. Potrebbe, infine, capire cos’è il mondialismo e come si estrinseca il suo lungo lavorio di distruzione delle identità e di costruzione dell’uomo liquido, indifferenziato e meticcio. Quello, insomma, che si governa con un post.
Dobbiamo continuare? Il punto è chiaro. Nonostante si cerchi di declassare l’operato della controinformazione etichettandolo come becero complottismo o si cerchi di sporcarne il valore inquinando i ponderati ragionamenti con le sciocchezze più ridicole (rettiliani et similia), la verità è online. È lì, in bella mostra, gratis, alla portata di tutti e, a volte, raccontata perfino in un buon italiano. Proprio come temeva e teme Brzezinski. E allora perché la rivoluzione non c’è? Se si punta il dito sulla complessità delle tematiche in oggetto e quindi sulla relativa capacità di comprensione dell’uomo della strada, si può far agevolmente notare come vi siano anche motivi più mesti e più bassi del signoraggio per ribellarsi. Non vi indigna l’ingordigia della casta? Non vi fa ribollire il sangue essere vessati da tasse e balzelli insopportabili? Non vi sconvolgono la disoccupazione galoppante, l’insicurezza perenne, il malaffare diffuso? Evidentemente no, perché pur abbassando di migliaia di chilometri il livello della discussione fino a lambire questioni perfettamente note a chiunque, anche all’idiota più idiota del villaggio globale, la questione rimane identica: la rivoluzione non c’è.
Qualcuno lamenta l’assenza di un capo, un leader, una guida, un tribuno della plebe capace di governare le folle iraconde, fornendo a tanto malumore una precisa direzione operativa. Qualcun altro, più avvertito, invoca l’avvento di una élites portatrice di una visione del mondo verticale – non solo politica, economica e militare, quindi, ma prima di tutto spirituale – che conduca i popoli alla battaglia finale senza limitarsi a rimestare torbidamente nel ribollire tellurico delle masse. In ogni caso, dipende dagli altri. Da quelli che sicuramente sanno, probabilmente possono, di sicuro dovrebbero, ma non si muovono. Se ne stanno nascosti, chissà dove, a fare chissà cosa. Ma è davvero così? Riesumiamo un inflazionato proverbio giapponese molto utile alla discussione nella misura in cui, si capirà subito, la rovescia: “Quando l’allievo è pronto, il maestro appare”. Ormai forte è infatti il sospetto che condottieri ed élites non riescano ad operare – nonostante il momento propizio – perché la sostanza umana cui dovrebbero rivolgersi non è adatta a riceverne la spinta, né in orizzontale né, tantomeno, in verticale. Il maestro non appare perché l’allievo non è pronto.
Cosa gli manca? Non la consapevolezza, come abbiamo visto. E nemmeno la rabbia. Gli manca una virtù prepolitica senza la quale ogni sollecitazione è vana: il coraggio. E non un coraggio ideale, astratto, intellettuale, ma il coraggio fisico del guerriero. Lo spettacolo dell’umanità di Colonia è stato disarmante e bene ha fatto Buttafuoco a ricordare la rivolta dei Vespri siciliani, infiammatasi dopo l’oltraggio di un invasore francese ad una donna del luogo, morbosamente perquisita in pubblica piazza. Oggi, nella pubblica piazza 2.0, centinaia di donne sono state oltraggiate nella tremebonda immobilità e nel pavido silenzio di mariti, fidanzati, fratelli, padri. Magari sono quelli che affollano le palestre, trascorrono ore a rimirarsi i bicipiti gonfi, si esaltano guardando e riguardando il film 300, riempiono di spacconate i discorsi al bar, passano la giornata a scrivere sui social “cacciamoli a pedate!” e poi al momento del dunque, quando suonano le fanfare della battaglia, quella vera, dove rischi di prenderti un coltello nella pancia o di farti linciare dalla folla ostile, si squagliano come neve al sole. Sono quelli che un recente video di propaganda russo ha definito “i comandati dai divani” cioè i cuor di leone che, su internet, invitavano Putin a invadere l’Ucraina e che poi se la serebbero fatta sotto al primo squillo di tromba. Sono gli stessi. Assenti, spariti, non pervenuti. Come quel tedesco cui a Colonia hanno palpeggiato moglie e figlia quindicenne che ha dichiarato a “Repubblica” di averle perse di vista “proprio in quella mezz’ora”. Ohibò, che sventurata casualità. E come lui tutti gli altri, immaginiamo, perché atti di coraggio e resistenza non sono pervenuti alle cronache. Qualcuno è stato pestato, è vero, ma non in risposta ad una reazione bensì allo scopo di rubargli lo smartphone per il quale, chissà, magari avrà provato a combattere (non ci stupirebbe).
L’unico atto di coraggio di tutta la serata sembra sia da ascrivere a tal Ivan Jurcevic, 44enne campione mondiale di kickboxing con i suoi 130 kg spalmati su una altezza di oltre due metri. Bella forza, direte voi. Così è facile. E infatti la questione qui va ribaltata. L’apparizione del campione non ha affatto scoraggiato gli aggressori: caduto il primo, caduto il secondo e pure il terzo, il quarto non ha esistato a farsi avanti. Sapeva che sarebbe stato messo al tappeto in un battito di ciglia ma, nella sua bestiale foga, c’ha provato lo stesso. Ecco, questo è quello che avrebbero dovuto fare imbolsiti mariti, smunti fidanzati e gracili fratelli: provarci lo stesso. Di fronte ai palpeggiamenti, ai tentati stupri, alle molestie avrebbero dovuto provare a combattere senza indugiare in calcoli sulle probabilità di vittoria, ma semplicemente animati dalla volontà di agire. E difenderle. Magari il tentativo sarebbe costato loro la vita o, alla meglio, un brutta figura, ma se si avesse una minima dimestichezza con l’onore e il coraggio si saprebbe che, a volte, è d’obbligo buttarsi nel fuoco. Ad ogni costo.
Lo stesso, mutatis mutandis, è accaduto a Parigi quando un numero esiguo di terroristi ha fatto irruzione al Bataclan sparando su una folla di oltre mille persone. Vogliamo dire l’indicibile? La folla avrebbe potuto neutralizzarli semplicemente correndo verso di loro e travolgendoli. E invece niente. Tutti a terra, nascosti, paralizzati, con la testa fra le mani e la coda fra le gambe, mentre gli stragisti, per ben tre volte, ricaricavano le armi certi che nessuno li avrebbe disturbati. Anche stavolta nemmeno chi aveva appena visto un amico o un parente morire, magari un figlio, un fratello o l’amore della propria vita, ha trovato ragioni sufficienti per scagliarsi contro gli assassini del proprio caro. Non per stenderli o disarmarli, ripetiamo, non è questo che si pretende, ma almeno per onorare l’umano e irrazionale istinto di lanciarsi in battaglia per fargliela pagare.
Particolarmente grama, a questo proposito, sarà stata la giornata di quei colleghi cui i direttori di testata hanno deciso di commissionare un pezzo difficilissimo: elencare e descrivere tutti gli atti di coraggio nella notte parigina delle stragi. Leggeteli questi articoli e compatite i poveri giornalisti armati di microscopio e partiti alla caccia di storie che non sono mai avvenute. Certo, c’è la vicenda del ragazzo che ha aiutato una donna incinta a tirarsi su dal cornicione cui si era aggrappata (e capirai…) o di quel congolese che si è immolato per salvare l’amica cui erano destinati i proiettili dei terroristi. Sì, d’accordo, ma l’elenco è già finito. Al punto che i poveri cronisti, pur di riuscire a riempire gli spazi loro assegnati, hanno dovuto nobilitare a gesto eroico anche le parole di quel fidanzato che, stringendo la mano della propria amata, le ha sussurrato, più spaventato di lei: “Vedrai che andrà tutto bene”. Ecco, in questo siparietto da teen-drama c’è l’acme del coraggio europeo. Un coraggio acquoso, femmineo, passivo che nulla ha di attivo o di virile. Come ha acutamente notato Maurizio Blondet, l’Europa è femmina e si vede. E la si può molestare senza problemi. Perfino l’atto più audace, all’interno di questa categoria, cioè quello del ragazzo congolese, porta la firma di un non-europeo. Diversamente, gli atti di vigliaccheria, sapientemente non riportati dai giornali, sono tutti nostri e di alcuni abbiamo testimonianza diretta. Sono storie miserabili di fidanzate abbandonate sul ciglio della strada dai consorti terrorizzati o di anziani calpestati da baldi giovanotti in fuga. È la vergogna di ciò che siamo diventati dopo decenni di “pace”, di abbrutimento nel benessere economico, tecnologico e intellettuale. La Storia ci ha sorpresi appisolati sul divano e i riflessi sono lenti, la pancia è gonfia, gli occhi stanchi e il coraggio ce l’ha solo il nostro avatar su Second Life. E nonostante i fatti di Colonia e Parigi ci abbiano, purtroppo, fornito recenti e plastici esempi, non serve andar troppo lontano per dimostrare la validità del teorema. Scriveva Massimo Fini: “Se capita qualche volta che uno stupro tentato nel pieno centro di una città o una rapina vengano sventate dall’intervento di qualcuno, questo qualcuno è, di solito, un albanese, un rumeno, uno slavo. Gli italiani si voltano dall’altra parte, fingono di non vedere, subiscono. Perché albanesi, romeni, slavi hanno conservato una vitalità che noi abbiamo perduto nella grascia del benessere. Questo è un Paese in cui nessuno è più disposto non dico a correre dei rischi fisici affrontando un malfattore, ma nemmeno a inzaccherarsi le scarpe. Un paio di scarpe firmate valgono più dell’onore”. Non serve aggiungere altro.
O forse sì perché adesso che l’Occidente può rimirare quotidianamente la propria immagine tremolante riflessa nello specchio della Storia, ritrova pieno significato la lezione di un film di qualche anno fa. Visto e rivisto, apprezzato, citato e ricordato da tutti. Ma forse mai capito fino in fondo da nessuno. Parliamo di Fight Club (1999) di David Fincher, con Brad Pitt ed Edward Norton, tratto dall’omonimo e ben più modesto romanzo di Chuck Palahniuk. Scavalcando tutte le pur essenziali implicazioni psicologiche, visionarie e socio-politiche della pellicola, la storia ci indica con chiarezza il basamento formativo di una avanguardia sovversiva dedita all’abbattimento del sistema. Come fa il protagonista Tyler a gettare le basi della rivoluzione? Mette su una scuola di partito o una accademia del pensiero? Tiene conferenze, impartisce lezioni, espone complessi ragionamenti geopolitici in tre lingue? No, non subito almeno. Tutto parte da quelli che la polizia definisce i “circoli clandestini della boxe”, sudici scantinati dove impiegati, avvocati, disoccupati, camerieri, manager, spazzini, studenti si incontrano ogni sabato sera per darsele di santa ragione. E non certo per imparare a combattere o per inanellare il più alto numero di ko. Non è una competizione. Vincere o perdere non conta nulla. Conta mettersi alla prova, uscire dalle spire narcotizzanti del comfort, ritrovare il coraggio dello scontro fisico che, poi, è un modo per ritrovare se stessi, per alimentare qualla fiamma che, assediata da un oceano di parole e megabyte, ancora balugina nell’animo di qualcuno.
In quest’ultima frase c’è il senso ultimo del nostro ragionamento. L’esempio ha infatti una portata evidentemente limitata nella misura in cui – nella storia – i fight club presiedono, sostanzialmente, alla formazione di un gruppo terroristico. Non è questo che ci interessa e ci mancherebbe. Così come non ci appassiona le violenza per la violenza, l’inutile aggressività fine a se stessa, dannosa e pericolosa quanto la codardia. Se non di più. Il punto è comprendere come la consapevolezza sia nulla senza il coraggio, anche fisico, oltre che intellettuale e politico, di tradurre il pensiero in azione.
Sarà forse per questo che, anche insconsciamente, la magistratura italiana – spalleggiata da politici e scribacchini – persegue ferocemente coloro che hanno osato opporre resistenza ad una banda di ladri entrati in casa? Perché tanto accanimento pur sapendo che, così facendo, finiranno per regalare vagonate di voti all’odiato populista Salvini? Forse perché, più che di Salvini, il Potere ha paura di voi. O meglio, del coraggio che potreste ritrovare se messi alle corde. Quindi, suggerendovi che la giustizia italiana finirebbe per rivelarsi più feroce dei ladri, vi inducono a nascondervi sotto il letto e a pregare per il meglio. In caso di rapina o in caso di Legge Fornero. Il trucco è tutto qui: un lupo può anche comprendere cosa gli accade intorno ma se si comporta da chihuahua non cambierà nulla. Nonostante la verità sia online.

LA SINISTRA EUROPEA È MORTA. RESTANO LE LARVE

di Leonardo Petrocelli

La sinistra europea è il grande malato immaginario del tempo presente. Immaginario non perché sia forte e in salute, vittima di una qualche nevrosi incapacitante che la confina scioccamente a letto, ma perché, in realtà, essa è defunta, esanime, stecchita. Si ingegna per rivendicare un ruolo e un destino che non le appartengono, blatera su un proprio ritorno in grande stile sulla scena, millanta praterie e galoppate future alla conquista della menti e dei cuori d’Europa, ma sono solo chili di trucco, quintali di fard scadente spalmati sulle gote esangui del cadavere. La sinistra s’immagina malata ma è morta.
Si prenda ad esempio il conflitto mediorientale nelle sue ultime declinazioni storiche e le relative forze in campo. Da una parte ci sono le orde dell’Isis, l’agente collettivo, mediatico e sanguinario del Caos. Poi c’è l’equivoco (eufemismo) blocco occidentale, con le petromonarchie del Golfo fiancheggiatrici dei jihadisti, il sempre serpeggiante Israele dietro le quinte, i turchi della nuova buffonata ottomana, gli europei servili e gli americani in testa, a fare da frontman alla farsa. E, infine, ci sono i russi, con Assad e gli iraniani, arroccati nell’unico fronte che l’Isis lo combatte davvero. Ora, a ben pensare, il conflitto è tutto interno a quelle che, novecentescamente, si potrebbero definire posizioni “di destra”: difficile immaginare la sinistra con i tagliagole e – se un barlume di ragione è ancora sopravvissuto nelle menti dei furono compagni – anche la pattuglia dell’imperialismo occidentale, degli americani produttori di armi e sganciatori di bombe intelligenti, non dovrebbe essere in cima alle preferenze. Rimane Putin che, sia detto per inciso, sarebbe la scelta giusta. Ma anche qui i rossi si defilano: lo Zar caccia le Ong, vieta la propaganda omosessuale, appoggia l’Iran teocratico che bandisce le calze a rete. E dunque? Dunque la sinistra traballa, viaggia senza un centro, senza un appiglio operativo, si liquefa e si disperde senza nemmeno poter più spendere la carta evergreen della pace e del dialogo (con chi? Con l’Isis?). In una parola, non c’è. Nello scontro fra fallaciani e putiniani, tra ultras dell’Occidente più bieco e sovranisti consapevoli, tra la propaganda della Santanchè e la controinformazione ragionata, il compagno fa tappezzeria. Vorrebbe aggrapparsi a Giulietto Chiesa, l’unico nome per lui spendibile, ma non può, perché il baffuto cronista è uomo troppo vicino al Cremlino e i compagni dell’Arci non approverebbero. Morale della favola: la condanna è al silenzio o alle speculazioni fuori tema, giusto per dare un cenno di vita fuori dal problema cruciale.
Si dirà, però, che questo è un ragionamento fuorviante, imbastito ad arte, e che altre sono le vere arene dello scontro. La sinistra, ci raccontano, è lì dove si combattono le battaglie per la casa (ai rom?), per la scuola (cioè la fabbrica dei bravi cittadini eurodemocratici), per l’università (vedi accanto, al doppio), per la cultura (idem, al cubo). La sinistra, ci raccontano ancora, è lì dove c’è il lavoro. La prima considerazione – fingendo di dimenticarci che il precariato in Italia l’ha introdotto proprio la sinistra col Pacchetto Treu – è che il lavoro non c’è più da un pezzo e non tanto per la crisi ma perché la meccanizzazione dei processi produttivi, organizzativi, cognitivi e gestionali ha progressivamente spazzato via la componente umana dalla filiera. È un dato che meriterebbe una analisi robusta ma apprestiamoci subito oltre perché l’obiezione è già dietro l’angolo: di là da tutti gli stravolgimenti in atto, qualcuno ancora lavora e la sinistra è lì dove si combatte per la difesa e/o l’aumento dei salari.
E qui ci tocca annoiarvi con una verità economica lapalissiana, difesa e sostenuta da qualunque economista non abbia preso la varicella il giorno in cui insegnavano i rudimenti macroeconomici all’università: a fronte di uno shock negativo proveniente dall’esterno si reagisce svalutando per aggiustare il valore della propria valuta in armonia con le mutate condizioni di mercato. E se non si può svalutare la moneta, perché magari il cambio è fisso, allora si svaluta il lavoro. La traduzione del concetto con le coordinate contemporanee non dovrebbe essere troppo difficile: la gabbia d’acciaio dell’euro ha dirottato il processo svalutativo sui salari. In altre parole, il tema della contrazione dei salari è legato a quello della moneta unica. E quali sono le posizioni in campo sull’argomento? Pronti al dejavu. Da una parte c’è la guardia pretoriana del potere usuraio, ci sono i difensori dell’euro per fede o sul campo, i governatori delle colonie mandati da Bruxelles. Dall’altra il solito fronte sovranista che dell’euro farebbe volentieri un ricco falò. Se ci pensate è la medesima contrapposizione dell’esempio precedente: Monti o Rajoy o Hollande o Renzi contro la Le Pen come prima avevamo la schiera euro-americana contro Putin. I fronti s’approssimano e, volendo, anche qui tutti de’ destra come sottolineerebbero i compagni veri, quelli tosti, che dal socialismo europeo prendono ogni giorno le distanze. Ma questi ultimi cosa pensano? Ancora una volta ci lasciano interdetti: blaterano di disuguaglianze (che sono l’effetto e non la causa), aggrediscono l’austerity e salvano l’euro, poi ci ripensano (come Fassina) e capovolgono la posizione. Ma mai fino in fondo. Insomma, o la sinistra gioca a fare la destra neoliberista o la confusione è totale. Per fortuna ci sono i migranti e la Tav su cui si può sempre dirottare la conversazione per scantonare da magre figure alla Tsipras, su cui abbiamo ampiamente ragionato altrove, o alla Podemos che aspettiamo al varo (e al varco) dell’ennesima, finta rivoluzione.
Epperò, per quanto osteggiati e ripudiati dai compagni tosti, gli Hollande e i Renzi sono comunque colonne dell’attuale centro-sinistra europeo. Che dunque, si obietterà, è ancora vivo ed al governo. Potremmo far quadrare il teorema semplicemente ricordando, come già fatto poche righe fa, la natura dell’azione politica di questi illustri signori, ma s’impone qui una digressione storica cui non desideriamo rinunciare. Da sempre, infatti, la sinistra è stata il motore ideale della modernità trionfante. Tutti i suoi dogmi ed i suoi miti di riferimento le appartengono di diritto: il progresso, lo sviluppo, l’uguaglianza, la centralità del lavoro, il contratto sociale, la laicità, le costituzioni, la democrazia rappresentativa e compagnia cantando. Ognuno di questi elementi ha contribuito alla distruzione dell’immaginario e delle strutture del mondo premoderno, per la gioia delle milizie imprenditoriali borghesi e del grande capitale che, finalmente, hanno potuto dilagare nelle selvagge praterie immanenti del mondo laico ed intellettualoide. Con grande stile, naturalmente, e con le vergogne ben protette della foglia di fico dei valori di cui sopra, quella che, in estrema sintesi, serviva a contrabbandare il nascente mondo dei banchieri come mondo delle democrazie e delle opportunità.
Il problema, ora, è che la foglia è volata via. Sono circa quarant’anni, infatti, che gli studiosi più avveduti – da Lyotard in poi – denunciano la “morte del moderno” cioè di tutto quel sistema ideale, culturale e politico che ne aveva mascherato l’azione attraverso le grandi narrazioni degli ultimi secoli e che oggi sopravvive, appunto, solo in quei “necrologi degli intellettuali” (Maffesoli), rimasti aggrappati alle vestigia del tempo che fu. Banalizzando, la sinistra ha servito la marcia della Storia e delle sue forze sovversive, presumendo di cavalcarla, ma è stata disarcionata dalla torsione repentina di un Potere che ormai declina il dominio oligarchico, usuraio e finanziario in un senso tutto post-moderno, senza veli ideologici né corpi intermedi, senza maschere democratiche né inni repubblicani, e lasciandosi dietro a marcire il cadavere della modernità. E con esso quello della sinistra, novecentescamente invecchiata, che ne aveva agevolato l’ascesa.
E, dunque, cosa sono i Renzi e gli Hollande? Sono le larve, l’ultimo parto del socialismo che fu, prima del sospiro finale. In costante omaggio alla vecchia massima di Spengler (“la sinistra fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza volerlo”), mai venuta meno, il patto col demone è stato reiterato, ma questa volta l’accordo è al ribasso cioè senza nemmeno la grancassa dei valori e dei princìpi a mimetizzare la livrea della servitù. Qui il servilismo si estrinseca allo stato puro: il socialismo europeo come prima colonna dell’oligarchia finanziaria e dell’imperialismo americano. Per soprammercato, la versione italica ha una marcia in più rispetto alle consorelle europee. Come ha acutamente notato il sociologo Marco Revelli quello di Renzi è un vero e proprio populismo ma più pericoloso degli altri in virtù di una malcelata logica di scambio: “Renzi raccoglie consensi con il suo illusionismo e li riversa sulle politiche gradite all’Europa come il Jobs Act, lo Sblocca Italia e le privatizzazioni. È la ‘Troika interiorizzata’, forse l’unico caso al mondo di populismo che solidarizza a pieno con il potere e lo aiuta”. L’Italia, si sa, è sempre un fertile laboratorio politico e chissà che, ancora una volta, non abbia tirato fuori dal cilindro l’ennesimo brand pronto all’esportazione su larga scala.
Non è finita qui, comunque. Poiché le disgrazie non vengono mai sole, c’è infatti una seconda larva a dimenarsi sul palcoscenico, se possibile più ributtante della prima. È quella della sinistra dei diritti individuali, dei pelosi pietismi umanitari, delle emergenze solidali a comando, dei Vendola e delle Boldrini, che fa lo stesso gioco della precedente, ma in maniera diversa. Questa volta l’aiuto non giunge tanto sul piano delle politiche neoliberiste e monetarie, quanto piuttosto esso si dipana sul versante della disgregazione delle identità. Il mondialismo, come noto, altro non è che una gigantesca macchina organizzata per livellare scientificamente ogni specificità spirituale, etnica, culturale, di genere, politica, artigiana, gastronomica, linguistica. Si tende al governo unico, al sistema di non-valori unico, alla lingua unica, alla religione unica (e il vago umanesimo del Bergoglio, si badi, è perfetto allo scopo). In sostanza, all’Uomo Unico, cioè un essere totalmente sradicato e culturalmente componibile, imbrigliato in una complessa articolazione di protesi digitali e, cosa più importante, integralmente controllabile.
Questo scenario orwelliano, lo sappiamo, è ancora parecchi passi più in là delle cronache contemporanee, ma il processo di transizione procede a tappe forzate tra meticciato imposto, dilagare del gender e delirio tecnologico travestito da residuo di progresso. Ciò nonostante, il compito è arduo, perfino per chi sta al volante, e ogni forma di aiuto si rivela ben accetta. E così, scorto un posto vuoto nell’orchestra mondialista, la sinistra boldriniana s’è accomodata da tempo per suonare i violini del Potere con grande perizia. Sa quando accelerare e quando fermarsi. Sa che deve aggredire i russi e gli iraniani sulla questione femminile ed omosessuale, ma sa, altrettanto bene, di non dover sfiorare i ben peggiori sauditi, alleati del padrone. Sa che può dileggiare l’austerity, ma senza discutere l’euro. Sa che può armeggiare con le leve della cultura, così come si fa con le fronde degli alberi, ma a patto che esse non conducano al disvelamento delle radici del problema.
Come in ogni performance che si rispetti, non c’è spazio per improvvisazioni. Il direttore dirige con la sua bacchetta lorda di sangue e la larva suona. Anzi, le larve suonano, felici di esserci ancora. Ed ogni cosa sarebbe al suo posto nel teatro degli orrori se non fosse per un unico, piccolo problema: il pubblico in sala sta iniziando a fischiare. Un lento brusio, sorto dal coraggio e dalla consapevolezza di pochi, che però rischia di tramutarsi in un controcanto soverchiante. Forse non oggi, forse non domani, ma dopodomani sì. E allora, guardateli bene quelli che sono sul palco: il direttore d’orchestra, i musicisti, le larve. Suonano e sorridono, è vero. Ma tremano. Eccome se tremano.

UN MINUTO PRIMA DEL MINUTO DI SILENZIO…

di Marcello D’Addabbo

Chi sono, da dove vengono, perché hanno agito? Perché non li hanno presi prima, cosa vogliono ottenere? A mente fredda e a poche ore da una strage tra le più devastanti compiute in una delle principali capitali europee è difficile farsi ascoltare da chi è ancora stordito dal rumore assordante. Non si tratta del rumore delle armi automatiche e dei fucili a pompa dei terroristi, ma di quello delle dirette televisive, un fiume in piena di retorica sul mondo libero(sic!) che non si piega alla paura, di rivendicazioni dei presunti mandanti (sempre riportate dal SITE di Rita Katz della quale si invita caldamente a controllare l’ottimo “curriculum vitae”), corredate dai soliti filmati degli incappucciati neri in marcia verso di noi. Scorrono ancora le immagini dei pianti delle ragazze e dei ragazzi che erano lì all’interno della sala concerti Bataclan o che si sono trovati a passare da quelle parti, circondati da folle di giornalisti e passanti in un delirio di ambulanze, barelle e polizia. C’è la non stop dei talk show che alzano il tiro delle ipotesi e analisi (oltre ai profitti sulla pubblicità), spesso arrampicandosi sugli specchi di teorie ardite – tipo la favola della Francia punita perché stava facendo la guerra all’Isis (e qui grasse risate!), e poi gli immancabili richiami di guerra del giorno dopo dei “comandanti da divano di Facebook” come amano definirli in Russia. Ci sono già i fiori sotto le ambasciate francesi, gli appelli dei leader e presto, purtroppo per noi tutti, arriveranno immancabili anche i minuti di silenzio ufficiali delle Boldrini di tutto il mondo. Uno tsunami di parole ed emozioni. E’ roba da restarne completamente intossicati! Il secondo attacco terroristico che parte alcuni minuti dopo l’inizio del primo mira dritto in testa, alla nostra psiche. L’obiettivo è non lasciare spazio a libere interpretazioni e occupare con rapidità fulminea l’immaginario collettivo con la tesi fondamentale e semplificatoria, quella che toglie dubbi, appiana le divergenze e conquista l’opinione pubblica: il terrorismo islamico ci attacca e minaccia il nostro stile di vita per imporne un altro sostitutivo, medievale, oscurantista, nonché votato alla cancellazione dei nostri diritti fondamentali. Firmato Barak Obama, Hollande, Renzi, tv satellitari, giornali e telegiornali mainstream, sedicenti autorevoli analisti e capi partito. In questo clima asfissiante qualunque opinione diversa da questa è il solito complottismo agitato da gente che crede alle scie chimiche, da gruppi di frustrati che vagheggiano teorie paranoiche su rettiliani, templari e sinarchie mondiali. Una “reductio ad Giacobbum” potremmo dire, prendendo a prestito il nome del simpatico conduttore di Voyager, usata per squalificare chiunque non si unisca al coro impetuoso della versione ufficiale.
Poi il ritmo rallenta, le commemorazioni finiscono, la polvere da sparo si deposita sull’asfalto e, di solito già dopo un mese-due circa, le sbavature dell’operazione terroristica cominciano ad essere sottolineate da canali informali di diffusione delle notizie, spesso legati a quelle intelligence che non hanno preso parte all’attacco, trovandosi dalla parte opposta della barricata rispetto ai probabili mandanti. Una lente meticolosa di ingrandimento inizia a pescare elementi, a trovare incongruenze e stranezze, collegamenti di personaggi coinvolti con poteri formali ed informali – ci ricordiamo di Osama bin Laden, di Khalid Sheikh Mohammed, della connivenza di alcuni poliziotti spagnoli nella strage di Madrid, o inglesi in quella avvenuta nella metropolitana di Londra, dell’omicidio del premier Hariri in Libano, del caso Moro e dell’ambiguo capo delle BR Mario Moretti detto “la sfinge”?. E dopo iniziano immancabilmente ad emergere strane falle nella sicurezza, tipo l’auto della polizia francese che lasciava passare i terroristi armati fino ai denti dopo la strage di Charlie Hebdo, filmati professionali delle stragi realizzati da operatori hollywoodiani misteriosamente piazzati lì e rimasti incolumi e, di solito ma vorremmo essere smentiti almeno stavolta, mai un terrorista superstite…uno straccio di criminale che possa dire, seduto in un posto di polizia con la lampada puntata sugli occhi, “sì sono stato io!” e “l’ho fatto per un obiettivo”, “perchè credo nella jihad e voglio distruggere l’occidente!”. Tutto è affidato a filmati preconfezionati lanciati sul web durante la strage o recapitati successivamente attraverso l’immancabile Site di Rita Katz, sempre lei. Senza dimenticare il copyright ufficiale urlato durante gli spari: “allah akbar!”. Il pacco è chiuso ormai, pronto per l’opinione pubblica…perché riaprirlo settimane o mesi dopo? A chi importa più? La marea emotiva si è abbassata lasciando il posto alla palude dell’indifferenza, così pensano i domatori di masse…pubblicitari per vocazione.
Il primo comandamento in questi casi, se si vuole optare per una secessione consapevole dalla plebe dell’informazione di massa è capire innanzitutto dove vogliono andare a parare certi messaggi. Se è impossibile al momento smentire tutto quello che ci vogliono far credere, si può quantomeno indicare qualche elemento di incongruenza della narrazione mediatica. E’ chiaro a tutti, per esempio, che se questo attacco micidiale e stragista fosse stato organizzato dall’Isis gli autori della strage avrebbero sbagliato indirizzo colpendo Parigi, dato che è la federazione Russa che li sta materialmente distruggendo con massicci bombardamenti in Siria da oltre un mese e non la Francia di Hollande che invece non ha fatto altro che sostenere il jihadismo antisiriano allo scopo di abbattere il presidente Bashar al-Assad e prendersi Damasco in amicizia con sauditi, Turchia e Tel Aviv. In questi mesi l’ipocrita e falsa campagna “a bassa intensità” contro l’Isis di americani, francesi e inglesi non mirava ad eliminarlo ma, appunto, a contenerlo e rivolgerlo contro al-Assad. In questo l’iniziativa di Hollande sembrava molto più motivata e veemente di quella americana, laddove invece si registrano contraddizioni e un certo ripiegamento di insegne che ha causato molti mal di pancia ad arabi e israeliani. L’esercito iracheno denuncia da mesi l’invio costante di armi all’Isis da parte francese, inglese e americana. Ricognizioni aeree occidentali fingono di monitorare le postazioni del califfato e invece finiscono per lanciare pacchi carichi di munizioni e viveri, dicono gli ufficiali di Baghdad. Gli fanno eco i soldati siriani e iraniani ma nessuno crederebbe a chi sta nella lista dei brutti e cattivi. Inoltre sappiamo da Thierry Meyssan che allorquando la Francia sabotò la Conferenza di Ginevra sulla Siria, con l’aiuto della Germania essa si impegnò a realizzare un piano – concepito già nel 2007 da John Negroponte, allora direttore dell’Intelligence nazionale USA – di provocare in Siria una guerra di tipo nicaraguense. Si trattava di moltiplicare i gruppi terroristici per far “grondare sangue” al paese. Proprio la Francia mise a disposizione il coordinamento internazionale dei Fratelli Musulmani, tuttora presenti sul suo territorio, ad Aquisgrana, sin dai tempi della Guerra Fredda. E attualmente da lì che vien organizzato il ritiro di Ahrar al-Sham, di Al-Qaeda, di Daesh (l’Isis, ndr) e degli altri. 
Allora cosa c’entra Parigi? La strategia della tensione diretta contro i popoli europei al fine di generare panico, insicurezza individuando il nemico esistenziale per giustificare successive guerre di conquista coloniali, predazione di risorse e nuovi mercati, ma anche avamposti militari per la grande guerra contro i paesi emergenti (Cina in testa) spiega molte cose, certo, ma non tutto. A rigor di logica se l’attentato fosse ciò che l’intelligence stessa chiama un “false flag” per generare i risultati elencati, obiettivo privilegiato sarebbe potuta essere la Germania che si sta rapidamente sfilando dal ginepraio siriano e intende ricucire ora lo strappo delle sanzioni con Mosca, circostanza questa non certo gradita a Washington. Anche il governo francese vorrebbe riallacciare migliori rapporti con Putin, anche alla luce dell’evidente successo diplomatico della missione militare russa in Siria e dell’enorme consenso che Putin sta ottenendo in veste di S.Giorgio che abbatte a suon di missili ad alta precisione il drago jihadista. Ma un ulteriore elemento è stato fornito nella lunga diretta post attacco di Rainews 24, dall’analista Germano Dottori, docente universitario di Studi Strategici alla Luiss e redattore di “Limes”, non proprio un complottista, il quale in controtendenza con la vulgata giornalistica ha curiosamente messo in relazione l’attentato di Parigi con la programmata prima visita ufficiale in Francia, che doveva svolgersi due giorni dopo l’attentato, del primo ministro della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rohani (il 14 novembre doveva passare da Roma). Circostanza che non è propriamente in cima ai pensieri dei jihadisti del califfato. C’è un’altra entità politica che potrebbe non approvare un nuovo corso di rapporti diplomatici da inaugurare con la stretta di mano franco-iraniana. Un milione di shekel a chi indovina. La visita intanto è stata annullata appena Rohani ha appreso della strage francese. Il suggerimento di Dottori indica che anche nel mezzo dello tsunami disinformativo si può iniziare a ragionare, magari un minuto prima del minuto di silenzio.